Nonnulla [non-nùl-la]

La parola del giorno è

Nonnulla

[non-nùl-la]

SIGN Cosa da nulla, minima, trascurabile

dal latino [nonnulla] ‘alcune cose’, neutro plurale di [nonnullus] ‘qualche’, composto di [non] e [nullus].

Una piccola ambiguità fa sorgere spontanea una domanda: il nonnulla è un niente, ma due negazioni (non-nulla) non dovrebbero affermare? In effetti è proprio così.

‘Nonnulla’ è un latinismo, e in latino significava proprio ‘alcune (cose)’. Insomma, letteralmente ‘non nulla’. E nel passaggio in italiano, allora, che cos’è successo? Niente di strano: il nonnulla, per quanto minimo e trascurabile continua ad essere qualcosa. Solo iperbolicamente diciamo che è un niente. Se quella testa calda del nostro amico si arrabbia per un nonnulla, vuol dire che si accende d’ira alla più innocente provocazione; se minimizzo il mio malanno dicendo che è un nonnulla, c’è ma non gli voglio dare peso; e per un nonnulla il cliente pretende di parlare col Megadirettore.

In questa parola osserviamo l’azione di un meccanismo psicologico e pragmatico estremamente importante. Nella nostra mente la negazione di un concetto si forma con l’immagine di quel concetto con una grossa croce sopra. Ma è un’immagine che resta, e che pesa.

Se dico che questa zuppa non è cattiva, evoco e nego un attributo negativo. Ma quel ‘cattiva’ risuona, e anche se poi la zuppa la mangio l’ho presentata male. Se dico che la mia casa non è una reggia, è quell’immagine di fasto che riecheggia – e per quanto sia piccola la sto comunque presentando positivamente. Così, anche se il nonnulla in effetti è qualcosa, è il nulla (negato) a dare il tono alla sua immagine.

* * *

La parola del giorno è : Ceffo [céf-fo]

Ceffo SIGN Muso d’animale; volto umano deforme; persona di aspetto sinistro

dal francese [chef] ‘capo’.

«Un brutto c…..» Purtroppo questa parola si è cristallizzata in espressioni stereotipate, tanto che i suoi significati logicamente precedenti sono spesso ignorati. Che cosa vuol dire, in sé, ‘c……’?

Ebbene, il c…. – la cui ascendenza francese inizia a spiegarcelo come ‘capo, testa’ – prende in italiano il primo significato di muso d’animale, specie di cane. Questo riferimento bestiale continua a connotare il c….- anche quando viene riportato su un volto umano: è un viso deforme, brutto a vedersi, magari grottesco, mai rassicurante. Ci si augura che l’arcinemico non mostri il suo ceffo, nella foto per la patente veniamo puntualmente con un c…..  raccapricciante. Ed è proprio la cifra dell’inquietudine a emergere come determinante del c….: la sua aura sinistra si estende alla persona intera – ossia al proverbiale brutto c….. , che ovviamente ci sta seguendo con fare febbrile o ciondola all’incrocio pulendosi le unghie con la punta del coltello, ma beninteso può anche non essere brutto (magari può essere un ceffo alto, un ceffo puzzolente, o ironicamente un bel c….., perfino).

Ce lo stavamo domandando e la risposta è sì: da ceffo viene anche il ben noto ‘ceffone’, ossia il colpo dato a mano aperta sulla faccia – alias ‘lo schiaffo’. È proprio un colpo schioccante sul muso. E anche il verbo meno noto ‘acceffare’ vien da qui, ed è l’afferrare con la bocca, con muso ferino. Non si fa a tempo a tagliare la schiacciata che tutti la acceffano.

 

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