Pseudobiblion è La parola del giorno

                                                                         Pseudobiblion

[pseu-do-bì-blion] SIGN Libro immaginario citato in una narrazione come reale  composto moderno del greco [pseudo-], primo elemento che significa ‘falso’, e da [biblíon] ‘libretto’, diminutivo di [bíblos] ‘libro’.

Siamo davanti a un termine piuttosto tecnico, di successo timido ma globale, e perciò entrato timidamente ma stabilmente nell’uso italiano nell’ultima ventina d’anni: infatti ancora non è recepito dai dizionari, ma è un termine così gradevolmente preciso che una volta conosciuto resta uno strumento irrinunciabile.

Si tratta di una formazione moderna, composta dal greco con l’elemento ‘pseudo-‘, che significa ‘falso’, e ‘biblíon’, che significa ‘libretto’.

Pare che in questo senso questa parola sia stata impiegata per la prima volta, col seguente successo, dallo scrittore statunitense Lyon Sprague de Camp, in un articolo del ’47 su questo tema: si tratta di un’opera letteraria solo immaginata, e citata in una narrazione letteraria o cinematografica come esistita, esistente, o prossima all’esistere.

Descritto così può sembrare un elemento curioso, magari raro, uno stratagemma bizzarro dell’autore della narrazione, e invece di pseudobiblion (o ‘pseudobiblia’, come molti pluralizzano con precisione) se ne trovano a ogni piè sospinto: dal Necronomicon che ricorre nelle opere di Lovecraft (forse il più ossessivamente celebre) a Le Fiabe di Beda il Bardo del mondo di Harry Potter,

da Padri e Figlie dell’omonimo film diretto da Muccino alla goliardica Biblioteca di San Vittore che troviamo nel Gargantua e Pantagruel di Rabelais (un’infilata di centocinquanta titoli alcuni già stampati altri in corso di stampa, fra cui l’ Alamanacco perpetuo per gottosi e impestati

La caverna dei buzzoni e il raro Sui piselli al prosciutto cum commento), l’Enciclopedia Galattica del Ciclo della Fondazione di Asimov, la Bibbia Cattolica Orangista di quello di Dune di Herbert, e non parliamo di quelli usati da Borges, che spinge l’arte dello pseudobiblion ai suoi limiti superiori.                       

Questa parola ha uno smalto speciale: riconosce il trucco, ma lo chiama con un nome sufficientemente coperto da non sbugiardarlo, da non rompere l’incanto (virtù equilibrata del greco). Nota e dichiara il trucco del falso libretto (libretto perché solo immaginato), ma lo accoglie con discrezione: le parole sanno avere degli atteggiamenti.

Ed è bello riconoscere come la lingua greca abbia ancora una così naturale attitudine alla diffusione globale, e come sia sempre la quercia sotto a cui i cinghiali tornano a cercar tartufi.                                                                                                                        * * * https://unaparolaalgiorno.it/significato/P/pseudobiblion?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg

Officinale è La parola del giorno

                                                                  Officinale

[of-fi-ci-nà-le] SIGN Che viene prodotto in farmacia; di pianta, che viene usato in terapie mediche voce dotta ripresa dal latino scientifico [officinalis], derivato di [officina], che attraverso un arcaico [opificina] nasce da [opifex] ‘creatore, operaio, artigiano’. 

Perché le piante officinali non sono imperlate di morchia, non prosperano fra i trucioli metallici? Perché il preparato officinale non ha un incantevole odore di gomme e gas di scarico?              Eppure l’officina è l’officina e la conosciamo bene, e vi ronzano le fresatrici, non le api, vi barbagliano i riflessi delle saldature, non quelle dei vasi di vetro pieni di erbe, si odono i colpi rimbombanti del martello, non quelli attutiti del pestello nel mortaio. Insomma, evidentemente l’officinale c’entra con l’officina, ma in che modo?                                                                                                              Come facilmente si può immaginare, il punto è che la nostra figura di ‘officina’ ha preso una piega piuttosto particolare rispetto alle potenzialità complete di questa parola, che fin dal latino è stata in grado di descrivere un genere sterminato di locali e laboratori dove variamente si compie un lavoro trasformativo e produttivo.                                                                                                                  Con una concretezza di valore splendida, il nocciolo da cui nasce l’officina è l’opifex il creatore, l’operaio, l’artigiano.                                                                                                                     Ebbene, nel latino scientifico medievale l’officina prende il significato tecnico di laboratorio farmaceutico.                                                                                                                                         La possiamo vedere come un’antonomasia scientifica: se si parla di scienza, se si parla di medicina, per officina tout court si intende quella. Perciò l’attributo di ‘officinale’ è così marcatamente collegato al mondo farmaceutico — specie a quello tradizionale — e non è invece stato applicato ai molti altri risvolti dell’officina. Per questo il lubrificante per motore non è un olio officinale.                                   E così come si dice officinale il preparato (volentieri in un paradigma di medicina tradizionale ed erboristica) che viene prodotto e offerto in farmacia secondo una formula fissa generale (al contrario del preparato magistrale, composto su prescrizione particolare del medico), si dicono officinali anche le piante che in questo tipo di terapie mediche sono usate.                                                              Sono i ‘semplici’ che troviamo nei ‘giardini dei semplici’ che costellano il nostro Paese: semplici in quanto elementi di base della farmacia, impiegati anche solo per il loro aroma, non sempre per intrinseche proprietà medicamentose.                                                                                            Dopotutto, tante piante officinali si usano normalmente in cucina più che in farmacia.                       Ma non è forse anche la cucina un’officina?                                                                                                                                                                      * * *  https://unaparolaalgiorno.it/significato/O/officinale?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg

Esattore è La parola del giorno

                                                                               Esattore

 

[e-sat-tó-re] SIGN Chi ha il compito di riscuotere somme di denaro, specie tributi voce dotta recuperata dal latino [exactor], che è da [exactum] ‘esatto’, propriamente participio passato del verbo [exigere] ‘esigere’, derivato di [agere] ‘condurre’ col prefisso [ex-].

Ci sono categorie professionali che, per forza di cose, non hanno mai goduto di grande popolarità. Un tempo erano perlopiù mestieri che battevano territori tabù quali la morte (becchini, boia) o incorrevano in peccati capitali come l’avarizia (usurai).

Oggi, più banalmente, si tratta di figure alle quali associamo una minaccia di dolore fisico (i dentisti) o la sanzione delle nostre infrazioni alle regole (i vigili). Ma chi ha suscitato un odio feroce, unanime e costante in ogni tempo, sono specialmente gli esattori delle tasse. Come mai?

Alcuni riterranno la domanda inutilmente retorica, altri rimarcheranno sarcastici che ciò accade soprattutto in Italia, data la notoriamente scarsa propensione nazionale al pagamento delle imposte.

Tuttavia, a parte il fatto che non si ha notizia di Paesi in cui folle di cittadini giubilanti inondino le strade ad ogni imposizione di tasse, si dà il caso che vi sia una nazione in cui persino la parola esattore è stata privata di legittimità, e non si tratta dell’Italia bensì della Francia.

Possibile che oltralpe abbiano un senso civico persino più anemico del nostro? Prima di proferire un’accusa tanto grave, vediamo se l’etimologia ci offre una spiegazione più rassicurante.

L’etimo di esattore, prevedibilmente, non è proprio simpatico: deriva dal latino exactor, a sua volta da exactum (esatto), che è il participio passato del verbo exigere (esigere), formato da agere col prefisso ex-.

Il senso originario del verbo è perciò “spingere o tirare fuori, scacciare, far uscire”, e da questo nucleo si dipanano poi altre accezioni, tra cui portare a terminemisurarepesare, e quindi soppesareesaminare e giudicare (da cui anche examen, “esame”, ed exactum, “esatto”, che in origine era “pesato esattamente”), ma anche – ed è ciò che qui ci interessa di più – esigereriscuoterepretendere.

Tale significato, partendo dal nucleo di “tirare fuori”, è tanto trasparente quanto brutale: esigere non è semplicemente chiedere, ma chiedere imperativamente, in un modo che non ammette obiezioni. Si esige rispetto, obbedienza, delle scuse per un’offesa subita; ma si esige anche una somma che è dovuta, e in questo caso la trita metafora del cittadino spremuto come un limone dal fisco acquista un senso decisamente realistico: se exigere è “tirar fuori”, l’esazione del tributo è letteralmente un’estrazione, qualcosa di estorto al riottosocontribuente.

Estorto: ecco la mossa semantica compiuta dai francesi. Mentre noi italiani, pur brontolando e architettando mille scantonamenti, non abbiamo mai contestato all’esattore il diritto di esigere, essi lo hanno aggredito sul piano lessicale, trasformandolo in uno spregevole concussore, un estorsore, uno che pretende qualcosa abusivamente. In seguito si sono spinti anche più in là, affibbiando all’exacteur pure le qualifiche di vessatoregrassatore, brigante.

E il legittimo esattore, allora, in Francia com’è chiamato? semplicemente percepteur (percettore) o collecteur d’impôts(collettore, raccoglitore di imposte). La sostanza non cambia, si dirà – con le parole di Giulietta a Romeo, in fondo che cos‘è un nome? Dopotutto, mica hanno eliminato la riscossione delle tasse.

Eppure, crediamo davvero che i nomi non abbiano alcun peso? Tra uno che percepisce e raccoglie e uno che esige, siamo sicuri che non cambi proprio nulla? A volte, basta poco per essere visti con altri occhi.

                                                                                * * *

Mansalva è La parola del giorno

                                                                             Mansalva

[man-sàl-va] SIGN Nella locuzione avverbiale ‘a mansalva’, con esito certo, a colpo sicuro, senza pericolo, impunemente composto di [mano] e [salvo].

Questa parola, che vive solo in questa espressione con valore avverbiale, ha accompagnato la nostra lingua dalla sua nascita fino ad oggi, senza però invecchiare di un giorno. Quando l’immagine nucleare di una parola racconta un tratto universale, non perde mai smalto.

La sua costruzione è semplicissima e trasparente: ci vediamo dentro una mano che è salva. E anche i suoi significati sono non soltanto accessibili, ma comuni, frequentati, popolari — per quanto fini, penetranti, intelligenti.

La locuzione ‘a mansalva’ ci parla di qualcosa che è compiuto a colpo sicuro, con esito scritto, certo (e quindi anche facilmente): con quello che ho studiato passo l’esame a mansalva, con la mia parmigiana di melanzane la conquisterò a mansalva.

La descrizione è quindi quella di una situazione del tutto priva di pericoli, per cui la confidenza si può fare incolumità: con la giacca impermeabile e le ghette ai piedi affronto a man salva l’acquazzone, e di sera con l’amica indigena posso attraversare a man salva il quartiere malfamato.

Però questa comodità sicura, questa baldanzosa facilità prende anche una piega più inquietante: quella dell’impunità.

Anche il malfattore, anche il malevolo può comportarsi a mansalva, e così lo storico racconta di come certe razzie compiute da mercenari nelle stesse terre che dovevano proteggere avvenissero a mansalva, o di come certi criminali ingegnosi se la cavino a mansalva.

Bene: ma in tutto questo perché è la mano ad essere salva? Qual è la forza di questa parola?Compiamo la nostra volontà in tanti modi diversi, ma il nostro primo strumento per farlo (il primo cavallo su cui il nostro peculiare ramo evoluzionistico ha puntato) è la mano.

E non solo la mano fa quello che vogliamo, ma rappresenta quello che vogliamo. Il gesto dichiara l’intenzione e compie la volontà, ambasciatore e factotum.

Non sempre questo compimento è liscio: spesso lavorando, combattendo, si mette a rischio la mano, anzi è la struttura più esposta al pericolo. Schiacciamenti, tagli, fratture di ogni genere e gravità la minacciano: se da una situazione si esce con la mano salva, siamo tutti interi.

Eccola la forza di questa parola: è una sineddoche, che con un richiamo netto all’esperienza umana comune (evidentemente condivisa da decine di secoli), significa una persona intera e la sua salvezza con quella della sola sua mano.

(Non riesco a togliermi di mente questa immagine esplicativa: ci sono i fiori di zucca fritti, croccantissimi, appena fatti ma non ancora serviti. Se con circospezione provi a sfilarne uno, ti arriva una fulminea mestolata sulle nocche o lo puoi prendere a mansalva?)

                                                                                                         * * *https://unaparolaalgiorno.it/significato/M/mansalva?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg

Inconsutile è La parola del giorno

                                                                            Inconsutile

[in-con-sù-ti-le] SIGN Privo di cuciture, ma detto in particolare della veste di Cristo Voce dotta recuperata dal latino tardo [inconsutilis] ‘privo di cuciture’, derivato del tema di [consùere] ‘cucire insieme’, con prefisso [in-] negativo.

Questa parola è difficile per diversi motivi, ma ha un significato tagliato con tale maestria, così penetrante ed evocativo che vale bene lo sforzo — d’intenderla e usarla.

Innanzitutto è una parola dotta, entrata in italiano a partire dal latino tardo della Vulgata, traduzione in latino della Bibbia compiuta da San Girolamo nel IV secolo: nella Vulgata l’immagine della tunica priva di cuciture (in greco chitón árraphos) vestita da Cristo viene resa con l’espressione tunica inconsutilis.

L’aggettivo consutilis ci descriverebbe ciò che è composto di parti fra loro cucite, come sono in effetti tutti i nostri vestiti, e lo fa unendo col con- il verbo suere cioè ‘cucire’ (immaginiamoci un ‘consuturato’); qui però è negato dal prefisso in-, dandoci non solo la descrizione di una veste ‘non cucita’, costituita da un unico pezzo intrecciato di tessuto, ma anche una metafora significativa e intendente di unità.

Questo di solito non è un problema, anzi: però qui il termine non ha avuto la forza di uscire molto da questo ambito, non genericamente religioso, ma specificamente teologico.

In secondo e più importante luogo, la sua apparizione in una frase è disorientante: si affaccia al nostro vocabolario fra inconsulto, inconsueto, inconsunto, inconsuntile, parole a vederle molto simili ma lontanissime, che nell’ordine ci parlano di ciò che è fatto senza riflettere, di ciò che è strano, fuori dalla normalità, dell’intatto e dell’inestinguibile — hanno in comune solo la somma dei prefissi in- e con-.

Quindi è una parola non solo storicamente timida, ma che si confonde bene nella folla. E in effetti è spesso fraintesa, e padroneggiarla è difficile.

Ma osserviamo questo significato: ‘privo di cuciture’. Nel contesto che vogliamo vestire di ricercatezza ci permette di significare una caratteristica saliente di coperture, tende, mantelli, tabarri senza doverci accontentare di diciture didascaliche da acquisto online (tipo ‘pezzo unico’).

Ma soprattutto permette dei significati figurati di una potenza unica: c’è un che di monolitico, nell’inconsutile, che però non è massiccio. C’è un che di lineare e continuo, ma meno essenziale, ma con un tratto corposo di maestà sacerdotale, regale.

Quella dell’ inconsutile è una materia viva, come vivo è il tessuto (presente il taglio a vivo? il vivagno?). Si può parlare dell’azione inconsutile dell’atto unico che abbiamo visto a teatro e ci ha rapiti, di una concordia inconsutile che avvolge l’impresa e i suoi lavoratori, di una diegesi, di una narrazione inconsutile che non ha pause o capitoli, della bellezza inconsutile della pelle liscia di una schiena.

L’inconsutile è l’esatto opposto del rapsodico, che in effetti è proprio ciò che si ottiene cucendo spezzoni, episodi, lacerti. È un derivato del greco rhàptein, ‘cucire’, da cui deriva anche (preceduto da un’alfa privativa) quell’ árraphos che qualificava in greco il chitone senza cuciture di Cristo. Là dove la lingua pare più sottile può mostrare la più straordinaria compattezza.

                                                                                        * * * https://unaparolaalgiorno.it/significato/I/inconsutile?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg

Proficiente è La parola del giorno

                                                            Proficiente

[pro-fi-cièn-te] SIGN Che progredisce verso la perfezione, specie morale; che procede nella propria formazione, studioso voce dotta, recuperata dal latino [proficiens] ‘che avanza, che progredisce’, propriamente participio presente di [profìcere], derivato di [facere] ‘fare’, con prefisso [pro-] ‘avanti’.

Non è la parola più comune, eppure a vederla si capisce subito che è parente di parole note, cugina del deficiente e del sufficiente (non pare la più schiatta più brillante, va detto, ma c’è anche l’efficiente!). Il suo significato è però rampante, schiettamente positivo, un racconto di crescita e intimo progresso.

Si dice proficiente chi progredisce verso uno stato di perfezione, e questo significato si è preso un certo spazio in teologia: l’incipiente ha appena tentato il cammino spirituale, il perfetto (esiste?) ha raggiunto compiutamente la meta, ed è il proficiente a descriverci l’attributo di chi sale, con sforzo morale.

Uno stato così condiviso e accattivante non poteva non crescere anche fuor di spiritualità, e così proficiente diventa lo studioso, chi procede con forza nella via della propria formazione intellettuale e culturale.

C’è un dinamismo, uno slancio formidabile, in questa parola: lo studioso lo immaginiamo fermo e chino, l’esperto ha tanto alle spalle e sa già, mentre il proficiente è lanciato alla gioiosa conquista — con un transito continuo fa il ‘da sapere’ e il ‘saputo’. questa dimensione è lampante quando, guardandoci intorno, vediamo i fratelli del proficiente: il proficuo e il profitto. Il proficiente etimologicamente ‘fa avanti’ ottenendo, anzi guadagnando risultati, facendo sedere la scalata dell’intelletto e della cultura insieme al redditizio, all’efficace.

È una parola che ha un margine d’uso amplissimo, per quanto poco nota: parlare di come, davanti a un compito che richiede una grande elasticità mentale, lo si voglia affidare a dottori proficienti, o di come il fervore fra i proficienti abbia portato allo sviluppo di una tecnologia tutta nuova, o anche dell’autocritica che tiene pulita l’opinione del proficiente, è facile. Sono immagini che abbiamo già, e vengono portate dal proficiente con una chiarezza e un dinamismo stupefacenti.

                                                                           * * *https://unaparolaalgiorno.it/significato/P/proficiente?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg

Profondere è La parola del giorno

                                                                 Profondere

[pro-fón-de-re (io pro-fón-do)] SIGN Spendere, spargere con abbondanza; elargire con generosità voce dotta recuperata dal latino [profundere] ‘spandere, versare’, derivato di [fùndere] ‘versare’ con prefisso [pro-] ‘avanti’.

Nel dizionario tutte le parole sono uguali, ma qui siamo arrivati davanti a una parola maestosa. È un esempio di straordinario equilibrio fra semplicità e ricercatezza: non è una parola del nostro lessico di base, eppure è comune, riconoscibile e amichevole perché parte della ricca e disponibile famiglia del ‘fondere’ (da ‘confondere’ a ‘infondere’ a ‘diffondere’). E questo grado di ricercatezza accessibile informa un significato che altrimenti potrebbe benissimo essere prosaico.

Infatti, se parliamo del profundere latino, parliamo di un verbo tanto più ampio del nostro profondere, che in cima alla lunga lista di significati specifici che poteva prendere teneva ben presente il suo significato proprio di ‘spargere davanti’: in pratica uno spandere, un versare, che per quanto in latino potesse avere dei risvolti liturgici alti, a noi evoca volentieri l’aranciata sulla tovaglia, oddio, prendi lo scottex.

Ma quando questo verbo fu recuperato dal latino, alle porte del Seicento (c’era stato uno sfortunato recupero quattrocentesco col senso di ‘finire nel profondo, precipitare’) risulta molto selezionato. Del suo gran corpo tornito resta la linea di un prodigare, di uno spendere o spargere con abbondanza, spesso con autentica generosità.

Questo versare avanti che impronta il profondere non è un’azione pulita e precisa (non è un infondere): schizza, chiazza, sfugge e investe torrenzialmente, e questo è vero sia quando si profondono laute risorse in un progetto o si profondono donazioni ai bisognosi (badiamo: ‘profondere’, con un gusto un po’ rétro può anche valere ‘scialacquare’) sia quando si profonde tempo, quando si profondono energie in una causa, nell’inseguimento di un obiettivo. Il profondere è inevitabilmente un’azione sbavata, qualche spreco è inevitabile, ma la direzione di questo versare definitivo è fissata senza l’ombra di un’incertezza.

Curiosa, infine, la sorte del ‘profondersi’, che riduce ulteriormente il ventaglio dei sensi possibili avvitandosi in uno spalancato ‘esprimersi con enfasi’. Se io mi profondo in lodi, se il collega si profonde in scuse, se l’amica si profonde in un racconto travolgente di come sono andate davvero le cose, il versare largo del profondere si riferisce tutto alle parole spese, calde, ricche; e il fatto che io mi riferisca alle mie parole quando dico io mi profondo ci potrebbe far riflettere su come, sottotraccia, ci identifichiamo con le parole che diciamo.

                                                                                 * * *    https://unaparolaalgiorno.it/significato/P/profondere?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg

Cilicio è La parola del giorno

                                                                        Cilicio

[ci-lì-cio] SIGN Nell’antica Roma, stoffa grossolana di pelo di capra; veste grezza di pelo di capra o crini di cavallo; cintura pungente di crini di cavallo stretta sulle carni a scopo di mortificazione fisica; fastidio, tortura, penitenza

voce dotta recuperata dal latino [cilicium] ‘coperta di pelo di capra’, da [Cilicia], regione costiera dell’Asia Minore (nell’odierna Turchia, dirimpetto a Cipro) da cui si riteneva che tale tessuto provenisse.

Se il termine ‘cilicio’ ci fa subito pensare, con la goccia di sudore freddo a lato della fronte, alle mortificazioni della carne dei religiosi che si stringevano sulla pelle nuda aspre cinture di crini, munite di aculei o nodi pungenti — perché il corpo è niente e il dolore eleva — stiamo considerando certo il significato più suggestivo del termine, ma c’è altro.

Il cilicio, presso gli antichi Romani, era un panno grossolano di pelo, specie di capra. Detto così pare poco, e invece era una bomba: talmente grezzo e coriaceo che non solo veniva usato dai duri legionari per coprirsi, ma bastava piegarlo a doppio per farne un riparo efficace anche per le macchine e le opere belliche, e proteggeva dalle intemperie sì, ma anche dai proiettili nemici. Non è una cosa che si faccia con la copertina di pile.

Il nome di questo mitico panno, che come denuncia si riteneva fosse originario della Cilicia (le provenienze geografiche che determinano il nome delle merci spesso sono frutto di dicerie o intendimenti parziali, ma pare che la Cilicia fosse effettivamente una potenza economica in fatto di panni grossi) è passato a indicare una veste in cui più della robustezza rilevava l’essere atrocemente ruvida — ora di crini di cavallo, ora del vecchio pelo di capra.

Uno strumento di penitenza da portare comodamente senza canottiera. E di qui, dal medesimo tessuto, con l’interessante aggiunta di punte e nodi, nasce il cilicio da stringere classicamente alla gamba, o comunque su carni discretamente coperte, così che il suo doloroso uso resti intimo e segreto. Anche se ne esistono versioni più sofisticate in rete metallica.

Vista la presa sull’immaginario da parte di questo strumento, poteva questo significato non estendersi in genere a ciò che porta fastidio, a ciò che con varia intensità tortura o è di penitenza? No, e infatti si può parlare del cilicio di un rimorso costante, del cilicio di una malattia che ci dà da riflettere, del cilicio della suocera. Comunque, a scanso di equivoci, l’antica Cilicia è una regione incantevole.

                                                                              * * *

https://unaparolaalgiorno.it/significato/C/cilicio?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg

Bugigattolo è La parola del giorno

                                                                Bugigattolo

[bu-gi-gàt-to-lo] SIGN Piccolo stanzino, ripostiglio; abitazione angusta e squallida etimo discusso.

Si parla di stanzini, di ripostigli dei più stretti, e per generosa estensione anche di abitazioni particolarmente asfittiche e squallide. Il che è reso mirabilmente nel suono da un susseguirsi annodato e rapido di occlusioni, chiuso da un (probabilmente solo apparente) suffisso ‘-attolo’ che all’orecchio stringe e diminuisce ulteriormente. Ma c’è, nemmeno nascosto, un richiamo curioso e rilevante.

Se nell’usare il termine ‘bugigattolo’ il fatto che dentro ci sia un ‘gatto’ ci suona, e ci suona curiosamente appropriato, potrebbe non essere un caso. Voci autorevoli sostengono che l’origine del ‘bugigattolo’ sia il ‘buco del gatto’ (dalla variante ‘bugio’ di ‘buco’).

Vale probabilmente come ‘gattaiola’, e la piccolezza della porta per gatti si ripercuote idealmente sulla piccolezza della stanza, ma comunque tutti sappiamo che per passare il loro tempo in comodità, alle ampiezze atriali più fastose i gatti preferiscono spesso i più imponderati pertugi — al cuscino panoramico sul piedistallo, la scatola da buttare che abbiamo cacciato nello sgabuzzino.

Se non è il gatto il metro del ‘bugigattolo’, altre voci di vaglia sostengono che abbia un’origine settentrionale, a partire da parole scaturite sempre dalla radice di ‘buco’, come busighèr (‘bucicare, bucare’), e menzionando volentieri in questo arcipelago il veneto busegatolo, il bolognese busgât.

Che sia per gatti o no, il bugigattolo è un buco. Peraltro lo stesso termine ‘buco’ ha anche i significati di ‘bugigattolo’, ma l’essenzialità e la generalità della sua immagine rendono questo senso in maniera molto dura e sprezzante. Se ti dico che l’amica appena trasferita, mamma mia, vive in un buco, l’immagine è cruda; se dico che c’è un buco di sbratto dove ficcare giusto le scope, sono molto secco. Invece il bugigattolo, anche quando è davvero minuto, anche quando è davvero penoso, non perde mai una tenue sfumatura di dolcezza, quasi di serenità felina.

Sto in un bugigattolo ma non ho bisogno d’altro, sulla cucina si apre anche un bugigattolo con due scaffali per le conserve, e il negozio di quel vinaio è un bugigattolo, ma hai sentito che nettare?

                                                                                          * * *https://unaparolaalgiorno.it/significato/B/bugigattolo?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg

Penombra è La parola del giorno

                                                                       Penombra

 

SIGN Condizione intemedia fra luce e ombra; in ottica e astronomia, regione di passaggio graduale fra ombra e luce attraverso il francese [pénombre], dal latino scientifico [pénumbra], composto di [paene] ‘quasi’ e [umbra] ‘ombra’.

La penombra ci fa venire in mente la frescura tranquilla di un sottobosco, la stanza schiarita solo dalla luce che filtra fra le stecche delle persiane chiuse, il parco al tramonto in cui gli alberi e i cespugli s’intravedono ancora.

È una parola che si usa tanto e volentieri per le sue capacità evocative: la penombra è ambigua e non ci lascia mai indifferenti, sa essere accogliente e protettiva, così come rischiosa e disorientante. Come un crepuscolo, si ritaglia un interregno in cui molto di particolare può accadere. Pensiamo a che differenza c’è fra un bacio al sole, un bacio al buio, un bacio nella penombra.

Ciò che sorprende è che pare si sappia con precisione chi ha coniatoquesta parola: Giovanni Keplero. Proprio quel Keplero, il celebre astronomo. Per la verità ha coniato il termine penumbra, nel latino scientifico, e pare sia arrivato in italiano attraverso un passaggio in francese, ma la sostanza non cambia.

Nel suo Ad Vitellionem Paralipomena, Quibus Astronomiae Pars Optica Traditur, opera particolarmente importante di ottica astronomica datata 1604, dà conto di un certo fenomeno che riguarda le eclissi: l’ombra proiettata da un corpo celeste in un’eclissi non è omogenea, ma si divide in un cono d’ombra vera e propria che via via si restringe (se ci siamo dentro si può apprezzare un’eclissi totale) e in un cono di penombra che invece si allarga indefinitamente (da cui invece si può godere solo di un’eclissi parziale).

Questo accade perché la fonte luminosa, il sole, non è puntiforme: se fosse un punto inesteso nello spazio proietterebbe ombre nette, invece, per quanto distante da terra e luna, è decisamente abbondante.

Ogni suo punto illumina in tutte le direzioni, quindi per restare al buio completo ci dobbiamo trovare proprio nel cono d’ombra che si stringe dietro a ciascun corpo celeste che gli gira intorno — e il cono di ombra completa è centrato in un ampio cono rovesciato di penombra, di passaggio fra ombra e luce, risultato di una copertura parziale del sole.

Così quelle immagini di risate gradite negli angoli nascosti dei giardini sul far della notte, quelle dei predatori invisibili nel riparo di uno sperone di roccia, quelle delle verande ventilate dove riposiamo gli occhi abbacinati mangiando il gelato, ebbene quelle penombre, che pensiamo come penombre, scaturiscono dall’urgenza precisa dell’alto scienziato, che spiega gli errori antichi sulle osservazioni delle eclissi con una parola nuova, così mirabilmente descrittiva della realtà che ora non può farne a meno nemmeno chi non ha idea di come funziona un’eclissi, di chi Keplero era.

                                                                                        * * *   https://unaparolaalgiorno.it/significato/P/penombra?utm_source=newsletter&utm_medium=mail&utm_content=parola&utm_campaign=pdg