Nonnulla [non-nùl-la]

La parola del giorno è

Nonnulla

[non-nùl-la]

SIGN Cosa da nulla, minima, trascurabile

dal latino [nonnulla] ‘alcune cose’, neutro plurale di [nonnullus] ‘qualche’, composto di [non] e [nullus].

Una piccola ambiguità fa sorgere spontanea una domanda: il nonnulla è un niente, ma due negazioni (non-nulla) non dovrebbero affermare? In effetti è proprio così.

‘Nonnulla’ è un latinismo, e in latino significava proprio ‘alcune (cose)’. Insomma, letteralmente ‘non nulla’. E nel passaggio in italiano, allora, che cos’è successo? Niente di strano: il nonnulla, per quanto minimo e trascurabile continua ad essere qualcosa. Solo iperbolicamente diciamo che è un niente. Se quella testa calda del nostro amico si arrabbia per un nonnulla, vuol dire che si accende d’ira alla più innocente provocazione; se minimizzo il mio malanno dicendo che è un nonnulla, c’è ma non gli voglio dare peso; e per un nonnulla il cliente pretende di parlare col Megadirettore.

In questa parola osserviamo l’azione di un meccanismo psicologico e pragmatico estremamente importante. Nella nostra mente la negazione di un concetto si forma con l’immagine di quel concetto con una grossa croce sopra. Ma è un’immagine che resta, e che pesa.

Se dico che questa zuppa non è cattiva, evoco e nego un attributo negativo. Ma quel ‘cattiva’ risuona, e anche se poi la zuppa la mangio l’ho presentata male. Se dico che la mia casa non è una reggia, è quell’immagine di fasto che riecheggia – e per quanto sia piccola la sto comunque presentando positivamente. Così, anche se il nonnulla in effetti è qualcosa, è il nulla (negato) a dare il tono alla sua immagine.

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730 fai-da-te, problemi con le spese sanitarie

730 precompilato a metà nel 2016: grosse difficoltà col caricamento degli scontrini delle farmacie e con le spese mediche.

 

La direttrice dell’agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, ha annunciato l’altro ieri la presenza di seri problemi nel caricamento, all’interno del 730 precompilato, delle spese sanitarie. I problemi sono stati causati dalla mancata trasmissione degli scontrini per l’acquisto di medicinali da parte della farmacie, e dalle difficoltà tecniche, per i medici, nella trasmissione dei dati relativi alle parcelle emesse per l’effettuazione di prestazioni sanitarie (visite, terapie, etc.).Mentre questo secondo problema potrebbe essere risolto con una proroga di un paio di settimane, per la mancata trasmissione degli scontrini da parte delle farmacie non ci sarebbe più nulla da fare, poiché gran parte dei dati sarebbero già stati distrutti.

Ciò comunque non significa che i contribuenti non potranno detrarre le spese per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, ma soltanto che dette spese dovranno essere inserite a mano, e che i relativi scontrini dovranno essere conservati per il controllo formale: aspettative deluse ancora una volta, dunque, per tutti quei contribuenti che speravano di trovare una dichiarazione già pronta e completa.

730 precompilato: quali spese sono indicate

Anche se il giorno in cui il 730 sarà completo di tutti i dati utili alla dichiarazione appare ancora lontano, questo non vuol dire che non siano stati fatti dei notevoli passi avanti.

Nel 730 precompilato è, difatti, già possibile trovare:

– gli interessi del mutuo per l’acquisto della prima casa: è prevista una detrazione pari al 19% degli interessi pagati nell’anno, riferibili al prezzo di acquisto dell’abitazione principale e degli oneri accessori, sino ad un tetto massimo di 4000 euro;

– i contributi versati alla previdenza complementare: la contribuzione può essere dedotta dal reddito sino a un tetto massimo di 5.164,57 euro; l’eventuale devoluzione del Tfr ad un fondo di previdenza complementare, invece, non è né deducibile né detraibile;

– la detrazione relativa alle spese funebri;

– le spese relative alle polizze assicurative;

– le detrazioni relative ai familiari a carico;

– la detrazione relativa alla prima rata dei pagamenti per la riqualificazione del patrimonio immobiliare (bonus ristrutturazione ed ecobonus).

730 precompilato: i redditi già inclusi

Ricordiamo, poi, che nel 730 precompilato sono già inclusi i redditi di lavoro dipendente e di pensione, assieme ad alcuni redditi diversi, comprensivi delle ritenute e delle detrazioni effettuate, ed il noto Bonus Renzi da 80 euro eventualmente fruito.

Sono poi inclusi i redditi di terreni e fabbricati.

730 precompilato: come modificarlo

Come abbiamo detto, nel 2016 ancora non vedremo un 730 precompilato comprensivo di tutti i redditi e di tutte le spese, deducibili o detraibili, del contribuente: proprio per questo l’Agenzia delle Entrate dà la possibilità di correggere e integrare la dichiarazione.

Il contribuente può effettuare le dovute correzioni direttamente dal sito dell’Agenzia delle Entrate, qualora decida di presentare autonomamente il 730 precompilato, oppure può far effettuare le correzioni da un Caf, conferendo delega per l’accesso al precompilato.

In caso di modifiche al 730 precompilato:

– se la dichiarazione è trasmessa dal contribuente, gli accertamenti graveranno su di lui;

– se la dichiarazione è trasmessa da un intermediario abilitato, controlli e sanzioni (per visto infedele) saranno a suo carico.

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Selfiemployment, al via le domande da metà gennaio.

Nuovo prestito a tasso zero per giovani sino a 50000 Euro: da metà gennaio sarà possibile inviare le domande a Invitalia.

 

A poca distanza dall’attivazione del finanziamento agevolato Nuove Imprese a Tasso Zero, sta per partire un’altra misura che consiste in un prestito a tasso zero per mettersi in proprio, il cui soggetto gestore è Invitalia: l’incentivo si chiama Selfiemployment, ed è stato finanziato con 124 milioni di Euro.

 

Selfiemployment: come funziona

Come abbiamo detto, Selfiemployment consisterà in un finanziamento senza interessi, ma sarà dedicato solo agli under 29 iscritti al programma Garanzia Giovani. Peraltro, nella prima fase, il prestito sarà accessibile soltanto dagli iscritti a Garanzia Giovani che fanno parte della categoria dei Neet (in buona sostanza, coloro che non sono impegnati in percorsi di studio o di tirocinio, né in attività lavorativa), ed in un secondo momento sarà esteso ad altre categorie, come donne e disoccupati di lunga durata.

La cifra massima erogabile sarà pari a 50.000 Euro, mentre il minimo richiedibile sarà pari a 5.000 Euro: il finanziamento deve essere restituito in 7 anni, e non è soggetto a garanzie.

Invitalia seguirà i beneficiari sia nella fase di Start Up, che nella fase successiva, offrendo loro un tutoraggio completo; una misura che ha una duplice valenza: da un lato, non si lasciano allo sbaraglio i giovani che, con la loro volontà di fare impresa e di essere parte attiva nello sviluppo del nostro Paese, rappresentano una risorsa preziosa e, dall’altro lato, col tutoraggio l’Agenzia avrà pieno controllo della corretta destinazione dei finanziamenti.

Selfiemployment: attività incentivabili

La misura finanzierà i giovani che vogliono mettersi in proprio sia come liberi professionisti o lavoratori autonomi, che sotto forma d’impresa, sia individuale che società. Nel dettaglio, saranno incentivabili le seguenti attività:

 

lavoro autonomo;

– attività di impresa, sotto forma di:

microimpresa;

franchising.

Sono ammesse le seguenti forme di esercizio dell’attività:

impresa individuale;

società (con compagine composta per la maggioranza da Neet);

associazioni;

– società di professionisti.

 

Non saranno, comunque, finanziabili tutte le attività a prescindere, ma soltanto le più meritevoli in termine di innovazione, competitività, redditività, occupazione e rispondenza a un reale bisogno di mercato.

Selfiemployment: domande

In attesa di precise specifiche, si ritiene che le domande dovranno essere inoltrate direttamente a Invitalia, soggetto gestore dell’iniziativa, con le consuete modalità utilizzate per la richiesta di finanziamenti all’ente.

 

Probabilmente, pertanto, sarà creato all’interno del portale web dell’Ente gestore un’apposita sezione Selfiemployment, all’interno della quale sarà reperibile il form online da compilare relativo alla domanda, che conterrà le principali specifiche dell’idea d’impresa, il Piano d’impresa da allegare all’iniziativa, le relative autodichiarazioni e la documentazione inerente da allegare (fatture, preventivi, planimetrie, perizie, e quanto i renderà necessario, a seconda della specifica attività da avviare).

 

All’interno del sito di Invitalia, relativamente a ciascuna misura agevolativa, sono presenti istruzioni e faq molto semplici da comprendere, tuttavia, se non si ha una certa dimistichezza in materia contabile e amministrativa, è consigliabile domandare l’aiuto di un commercialista o di un consulente, specie per la compilazione del business plan.

 

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Bonus affitti: deduzione per chi compra casa e poi la dà in locazione –

Acquisto di immobili, ristrutturazione e costruzione: la deduzione del 20% delle spese fino a un tetto di 30mila euro entro il 2017.

 

Parte la nuova deduzione fiscale del 20% per chi acquista una casa o la ristruttura o la costruisce e poi la dà in locazione: il bonus verrà scomputato sul prezzo di acquisto o sulle spese sostenute per la costruzioni o ristrutturazione. È quanto prevede il decreto del Ministero delle Infrastrutture appena pubblicato nella Gazzetta Ufficiale [1], avente a oggetto appunto le nuove deduzioni per l’acquisto, la costruzione o la ristrutturazione di unità immobiliari abitative da destinare alla locazione.

Il contribuente potrà ottenere il bonus fino a massimo 300 mila euro di spesa (comprensivo di IVA) alle seguenti condizioni.

1 | Requisiti del beneficiario della deduzione fiscale: si deve trattare di

– persona fisica non imprenditore.

2 | Caratteristiche del cedente: si deve trattare

– per le nuove abitazioni, di imprese di costruzione o di cooperative edilizie;

– per le abitazioni ristrutturate, di imprese di ristrutturazione immobiliare o di cooperative edilizie;

3 | Caratteristiche dell’immobile: si deve trattare di

– unità immobiliare a destinazione residenziale (escluse quelle classificate o classificabili nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9), di nuova costruzione, invendute al 12 novembre 2014, oppure oggetto di interventi di ristrutturazione edilizia o di restauro e di risanamento conservativo (escluse quindi le manutenzioni ordinarie e straordinarie);

– non ubicata in parti del territorio destinate a usi agricoli (cioè nelle zone omogenee classificate E);

– con prestazioni energetiche certificate in classe A o B.

4 | Requisiti relativi ai lavori: è necessario che

– la casa sia acquistata, ristrutturata o costruita tra il 1° gennaio 2014 e il 31 dicembre 2017;

– nel caso di spese di costruzione, l’abitazione sia ultimata entro il 31 dicembre 2017;

– nel caso di ristrutturazione o costruzione, sia accertata la conformità delle opere.

5 | Tipo di contratto di locazione: è necessario che

– la casa, entro 6 mesi dall’ acquisto, sia data in locazione per almeno 8 anni (purché tale periodo abbia carattere continuativo). Se, per motivi non imputabili al locatore, il contratto di locazione si risolve prima del decorso del suddetto periodo il diritto alla deduzione permane a condizione che venga stipulato un altro contratto entro un anno (dalla data della suddetta risoluzione). Il termine di sei mesi decorre, per le unità immobiliari acquistate, dalla data dello stesso acquisto mentre, per quelle ristrutturate e/o costruite, dal rilascio del certificato di agibilità o dalla data in cui si è consolidato il silenzio-assenso;

– la locazione non deve avvenire tra parenti entro il primo grado (padre, figlio);

– il canone di locazione non deve essere superiore a quello indicato nella “convenzione comunale” stipulata ai fini del rilascio del permesso di costruire relativo agli “interventi di edilizia abitativa convenzionata” oppure al minore importo tra il canone definito per i contratti a canone concordato e quello stabilito per le unità abitative realizzate o recuperate nei Comuni ad alta tensione abitativa.

 

In caso di usufrutto

La deduzione non si perde nemmeno se l’abitazione è ceduta in usufrutto (anche contestualmente all’atto di acquisto e anche prima della scadenza degli 8 anni), a soggetti giuridici pubblici o privati operanti da almeno 10 anni nel settore dell’alloggio sociale, a condizione che venga mantenuto il vincolo alla locazione alle medesime condizioni sopra illustrate, e che il corrispettivo di usufrutto, calcolato su base annua, non sia superiore all’importo dei canoni di locazione.

 

La deduzione

Le deduzioni indicate spettano per una sola volta e per ogni singolo immobile e non sono cumulabili con altre agevolazioni del comparto edile (per esempio, ristrutturazione e/o risparmio energetico).

La deduzione è pari al 20% del prezzo di acquisto dell’immobile (risultante dall’atto di compravendita), nel limite massimo complessivo di spesa di € 300.000 (anche nel caso di acquisto di più immobili); a tale limite si possono sommare gli interessi passivi dipendenti da mutui contratti per l’acquisto delle unità immobiliari medesime.

La deduzione ammessa è ripartita in 8 quote annuali di pari importo, a partire dal periodo d’imposta nel quale avviene la stipula del contratto di locazione.

Per esempio: Per un acquisto effettuato a novembre 2017 e un contratto di locazione stipulato a marzo 2018, la deduzione spetta dal 2018 fino al 2025. La spesa massima complessiva di € 300.000 genera una deduzione di € 60.000 (20%) che va ripartita in 8 quote annuali di € 7.500 ciascuna.

 

Costruzione di abitazioni

La deduzione citata spetta, nella medesima misura e nel medesimo limite massimo complessivo, anche per le spese sostenute dal contribuente persona fisica non esercente attività commerciale per prestazioni di servizi, dipendenti da contratti d’appalto, per la costruzione di un’unità immobiliare a destinazione residenziale su aree edificabili già possedute dal contribuente stesso prima dell’inizio dei lavori o sulle quali sono già riconosciuti diritti edificatori.

Ai fini della deduzione le predette spese di costruzione sono attestate dall’ impresa che esegue i lavori.

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Prima casa: non sempre è impignorabile da Equitalia

Cartelle di pagamento: pignoramento dell’unico immobile adibito ad abitazione e residenza del debitore sottoposto a numerose condizioni.  

Come noto, dal 2013 [1], la cosiddetta prima casa del contribuente non è più pignorabile da Equitalia (lo resta per tutti gli altri creditori come, per esempio, la banca, il fornitore, ecc.). Detta così, la norma potrebbe far saltare di gioia parecchi debitori del fisco che, pur conservando nell’archivio decine di cartelle esattoriali per cifre stratosferiche, avrebbero di che dormire sereni. E invece non è tutto oro quel che luccica, complice anche l’imperfetta dizione della norma. La cosiddetta impignorabilità della prima casa è, invece, subordinata a una serie di condizioni che vedremo qui di seguito.   Non è la prima casa, ma l’unica Innanzitutto è bene usare la giusta terminologia per evitare confusioni. La legge non vieta il pignoramento della prima casa, ma solo quello dell’unica abitazione. Dunque, nel caso in cui il contribuente, dopo aver acquistato la “prima casa”, ne acquisti anche una seconda, rende pignorabile tanto la prima quando l’altra. Invece, condizione necessaria per ottenere il beneficio in commento è che l’immobile sia anche l’unico e che, quindi, il debitore non ne abbia altri intestati. Il che, in alcuni casi, potrebbe dar vita a una forte contraddizione. Per spiegarci meglio, partiamo dal dato testuale della norma che parla di “unico immobile di proprietà del debitore”. Questo significa che se il contribuente, oltre alla casa di abitazione, possiede un piccolo appezzamento di terra (anche pochi metri quadrati) adibito ad orticello (uso agricolo) potrà vedersi pignorata la casa che, appunto, non è più l’unico immobile. L’unica alternativa per il debitore è quella di vendere la terra: in tal modo, la casa rimarrebbe il solo immobile di sua proprietà e non potrebbe più essere pignorato. Una soluzione che non sembra in linea con la legge, la cui finalità era quella di garantire un tetto sotto cui dormire ad ogni contribuente.   Nessun problema, invece, per chi ha, insieme alla casa, un garage o una cantina: si tratta, infatti, di pertinenze dell’abitazione e, se accatastate autonomamente, non fanno venir meno la condizione di unicità dell’unità immobiliare [2].   È necessaria la residenza anagrafica Non basta che l’abitazione sia l’unica del contribuente, essa deve anche rispondere ad altre tre condizioni: – il debitore vi deve risiedere anagraficamente; – l’abitazione deve avere destinazione catastale; – l’immobile non deve essere di lusso.   Quando al primo requisito, il debitore deve aver fissato la propria residenza anagrafica nell’immobile. Ne deriva che se il contribuente ha residenza in una unità presa in affitto e possiede un unico fabbricato dove invece non vive (magari per aver dato anch’esso in affitto), quest’ultimo potrà essere espropriato. Non è precisato a quale data deve sussistere il requisito della residenza anagrafica. Nel silenzio della legge, dovrebbe trattarsi della data in cui hanno inizio le operazioni di esproprio (trascrizione e notificazione dell’avviso di vendita). Questo, però, potrebbe facilitare manovre di spostamento della residenza fatte al solo fine di aggirare le disposizioni di legge.   Destinazione abitativa Come detto, l’abitazione deve avere destinazione catastale abitativa. Ne consegue che se il debitore risiede in un immobile ad uso ufficio, esso è pignorabile.

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Liti col fisco, difesa fai da te o dai dipendenti del Caf .

Riforma Contenzioso Tributario, ampliata l’autodifesa nel contenzioso tributario, difesa estesa ai dipendenti dei Caf.  

Dalle tante novità introdotte dai decreti attuativi alla Riforma Tributaria, s’intuisce che il Fisco stia iniziando a cambiare rotta, nell’ottica di una maggiore collaborazione col cittadino; due novità senz’altro positive, nel contenzioso tributario, sono la possibilità di autodifendersi per le liti sino a 3.000 euro e la possibilità di farsi difendere dai dipendenti di un Caf. In entrambi i casi si parla del contenzioso davanti alle Commissioni Tributarie.   Autodifesa liti col fisco È stata innalzata la soglia delle controversie di modico valore, da 2.582,28 a 3.000 Euro: sotto questo limite non si è obbligati ad avere un difensore in giudizio e si potrà dunque beneficiare della difesa fai da te. Questa la modifica alla norma che disciplina l’assistenza tecnica nel processo tributario [1]. L’importo è da intendersi come sola imposta, dunque al netto di sanzioni e interessi. Ricordiamo che la fase del giudizio davanti alla Commissione Tributaria, anche in caso di autodifesa, deve essere necessariamente preceduta dalla mediazione (estesa, dalla riforma, a tutte le controversie, e non solo a quelle inferiori a 20.000 Euro).   Difesa dai dipendenti del Caf Non solo avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro: il contribuente potrà scegliere di farsi difendere anche da un dipendente del Caf, che è stato abilitato alla difesa tecnica dalla nuova normativa. Tuttavia, dipendenti dei Caf saranno legittimati a stare in giudizio non per tutte le controversie, ma solo per le liti derivanti da adempimenti effettuati dagli stessi Caf, nella loro attività di assistenza fiscale.   Non tutti i lavoratori dei Caf potranno, poi , stare in giudizio, ma soltanto coloro che possiedono i seguenti requisiti:   – diploma di laurea in Giurisprudenza (vecchio ordinamento universitario), laurea specialistica o magistrale in giurisprudenza;   – diploma di laurea in Economia ed equipollenti del nuovo ordinamento;   – diploma di Ragioneria;   – abilitazioni professionali correlate (consulenti del lavoro, esperti contabili, commercialisti), rilevanti anche se il difensore non esercita autonomamente l’attività professionale.

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Bonus Inps Giovani Genitori da 5000 Euro, chi ne ha diritto?

Rifinanziato l’Incentivo Inps per genitori precari o disoccupati under 35: 5000 euro in arrivo alle coppie.

 

Ancora disponibili quasi 9 milioni di Euro, per il bonus Giovani Genitori: all’interno della sezione Comunicazioni Online del sito dell’Inps, infatti, l’Istituto informa che il credito a disposizione per l’incentivo, aggiornato al 29/09/2015, è pari a 8.775.000 Euro.

Il bonus, pari a 5.000 Euro, è finalizzato all’assunzione di genitori precari o disoccupati che non abbiano ancora compiuto 36 anni: hanno diritto all’agevolazione le aziende che assumono a tempo indeterminato questi soggetti, o che trasformano un contratto a termine. Per godere dell’incentivo, però, devono essere rispettate determinate condizioni.

 

Quando un lavoratore ha diritto al bonus?

Per poter fruire del beneficio, il lavoratore non deve aver compiuto 36 anni, deve avere almeno un figlio che non abbia compiuto 18 anni, e deve iscriversi nella Banca Dati Giovani Genitori.

Per potersi iscrivere, il lavoratore deve essere titolare di uno dei seguenti rapporti:

-contratto di lavoro subordinato a termine;

– contratto di somministrazione (interinale);

– contratto intermittente;

– collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) o contratto a progetto (co.co.pro);

 

lavoro occasionale accessorio.

Se il contratto di lavoro è terminato, il lavoratore deve registrare lo stato di disoccupazione presso un Centro per l’impiego, un Centro Servizi per il lavoro o un’Agenzia per il lavoro.

Il beneficio si perde per:

– compimento della maggiore età del figlio;

– compimento del trentaseiesimo anno d’età;

– assunzione a tempo indeterminato.

In caso di nuova assunzione a tempo indeterminato, e successivo licenziamento, se sussistono ancora le condizioni il lavoratore è libero d’iscriversi alla banca dati di nuovo.

Come iscriversi alla banca dati Giovani Genitori?

Per iscriversi alla banca dati si deve accedere al sito dell’Inps col proprio PIN; l’iscrizione si effettua nella sezione dei servizi al cittadino, col seguente percorso: “Servizi al cittadino” – “Autenticazione con Pin” – “Fascicolo previdenziale del cittadino” – “Comunicazioni telematiche” – “Invio comunicazioni” – “Iscrizione banca dati giovani genitori”.

Ci si può anche iscrivere collegandosi al sito del Dipartimento della Gioventù, utilizzando sempre il Pin dell’Inps.

 

Quali aziende hanno diritto al bonus?

Hanno diritto all’incentivo le aziende private (comprese le imprese sociali) e le società cooperative, e sono esclusi dall’incentivo gli enti pubblici (economici e non) , i gruppi parlamentari, le associazioni, e, in generale, i datori di lavoro non qualificabili come imprenditori.

Il contratto di lavoro deve essere a tempo indeterminato o di apprendistato, e l’assunzione non deve essere obbligatoria[1].

Inoltre, per ricevere il bonus, le imprese devono essere in possesso del Durc (ovvero essere in regola con gli adempimenti previdenziali), e non devono aver effettuato:

licenziamenti per giustificato motivo oggettivo o per riduzione del personale, nei 6 mesi precedenti;

sospensioni dal lavoro o riduzioni dell’orario di lavoro per crisi aziendale, ristrutturazione, riorganizzazione o riconversione industriale;

– precedenti assunzioni di almeno 5 dipendenti utilizzando la stessa agevolazione.

Il lavoratore per il quale si chiede l’incentivo non deve essere stato licenziato dalla stessa azienda, o da impresa controllata o collegata, nei 6 mesi precedenti all’assunzione.

 

Come sapere se il lavoratore ha diritto al bonus?

Le aziende possono sapere se il dipendente ha diritto all’incentivo verificando l’iscrizione alla Banca dati: basta collegarsi alla banca dati sul portale dell’Inps o del Ministero della Gioventù, e digitare il codice fiscale del lavoratore interessato.

 

Come si richiede l’incentivo?

In primo luogo, l’azienda deve assumere il lavoratore con Comunicazione Obbligatoria (Co), utilizzando il modello Unilav, ed inserendo il codice agevolazione Giovani Genitori.

Poi dovrà collegarsi al sito dell’Inps, sezione “Servizi per le aziende ed i consulenti”, “Cassetto Previdenziale”, “Comunicazioni Online”, entrare nella comunicazione con codice “GIOV-GE” e compilare la domanda. L’Istituto comunicherà l’attribuzione dell’incentivo tramite Cassetto previdenziale.

 

Quando si riceve il bonus?

L’Inps non eroga materialmente i soldi, ma dà uno sgravio contributivo: questo significa che l’azienda può compensare i contributi dovuti mensilmente con l’incentivo spettante; indicherà poi il conguaglio effettuato nella dichiarazione UniEmens.

Il bonus non è riconosciuto tutto insieme, ma in quote mensili non superiori alla retribuzione del mese del dipendente.

L’agevolazione è comunque cumulabile con gli altri incentivi esistenti, come quello per l’assunzione disoccupati da oltre 6 mesi[2].

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