AUGE è La parola del giorno

La parola del giorno è

Auge

[àu-ge]

SIGN Apogeo, culmine; condizione di favore, successo, credito dall’arabo [aug] ‘apogeo, altezza’.

A scatola chiusa avrei scommesso su un’origine latina (magari da augeo ‘accresco, aumento’), e invece ecco una nuova sorpresa: questa parola appartiene alla numerosa e fascinosa famiglia delle parole del lessico astronomico di origine araba. Dall’arabo non ci arrivano solo alcuni fra i più suggestivi nomi di stella – da Altair a Deneb, da Vega a Betelgeuse, da Rigel ad Antares ad Aldebaran – ma anche termini correntemente impiegati per orientare le osservazioni astronomiche, come i punti dello zenit e del nadir, l’angolazione dell’azimut. E arrivando alla sorpresa di oggi, il culmine dell’auge.In effetti, nel significato astronomico, ad auge è solitamente preferito il sinonimo ‘apogeo‘, nel significato di punto più lontano dalla Terra – e perciò più alto – dell’orbita reale o apparente di un corpo attorno a essa. L’auge viene più volentieri richiamata nei suoi significati figurati: l’immagine del culmine, della posizione di suprema altezza, prende il profilo della condizione di consenso e favore generale e schietto, di successo rampante e sicuro, di indiscutibile credito – quasi fosse la condizione di un astro.Possiamo parlare di quando in medicina era in auge la teoria degli umori di Ippocrate o di quando era in auge il folle geghegè; ci facciamo difendere dall’avvocato in auge i cui servigi valgono bene il ricco onorario; storciamo il naso, gelosi, quando la nostra passione di nicchia viene in auge. Ed è bello trovare in queste espressioni comuni la meraviglia di un’altezza astronomica.

donna

La parola del giorno è : Cafarnao

La parola del giorno è

Cafarnao

[ca-fàr-na-o]

SIGN Luogo di grande confusione, mucchio confuso

dal nome della città di [Cafanao], in Galilea, dove predicò Cristo.

Le narrazioni cristiane sono terreni che hanno dato un largo frutto al nostro lessico: per la loro diffusione e notorietà, e per la presa che hanno avuto sull’immaginario collettivo, molti nomi di personaggi, animali, piante, oggetti e luoghi ivi citati hanno preso profiliproverbiali, coagulandosi in antonomasie. Questo non è certo il primo che troviamo.

Cafarnao, in ebraico Kefar Nahum, ossia ‘villaggio della consolazione‘, era una città della Galilea, affacciata sul lago di Tiberiade. Qui si tramanda che Cristo abbia iniziato le sue predicazioni: e se già Cafarnao era una città movimentata, con le folle da lui attratte pare sia diventata eccezionalmente caotica. Di qui scaturiscono i significati figurati.

Un cafarnao è un luogo di grande confusione, e per estensione un mucchio disordinato: trasecoliamo quando il garage da riordinare si rivela un cafarnao terrificante; per quanto sia un cafarnao l’ufficio opera con un’armonia e un’efficienza formidabili; e non facciamo in tempo a sgombrare la scrivania che è di nuovo un cafarnao.

Non è una parola delle più consuete, ma il suo retroterra è solido, e tanto la forza dell’immagine quanto quella del bel suono pieno la rendono una risorsa da tenere a mente.

Peraltro va detto che vive (è vissuta) anche in una locuzione piuttostospecifica, “andare/ mettere/ mandare in cafarnao”, col significato di ‘inghiottire’ (l’idea è circa quella di gettare nella confusione dello stomaco). Per esempio la usa il Sacchetti nella novellacentoventiquattro del suo Trecentonovelle (libro spassosissimo, e la racconto perché è una delle novelle preferite di mio padre): narra di un celebre mangiatore, Noddo d’Andrea, che riusciva a spolverare anche il cibo più caldo. Quando un “piacevole uomo”, Giovanni Cascio, si ritrovò a tagliere con costui (le porzioni venivano servite su taglieri per due), Noddo iniziò subito a trangugiare i maccheroni “boglientissimi” che avevano loro portato, mentre Giovanni umanamente aspettava che si freddassero un poco. Così, per evitare che anche la parte che non gli spettava andasse in cafarnao nelle fauci di Noddo, Giovanni iniziò a gettare a un cane i propri maccheroni. Davanti a quello spreco Noddo prima rise ma poi pregò Giovanni di fermarsi: avrebbe mangiato più adagio. Si accordarono che (per rifarsi) per ogni boccone di Noddo Giovanni ne avrebbe mangiati due, e così il mangione fu domato e ricondotto a mangiare “a ragione”.

La parola del giorno è : Ceffo [céf-fo]

Ceffo SIGN Muso d’animale; volto umano deforme; persona di aspetto sinistro

dal francese [chef] ‘capo’.

«Un brutto c…..» Purtroppo questa parola si è cristallizzata in espressioni stereotipate, tanto che i suoi significati logicamente precedenti sono spesso ignorati. Che cosa vuol dire, in sé, ‘c……’?

Ebbene, il c…. – la cui ascendenza francese inizia a spiegarcelo come ‘capo, testa’ – prende in italiano il primo significato di muso d’animale, specie di cane. Questo riferimento bestiale continua a connotare il c….- anche quando viene riportato su un volto umano: è un viso deforme, brutto a vedersi, magari grottesco, mai rassicurante. Ci si augura che l’arcinemico non mostri il suo ceffo, nella foto per la patente veniamo puntualmente con un c…..  raccapricciante. Ed è proprio la cifra dell’inquietudine a emergere come determinante del c….: la sua aura sinistra si estende alla persona intera – ossia al proverbiale brutto c….. , che ovviamente ci sta seguendo con fare febbrile o ciondola all’incrocio pulendosi le unghie con la punta del coltello, ma beninteso può anche non essere brutto (magari può essere un ceffo alto, un ceffo puzzolente, o ironicamente un bel c….., perfino).

Ce lo stavamo domandando e la risposta è sì: da ceffo viene anche il ben noto ‘ceffone’, ossia il colpo dato a mano aperta sulla faccia – alias ‘lo schiaffo’. È proprio un colpo schioccante sul muso. E anche il verbo meno noto ‘acceffare’ vien da qui, ed è l’afferrare con la bocca, con muso ferino. Non si fa a tempo a tagliare la schiacciata che tutti la acceffano.

 

La parola di oggi ti è piaciuta particolarmente?

Esprimi il tuo apprezzamento sul sito, aggiungila alle preferite, commentala, condividila sui social network e adottala con una donazione per sostenere il nostro lavoro!

unaparolaalgiorno.it

Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse

Avvocati: il procedimento volto a scontare i crediti dovuti al professionista per la difesa a spese dello Stato.

La legge di Stabilità per il 2016 [1] consente agli avvocati di compensare con le tasse gli onorari a loro spettanti per attività rese con il gratuito patrocinio. Si tratta di una delle misure accolte con maggior soddisfazione dal mondo forense, specie dopo gli ultimi interventi normativi che avevano drasticamente tagliato i compensi riconosciuti ai professionisti per tale forma di difesa. Ma procediamo con ordine.

Il gratuito patrocinio

Al gratuito patrocinio viene ammesso chi dimostra (anche con autocertificazione) di possedere un reddito non superiore a 11.528,41 euro, eventualmente elevato di 1.032,91 euro per ciascuno dei familiari conviventi. In tal modo, il beneficiario della misura può scegliere il proprio avvocato che, alla fine del processo, sarà pagato dallo Stato. Se però la causa termina con una sentenza che rigetta la domanda proposta dalla parte ammessa al gratuito patrocinio, quest’ultima può essere ugualmente condanna alle spese processuali, dovendo così pagare, di tasca propria, i costi del giudizio alla controparte. Tale previsione è finalizzata ad evitare che chi è ammesso al patrocinio a spese dello Stato possa avanzare richieste pretestuose, intasando la giustizia e, soprattutto, danneggiando terzi.

 La procedura

L’istanza di liquidazione viene presentata dal difensore al giudice che ha deciso il giudizio; quest’ultimo, con un decreto, calcola le spettanze dovute dall’erario all’avvocato e ne ordina il pagamento.

Quando tale decreto viene emesso, esso diventa titolo di pagamento della spesa e rende azionabile il credito dell’avvocato nei confronti dello Stato.

A questo punto, però, il professionista si scontra con i ritardi della pubblica amministrazione e, a volte, deve attendere numerosi anni prima di poter vedere il proprio compenso.

La compensazione

Proprio per venire incontro agli avvocati che abbiano sposato la causa “sociale” ed evitare la fuga generalizzata dall’istituto del gratuito patrocinio, la legge di Stabilità consente un facile rientro per il professionista che abbia maturato, tale titolo, crediti dall’erario per spese, diritti e onorari, consentendogli di portarli in compensazione con i propri debiti tributari di qualsiasi tipo, cioè per imposte e tasse (ivi compresa l’Iva), ma anche per il pagamento dei contributi previdenziali per i loro dipendenti. La norma non cita i contributi previdenziali dell’avvocato stesso, il che fa pensare a una esclusione volontaria del legislatore.

La compensazione avviene mediante la cessione di crediti, che siano maturati nel 2016 o anche precedentemente al 2016, purché non siano ancora saldati dall’amministrazione pubblica

La compensazione non è automatica, ma opera solo su richiesta dell’avvocato. Inoltre, quest’ultimo potrà optare anche per una compensazione parziale, cioè potrà riguardare solo una parte di quanto dovuto a titolo di imposta o tassa o contributi previdenziali per i dipendenti (si pensi al caso in cui il difensore abbia maturato crediti superiori ai propri obblighi fiscali).

Si tratta, dunque, di una forma di pagamento alternativo di tasse, imposte o contributi previdenziali; un pagamento che si effettua, anziché con il versamento del dovuto, con la cessione dei crediti derivanti dalla liquidazione dei compensi all’ente o all’articolazione dello Stato nei confronti del quale l’avvocato è debitore e che non è necessariamente quella tenuta a liquidargli la prestazione fornita al cittadino ammesso al gratuito patrocinio.

Tali cessioni di credito sono esenti da imposta di registro o di bollo.

La certificazione della cancelleria

Il credito del professionista deve essere definitivo. La legge di stabilità, infatti, stabilisce che non possono essere ceduti e quindi nemmeno compensati i crediti fondati su decreto di pagamento contro il quale sia stata proposta opposizione ai sensi dell’articolo 170 del testo unico sulle spese di giustizia [2]: ciò allo scopo di consentire la cessione solo quando l’ammontare del credito sia certo e definitivo. Il che fa pensare che, per ottenere la compensazione, il difensore dovrà munirsi di attestazione di cancelleria che attesti il decorso dei termini per la proposizione dell’opposizione; altrimenti il credito non potrà essere compensato.

L’opposizione al decreto di liquidazione può essere proposta anche dall’avvocato in favore del quale viene disposto il pagamento. Il che, di norma, avviene quando il legale ritiene che il calcolo dei compensi non sia congruo. Da oggi, però, prima di opporsi a un decreto che non lo soddisfa, l’avvocato dovrà tenere conto che ciò bloccherà la compensazione.

Anche se la legge non lo specifica vanno equiparati i crediti i per i quali l’opposizione sia stata respinta con provvedimento definitivo

 

Articolo Completo :Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse 

Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola

Sinistri stradali e quantificazione del danno non patrimoniale: il giudice deve motivare le ragioni dello scostamento dalle tabelle di Milano.  

Nel caso in cui l’assicurazione debba risarcire il danno da sinistro stradale deve tenere conto, ai fini del danno non patrimoniale, delle quantificazioni operate dalle tabelle del Tribunale di Milano. Secondo, infatti, una recente sentenza della Cassazione [1], tali tabelle hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio nazionale. Se anche il giudice ritiene di discostarsi dai parametri offerti dal foro meneghino, deve comunque darne una congrua motivazione.   Risulta, dunque, sempre più difficile derogare ai criteri di liquidazione del danno stabiliti dal Tribunale di Milano. Essi servono quantomeno (e necessariamente) “quale criterio di riscontro e verifica” della quantificazione diversamente ottenuta.   La sentenza in commento ricorda innanzitutto che il risarcimento del danno non patrimoniale deve essere “integrale”, senza possibilità di sconfinare in indennizzi puramente simbolici o irrisori, o comunque non correlati all’effettiva entità del danno subìto dal danneggiato.   Il giudice deve poi rispettare criteri di “elasticità e flessibilità” in modo da garantire, nel contempo, sia il rispetto di liquidazioni uniformi (senza, cioè, creare disparità tra i cittadini), sia la possibilità di quantificazioni “personalizzate” del danno, in modo da non tralasciare nessuna delle conseguenze (fisiche o morali) che siano ricadute sul danneggiato.   In definitiva, la valutazione del giudice deve essere “equa”, ossia adeguata e proporzionata alle circostanze concrete del caso specifico.   L’applicazione concreta di tali principi ha portato a utilizzare sempre più le cosiddette tabelle di liquidazione elaborate dalla prassi. Tra queste, sicuramente il primato lo rivestono le tabelle dei Tribunale di Milano, che appunto diventano parametro per ogni valutazione del danno in qualsiasi parte d’Italia.   Qualora il giudice intenda dare preferenza ad altri sistemi di quantificazione deve argomentarlo in modo preciso e puntuale: un difetto di motivazione renderebbe la sentenza viziata.

Articolo Completo :Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola 

La proposta del buono-scuola: Friedman e Von Hayek.

Tra scuola pubblica e privata: il buono scuola nel pensiero di Friedman, la competizione e la libertà di insegnamento.  

 È al premio Nobel per l’economia (1976) Milton Friedman che dobbiamo l’esplicita formulazione dell’idea di buono-scuola. Scrive dunque Friedman: «Una società stabile e democratica è impossibile senza un certo grado di alfabetismo e di conoscenza da parte della maggioranza dei cittadini e senza una diffusa accettazione di alcuni complessi comuni di valori. L’educazione può contribuire a entrambi questi aspetti. Di conseguenza, il guadagno che un bambino ricava dall’educazione non ridonda solo a vantaggio del bambino stesso o dei suoi genitori, ma anche a vantaggio degli altri membri della società. L’educazione di mio figlio contribuisce anche al vostro benessere contribuendo a promuovere una società stabile e democratica. Non è possibile identificare quali siano i singoli (o le famiglie) che ne beneficiano e, quindi, addossare ad essi gli oneri specifici per i servizi resi. Ci troviamo, quindi, di fronte ad un importante caso di “effetto indotto”. Quale genere di intervento pubblico risulta giustificato da questo particolare effetto indotto? Il più ovvio è quello di assicurare che ogni bambino riceva una data quantità di servizio scolastico di un certo tipo […]. I governi potrebbero imporre un livello minimo di scolarità e assicurarne il funzionamento concedendo ai genitori dei titoli di credito rimborsabili per una determinata somma massima annua per ciascun figlio qualora fosse spesa per servizi scolastici “approvati”. I genitori in tal caso sarebbero liberi di spendere questa somma, e ogni altra somma addizionale di tasca propria, per l’acquisto di servizi scolastici da un istituto di loro propria scelta, ma “approvato” dalla pubblica autorità. I servizi scolastici potrebbero in tal modo essere forniti da imprese private gestite a fini di profitto o da istituzioni senza scopo di lucro. Il ruolo del governo, in tal caso, sarebbe soltanto quello di assicurare che le scuole soddisfino a certi requisiti minimi, come, ad esempio, la inclusione nei loro programmi di un contenuto comune minimo, allo stesso modo, per esempio, che ora il governo provvede alla sorveglianza sui ristoranti per garantire che essi rispettino gli standard sanitari minimi fissati dalle autorità».   Ne “La società libera”, Friedrich August von Hayek, anch’egli premio Nobel per l’economia (1974), afferma: «Non solo le ragioni in contrario all’amministrazione pubblica della scuola appaiono oggi più che mai giustificate, ma sono scomparse gran parte delle ragioni che in passato avrebbero potuto essere addotte in favore. Qualunque cosa possa essere stata allora vera, oggi con le tradizioni e le istituzioni dell’educazione universale solidamente stabilite e con i moderni mezzi di trasporto che risolvono gran parte delle difficoltà dovute alle distanze, è indubbio che non è più necessario che lo Stato non solo finanzi l’educazione ma direttamente vi provveda».   E qui richiamandosi esattamente al saggio di Friedman del 1955, The Role of Government in Education, Hayek propone che «si potrebbe benissimo provvedere alle spese per l’istruzione generale, attingendo alla borsa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese dell’istruzione di ciascun ragazzo, buoni da consegnare alla scuola di loro scelta». Hayek prosegue: «Si potrebbe anche auspicare che lo Stato provveda direttamente alle scuole in alcune comunità isolate dove, perché possano esistere scuole private, il numero dei ragazzi è troppo basso (e il costo medio dell’istruzione pertanto troppo alto). Ma nei confronti della grande maggioranza della popolazione, sarebbe senza dubbio possibile lasciare l’intera organizzazione e amministrazione dell’istruzione agli sforzi privati, mentre da parte sua lo Stato dovrebbe semplicemente provvedere al finanziamento di base e a garantire uno standard minimo per tutte le scuole in cui potrebbero essere spesi i suddetti buoni. Un altro dei grandi vantaggi di questo piano sarebbe che i genitori non si troverebbero più davanti all’alternativa o di dover accettare qualsiasi tipo di istruzione fornita dallo Stato o di pagare di tasca propria il prezzo di un istruzione un po’ più cara; e se scegliessero una scuola diversa da quelle comuni, dovrebbero pagare solo un costo addizionale».   Con il buono-scuola, dunque, i fondi statali – sotto forma di “buoni” non negoziabili (vouchers) – andrebbero non alla scuola ma ai genitori o comunque agli studenti aventi diritto, i quali sarebbero liberi di scegliere presso quale scuola spendere il buono in questione. Il valore del buono-scuola si determina dal rapporto fra ciò che lo Stato spende attualmente per un dato tipo di scuola e il numero degli studenti che frequenta quel dato tipo di scuola.   Il buono-scuola amplia la libertà delle famiglie; rende più efficienti – tramite la concorrenza – la scuola statale e quella non statale; è una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti. La proposta del buono-scuola è la proposta di una giusta terapia per le difficoltà della scuola italiana. È una terapia che non è né di destra né di sinistra. È una buona idea, una soluzione ragionevole di un problema urgente. Se un idraulico ripara una fogna che si è rotta, la riparazione è di destra o di sinistra? Se un chirurgo conduce a buon porto una difficile operazione, non ha alcun senso chiedersi se il suo lavoro sia di destra o di sinistra. È così, allora, che ragionevoli “uomini di sinistra” e ragionevoli “uomini di destra” hanno proposto e difeso l’idea di buono-scuola esattamente quale adeguata soluzione di un problema urgente. E sarebbe forse tempo di farla finita con l’idea che è buono tutto e solo ciò che è pubblico; che è pubblico solo ciò che è statale; che è statale tutto quello che può essere preda dei partiti. E dobbiamo chiederci: svolge un migliore servizio una scuola statale inefficiente oppure una scuola non statale ben funzionante, meno costosa, più efficiente? È “più pubblica” una scuola non statale efficiente ovvero una scuola statale improduttiva e sciupona? Ma ecco la prima obiezione contro la proposta del buono-scuola: la scuola è un settore strategico, dunque non può venire lasciata al “mercato”. A costoro replichiamo in modo deciso e secco: proprio perché la scuola è un settore strategico, essa va gestita mettendo in competizione scuole statali e scuole non statali. E aggiungiamo: niente è più necessario del pane – quello del pane è sicuramente un settore strategico –, eppure noi abbiamo il pane buono ogni mattina, per la ragione che se un forno ci servisse male noi avremmo la possibilità di servirci da un altro fornaio. Adam Smith docet. Ed è così, val la pena insistervi, che la competizione è la più alta forma di collaborazione.   Altra obiezione – abbracciata da più parti – è che, in regime di buono-scuola, poche famiglie sarebbero in grado di scegliere la scuola adeguata per i loro figli. Tale presa di posizione è un affronto alla democrazia (elettori a diciotto anni, tanti italiani – uomini e donne – sarebbero, ancora, più avanti negli anni – incapaci di far la migliore scelta per la scuola dei propri figli). Simile idea, oltre che un affronto alla vita democratica, è un’idea falsa, nella generalità dei casi: anche nei paesi più sperduti della nostra Penisola, pure la mamma meno colta e il padre più distratto sanno qual è la maestra più brava, più disponibile, più umana; e sanno quali sono i docenti più validi della locale scuola media; e vanno dal direttore didattico o dal preside a chiedere e ad insistere perché il loro figlio o la loro figliola venga iscritta in una sezione piuttosto che in un’altra. L’interesse è sorgente di energia per la cattura delle informazioni. In ogni caso, se un genitore sbaglia, sbaglia per suo figlio; i politici possono sbagliare per intere generazioni.   La verità è che le scuole statali serie non hanno nulla da temere dall’introduzione del buono-scuola. Temono la concorrenza le scuole poco serie – siano esse statali o non statali – e tutti coloro che atterriti alla sola idea di dover competere con scuole magari meglio organizzate e in cui operano colleghi più preparati, preferirebbero evitare qualsiasi confronto e soprattutto il giudizio degli utenti. All’obiezione secondo cui la competizione, introdotta nel sistema scolastico, avrebbe come esito la negazione dell’eguaglianza, di scuole uguali per tutti, c’è da replicare, come già accennato in precedenza, che nessuna scuola è e sarà mai uguale all’altra; mentre tutte le scuole, quelle statali e quelle non statali, possono migliorare sotto lo stimolo della competizione.

Articolo Completo :La proposta del buono-scuola: Friedman e Von Hayek

Il lavoratore non può rinunciare a parte del TFR

Non è possibile la rinuncia del lavoratore ancora in servizio alla liquidazione del trattamento di fine rapporto: si tratta di diritto futuro e pertanto la rinuncia è nulla per mancanza dell’oggetto.

 

Il lavoratore non può disporre e quindi rinunciare a un diritto non ancora entrato nel suo patrimonio, come nel caso del dipendente ancora in servizio che rinunci a una quota del TFR (trattamento di fine rapporto). Lo ha precisato ieri la Cassazione [1].

Così, per esempio, non è valido un accordo transattivo sottoscritto con l’azienda da un lavoratore prima della cessazione del rapporto di lavoro, con cui questi rinunci a veder calcolati, ai fini del TFR, benefici ed emolumenti ulteriori rispetto alla retribuzione di base che invece gli spetterebbero per legge (perché erogati con continuità nel corso del rapporto).

Il diritto alla liquidazione del TFR è un diritto futuro: pertanto la rinuncia effettuata dal lavoratore è radicalmente nulla [2] per mancanza dell’oggetto, non essendo ancora il diritto entrato nel patrimonio del lavoratore e non essendo sufficiente l’accantonamento delle somme già effettuato.

Articolo Completo :Il lavoratore non può rinunciare a parte del TFR

Posso uscire di casa dopo la visita del medico fiscale?

Non si può licenziare l’infortunato che durante la malattia si allontana da casa per attività private.  

L’obbligo di reperibilità del lavoratore, durate le fasce orarie prescritte dalla legge, è imposto solo ai fini della cosiddetta visita fiscale: una volta, dunque, che il medico dell’Inps abbia effettuato il controllo, il lavoratore può uscire liberamente di casa, a condizione che ciò non comprometta la sua guarigione. Così, per esempio, chi è in malattia per un braccio ingessato, ben potrebbe, dopo la visita fiscale, fare una passeggiata lungo il parco; non potrebbe però farlo se, invece, la malattia consistesse in una grave bronchite. Infatti, costituisce applicazione del dovere di fedeltà che lega il lavoratore all’azienda l’obbligo di guarire nel più ragionevole tempo possibile, al fine di non pregiudicare le necessità aziendali. Insomma, il dipendente non deve compiere attività che potrebbero rallentare la guarigione o comportare ricadute, pena il possibile licenziamento per giusta causa. La mancata reperibilità alla visita fiscale, anche se la malattia non è simulata ma è effettivamente esistente, è un fatto in sé sanzionabile (salvo valide giustificazioni), anche a prescindere dal successivo comportamento del lavoratore che si presenti per la visita ambulatoriale.   Fermo il limite di non compromettere la guarigione e di non farsi trovare a casa per la visita fiscale, nulla vieta di uscire dopo la visita fiscale. Secondo una importante (e poco conosciuta) sentenza della Cassazione [1] il medico dell’Inps non può effettuare più di una visita di controllo nell’arco della stessa giornata. Quindi è da escludere che, durante l’assenza, si possa presentare nuovamente il medico.

Articolo Completo :Posso uscire di casa dopo la visita del medico fiscale? 

Il diritto del minore a una famiglia

Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia.

Negli ultimi anni, nella materia del diritto di famiglia, sono intervenute importanti modifiche legislative che hanno inciso in misura rilevante anche sulla tutela civile del minore.

Tralasciando l’analisi specifica delle singole novelle legislative, soffermiamoci ad esaminare in generale i passaggi fondamentali di questa importante evoluzione legislativa per quel che interessa in questa sede.

Partiamo dal 2001, anno in cui fu emanata la L. n. 149, che introdusse una serie di modifiche al codice civile e alla L. 184/1983 (L. adoz.).

Una prima novità è consistette nella modifica del titolo della stessa da «Disciplina dell’adozione e dell’affidamento» in «Diritto del minore ad una famiglia».

 In questo modo, si è inteso sottolineare lo spostamento della logica della legge da adulto-centrica, adozione di un bambino da parte di due soggetti adulti, a quella che, invece, riconosce il diritto del bambino a vivere e crescere in una famiglia. Non una qualsiasi famiglia ma, possibilmente, la sua famiglia di origine ovvero altra famiglia quando quest’ultima non sia in grado di garantire i diritti costituzionali del minore di venire mantenuto, istruito ed educato (art. 30 Cost.), così garantendogli una crescita armonica e che tenga conto delle sue inclinazioni.

La famiglia, riconosciuta e garantita dalla Costituzione, è da sempre il luogo ove i soggetti hanno trovato gli elementi necessari alla crescita e alla sopravvivenza in virtù di quei rapporti oltre che affettivi, solidaristici che la caratterizzano.

Partendo dall’originaria concezione della famiglia, parte della dottrina rileva come per essa «s’intendeva quel nucleo comprendente più generazioni di soggetti in linea di massima legati da rapporti di parentela che, vivendo insieme, determinavano rapporti di solidarietà e collaborazione indispensabili per una vita in comune» .

La famiglia, sin dall’epoca romana, si è caratterizzata come un nucleo autogestito all’interno del quale alcun potere veniva esercitato dallo Stato e questa impostazione non è mutata nel corso dei secoli e ha visto una concreta evoluzione solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando la donna la iniziato in modo concreto a lavorare fuori dalla casa.

Prima di questo momento, la famiglia ha perso quella caratteristica patriarcale che l’aveva contraddistinta soprattutto nella società agricola e si è modellata sempre più su schemi nucleari (padre, madre, figli ed, eventualmente, nonni) con l’affermarsi della cultura industriale; modello patriarcale che ha perso consistenza anche in virtù dei considerevoli fenomeni migratori dal sud del paese verso il nord ove si trasferiva, in genere, prima il padre e, successivamente, la madre con i figli.

Articolo Completo : Il diritto del minore a una famiglia

 

L’affidamento del minore

L’affidamento del bambino nell’ambito della famiglia allargata, fondamento e differenze con l’affidamento ex art. 4 L. 184/1983.

 

L’art. 4 della L. adoz. parla dell’affidamento familiare, ma l’errore nel quale può essere facile incorrere è quello di prendere alla lettera le parole della legge, perché, nell’usare il termine «affidamento familiare», si può essere portati a pensare che si stia parlando dell’affido di minori nell’ambito della famiglia nucleare ovvero allargata, comprensiva cioè degli zii, nonni, cugini etc., mentre, in realtà, non è affatto così.

L’affido di un minore nell’ambito della famiglia allargata (zii, nonni etc.) non è disciplinato dalla legge adoz. la quale, però, di tale affido in famiglia d’origine, parla in alcune occasioni, come ad esempio nell’art. 10, co. 2, della citata legge, laddove parla di parenti entro il quarto grado.

La ragione per cui la legge non disciplina l’affido del minore ad esponenti della famiglia allargata entro il quarto grado di parentela, si ritrova nel fatto che, per questa tipologia di affidi, ove ovviamente consensuali, la legge lascia libertà piena ai genitori.

 Se una famiglia ha molti figli e non riesce a occuparsi nel migliore dei modi di uno dei figli e lo affida alle cura di una zia, senza alcun limite di incontri tra minore e genitori, lo Stato non se ne occupa perché non vi è nulla di illecito e nulla deve essere controllato; del resto se qualcosa di patologico avviene in questi affidi, inizieranno le denunce alle Forze dell’Ordine, gli esposti ai Servizi Sociali, i ricorsi al Tribunale per i minorenni. Per tale via, pur senza dover arrivare, per assurdo, a regolamentare i rapporti zia-nipote, il nostro ordinamento giuridico finisce sempre per dar sfogo, attraverso uno sbocco giurisdizionale, alle più svariate questioni che possono sempre insorgere, pur nell’ambito dei parenti entro il quarto grado.

L’insidia terminologica sta nel fatto che l’affidamento familiare di cui al citato art. 4 si riferisce, contrariamente a quanto il termine usato lasci pensare, proprio ad eventuali affidatari non familiari e non parenti entro il quarto grado del minore. Trattasi, cioè, dell’affidamento di minori a famiglie estranee che decidono di venire incontro alle esigenze di altre famiglie bisognose o comunque in difficoltà, e danno la loro disponibilità a prendersi cura di un minore proveniente da famiglia diversa, attraverso un affidamento che, ai sensi dell’art. 4 della legge 184 citata, non è un affido ai veri familiari ma è un affido extrafamiliare; tuttavia, esso deve essere connotato da quello spirito d’amore, di pazienza e di tolleranza che contraddistingue un affidamento «di tipo familiare» e solo per questa connotazione, che suona più come un auspicio, l’art. 4 citato parla di affidamento familiare quando poi si tratta di affidamento ad estranei .

Che cosa si intende per famiglia?

Diceva Aldo Moro: «Dichiarando che la famiglia è una società naturale, si intende stabilire che la famiglia ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato, il quale, quando interviene, si trova di fronte ad una realtà che non può menomare, né snaturare».Ancora, Giorgio La Pira, un altro grande costituente si espresse in questi termini: «Con l’espressione «società naturale» si intende un ordinamento di diritto naturale che esige una Costituzione ed una finalità secondo il tipo di organizzazione familiare».

Articolo Completo :L’affidamento del minore