FRANGENTE è La parola del giorno

Frangente

[fran-gèn-te]SIGN Onda che si frange in schiuma avvicinandosi alla spiaggia, o contro un ostacolo; momento difficile, circostanza grave; situazione participio presente di [frangere], uguale in latino.Una parola che unisce un disinvolto pragmatismo d’uso a una poesia disarmante.Il frangente sarebbe letteralmente ciò che sta rompendo o si sta rompendo, ma da più di sette secoli ha un significato preciso: l’onda che si frange, che rotola in schiuma, che si schianta su scogli e imbarcazioni. Per estensione diventa frangente anche il luogo in cui l’onda si comporta così – e si può quindi parlare di frangenti popolati di surfisti, di frangenti sempre immersi nella nebbia.Qui interviene l’analogia. Il frangente prende dapprima (parliamo del Trecento) il profilo del momento difficile, della situazione grave – quasi fosse il colpo dell’onda sul fianco del legno, e quindi l’accidenteimprovviso, che turba e tormenta. Nel frangente si convonca una riunione, è un frangente in cui c’è solo bisogno di un bravo avvocato, e in certi frangenti il socio dà il meglio di sé.Ma oggi questa analogia ha perso il riferimento univoco alla difficoltà, diventando in genere la situazione, la circostanza. Il saggio sviscera un certo frangente storico, proprio in quel frangente fa la sua entrata l’ospite d’onore, ed è nei frangenti meno opportuni che lo zio tira fuori le sue barzellette laide. Tanto neutro è diventato in sé il frangente che, se vuole attagliarsi a momenti di difficoltà, va colorato con un attributo specifico: (guardando gli esempi fatti prima) si parla di grave frangente, di frangente delicato, di brutti frangenti.E così l’analogia diventa ancora più bella: l’onda che sta crollando diventa simbolo della situazione, dell’istante. Roba buona, eh?

CUCCAGNA è La parola del giorno

Cuccagna

[cuc-cà-gna]SIGN Paese favoloso dove tutti vivono lieti e spensierati nell’abbondanza; vita piacevole e spensierata; evento fortunato dal francese [cocagne], forse da una voce di origine germanica che indicava i dolci (da cui anche il tedesco [Kuchen] e l’inglese [cake]). Un luogo fantastico in cui tutti, senza distinzione di condizione, vivono allegri e spensierati, godendo i piaceri di un’abbondanza strabiliante. Una fantasticheria che probabilmente non è mai stata davvero nuova. Se ricorre nelle narrazioni lettararie di ogni epoca, è del tutto plausibile che sia precedente alla scrittura stessa. Più cruda la scarsità, più coinvolgente il sogno.A partire dal medioevo però molte opere europee che hanno accarezzato questo luogo favoloso si sono assestate (mutatis mutandis, secondo la lingua) su un nome convenzionale: il Paese di Cuccagna, non dissimile da quello boccaccesco di Bengodi. Ovviamente le più ricorrenti lusinghe di questo Paese sono imperniate sui piaceri del palato (l’origine stessa del nome pare evochi dolciumi), ma i godimenti che offre sono vasti quanto può essere vasta la fantasia di voluttà .Il successo delle narrazioni di tali utopie sensuali ha invitato usi estesi del termine ‘cuccagna’, che in maniera versatile giunge a descrivere la vita piacevole e spensierata: si ricorda la cuccagna della vacanza al mare con gli amici, torna il freddo e finisce la cuccagna, e per i gaudenti più fini l’influenza è una cuccagna. Inoltre diventa anche l’evento fortunato, che informa una piacevolezza del genere: il nuovo lavoro che ho trovato è una cuccagna, l’incontro fortuito si rivela una cuccagna, e che cuccagna quando scovi altro gorgonzola in frigo. Nelle feste paesane si trova anche l’albero della cuccagna, nella sua versione più essenziale un alto palo unto o saponato alla cui sommità sono legate leccornie – e chi le piglia sono sue.Una parola piena, di sapore burlesco, che mette un sorriso nel discorso.                                      https://unaparolaalgiorno.it/

INCONTRARE è La parola del giorno

Incontrare

[in-con-trà-re]

SIGN Giungere alla presenza di qualcuno o qualcosa, imbattersi, affrontaredal latino tardo [incontrare], derivato dell’avverbio [incontra].                                                                            Osservare parole come questa, che pare banale, permette di recuperare quello spirito di quando da bambino smonti un cuscinetto a sfera per capire come funziona. Sappiamo che cosa vuol dire questo verbo con una certa precisione, dopotutto lo usiamo ogni giorno. Ma trovarci la meraviglia non è difficile.Incontrare. Siamo davanti a due enti, due forze, di cui almeno una si muove verso l’altra (etimologicamente, ‘contro’), e che comunque l’una verso l’altra sono rivolte. Il bello è che non cozzano. Convergono in un luogo comune, si soffermano. Perciò quello che potrebbe parere un moto schiettamente aggressivo non lo diventa per forza, anzi. Perfino i pugili che si incontrano sul ring (e che in effetti se le danno sode) lo fanno in un contesto di sportività, quasi di cavalleria. Figuriamoci se poi ci allontaniamo da situazioni del genere: l’incontrare e l’incontrarsi esprimono nella maniera più trasparente il loro senso di confronto, di contatto, per quanto spesso accidentale, non programmato – abbracciando sfumature che vanno da quell’affrontare fino all’imbattersi. Pensiamo a quando incontriamo lo sguardo della persona che ci fa venire la testa leggera; pensiamo a quando ci incontriamo in spiaggia più o meno sempre alla stessa ora; pensiamo al piatto che incontra davvero il nostro gusto.Poi, se si guarda sui dizionari, l’analisi della casistica d’uso di questo verbo è sterminata – prende ora la forma del transitivo (incontro un cinghiale), ora dell’intransitivo pronominale (il sindaco si è incontrato con il comitato), ora del riflessivo reciproco (si sono incontrati al bar), ora dell’uso assoluto (il film incontra molto). Ciò che fa davvero la differenza è conservare la consapevolezza dell’immagine fondamentale del verbo, con tutta la sua grazia: una convergenza nell’istante.    a domani per la prossima parola del giorno,

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ANAGRAMMA è La parola del giorno

Anagramma

è La parola del giorno

SIGN Trasposizione delle lettere di una o più parole per ottenere un’altra o più parole

Dal greco [anà] ‘al contrario’ e [gràmma] ‘lettera’

Secondo me vi è capitato, almeno una volta, di perdervi in un rompicapo della Settimana Enigmistica, vischioso come denso miele. Nel mio caso, mi malriusciva sempre l’anagramma: mio tallone d’Achille anche il rebus, ma come l’anagramma, così male no.Esso può coinvolgere una sola parola (come in “meringa” – “margine”) o più parole (come per esempio “antico romano – Marco Antonio”). Nel primo caso si parla di anagramma semplice, nel secondo di sintagma anagrammato.Avrete notato come nel secondo esempio vi sia affinità di significato tra le parole di partenza e quelle di arrivo: Marco Antonio era luogotenente di Gaio Giulio Cesare e grande rivale di Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma – senza dubbio un ‘antico romano’.

Si tratta di un esempio moderno di onomanzia (presagiotratto dai nomi) con anagramma. Il primo di questi gioiellini linguistici è da far risalire addirittura al III secolo a.C. quando Licofrone, poeta greco, anagrammò con fine encomiastico il nome del proprio sovrano, Tolomeo: in greco l’anagramma di Ptolemaîos risultò apò mélitos, ‘di miele’. Un giochetto fortuito che ha probabilmente assicurato a Licofrone belle  cose da parte di Tolomeo e a noi un passatempo interessante.Di esempi ce ne sono altri: cosa è un bibliotecario se non un beato coi libri? Chi viene in mente alla menzione di un santo morto fra pietre se non Stefano protomartire? L’anagramma non è solo un delizioso svago  da spiaggia, ma anche un raffinato artificio retorico che crea effetti interessanti e divertenti.Possiamo trovare anagrammi negli pseudonimi di artisti e personaggi noti: Trilussa, scrittore romano a cavallo tra XIX e XX secolo, ha anagrammato il proprio cognome, Salustri, per ottenere il proprio nome d’arte – Trilussa, appunto. François-Marie Arouet ha adottato un metodo più complesso. Ha accostato ad “Arouet” la sigla l.j. (‘le jeune’, il giovane). Ha preso il risultato e lo ha anagrammato. u/v e j/i erano intercambiabili: così nasce Voltaire.

Perdonatemi il politically correct, poi, quando vi dico che chi dice donna non dice danno: la simpatia e giocosità dell’anagramma lo hanno reso anche base di numerosi frasi fatte e proverbi come quello (anche se il caso donna – danno è un anagramma molto moderato).Chi si diverte a fare anagrammi, poi, non sono solo gli autori di giochi enigmistici: se cercate la parola “anagramma” anche Google fa il simpatico nei risultati della ricerca. Insomma, che vogliate dilettarvi nella ricerca di presagi nei nomi degli amici o semplicemente trastullarvi, questa parola fa al caso vostro.

 

OMINOSO è La parola del giorno

Ominoso

ominoso [o-mi-nó-so]  SIGN Di cattivo augurio, che preannuncia sventura dal latino [ominosus], derivato di [omen] ‘presagio’.

Questa parola è stata recuperata come voce dotta dal latino ominosus, e sicuramente appartiene a un registro alto; però non è difficile spenderla, e vediamo perché. Scaturisce dall’omen latino, ossia il presagio – sia buono, sia cattivo. Ora, questo latinismo non è di impiego raro: non solo compare in espressioni proverbiali come nomen omen (‘il nome è un presagio‘), ma, complice un certo fascino che esercita sugli anglosassoni, è un termine piuttosto ricorrente in titoli, marchi, nomi di prodotti. Questi usi non saranno dei più apollinei e accademici ma contribuiscono comunque a renderlo familiare, a farlo suonare. Il che apparecchia un buon addentellato per l’ominoso.Accade spesso che una parola ambivalente – ora favorevole, ora funesta – nei secoli scivoli giù per uno dei due versanti del crinale; così l’ominoso ha visto il suo significato specializzarsi (già in latino) in senso negativo. Si dice ominoso ciò che è di cattivo augurio, ciò che fa presagire esiti funesti, e non sono certo significati difficili da impiegare. Quando sente l’ominoso verso della civetta, la nonna superstiziosa piazza una scopa ritta vicino alla cappa del camino; imprechiamo con fantasia quando l’auto inizia a fare dei rumori ominosi; e ci prepariamo al peggio quando sentiamo dire al collegacialtrone un ominoso “Tranquillo, ci ho pensato io”.Una parola da tenere in considerazione, perché sa impreziosire il discorso in maniera intelligente.

BUONGIORNO...............ANIMA MIA

 

FARDELLO è La parola del giorno

Fardello

[far-dèl-lo] SIGN Involto grosso e pesante da portare a spalla; peso morale dall’arabo [fard] ‘mezzo carico del dromedario’.

Fardello: Grossomodo si sa che il fardello è un carico pesante, materiale o spirituale. Ma ai più sfugge lo smalto della sua immagine originale.Questa parola compare in italiano nel XIV secolo, però già nella prima metà del Duecento il latino medievale aveva recepito il termine fardellum, dall’arabo. È una voce che ha attraversato il mare per vie commerciali: essa descriveva ciascuna delle due balle che erano caricate ai lati della groppa del dromedario, di pelle o di foglie di palma intrecciate – per questo diciamo che indicava un mezzo carico. Un’unità di merce piuttosto immediata, buona per le compravendite. Ad ogni modo, le navi del deserto sono creature tostissime, e questi fardelli potevano (possono) essere anche di un quintale l’uno. E anche se da noi questa balla ha preso volentieri il profilo più gentile di involto di panni, di fagotto – tant’è che ci si presenta nella forma di un diminutivo – il fardello mantiene una vocazione bestiale.Alle battute finali del trasloco, con la forza della disperazione arranco per le scale col fardello dei tappeti che non stanno in ascensore, comprare molti libri di buon mattino significa doversi portare appresso per tutta la giornata un fardello maledetto; un compenso faraonico rende più leggero il fardello della responsabilità, per decenni ci portiamo in cuore il segreto fardello di una malefatta mai confessata, e ci fa sorridere l’ipocrisia di chi accetta un onore ambito come fosse un fardello.In tutti questi casi – comuni – tener presente che stiamo sostituendo figuratamente una persona con un dromedario dà a questa parola una franca piacevolezza.(Peraltro esiste anche il termine ‘fardo’, analogo anche se di minor successo. Invece il ‘fard’, il trucco per il viso, per quanto talvolta possa essere pesante non c’entra nulla: ha un’origine germanica, ed è affine al tedesco Farbe ‘colore’.)

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AUGE è La parola del giorno

La parola del giorno è

Auge

[àu-ge]

SIGN Apogeo, culmine; condizione di favore, successo, credito dall’arabo [aug] ‘apogeo, altezza’.

A scatola chiusa avrei scommesso su un’origine latina (magari da augeo ‘accresco, aumento’), e invece ecco una nuova sorpresa: questa parola appartiene alla numerosa e fascinosa famiglia delle parole del lessico astronomico di origine araba. Dall’arabo non ci arrivano solo alcuni fra i più suggestivi nomi di stella – da Altair a Deneb, da Vega a Betelgeuse, da Rigel ad Antares ad Aldebaran – ma anche termini correntemente impiegati per orientare le osservazioni astronomiche, come i punti dello zenit e del nadir, l’angolazione dell’azimut. E arrivando alla sorpresa di oggi, il culmine dell’auge.In effetti, nel significato astronomico, ad auge è solitamente preferito il sinonimo ‘apogeo‘, nel significato di punto più lontano dalla Terra – e perciò più alto – dell’orbita reale o apparente di un corpo attorno a essa. L’auge viene più volentieri richiamata nei suoi significati figurati: l’immagine del culmine, della posizione di suprema altezza, prende il profilo della condizione di consenso e favore generale e schietto, di successo rampante e sicuro, di indiscutibile credito – quasi fosse la condizione di un astro.Possiamo parlare di quando in medicina era in auge la teoria degli umori di Ippocrate o di quando era in auge il folle geghegè; ci facciamo difendere dall’avvocato in auge i cui servigi valgono bene il ricco onorario; storciamo il naso, gelosi, quando la nostra passione di nicchia viene in auge. Ed è bello trovare in queste espressioni comuni la meraviglia di un’altezza astronomica.

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ZEBEDEO è La parola del giorno

La parola del giorno è

Zebedeo

[ze-be-dè-o]  SIGN Testicolo; persona stupida

dal nome di [Zebedeo], padre degli apostoli Giacomo e Giovanni, che nei Vangeli sono più volte chiamati [filii Zebedaei] ‘figli di Zebedeo’.Il dissacrante fa parte della nostra cultura quanto il sacro. Ed è sorprendente la fantasia intenta che ha portato il nome di un personaggio dei Vangeli a un significato del genere.Ora, fra i dodici apostoli scelti da Cristo c’erano coppie di fratelli di sangue: pensiamo a Pietro e Andrea, oppure – ed è il caso che ci interessa – a Giovanni (l’evangelista) e Giacomo il maggiore. Questi due erano figli di Zebedeo: oggi diremmo che costui era un imprenditore ittico, visto che lui stesso era pescatore ma aveva anche altri pescatori alle sue dipendenze; e con lui, sul lago di Tiberiade, lavoravano i suoi figli.Più volte nei Vangeli i due sono chiamati ‘figli di Zebedeo’, espressione che in latino è ‘filii Zebedaei’. All’orecchio di chi ascoltasse con continuità le letture del Vangelo suonavano quindi spesso questi zebedei. Due zebedei. Lo sforzo malizioso di coniare eufemismi sempre nuovi ha trovato nel luogo comune di questa coppia di fratelli un appiglio facile per significare i testicoli – significato attestato nella seconda metà dell’Ottocento.Classicamente questo termine è usato al plurale nell’espressione ‘rompere gli zebedei’, che credo non abbia bisogno di spiegazioni. Ma ovviamente non si esaurisce qui: posso invitare gli amici a togliersi dagli zebedei, o alludere a quanto una persona mi stia sugli zebedei. In maniera del tutto analoga all’uso di ‘coglione‘ ma con un gusto più ricercato, lo zebedeo indica volentieri anche la persona stupida: uno zebedeo si infila nella strada contromano, fraintendendo l’ interessedella bella faccio una figura da zebedeo, e da bravo zebedeo mi chiudo la porta alle spalle senza avere le chiavi.La forza di questa parola sta nell’eufemismo: per quanto resti trasparente il riferimento basso e non sia comunque adatta a usi non colloquiali, è piacevolmente pulita e garbata.

Multinazionali vs democrazia

Multinazionali vs democrazia

immagina che il governo italiano decida di vietare pesticidi pericolosi o aumentare il reddito di base e riceva, per questo, sanzioni milionarie. Può succedere, se nessuno fermerà la proposta di istituire un “Tribunale Multilaterale per gli Investimenti”. [1]

La proposta ha un nome noioso e altisonante e un aspetto critico davvero pericoloso. Il Tribunale Multilaterale per gli Investimenti (MIC in forma abbreviata) è un tribunale globale a uso esclusivo delle multinazionali – attraverso questo organismo le multinazionali possono scavalcare le democrazie e proteggere in ogni modo i loro profitti.

Ti suona familiare? In effetti lo è. È un meccanismo molto simile a quello dei tribunali implicati nel caso degli accordi TTIP e CETA. Grazie a una grande mobilitazione popolare, l’attenzione mediatica ha screditato questi sistemi legali paralleli e questo ha permesso di congelare il processo di concretizzazione del TTIP. Anche il suo fratello gemello, il CETA, è sottoposto a verifica per le stesse ragioni.

Ma le multinazionali hanno in mente un nuovo piano: un tribunale esclusivo, tutto per loro. Multinazionali come Monsanto e McDonald’s faranno di tutto per creare un tribunale dotato di superpoteri attraverso cui arricchirsi ulteriormente. Sfidare una proposta di questa portata richiede tanta energia e tanto impegno – dobbiamo mettercela tutta.

Ti va di donare 3€ a settimana per aiutare la comunità di WeMove a fermare questa minaccia globale alla democrazia?

In più, in Europa centrale e orientale, i membri della nostra comunità ci stanno aiutando a decidere come possiamo agire in merito all’Ungheria e alla Polonia, due Paesi che si stanno rifiutando di accogliere i rifugiati e non tengono fede agli impegni condivisi in tutta l’Ue. È stimolante vedere così tanti di noi, in tutta Europa, difendere la democrazia e affrontare questioni così importanti.La “supercorte” delle multinazionali non è l’unica minaccia che si profila all’orizzonte per la nostra democrazia. La comunità di WeMove si sta impegnando per riformare l’eurozona in senso più democratico e solidale. Anche questo non è un soggetto semplice, ma insieme possiamo andare oltre la confusione generale e fare in modo che i cittadini di tutta Europa comprendano quanto fondamentale sia dedicarci alla costruzione di un’eurozona migliore.

Ti va di donare pochi euro per aiutarci a difendere la democrazia ogni volta che ce ne bisogno?

 

Siamo una piccola squadra di lavoro, ma abbiamo grandi ambizioni. In base a quanto riusciamo a ricavare attraverso donazioni regolari destinate a WeMove potremo:

  • opporci alle forme di aggressione alla democrazia, come la Tribunale Multilaterale per gli Investimenti e la riforma dell’eurozona;
  • avere fondi aggiuntivi da destinare allo staff di WeMove per la scoperta delle dinamiche poco trasparenti che portano alla creazione di corti speciali per le multinazionali e fare in modo che la nostra comunità resti sempre informata;
  • avere fondi necessari per consentire ai membri della comunità di WeMove di entrare in diretto contatto con i ministri chiave e gli eurodeputati (MPE).

Fare parte di una comunità come questa è un onore e una fonte di ispirazione. Grazie di esserne parte.

Olga (Bologna), Virginia (Madrid), Oliver (Berlino) e tutta la squadra di WeMove

PS.: La proposta del Tribunale Multilaterale degli Investimenti contempla qualcosa di diverso dai nostri tribunali tradizionali e dai sistemi giudiziari regolari. Avrà lo scopo di sfidare qualsiasi legge che entri in contrasto con possibili profitti che le multinazionali in questione potrebbero accumulare. Se davvero i governi iniziassero ad avere paura di essere citati in giudizio da grosse compagnie per i profitti che avrebbero potuto ottenere se non avessero incontrato ostacoli, potrebbero cambiare le modalità con cui prendono decisioni. Le richieste delle multinazionali avrebbero un peso enorme se queste fossero nella posizione di portare un governo in tribunale per leggi che, a loro avviso, minacciano o bloccano profitti. A far le spese di tutto questo sarebbero i cittadini europei e l’ambiente.

Difendiamo la nostra democrazia, per favore decidi di donare pochi euro a settimana per potenziare la nostra campagna.

Riferimenti:

[1] Articolo da Politico che puoi leggere su http://www.bilaterals.org/?top-trading-countries-seek-new&lang=en

WeMove.EU è un movimento di cittadini, che si batte per un’Europa migliore; per un’Unione europea dedicata alla giustizia sociale ed economica, la sostenibilità ambientale, e per una democrazia concretamente diretta dai cittadini. Siamo individui di diverse provenienze, con diverse storie alle nostre spalle, che considerano l’Europa la propria casa, indipendentemente da dove siamo nati. Per non ricevere più aggiornamenti da WeMove, clicca qui.

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BRADO è La parola del giorno

Brado

[brà-do]

SIGN Non addomesticato, selvatico, libero

Brado etimo incerto. Probabilmente variante di [bravo], che anticamente riferito all’animale significava ‘selvaggio, indomito’, derivato di [barbarus].

Questa parola non è solo esatta ed elegante, è eccezionalmente vivida. Lo stesso discorso sulla sua etimologia è acceso, e non presenta soluzioni pacifiche: la sintesi più accreditata è tutta un’articolazione di incroci e dissolvenze fra termini e significati. Possiamo dire che molto probabilmente è una variante di ‘bravo’, una delle parole più caratteristiche e complesse della nostra lingua. Questo ci richiama in origine il barbarus latino, giunto dal greco, e in riferimento agli animaliquella nuvola di significati di rozzezza e ferocia che lo accompagnavano si è coagulata nel non addomesticato, nel selvaggio. Ma è del tutto palusibile che per arrivare al ‘brado’ sia stata necessaria l’influenza del longobardo braida ‘pianura aperta’. Quadro non limpido ma suggestivo. Nel brado troviamo quindi il selvatico: lo vediamo trascorrere le pianure, lontano dalle città e dall’uomo, e dalle sue convenzioni. Non è addomesticato: e se questo da un lato ce lo presenta in uno stato grezzo, dall’altro lo manifesta come assolutamente libero. Questo è il nocciolo dell’ambivalenza del brado. Lasciamo perdere lo ‘stato brado’, locuzione fin troppo usata: possiamo parlare dei pensieri bradi, non irreggimentati in una forma ma fertili; possiamo parlare di uno stile brado, tutt’altro che fine ma forte di una libertà euforica; della vita brada dello studente fuorisede, che fa alzare più di un sopracciglio e che però è turbinosamente piena.

Risorsa fine, risorsa gagliarda. E per la cronaca, non ha niente a che vedere col bradi-, primo elemento di parole composte, che viene dal greco bradys ‘lento’, e che per esempio troviamo nella bradicardia (rallentamento del battito cardiaco) e nei movimenti bradisismici della terra.

(Ma torniamo ancora un momento sull’etimologia, in generale. È quella più complessa e discussa, quella che ci lascia senza una risposta che si possa scrivere in una riga di dizionario, a renderci meglio ragione del fenomeno della lingua; è proprio quella lì che ci evoca alla mente le centinaia di migliaia di vite di parlanti che si sono susseguite, in un continuo, indomabile – brado – scambio di parole incrociate, poi sedimentate nelle nostre parole.)