ZEUGMA è La parola del giorno

Zeugma

[zèug-ma]SIGN Figura retorica che consiste nel far dipendere da un solo termine due o più termini, di cui uno solo è appropriato dal greco [zeũgma] ‘legame’.                                                                  «Non la corda, ma il ben saldo ponte di navi nel mare o nel fiume», dice Fozio, patriarca di Costantinopoli del IX secolo, a proposito dello zeugma nel suo Lexicon. Un solido ponte, quindi, fatto per unire il largo alla terraferma, le due sponde di un fiume o, come nel nostro caso, parole apparentemente tutt’altro che vicine tra loro.                                                                                        Lo zeugma, dunque, è un’ellissi – l’omissione di qualcosa nella frase – che porta a delle incongruenze semantiche o sintattiche. Esse sono delle vere e proprie illogicità, ma alcune sono tanto spontanee che la loro irragionevolezza passa in sordina. In altri casi, invece, per quanto il significato strida, l’estetica delle parole sovrasta il non-senso, e l’esempio che segue è uno di questi. «Poi ch’ella in sé tornò, deserto e muto, / quanto mirar poté, d’intorno scorse»: è la Gerusalemme Liberata di Tasso, che tra uno scontro e l’altro parla qui di scorgere il deserto e il mutoParafrasando, “tornata in sé si guardò intorno, ma soltanto vide deserto e silenzio”, e fino al deserto ci siamo. Ma il silenzio? Ovviamente, di solito, non lo si vede, ma in questo caso uno zeugma unisce il verbo “scorgere” a “muto”. Quest’incongruenza è semantica: ci saremmo aspettato un verbo come “udire”, “sentire” e simili, ma questo verbo è stato omesso, e il suo oggetto (il “muto”) si lega a un altro verbo. Dello stesso tenore è l’esempio che possiamo trarre dall’Infinitoleopardiano: «Ma, sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete». Ancora una volta, dei silenzi tanto profondi da addirittura vederli. A questo punto è chiara la più comune manifestazione dello zeugma: negli esempi citati abbiamo l’ellissi di un verbo che indica una sensazione (in entrambi i casi un verbo uditivo) e il suo oggetto che di conseguenza di lega a un altro verbo che indica un’altra sensazione (legato alla vista) e che ha già un suo proprio oggetto, a lui conforme dal punto di vista semantico (nel primo esempio il “deserto”, nel secondo gli “interminati spazi”). Abbiamo a che fare con delle sinestesie: associazioni di parole appartenenti a sfere sensoriali diverse. Ed è proprio nell’incontro tra ellissi e sinestesia che troviamo un’enorme quantità di zeugmi.                                                                                                                                                Versi a parte, tuttavia, lo zeugma è molto più comune e semplice di quanto sembri: se dico «io amo l’Odissea, essi invece l’Iliade» sto generando un’incongruenza sintattica. Strizzate gli occhi e vi accorgerete che omettere il verbo “amano” e far dipendere tutto da “amo” è come usare un verbo alla prima persona singolare per un soggetto plurale: «io amo l’Odissea, essi invece amo l’Iliade», assolutamente scorretto e perfetto esempio di incongruenza sintattica. In ambito quotidiano lo zeugma è quasi sempre un’incongruenza di questo tipo: «questo è per te, questi per loro»; «I miei fratelli son preferiti dalla nonna, io dal nonno» e via dicendo.                                                                   Ed è grazie allo zeugma che queste incongruenze hanno – paradossalmente – senso! Prendo un verbo e faccio dipendere da lui due oggetti, uno dei quali non gli si collega (semanticamente o sintatticamente) bene. È tutta una questione di immagini e legami inaspettati – e quando siamo in sconfinati mari di parole o travolgenti torrenti di concetti, come nei mari e fiumi di Fozio ecco un ben saldo ponte su cui camminare in tranquillità: lo zeugma.   https://unaparolaalgiorno.it/significato/Z/zeugma

 

SCAVEZZACOLLO è La parola del giorno

                                               Scavezzacollo

[sca-vez-za-còl-lo]SIGN Discesa ripida, caduta rovinosa; persona giovane scapestrata e imprudentecomposto di [scavezzare] e [collo].Per capire bene questa parola, così brillante e colorita, va inquadrato il verbo ‘scavezzare’, che non è proprio di dominio così pronto e diffuso.In realtà di verbi ‘scavezzare’ ce ne sono due: quello che non ci interessa deriva da ‘cavezza’, fune che serve a legare gli animali, e come è intuibile significa giusto togliere la cavezza. Quello che ci interessa invece è un’alterazione settentrionale di ‘scapezzare’, che significa ‘tagliare la cima di un albero’, e in generale potarlo, troncarne i rami. Il passo da questo significato a quello più esteso e generico di ‘spezzare, rompere’ è proprio breve – ed è questo l’esito di significato che troviamo ripreso nello scavezzacollo.È un termine con significati diversi, ma il nocciolo fondamentale resta qualcosa o qualcuno che mette a rischio il famoso osso del collo. Dapprima lo scavezzacollo è una discesa ripida, e perciò pericolosa, tanto che il termine passa a indicare per metonimia anche la caduta rovinosa. Si può scrivere di come si sia dovuto fare un lungo giro per evitare di passare da uno scavezzacollo, di un paesaggio aspro tutto rocce e scavezzacolli, come pure dell’andatura claudicante che mi ha lasciato l’ultimo scavezzacollo, e di come abbiamo salutato il servito buono con uno scorsciante scavezzacollo.Il significato più noto, però, è quello di persona giovane che conduce una vita tanto libera quanto imprudente – così che, figuratamente o meno, è sempre esposta a quelle cadute rovinose che dicevamo. Nel parco c’è uno scavezzacollo sulla bici acrobatica che si spiaccica sempre per terra e si rialza come niente fosse, l’amico si è messo con una scavezzacollo che lo ha tirato fuori dal suo guscio, e mi piace raccontare di come da ragazzo fossi uno scavezzacollo anche se in realtà passavo l’estate alla gelateria. Usata è anche l’espressione ‘a scavezzacollo’, locuzione avverbiale il cui significato di ‘precipitosamente’ è del tutto trasparente.Risorsa mica male, e vale la pena recuperare nell’uso anche i significati un po’ più ricercati, che sono comunque sempre ben fruibili.

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STUPENDO è La parola del giorno

Stupendo

[stu-pèn-do] SIGN Che desta stupore, meraviglioso dal latino [stupendus], gerundivo di [stupère] ‘stupire’. Ricordo di un professore padovano, che diceva “Nella cappella degli Scrovegni, col naso all’insù e con la bocca aperta, non si capisce se sei stupido o stupito”. Questo è l’effetto dello stupendo.Pianamente è ciò che desta stupore, per le sue qualità straordinarie – specie per una bellezza straordinaria; e questo ‘che desta stupore’ va visto perbene. C’è qualcosa che rapisce, nello stupendo, che azzittisce la mente, che rende stupiti e stupidi, che sbalordisce (rende balordo, ritarda): lo stupendo ha un alto valore estetico a posteriori, quando ci ripensiamo e lo qualifichiamo come tale, mentre nel momento in cui è percepito, solo, dilata il tempo, in una dimensione nuova. Una qualità che determina uno stato d’animo in cui perfino il pensiero fa silenzio.Sei stupenda quando cammini verso di me a fianco di tuo padre o quando esci dalla doccia; è stupendo il discorso che udiamo da una persona saggia e ispirata; è stupenda la forza di una volta di pietra. Poi spesso viviamo lo stupendo come iperbole, anche ironica: “Hai ricevuto il mio regalo?” “Sì, è stupendo, grazie”; “Questo è il lavoro finito” “Stupendo, lo guardo subito”; “Avrei invitato altre otto persone a cena” “Stupendo!”. Ma anche quando suona come una bonaria esagerazione – e comunemente così suona – non ci deve passare di mente la sua prima vocazione: un significato così potente da spazzare via la possibilità mentale di ogni altra qualificazione.

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(D. Buzzati , Storico e stupendo)

“Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”. […]

“Una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto.”

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. […]”

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, […] e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, […] il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, […] erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). […] Sì, il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore.” È facile criticare Capodanno. Già Leopardi affermava che l’uomo percepisce passato e futuro come illusoriamente piacevoli, solo perché sono lontani. Perciò festeggiamo il volgere dell’anno, senza realizzare che – come sosteneva Sartre – la nostra vita è sospesa su due nulla: ciò che non è più, e ciò che non è ancora. Ma il ragionamento di Buzzati punta altrove. E mi ha ricordato un’osservazione dello psicologo Viktor Frankl: il passato, in realtà, è l’unica cosa che c’è. È fissato per l’eternità, non si può trasformare né eliminare. Perciò nel passato “nulla è irrimediabilmente perduto, ma tutto è irrevocabilmente salvato.” Il tempo, infatti, ci presenta molte fuggevoli possibilità; le nostre scelte ne realizzano alcune, e condannano le altre all’inesistenza. Compito dell’uomo, dunque, è trasformare il passeggero in eterno, rendendo reale ciò che era solo possibile. Questa è la rocambolesca avventura della libertà, che davvero getta sugli eventi un’aria “romanzesca”. Perciò l’anno passato è anzitutto “Storico”. Gli eventi non erano necessari a priori; ma, diventando reali, hanno assunto un carattere di necessità, e su di loro si sono edificati gli eventi successivi. Sono entrati in una storia e, così facendo, hanno acquisito un significato. Inoltre le esperienze, anche le più dolorose, sono diventate parte della persona che le ha vissute, l’hanno “nutrita”. Frankl stesso sosteneva che l’uomo, per realizzarsi appieno, dovesse passare anche attraverso la sofferenza (e lui, essendo stato internato in lager, ne sapeva qualcosa). Dunque, pur “nella loro miseria”, le cose accadute sono “uniche”, poiché irripetibili e irrevocabili; e sono “perfette” ossia compiute, significative. Perciò l’anno passato è anche “stupendo”, cioè desta stupore per la sua stessa esistenza. G. K. Chesterton amava dire che tutte le cose sono scampate per un soffio a un naufragio, come i pochi oggetti salvati da Robinson Crusoe. Ciascuna di loro avrebbe potuto perdersi nell’oceano del non essere; e invece c’è. Ricordiamocelo dunque mentre ci accingiamo a costruire un altro, stupendo, anno nuovo.

SPELONCA è La parola del giorno 

                                                          Spelonca

[spe-lón-ca]  SIGN Grotta, caverna; covo; casa squallida e tetra                                                          dal latino [spélunca], dal greco [spélygx], dalla stessa radice di [spélaion] ‘caverna’.                            Di questa parola si sono affermati alcuni significati secondari, tanto da farne perdere di vista l’origine, che però ne contiene tutto il colore. Il nocciolo etimologico da cui scaturisce ci è più consueto in parole come ‘speleologia’ e affini: infatti la spelonca è in principio la caverna, la grotta ampia e profonda. Classicamente è una spelonca quella in cui vivono Polifemo e i suoi fratelli ciclopi, ma si può parlare delle molte spelonche che si aprono nella valle, così come delle straordinarie pitture scoperte nei recessi di una spelonca.                                                                                                Ora, i caratteri della spelonca sono molto suggestivi: una volta entrati, non senza difficoltà, c’è buio, c’è freddo, c’è inquietudine, c’è pericolo. Diventa quindi in genere un luogo chiuso che abbia questi caratteri, figurati o meno. E in particolare è diventata il covo di malviventi e l’abitazione squallida. L’amico orso ha sempre difficoltà ad accogliere nuove persone nella spelonca del suo cuore, quella che era la sede di un’istituzione prestigiosa è diventata una spelonca di ladri e arraffoni, e ci complimentiamo con l’amica per l’affare immobiliare anche se ha comprato una spelonca (“Magari mettendo delle belle tende…!”).                                                                                                                                                   È una parola vivace, dai significati articolati e potenti. Da tenere pronta.

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LA MIA DONNA

NISBA è La parola del giorno

                                                 Nisba

[nì-sba] SIGN Niente, nulla; no probabilmente dal tedesco [nichts] ‘niente’.

Di certo questa parola non presenta grandi difficoltà d’uso, eppure col suo suono esotico suscita una notevole curiosità. Il suo significato è sempliceniente, nulla. E però, rispetto a questi suoi consueti sinonimi, ha un’intensità e un’incisività singolare. Il registo a cui appartiene è decisamente più popolare che aulico, e la sua probabile ascendenza tedesca ce la presenta come la caricatura di un ‘niente’ particolarmente secco e intransigente – niente che prende anche i tratti di un ‘no’, di uno ‘scordatelo’. Io gli ho fatto un bel regalo e lui invece nisba, posso uscire stasera? nisba, a te che cosa posso offire da bere? nisba, grazie. Rimane una risorsa di colore, per quei ‘nulla’ e quei ‘no’ (ricorrenti) che richiedono uno smalto che brilli in maniera speciale. Va detto – non c’entra col nostro ‘nisba’ ma ne echeggia l’esotismo – che anche il mondo arabo conosce una nisba: per nisba s’intende un elemento dell’onomastica araba, quello che, in coda al nome proprio e al patronimico, indica la provenienza geografica o tribale della persona – reale, ancestrale o simbolica. Per esempio al-Masri (dall’Egitto), al-Ansari (di Medina, o meglio degli abitanti di Medina che diedero asilo a Maometto), al- Baghdadi (di Baghdad), al-Saud (della famigla reale saudita).

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COINVOLGERE è La parola del giorno

                                Coinvolgere

[co-in-vòl-ge-re (io co-in-vòl-go)] SIGN Trascinare qualcuno in una situazione; associare, rendere partecipe; interessare                                                                                                                       composto di [co-] e [involgere], che è dal latino [involvere] ‘trascinare, travolgere, avvolgere’, a sua volta da [in-] e [vòlvere] ‘volgere’.                                                                                                              La ricchezza e il vigore di una parola si coglie anche dalla sua varietà d’uso.                                      Si tratta di una parola sorprendentemente recente, che risale solo alla fine dell’Ottocento, e ha un’incisività mirabile, da osservare bene. Infatti al tradizionale ‘involgere’, verbo oggi desueto coi significati di ‘avvolgere, avviluppare’, aggiunge un semplice prefisso: quel co- dà la dimensione della partecipazione a una situazione – una partecipazione che per la verità nel coinvolgere non è attiva, autodeterminata. Si vienecoinvolti. Otteniamo così l’immagine intensa di un trascinare in un viluppo, quasi fosse la zuffa dei cartoni animati che procede rotolando in forma sferica e raccogliendo nuovi corrissanti – nel bene e nel male.                                                                                                          Lo zio malaccorto si trova coinvolto in traffici loschi, al processo una testimonianza pirotecnica coinvolge nomi illustri, cerchiamo di coinvolgere nel progetto un paio di amici brillanti, coinvolgiamo le amiche nella scelta del regalo per la moglie, continuiamo a origliare la conversazione del tavolo accanto perché ormai la faccenda ci ha coinvolto, e lo spettacolo è davvero coinvolgente.     Trascinare, associare, interessare: splendida invenzione, questa parola, che ci apparecchia tanti significati a partire dal nocciolo di un innocuo avvolgere.

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CERTI SGUARDI

 

URBANISTICA. OLTRE 2,5 MILIONI DI EURO DALL’UNIONE EUROPEA PER CONNESSIONI ECOLOGICHE LUNGO GLI SCALI FERROVIARI

URBANISTICA. OLTRE 2,5 MILIONI DI EURO DALL’UNIONE EUROPEA PER CONNESSIONI ECOLOGICHE LUNGO GLI SCALI FERROVIARI

Immagini dello studio Rotaie Verdi 

Milano si aggiudica i fondi del bando Horizon 2020 con un progetto che implementa Rotaie Verdi: connessioni ecologiche e barriere antirumore lungo i binari tra San Cristoforo e Porta Romana
Immagini dello studio Rotaie Verdi
Milano, 5 dicembre 2017 – Oltre 2,5 milioni di euro per lo sviluppo di interventi innovativi di rigenerazione ambientale nel territorio cittadino, in particolare lungo la linea ferroviaria compresa tra San Cristoforo e Porta Romana. Se li è aggiudicati la città di Milano partecipando al bando europeo Horizion 2020-SCC-02-2017 con il progetto CLEVER Cities.
Il concorso aveva come obiettivo la presentazione di proposte di rinaturalizzazione che avessero una forte ricaduta sulla qualità del tessuto urbano e che fossero replicabili da altre città europee. Per lo sviluppo del progetto CLEVER Cities, volto alla creazione e gestione di soluzioni ambientali, sociali ed economiche per la rigenerazione urbana, è stato istituito un consorzio formato dalle città di Amburgo, in qualità di Capofila, Milano e Londra in qualità di partner “Front Runner”, oltre a Malmo, Madrid, Larissa (Grecia), Sfantu Gheorghe (Romania) e Belgrado in qualità di città “follower”. Le città, guidate dai partner tecnici altamente competenti ICLEI e Tecnitalia, hanno presentato la candidatura lo scorso settembre.
A Milano l’Amministrazione ha lavorato alla sua proposta insieme a RFI, Fondazione Politecnico, Ambiente Italia, WWF Ricerche e Progetti, Cooperativa Eliante, AMAT partendo dallo studio di fattibilità realizzato per Rotaie Verdi, il progetto che immagina una grande oasi naturalistica e connessioni ecologiche in grado di connettere le aree degli scali ferroviari dismessi di San Cristoforo, Porta Genova e Porta Romana.
“Siamo orgogliosi del riconoscimento a questo progetto che è uno dei cuori del piano di rigenerazione degli scali ferroviari – dichiara l’assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura Pierfrancesco Maran -. Abbiamo lavorato insieme ad una città, Amburgo, che sulla rigenerazione urbana è un punto di riferimento e mettendo insieme un sistema di partner locali di altissimo livello. Queste sono risorse che non si limitano alla fase di studio ma accompagnano i primi interventi realizzativi”.
“Siamo soddisfatti di contribuire al progetto portando le competenze maturate in altre esperienze progettuali che vedono l’Amministrazione come protagonista – afferma l’Assessore alle Politiche per il Lavoro, Attività produttive e Smart Cities, Cristina Tajani – CLEVER Cities infatti adotta il modello integrato testato dalla città di Milano con il progetto europeo Sharing Cities, in materia di efficientamento energetico, mobilità sostenibile, sensoristica innovativa, condivisione dei dati e coinvolgimento della comunità locale. Questo è un esempio di come una città può diventare catalizzatore di risorse, facendo sinergia con il territorio a beneficio dei cittadini”.
Il finanziamento ottenuto, pari a 2.569.000 euro (che si aggiungono a circa 351.000 euro di cofinanziamenti), garantirà la progettazione e realizzazione di alcuni interventi innovativi dal punto di vista della rigenerazione ambientale, in particolare: la progettazione e realizzazione di barriere antirumore attraverso l’inserimento di elementi naturalistici lungo i binari della ferrovia, anche al fine di incrementare la biodiversità; l’implementazione di infrastrutture verdi in corrispondenza della nuova stazione di Tibaldi; la realizzazione di tetti verdi attraverso il coinvolgimento di tutti i potenziali interessati (condomini amministratori e proprietari e affittuari di abitazioni, esperti di coperture verdi e imprese specializzate), prevedendo anche incentivi e una campagna informativa capillare integrazione di elementi sperimentali in grado di mitigare il rumore verso la linea ferroviaria su un’area verde in via Giambellino; il coinvolgimento dei cittadini nella progettazione e realizzazione degli interventi attraverso lo sviluppo di piattaforme informatiche che agevolino la partecipazione.
In relazione alle relative competenze e know-how, ogni soggetto coinvolto (Comune, RFI, Fondazione Politecnico, Ambiente Italia, WWF Ricerche e Progetti, Cooperativa Eliante, AMAT) contribuirà alla realizzazione di questi progetti e alla diffusione delle cosiddette Nature Based Solution (NBS) utilizzate in Italia, in Europa e nel mondo.
“Il Progetto CLEVER Cities – dichiara Paola Barbaglia, Direttore Investimenti Lombardia di Rete Ferroviaria Italiana – vedrà la collaborazione di RFI e del Comune di Milano per la realizzazione di un corridoio ecologico lungo i binari, sfruttando il rilevato ferroviario, e per lo studio di sistemi innovativi di mitigazione ambientale attraverso barriere antirumore”.
“Il progetto CLEVER Cities – dichiara Eugenio Gatti, Direttore Generale della Fondazione Politecnico di Milano – rappresenta un ulteriore tassello della collaborazione fattiva e di successo fra il Comune di Milano e la Fondazione Politecnico di Milano, già sperimentata sui progetti comunitari Sharing Cities e OpenAgri. Ancora una volta Comune di Milano e Fondazione Politecnico di Milano lavorano insieme in EUROPA per lo sviluppo della città, mettendo a sistema le competenze scientifiche dell’Ateneo e la capacità di progettazione europea della Fondazione a servizio della Milano del futuro”.
“Il WWF Ricerche e Progetti – dichiara Simona Bardi – esprime grande soddisfazione per l’approvazione del progetto CLEVER in quanto, unitamente al Network WWF nella sua totalità, da anni si impegna nel recupero degli spazi vuoti e degradati delle nostre città al fine di aumentare la quantità di verde e la “natura urbana” presente. Questo è un passaggio indispensabile per rendere queste aree resilienti, mitigare gli effetti del cambiamento climatico, assorbire e ridurre gli inquinanti atmosferici, depurare le acque e aumentare il drenaggio naturale oltre che migliorare la salute e il benessere dei cittadini. Tutto ciò deve avvenire con la fondamentale partecipazione e coinvolgimento della popolazione quale primo fruitore di questi spazi”.
“Ambiente Italia – dichiarano Maria Berrini e Lorenzo Bono – contribuirà allo sviluppo di soluzioni per la diffusione dei tetti verdi. A Milano abbiamo oltre 10 milioni di mq di “tetti grigi” (un terzo dei tetti di Milano) potenzialmente adatti a diventare spazi verdi capaci di assorbire le piogge eccessive, ridurre dispersioni di calore, raffrescarci in estate, ma anche luoghi per condividere un orto, per una festa di bambini, per un aperitivo Green. Con le altre città scambieremo esperienze e successi, innovazioni e modelli”.
“Per noi di Eliante – dichiara Marina Trentin della Cooperativa – si tratta della conferma dell’impegno a fianco dell’Amministrazione Comunale per la conservazione e valorizzazione dei servizi ecosistemici in città, in continuità con il lavoro incominciato con Rotaie Verdi e sostenuto in questi anni anche grazie a Fondazione Cariplo”.
“Amat esprime grande soddisfazione per questo importante risultato – dichiara l’Amministratore Unico Gloria Zavatta – Amat affiancherà il Comune utilizzando le proprie competenze già nella fase di ideazione e implementazione delle soluzioni innovative nei laboratori pilota e, in seguito, durante la fase di monitoraggio ed elaborazione dei dati, finalizzati anche alla riproposizione delle soluzioni testate in altri ambiti del territorio.”
Il progetto, che avrà inizio nel 2018 e avrà una durata di circa cinque anni, mira a promuovere uno schema replicabile di rigenerazione urbana sostenibile e socialmente inclusiva in otto città europee, una in Sud America e fino a cinque in Cina. Gli interventi pilota saranno attuati nelle tre città front-runner, oltre a Milano, Amburgo e Londra, mentre verranno costruite roadmap di replica per le città follower.

ASSIDERARE è La parola del giorno

Assiderare

[as-si-de-rà-re (io as-sì-de-ro)] SIGN Intirizzire, intorpidire, gelare                                                      dal latino medievale [assiderare], derivato di [sidus] ‘stella, costellazione, notte, stagione’.        Quando in un’etimologia emergono le stelle il livello di curiosità e fascino s’impenna. Qui c’è da intendere che cosa abbiano a che fare le stelle con l’infreddolirsi – nesso intuitivo, ma non del tutto univoco e lineare. ‘Assiderare’ è un verbo che vive in maniera versatile come transitivo, intransitivo e intransitivo pronominale, ma il nocciolo resta quello di un freddo che intirizzisce, che intorpidisce le membra, che gela: il calo inatteso della temperatura assidera le piante, nell’attesa dell’autobus assidero, e scegliamo il vestito più bello che caldo anche se sappiamo che ci assidereremo.Ora, il latino sidus non significa solo ‘stella’, ma indica anche la costellazione. Figuratamente diventa la notte, e in virtù dei cicli stagionali rappresentati nel cielo stellato, anche la stagione stessa. Il verbo siderare descriveva il subire l’influsso degli astri, a cui in particolare si attribuiva la causa di malori di vario genere: per esempio, anche un colpo di calore (e a ben vedere è uno dei pochi malori che effettivamente può essere provocato da un astro). Se a questo uso consolidato del siderare aggiungiamo i significati di ‘notte’ e di ‘stagione’ (sottinteso, fredda), capiamo perché il quadro che otteniamo sia quello di un malore causato dal freddo.Quindi sì, nell’assiderare le stelle c’entrano, per quanto solo in maniera indiretta e figurata. Così, la prossima volta che staremo assiderando, in attesa dei soccorsi ci potrà venire in mente un bel pensiero etimologico, evviva.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/A/assiderare

INCULCARE è La parola del giorno

Inculcare

[in-cul-cà-re (io in-cùl-co)] SIGN Imprimere profondamente qualcosa nella mente o nell’animo di qualcuno con opera di insistente persuasione                                                                                     dal latino [inculcare], composto di [in-] e [calcare] ‘calcare, pigiare’ derivato di [calx] ‘tallone’.        Questa parola ha un’intensità stupefacente, che scaturisce direttamente dalla semplicità della sua immagine fondamentale.                                                                                                               Letteralmente l’inculcare nasce significando un pestare, uno spingere con forza: questa forza non è quella misurata delle mani o delle braccia, è quella bruta del tallone, del calcagno. E per quanto l’azione dell’inculcare possa essere condotta con strumenti raffinati, l’intensità del gesto non perde vigore. Già, perché l’inculcare in italiano (continuando dei significati figurati che aveva già in latino) prende il profilo dell’imprimere profondamente qualcosa – un’idea, una convinzione, un sentimento, un gusto, un’immagine – nella mente o nell’animo di qualcuno con una perseverante opera di persuasione, nel bene e nel male. Non è quindi un’azione necessariamente bruta: può essere palese od occulta, così come avere tratti autoritari o delicati.                                                           Un sapiente uso dei mezzi d’informazione riesce a inculcare nella gente una paura irrazionale, l’esperienza di volontariato inculca dei valori da cui non si recederà più, e il pregiudizio inculcato è difficile da estirpare.                                                                                                                                   Una parola ricca, tornita, che può prendere sfumature molto diverse a seconda dei metodi e degli intenti con cui l’azione che descrive è compiuta. Un tono forte per i nostri discorsi.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/I/inculcare

AITANTE è La parola del giorno

Aitante

[ai-tàn-te] SIGN Che aiuta; gagliardo, vigoroso, prestante                                                  propriamente, participio presente di [aitare], variante antica di [aiutare], che è dal latino [adiutare], derivato di [adiuvare] ‘aiutare, giovare’, composto di [ad-] e [iuvare] ‘giovare’.                                   Non solo questa parola ha un significato davvero gradevole, ma lo significa con un’immagine delle più graziose.                                                                                                                              Letteralmente si direbbe ‘aitante’ chi presta aiuto: lo potremmo leggere come una variante di ‘aiutante’. Ma il bello è che, più che sul gesto di chi aiuta, si concentra su quelle che si presume siano le sue qualità – cioè valore, vigore – e le mette in luce. Dopotutto, in certi aiuti continuiamo a riconoscere lo scintillare dell’armatura e del sorriso del cavaliere cortese.                                               Persa nel tempo l’evidenza del nesso col soccorso (ma non la sostanza), ci resta quindi un aitante gagliardo e prestante, e ovviamente di bell’aspetto. Possiamo chiedere al giovanotto aitante di caricarci in macchina i sacchi della spesa (“Sa, c’erano a sconto i lingotti di piombo!”), la nonna che vuol mostrarsi aitante si rompe di nuovo il malleolo, e l’aitante squadra di lavoro ripara in un balletto il tubo esploso che aveva trasformato la strada in un’attrazione da parco acquatico. Una risorsa brillante, simpatica, di delicato vigore e dallo spessore inatteso.

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