INCULCARE è La parola del giorno

Inculcare

[in-cul-cà-re (io in-cùl-co)] SIGN Imprimere profondamente qualcosa nella mente o nell’animo di qualcuno con opera di insistente persuasione                                                                                     dal latino [inculcare], composto di [in-] e [calcare] ‘calcare, pigiare’ derivato di [calx] ‘tallone’.        Questa parola ha un’intensità stupefacente, che scaturisce direttamente dalla semplicità della sua immagine fondamentale.                                                                                                               Letteralmente l’inculcare nasce significando un pestare, uno spingere con forza: questa forza non è quella misurata delle mani o delle braccia, è quella bruta del tallone, del calcagno. E per quanto l’azione dell’inculcare possa essere condotta con strumenti raffinati, l’intensità del gesto non perde vigore. Già, perché l’inculcare in italiano (continuando dei significati figurati che aveva già in latino) prende il profilo dell’imprimere profondamente qualcosa – un’idea, una convinzione, un sentimento, un gusto, un’immagine – nella mente o nell’animo di qualcuno con una perseverante opera di persuasione, nel bene e nel male. Non è quindi un’azione necessariamente bruta: può essere palese od occulta, così come avere tratti autoritari o delicati.                                                           Un sapiente uso dei mezzi d’informazione riesce a inculcare nella gente una paura irrazionale, l’esperienza di volontariato inculca dei valori da cui non si recederà più, e il pregiudizio inculcato è difficile da estirpare.                                                                                                                                   Una parola ricca, tornita, che può prendere sfumature molto diverse a seconda dei metodi e degli intenti con cui l’azione che descrive è compiuta. Un tono forte per i nostri discorsi.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/I/inculcare

AITANTE è La parola del giorno

Aitante

[ai-tàn-te] SIGN Che aiuta; gagliardo, vigoroso, prestante                                                  propriamente, participio presente di [aitare], variante antica di [aiutare], che è dal latino [adiutare], derivato di [adiuvare] ‘aiutare, giovare’, composto di [ad-] e [iuvare] ‘giovare’.                                   Non solo questa parola ha un significato davvero gradevole, ma lo significa con un’immagine delle più graziose.                                                                                                                              Letteralmente si direbbe ‘aitante’ chi presta aiuto: lo potremmo leggere come una variante di ‘aiutante’. Ma il bello è che, più che sul gesto di chi aiuta, si concentra su quelle che si presume siano le sue qualità – cioè valore, vigore – e le mette in luce. Dopotutto, in certi aiuti continuiamo a riconoscere lo scintillare dell’armatura e del sorriso del cavaliere cortese.                                               Persa nel tempo l’evidenza del nesso col soccorso (ma non la sostanza), ci resta quindi un aitante gagliardo e prestante, e ovviamente di bell’aspetto. Possiamo chiedere al giovanotto aitante di caricarci in macchina i sacchi della spesa (“Sa, c’erano a sconto i lingotti di piombo!”), la nonna che vuol mostrarsi aitante si rompe di nuovo il malleolo, e l’aitante squadra di lavoro ripara in un balletto il tubo esploso che aveva trasformato la strada in un’attrazione da parco acquatico. Una risorsa brillante, simpatica, di delicato vigore e dallo spessore inatteso.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/A/aitante

STATI GENERALI DEL VERDE PUBBLICO

Milano, 20 novembre 2017 – Domani, martedì 21 novembre, alle 16, presso il Padiglione 3 dell’ex Fiera in Piazza VI Febbraio, l’assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura Pierfrancesco Maran interviene agli Stati Generali del Verde Pubblico, organizzati dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico – Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare in occasione della Giornata Nazionale degli Alberi. L’assessore Maran presenterà il Piano Piantumazioni 2017/2018 del Comune di Milano.

flyer_stati_generali_verde_pubblico_milano-rid

BRANDIRE è La parola del giorno

 

Brandire

[bran-dì-re (io bran-dì-sco)] SIGN Impugnare e muovere un’arma per minaccia od offesa                  da [brando] ‘spada’, che è dal germanico [brand] ‘tizzone’.                                                                   ‘Brandire’ non è una parola così rara. E invece ‘brando’ sì, ma è il brando che va capito, per capire il brandire.                                                                                                                                                     Nel lessico poetico significa ‘spada’, e la sua origine è delle più fascinose. Deriva dalla voce germanica (ipotetica, non attestata) brand,col significato di ‘tizzone’: lo splendore scintillante del tizzone ardente viene accostato per analogia a quello della lama lucida che barbaglia, e così il brando diventa la spada. E sì, se qualcuno se lo stesse domandando, l’origine è la medesima del ‘brand’, noto sinonimo anglosassone di ‘marchio’, che originariamente è un marchio a fuoco. Tornando al brandire, questo verbo descrive giusto il gesto dell’impugnare e del muovere, agitare un’arma – in specie, manco a dirlo, una spada. La pulizia dell’immagine è sorprendente: in pratica il brandire è uno ‘spadare’. Ed è un gesto rapido, possente, vigoroso, che precede appena l’offesa, e che ovviamente possiamo evocare anche parlando di armi improprie o in senso figurato. Salviamo il ragno quando la mamma già brandisce la ciabatta, i bambini giocano brandendo manici di scopa, i commensali attendono il primo brandendo le forchette, ma si possono anche far valere i propri diritti brandendo il contratto, e davanti alle istituzioni si avanza una richiesta brandendo i fogli con le centinaia di firme che la sostengono. Una parola dall’immagine intensa, che dà un colore vigoroso alla frase.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/B/brandire

CORIFEO è La parola del giorno

Corifeo

[co-ri-fè-o] SIGN Nel teatro greco, specie drammatico, capo del coro; capo, guida, esponente più autorevole e rappresentativo di un movimento, di una corrente, di un gruppo                                         dal greco [koryphaîos] ‘che sta a capo’, da [koriphé] ‘cima’.                                            Prima curiosità etimologica: anche se il corifeo è il capo del coro, ‘corifeo’ e ‘coro’ non sono etimologicamente imparentati: il primo è il nome di un capo, che scaturisce dall’immagine della cima, mentre‘coro’ deriva da korós, propriamente ‘luogo in cui si danza’ (da cui anche parole come ‘coreografia’ o ‘coreuta’). Ad ogni modo, si deve capire che cosa fosse questo coro nel teatro greco. Si può dire che fosse un personaggio collettivo: in pratica, nelle rappresentazioni erano presenti gruppi di attori che variamente rappresentavano quella comunità che nel racconto si rapportavaalla vicenda – pensiamo a Le baccanti di Euripide, dove proprio le baccanti, ossia le donne che seguono e celebrano Dioniso e i suoi riti compongono il coro. Specie in epoche più antiche questo coro partecipava attivamente alle vicende rappresentate, con canti e talvolta danze, accompagnati da musica. E quando un personaggio doveva interagire col coro, interagiva precisamente col corifeo – portavoce del coro intero. Da questa figura del teatro antico traiamo il corifeo moderno.                         Egli è il capo, la guida o comunque l’esponente più autorevole – un portavoce – dei più variegati movimenti, correnti, gruppi di persone. Una figura molto forte, se la colleghiamo al corifeo greco, al suo essere punto di rapporto fra il coro che rappresenta e gli altri personaggi. Il giornalista intervista con gusto il corifeo di qualche strampalata teoria economica, il corifeo della malavita intrattiene rapporti frequenti e cordiali con gli amministratori locali, il partito trova un nuovo, inatteso corifeo.      È una parola dotta e quindi va spesa con proprietà, dove può essere intesa: non le mancano certo sinonimi più pronti. Ma l’ascendente greco e l’incisività dell’immagine la rendono una risorsa ricchissima, che è bello e intelligente impiegare.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/C/corifeo

 

FRIVOLO è La parola del giorno

Frivolo                                                                                                                                                    [frì-vo-lo] SIGN Vacuo, privo d’importanza, superficiale, voce dotta, recuperata dal latino [frivolus], propriamente ‘fragile’, e quindi ‘povero, misero, insignificante’. Dalla stessa radice di [friare] ‘sminuzzare’.  Questa parola è usata spesso e volentieri, ma non è priva di una certa ricercatezza – specie se la si intende perbene.  Sappiamo che il frivolo è chi o cio che è vacuo, superficiale, futile: certi discorsi frivoli ci annoiano a morte, un gusto frivolo ha il solo spessore della moda, una persona frivola è tutta incardinata su interessi privi d’importanza. Questi sono significati a cui ricorriamo quotidianamente, ma l’origine di questa parola ci racconta una metafora tanto antica quanto brillante, che è bello tenere presente: il frivolo non è pianamente privo di sostanza, ma consiste di materia fragile. È un biscotto secco, una forma povera, che va in pezzi facilmente contro il pensiero, o già ridotta in cocci senza valore.  Infatti la miseria del frivolo, che decliniamo in assenza di serietà e profondità, in fatua insignificanza, emerge a confronto col solido, con lo strutturato, col ponderato. Possono esistere leggerezze non frivole e pesantezze frivole: il riferimento non è alla massa, ma alla debolezza. Un riferimento figurato davvero intelligente.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/F/frivolo

TRIBOLARE è La parola del giorno

Tribolare

[tri-bo-là-re (io trì-bo-lo)] SIGN Come transitivo tormentare, affliggere; come intransitivo soffrire, penare, voce dotta, dal latino [tribulare] ‘calcare, opprimere, affliggere’, da [tribulum] ‘trebbia’.    Questa parola, che oggi ci appare piuttosto ricercata, per lunghi secoli è stata bollata come triviale (“Oooh” di sorpresa).                                                                                    In effetti l’origine del tribolare è agricola, etimologicamente affine al ‘trebbiare’. Il tribulum era infatti un attrezzo agricolo, una lastra di pietra con un lato reso tagliente che veniva premuta e trascinata sulle spighe dei cereali per separarne i grani dalla paglia. Vista l’azione compiuta dal tribulum, non stupisce che il tribulare abbia acquisito i significati di calcare, opprimere, affliggere. E buona parte della fortuna di questa parola si deve alla sua ricezione nel latino ecclesiastico. Ma ancora nel Settecento non pareva un termine buono per la poesia.                                                                                                   I significati di questo verbo hanno delle sfumature davvero vaste. Si può dire che sì, si tratta invariabilmente di qualcosa che ha a che vedere con l’infliggere un tormento, o un patire una sofferenza, ma di specie e gradi dei più vari: sono tribolato da un ginocchio ballerino e dolorante, il giudizio altrui mi tribola sempre; il nonno finisce di tribolare (non è morto, è guarito), tribolo a lungo per trovare la soluzione del problema, il cucciolo turbolento mi fa tribolare.                                      Una parola dal suono brillante, versatile e sempre utile.                                                                        (Peraltro ricordiamo spiacevolmente anche il tribolo, strumento bellico impiegato in ogni epoca per tribolare l’avanzata e i movimenti del nemico, costituito da un chiodo a quattro punte – gettato a terra – di cui una rivolta sempre in alto, offerta al piede, alla zampa, allo pneumatico. Ahia.) https://unaparolaalgiorno.it/significato/T/tribolare

 

VALETUDINARIO è La parola del giorno

Valetudinario

[va-le-tu-di-nà-rio] SIGN Cagionevole di salute, spesso malato, malandato                                            voce dotta, recuperata dal latino [valetudinarius], derivato di [valetudo] ‘stato di salute’, ma anche ‘infermità, malattia’.                                                                                                                        Questa parola ha il pregio di una grazia notevole, utilissima nel delicato ambito della salute.              Si dice valetudinario chi soffre di una salute malferma, chi è cagionevole e si ammala spesso, o chi ha una malattia cronica. Vediamo subito che non ha quelle sfumature affettate – se non pietose o paternali – che può avere il cagionevole o l’infermo, non è ruvidamente schietto (e vagamente sprezzante) come il malandato o il malmesso, o ancor di più il malaticcio. Evoca la condizione di una salute debilitata in maniera convenientemente coperta, e con un rispettoso distacco.                           Il dirigente valetudinario conduce un’amministrazione ordinata ma fiacca, il professore valetudinario è spesso assente, e andiamo noi a trovare l’amico valetudinario costretto a casa. Figuratamente possiamo però anche parlare di un progetto valetudinario che non trova mai l’abbrivo necessario al successo, di una teoria scientifica valetudinaria ma ancora in piedi, o di come sia opportuno riformare una prassi valetudinaria. Le parole alte spesso spaventano, e volentieri paiono importune; ma in un caso come questo, i pregi sono tali da non lasciare dubbi sull’ ,malaticcioimportanza del suo uso. https://unaparolaalgiorno.it/significato/V/valetudinario

VERUNO è La parola del giorno

Veruno

[ve-rù-no] SIGN Alcuno, nessuno dal latino [vere unus] ‘in verità uno’.                                          Questa parola ha certo un gusto rétro, ed è quasi impossibile da usare fuor di ironia. Però c’è un però: si tratta di un bellissimo esempio di quanto la lingua italiana sia incline alla confusione circa le negazioni.                                                                                                                                    Etimologicamente sarebbe folgorante: ‘in verità uno solo’. E se significasse rigorosamente questo sarebbe una risorsa limpidissima. Ma sistematicamente questo aggettivo è stato impiegato in costruzioni negative: non ho motivo veruno di venire alla festa, non veruna delle tue argomentazioni mi convince, dei cioccolatini non veruno è avanzato. Tanto sistematicamente che quel significato di ‘uno solo’ è diventato ‘nessuno’, senza la necessità di una negazione precedente: veruno degli invitati si è presentato, veruna delle indicazioni era corretta, in veruna delle borse ho trovato la mia sciarpa. È quindi una parola negativa sia quando è preceduta da una negazione sia quando non lo è. Un gioiello di paradosso, che però non stupisce: dopotutto siamo abituati all’ambivalenza di ‘affatto‘, e alle doppie negazioni che non affermano. Il fatto che scambi come «Non c’è nessuno.» «Veruno?» «Affatto.» abbiano senso è meravigliosa cifra dei capricci logici della nostra lingua.

https://unaparolaalgiorno.it/?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=logo&utm_campaign=pdg

 

ASTEISMO è La parola del giorno

Asteismo

[a-sté-ì-smo] SIGN Lode o lusinga dissimulata sotto l’apparenza del biasimo o del rimprovero; autodenigrazione simulata                             Dal greco [asteismós], derivato da [ásty] ‘città’  Confesso: prima di un esame la dico, la fatidica frase “No, ma io non so assolutamente nulla”, nonostante la certezza di una preparazione accettabile. È una delle forme dell’asteismo: l’autodenigrazione simulata, l’understatement, per dirlo all’inglese. E sì, anche quando postiamo le foto sui social network mettendo il luce i difetti (“mamma mia, che capelli qui”) aspettandoci che qualcuno ci definisca, invece, bellezze ultraterrene, siamo colpevoli: abbiamo fatto dell’asteismo uno stile di vita.Un avvertimento: questa parola non è registrata, di solito, nei dizionari. Ma suvvia, non priviamoci di un termine tanto prezioso quanto reale nella vita di tutti i giorni, comunque riportato nei manuali di retorica! E come mai, vi starete chiedendo, la derivazione è dal greco per città? Come riportato nel Dizionario tecnico-etimologico-filologico di Marco Aurelio Marchi (io ho consultato l’edizione del 1828), l’asteismo è una figura che “si fa quando tutto ciò che si espone è condito di sufficiente urbanità, e privo di rustica semplicità”. Ecco spiegata questa strana etimologia: asteismo è tutto ciò che viene ornato di politesse, un biasimo, proferito col sorriso, che cela tanto, troppo garbo, la strizzata d’occhio retorica che dice all’interlocutore di non preoccuparsi, “guarda che ti riprendo, ma mica ce l’ho con te, anzi!” Che vuol dire? Non so voi, però io ricordo le visite natalizie agli amici di famiglia fatte coi miei genitori: puntualmente c’era lo scambio di auguri e, altrettanto tradizionale, la consegna del cesto, carico di cibo sufficiente per un reggimento. Di rito gli auguri, di rito il cesto e di rito l’asteismo: “Ma no, non dovevate assolutamente! Vi dobbiamo sgridare anche quest’anno!” Nessuno veniva messo all’angolo nel buio o in ginocchio sui ceci dietro la lavagna, né in casa né da amici, ma è insito nella nostra cultura, l’asteismo. Proprio non ce la facciamo a non spruzzare rimproveri di educazione in queste occasioni. E allo stesso modo non riusciamo a non celare le qualità che noi stessi ci riconosciamo dietro finte critiche che ci muoviamo allo specchio.      È un atteggiamento comune. Tanto comune che da queste righe emergono due notizie, una cattiva e una buona: la cattiva è quella di un nuovo peccato retorico; la buona è che siamo tutti peccatori.