STATI GENERALI DEL VERDE PUBBLICO

Milano, 20 novembre 2017 – Domani, martedì 21 novembre, alle 16, presso il Padiglione 3 dell’ex Fiera in Piazza VI Febbraio, l’assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura Pierfrancesco Maran interviene agli Stati Generali del Verde Pubblico, organizzati dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico – Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare in occasione della Giornata Nazionale degli Alberi. L’assessore Maran presenterà il Piano Piantumazioni 2017/2018 del Comune di Milano.

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Multinazionali vs democrazia

Multinazionali vs democrazia

immagina che il governo italiano decida di vietare pesticidi pericolosi o aumentare il reddito di base e riceva, per questo, sanzioni milionarie. Può succedere, se nessuno fermerà la proposta di istituire un “Tribunale Multilaterale per gli Investimenti”. [1]

La proposta ha un nome noioso e altisonante e un aspetto critico davvero pericoloso. Il Tribunale Multilaterale per gli Investimenti (MIC in forma abbreviata) è un tribunale globale a uso esclusivo delle multinazionali – attraverso questo organismo le multinazionali possono scavalcare le democrazie e proteggere in ogni modo i loro profitti.

Ti suona familiare? In effetti lo è. È un meccanismo molto simile a quello dei tribunali implicati nel caso degli accordi TTIP e CETA. Grazie a una grande mobilitazione popolare, l’attenzione mediatica ha screditato questi sistemi legali paralleli e questo ha permesso di congelare il processo di concretizzazione del TTIP. Anche il suo fratello gemello, il CETA, è sottoposto a verifica per le stesse ragioni.

Ma le multinazionali hanno in mente un nuovo piano: un tribunale esclusivo, tutto per loro. Multinazionali come Monsanto e McDonald’s faranno di tutto per creare un tribunale dotato di superpoteri attraverso cui arricchirsi ulteriormente. Sfidare una proposta di questa portata richiede tanta energia e tanto impegno – dobbiamo mettercela tutta.

Ti va di donare 3€ a settimana per aiutare la comunità di WeMove a fermare questa minaccia globale alla democrazia?

In più, in Europa centrale e orientale, i membri della nostra comunità ci stanno aiutando a decidere come possiamo agire in merito all’Ungheria e alla Polonia, due Paesi che si stanno rifiutando di accogliere i rifugiati e non tengono fede agli impegni condivisi in tutta l’Ue. È stimolante vedere così tanti di noi, in tutta Europa, difendere la democrazia e affrontare questioni così importanti.La “supercorte” delle multinazionali non è l’unica minaccia che si profila all’orizzonte per la nostra democrazia. La comunità di WeMove si sta impegnando per riformare l’eurozona in senso più democratico e solidale. Anche questo non è un soggetto semplice, ma insieme possiamo andare oltre la confusione generale e fare in modo che i cittadini di tutta Europa comprendano quanto fondamentale sia dedicarci alla costruzione di un’eurozona migliore.

Ti va di donare pochi euro per aiutarci a difendere la democrazia ogni volta che ce ne bisogno?

 

Siamo una piccola squadra di lavoro, ma abbiamo grandi ambizioni. In base a quanto riusciamo a ricavare attraverso donazioni regolari destinate a WeMove potremo:

  • opporci alle forme di aggressione alla democrazia, come la Tribunale Multilaterale per gli Investimenti e la riforma dell’eurozona;
  • avere fondi aggiuntivi da destinare allo staff di WeMove per la scoperta delle dinamiche poco trasparenti che portano alla creazione di corti speciali per le multinazionali e fare in modo che la nostra comunità resti sempre informata;
  • avere fondi necessari per consentire ai membri della comunità di WeMove di entrare in diretto contatto con i ministri chiave e gli eurodeputati (MPE).

Fare parte di una comunità come questa è un onore e una fonte di ispirazione. Grazie di esserne parte.

Olga (Bologna), Virginia (Madrid), Oliver (Berlino) e tutta la squadra di WeMove

PS.: La proposta del Tribunale Multilaterale degli Investimenti contempla qualcosa di diverso dai nostri tribunali tradizionali e dai sistemi giudiziari regolari. Avrà lo scopo di sfidare qualsiasi legge che entri in contrasto con possibili profitti che le multinazionali in questione potrebbero accumulare. Se davvero i governi iniziassero ad avere paura di essere citati in giudizio da grosse compagnie per i profitti che avrebbero potuto ottenere se non avessero incontrato ostacoli, potrebbero cambiare le modalità con cui prendono decisioni. Le richieste delle multinazionali avrebbero un peso enorme se queste fossero nella posizione di portare un governo in tribunale per leggi che, a loro avviso, minacciano o bloccano profitti. A far le spese di tutto questo sarebbero i cittadini europei e l’ambiente.

Difendiamo la nostra democrazia, per favore decidi di donare pochi euro a settimana per potenziare la nostra campagna.

Riferimenti:

[1] Articolo da Politico che puoi leggere su http://www.bilaterals.org/?top-trading-countries-seek-new&lang=en

WeMove.EU è un movimento di cittadini, che si batte per un’Europa migliore; per un’Unione europea dedicata alla giustizia sociale ed economica, la sostenibilità ambientale, e per una democrazia concretamente diretta dai cittadini. Siamo individui di diverse provenienze, con diverse storie alle nostre spalle, che considerano l’Europa la propria casa, indipendentemente da dove siamo nati. Per non ricevere più aggiornamenti da WeMove, clicca qui.

Le nostre risorse provengono dalle donazioni di singole persone che fanno parte della nostra comunità in tutta Europa. Fai una donazione regolare affinché possiamo continuare a vincere campagne che sono a cuore a noi tutti. Dona ora

Discorso della servitù volontaria: conversazione con Miguel Benasayag

Si pensa che gli uomini e le donne siano pronti a lottare quando li si sente lamentarsi della propria sorte.

Ma cosi facendo si confonde il lamento con il desiderio di libertà.

Se il lamento fosse rivoluzionario, saremmo di fronte ad una sorte di rivoluzione planetaria!

Non è perchè ti lamenti della tua situazione che desideri cambiarla, semmai il contrario.

Il lamento è un circuito chiuso.

Ci si lamenta , ci si impegna in una gara al rialzo nella descrizione dell’orrore e ci si ritrova presi

in logiche completamente aberranti, accanto a persone che si pretendono pure loro nel rapporto con al società.

in questi termini la questione della liberazione è soltanto una questione di narcisismo:

Si tratta di decidere chi è “pulito” e chi è “sporco”.

tutto ciò, evidentemente, non ci aiuta affatto a risolvere il problema dell’ingiustizia.

……………………………………………………………………………………………………………………….

La libertà è una frontiera oltre la quale sta a te giocare. a te con tutte le tue incertezze;

è una scommessa un agire sul bordo abissale delle certezze.

BIG PHARMA

 

Big Pharma, se la conosci la eviti

La corporazione medica è diventata uma grande minaccia per la salute.

– IVAN ILLICH”

 

Prima il profitto, poi il paziente

Big Pharma :

I farmaci sono il frutto del lavoro di scienziati integerrimi, la cui esistenza è interamente dedicata a migliorare le condizioni del genere umano. O almeno così siamo abituati a credere: un quadro idilliaco, che non corrisponde alla realtà già da molto tempo. Dall’inizio del Novecento a oggi, infatti, i medicinali sono divenuti prodotti commerciali a tutti gli effetti, che le multinazionali mettono in vendita per il proprio tornaconto economico. La triste verità è che in questo campo c’è ben poco spazio per le questioni etiche. Anche nella storia recente non mancano casi giudiziari accertati di inganni sull’efficacia dei farmaci, sul loro effettivo livello di pericolosità, sulla corruzione degli organi di controllo e dell’ordine medico. Il tutto letteralmente a danno e a spese dei pazienti, perché non è più la medicina a guidare l’industria del farmaco, ma il contrario. Nella stragrande maggioranza dei casi i camici bianchi costituiscono solo manodopera qualificata al servizio di corporation che hanno trasformato la medicina nel terzo business più remunerativo del mondo. Solo accettando questa verità potremo scoprire quanto è “malato” il mondo del farmaco e della ricerca stessa. E ciò al punto che alcune rivoluzionarie scoperte medico-scientifiche sono state inspiegabilmente messe a tacere o del tutto screditate pur di non intaccare i guadagni assicurati da terapie più costose. Che sia una semplice coincidenza?

La malattia: un business da capogiro

Ben pochi, anche tra i lettori più attenti e informati,immaginano quale sia il volume d’affari che gravita intorno ai medicinali. Eppure si tratta di un dato che indica da solo quale influenza le multinazionali possano esercitare sui mass media e le istituzioni, e quanto interesse abbiano a farlo. Basti pensare che, solo nel 2011, le prime 50 corporation farmaceutiche hanno fatturato qualcosa come 630 miliardi di dollari  Uno dei mercati più ricchi è quello degli Stati Uniti, dove, non a caso, hanno sede molte delle principali corporation farmaceutiche. Pur contando meno del 5 per cento della popolazione mondiale, gli USA costituiscono il 50 per cento del mercato globale per i farmaci con obbligo di ricetta.” Inoltre, la spesa per questo prodotto continua a crescere più rapidamente che altrove, con un ritmo di circa il 12 per cento annuo,o non solo per il notevole aumento dei prezzi dei farmaci, ma anche perché i medici ne prescrivono sempre di più o In Italia, dal 2005, la spesa per le cure mediche ha sfondato il tetto” dei 125 miliardi di euro annui, attestandosi sul 9 per cento del PIL nazionale.“ Negli Stati Uniti, invece, la spesa sanitaria pro capite è schizzata oltre i 7500 dollari, una cifra che corrisponde al 18 per cento del PILV È evidente che la lobby farmaceutica ha tutto l’interesse a intervenire nella valutazione e approvazione del suo operato. Le cifre che girano sono talmente alte che è molto facile cadere in tentazione, e le multinazionali pagano generosamente la fedeltà (e il silenzio?) dei loro manager, come si può vedere dal rapporto stilato dal gruppo no profit Famiglie USA.° Charles A. Heimbold jr, per esempio, come presidente e amministratore delegato di Bristol-Myers Squibb si è visto elargire 74.890.918 dollari in un solo anno, oltre  a un patrimonio di 76.095.611 dollari in stock option. Il presidente della Weith, invece, ha guadagnato “solo” 40.521.011 dollari e 40.629.459 in stock option.- Ľ insieme delle grandi multinazionali che detengono il monopolio delle cure viene chiamato “Big Pharma” e, per quanto possa apparire paradossale, sono proprio le malattie, soprattutto le più terribili, a costituire la loro fonte di lucro primaria. Le patologie croniche rappresentano una manna dal cielo, poiché assicurano pazienti che per tutta la vita continueranno a comprare medicine. Dal punto di vista economico produrre un farmaco a basso costo, efficace in modo definitivo, non potrà mai essere un buon investimento. Il massimo profitto si realizza commercializzando medicine che presentano molti effetti collaterali (ovvero che migliorano una patologia inducendone nello stesso tempo altre) e pochi benefici reali (o addirittura nessuno). Tutti i rimedi naturali non brevettabili e non sfruttabili commercialmente, quindi, non diverranno mai oggetto di studio, anche se possiedono eccellenti proprietà terapeutiche e non favoriscono l’insorgenza di altri disturbi. Per quale motivo? Un paziente guarito è un cliente in meno. 

Prezzi in Costante ascesa Big Pharma reclamizza i suoi prodotti in ogni modo possibile, attraverso televisioni, giornali e riviste, con inserzioni pubblicitarie che invitano all’  acquisto di farmaci già dal primo sintomo di leggero malessere. In molti casi i mass media dedicano ampio spazio alla promozione indiretta degli ultimi ritrovati, cantano le lodi delle loro presunte proprietà benefiche e citano risultati di laboratorio creati ad hoc dalla stessa lobby del farmaco. Si tratta di un espediente subdolo, perché viene presentata come verità scientifica quella che di fatto è solo una campagna pubblicitaria camuffata da studio rigoroso. Ai cittadini, insomma, non viene mai permesso di comprendere come funziona veramente il sistema di informazione che ruota intorno al business della “medicina”. “Ho verificato in prima persona l’influenza dell’industria sulla ricerca medica nei due decenni trascorsi al New England Journal of Medicine”, ha dichiarato Marcia Angell, medico di grande prestigio (attualmente insegna alla Harvard Medical School) e giornalista, che ha diretto appunto il New England Journal of Medicine. “La rivista si occupa principalmente delle ricerche sulle cause delle malattie e le relative cure. Questa attività è sempre più sponsorizzata dalle case farmaceutiche. Ho visto società cominciare a esercitare un grado di controllo sul modo in cui veniva condotta la ricerca che non esisteva quando arrivai la prima volta al giornale, e lo scopo era chiaramente di truccare i dati per garantire che i farmaci risultassero validi. […] A volte le aziende non permettono ai ricercatori di pubblicare in alcun modo i risultati ottenuti se questi sono sfavorevoli ai loro farmaci. Vedendo crescere l’influenza dell’industria farmaceutica aumentava la mia preoccupazione riguardo alla possibilità che gran parte della ricerca fosse seriamente scorretta e portasse i medici a ritenere i nuovi farmaci generalmente più efficaci e sicuri di quanto non fossero”.” Il controllo degli sponsor finanziari, quindi di Big Pharma, sulla ricerca sta dando i suoi frutti, come dimostrano l’ assunzione di medicinali sempre più massiccia, il decollo verticale dei prezzi e l’aumento costante della spesa sanitaria. Secondo lo stesso IMS Health, una multinazionale che supporta l’industria farmaceutica attraverso la raccolta di dati, l’elaborazione di analisi e la fornitura di servizi di consulenza, nel 2002 il giro d’affari di Big Pharma a livello mondiale è stato di 400 miliardi di dollari, mentre gli americani ne spendono circa 200 all’anno per i farmaci prescritti,” una cifra che, come si è detto, aumenta del 12 per cento l’anno.o Sempre nel 2002 la spesa media annuale di un americano anziano per un trattamento farmacologicotra i più comuni ammontava a circa 1.500 dollari  e con l’economia mondiale in piena crisi è chiaro che sono sempre meno le persone che possono permettersi le cure mediche non coperte dalle assicurazioni private o dai sistemi sanitari pubblici. Non sono infatti rari i casi in cui a un anziano vengono prescritti tre, quattro o cinque farmaci tutti insieme. Inoltre il prezzo di quelli più venduti viene spesso corretto al rialzo diverse volte nello stesso anno. Solo per citare un esempio, negli USA il costo della pillola Claritin, un antiallergico molto diffuso e utilizzato anche come anticongestionante nasale per il raffreddore, è aumentato ben tredici volte in appena cinque anni, registrando un incremento complessivo superiore al 50 per cento, ovvero quattro volte più alto del tasso d’inflazione.“ Già nel 2001, a causa dei costi esorbitanti per malattie croniche come l’artrite,il diabete, l’ipertensione e il colesterolo alto, quasi un anziano su quattro ha dichiarato di essere stato costretto a ridurre il dosaggio o addirittura a rinunciare alle medicine prescritte.”

Big Pharmaha messo in piedi un sistema scandaloso, ma evidentemente efficace e ben collaudato, se è vero che per quasi vent’anni consecutivi i guadagni del settore farmaceutico sono stati i più alti degli USA; solo nel 2003 questo primato è venuto meno, ma il volume dei suoi guadagni resta comunque al terzo posto,subito dopo finanza e petrolio.

Il mito della ricerca “L aumento dei prezzi non è insolito nell’industria ma permette di investire in ricerca e sviluppo”, ha dichiarato al Wall Street Journal la portavoce di una grande corporation del settore farmaceutico.” Ricorrono alla stessa giustificazione gli esperti dell’ Economist: “Sviluppare farmaci è dispendioso. Se devono insistere nei vari tentativi, le aziende devono anche essere sicure di ottenere un profitto sufficiente a coprire i costi di sviluppo non solo dei farmaci che funzionano, ma anche di quelli che non funzionano”.’o Infatti Big Pharma spenderebbe circa 802 milioni di dollari in ricerca per ogni nuovo prodotto, stando alle dichiarazioni di un gruppo di economisti guidati da Joseph Di Masi del Tufts Center for the Study of Drug Development. Tale cifra è stata resa pubblica in occasione di una roboante conferenza stampa ad hoc organizzata a Philadelphia il 30 novembre 2001,’o che ha avuto grande eco sui principali mezzi di informazione. Il New York Times, per esempio, ha scritto: “Un nuovo round nel dibattito nazionale sui farmaci prescritti si è aperto oggi con uno studio dei ricercatori della Tufts University,

che stima il costo medio per lo sviluppo di un nuovo farmaco più che raddoppiato rispetto al 1987, raggiungendo gli 802 milioni di dollari”.30 La nostra spesa è quindi inevitabile per finanziare la ricerca. E chi potrebbe lesinare su qualche soldo di aumento a fronte di farmaci più efficaci e sicuri? Purtroppo si tratta solo di propaganda, e non è un caso che il Tufts Center sia un istituto largamente finạnziato dall’industria farmaceutica. Basta scorrere i conti di Big Pharma per scoprire che la ricerca rappresenta una spesa molto inferiore alle impressionanti cifre dirottate su “amministrazione e marketing”. Per esempio, per oltre un decennio, a partire dal 1990, l’industria farmaceutica ha investito circa il 36 per cento dei ricavi su questa voce, destinandovi una percentuale due volte e mezzo superiore a quella per la ricerca e lo sviluppo.!! Come se non bastasse, le somme attribuite alla ricerca sono in realtà gonfiate ad arte. Il serio studio effettuato dalla Public Cirizen, un’associazione americana a difesa dei consumatori, ha clamorosamente Smentito gli 802 milioni di dollari dichiarati da Di Masi; depurato dagli artifici contabili, l’investimento scende sotto il tetto dei 100 milioni.” A dispetto di quanto affermato pubblicamente dai suoi portavoce, Big Pharma spende pochissimo in ricerca e sviluppo, perché preferisce destinare fiumi di denaro a marketing, ufficilegali, pressioni sulle istituzioni, sull’ ordinemedico, sull’opinione pubblica,sugli organi d’informazione e sui governi. Si tratta di quell’insieme di attività di promozione non meglio specificate che vanno sotto un’ etichetta quanto mai generica, il cui contenuto dettagliato può essere solo intuito, poiché i dati pubblici riguardano esclusivamente l’ammontare della spesa complessiva. “Il problema di base è che tutti i costi farmaceutici, inclusi quelli Per la ricerca, sono in una scatola nera, nascosti alla vista. Non c’è trasparenza”, ha fatto notare a questo proposito il deputato americano Henry Waxman.** In Europa non va certo meglio: anche i cinque giganti farmaceutici del vecchio continente (GlaxoSmithKline, AstraZeneca, Novartis, Roche Group e Sanofi-Aventis) si dimostrano generosi quando si tratta di amministrazione e marketing e diventano avari

in materia di ricerca e sviluppo, replicando le stesse politiche di spesa delle controparti americane.“ Una scelta molto conveniente, dato che la fase di studio è senza dubbio quella più lunga, impegnativa, costosa e incerta: occorrono normalmente decenni prima di scoprire qualcosa di utile a scopo terapeutico (e quindi commerciale). Solo quando la malattia è stata compresa a sufficienza dalla medicina di base è possibile iniziare a studiare le cure più adatte e passare alla cosiddetta “fase di sviluppo” che si articola in due diversi livelli. Il primo, quello preclinico, esamina gli effetti dei candidati farmaci sugli animali e/o sulle cellule in coltura; il secondo, quello clinico, prevede invece la sperimentazione sugli esseri umani. Big Pharma interviene soltanto quando si prospetta la fase di sviluppo che, oltre a essere più breve, offre maggiori garanzie di un consistente e veloce ritorno economico.

Chi paga davvero

In America come in Europa, l’incombenza della ricerca di base e le relative spese restano sulle spalle degli enti pubblici. Negli USA è il National Institutes of Health (NIH) a scegliere quale studio finanziare e quale no, una funzione che dovrebbe esercitare garantendo assoluta imparzialità e indipendenza rispetto agli interessi delle lobby industriali. Tuttavia un’indagine del giornalista David Willman ha denunciato un preoccupante conflitto di interessi: i senior scientists del NIH (gli esperti più influenti e meglio retribuiti dell’ente) arrotondano abitualmente il loro stipendio pubblico con ingenti somme e stock option generosamente elargite da Big Pharma in cambio di “consulenze”,” che probabilmente finiscono sotto la solita etichetta di “amministrazione e marketing”. Il denaro corrompe e l’industria farmaceutica ne ha così tanto da essere potenzialmente in grado di dirigere dall’esterno anche la ricerca pubblica. Nella stragrande maggioranza dei casi Big Pharma fa svolgere l’attività più impegnativa alle università, magari convogliando i fondi dei contribuenti sui progetti più promettenti, per scendere

in campo appena un farmaco diviene appetibile dal punto di vista commerciale.“ La strategia si è ormai consolidatane gli USA, dove nel 1980 il Congresso ha approvato il famigerato Bayh-Dole Act, una legge che consente alle università e alle piccole imprese di brevettare le scoperte finanziate dal NIH. Di per sé già questo è un controsenso: sono le tasse a finanziare l’ente,quindi i cittadini pagano la ricerca due volte, prima con i prelievi fiscali e poi comprando i medicinali. Nel momento in cui gli scienziati li brevettano, i nuovi ritrovati vengono ceduti a Big Pharma attraverso appositi uffici di trasferimento tecnologico (Technology Transfer Office, TTO) che rilasciano licenze esclusive. All’industria non resta poi che eseguire la fase dei trial (cioè gli studi per provare l’efficacia e la sicurezza dei farmaci) necessari per l’approvazione e la messa in vendita. In questo modo, però, i diritti dello sfruttamento commerciale diventano un affare privato tra l’industria, le università e gli studiosi che li hanno brevettati e ricevono le royalty di concessione. L’autorevole economista Richard R. Nelson della Columbia University ha evidenziato che il sistema introdotto dal Bayh-Dole Act non giova neppure agli atenei: “Su circa 600 Uffici Trasferimento Tecnologico presenti nelle università americane meno del 10 per cento risulta in attivo”.” Solo pochi istituti ci hanno guadagnato, mentre la maggior parte scontagli svantaggi di un’attività di ricerca già finalizzata ai brevetti, allo sviluppo di start up e allo stanziamento di venture capital. “La lezione che il sistema universitario europeo, e in particolare quello italiano, può trarre dall’esperienza americana è quella di creare dei rapporti con le imprese, ma non di tipo commerciale. Gli effetti negativi della commercializzazione rischiano di prevalere rispetto a quelli positivi. A un livello più superficiale l’apparato legale che ruota attorno ai brevetti ha reso più tesi che in passato i rapporti tra università e impresa. A un livello più profondo, l’indipendenza della ricerca universitaria rischia di essere compromessa dalla dipendenza economica dalle imprese. L’università deve rimanere una fonte sofisticata e imparziale di conoscenza”.* Come visto, inoltre, il più delle volte sono le principali istituzioni accademiche a sostenere le spese per avviare la ricerca con il denaro pubblico, o versato da contribuenti che poi sono costretti ad acquistare i farmaci a costi stratosferici da Big Pharma. Solo per fare un esempio, possiamo ricordare la storia dell’ AZT, il primo celebre farmaco impiegato contro l’AIDS. La molecola AZT venne sintetizzata nel 1964 alla Michigan Cancer Foundation per essere utilizzata contro i tumori, ma non ci furono i benefici sperati e fu abbandonata fino al 1974, quando un team di ricercatori tedeschi ne dimostrò l’efficacia contro le infezioni virali sui topi. La Burroughs Wellcome (poi inglobata nella britannica GlaxoSmithKline) s’acquistò per un possibile impiego contro l’herpes. Nel 1981, però, s’improvvisa comparsa di una terrificante malattia attirò nuovamente l’interesse dei ricercatori pubblici sull’AZT. Il New England Journal pubblicò infatti tre documenti su alcuni omosessuali di New York e Los Angeles deceduti a causa di un’infezione inarrestabile che venne denominata “sindrome da immunodeficienza acquisita”, ovvero AIDS. I medici del NIH e dell’istituto Pasteur di Parigi attribuirono l’origine di tale epidemia a un tipo di virus chiamato “retrovirus” e nel 1985 i ricercatori del NIH insieme ai colleghi della Duke University condussero la sperimentazione dell’ AZT per il trattamento dell’AIDS. I risultati dei test di laboratorio e dei primi trial clinici (la sperimentazionesull’uomo), finanziati con denaro pubblico, indussero la Burroughs Wellcome abrevettare immediatamente l’AZT per il trattamento dell’AIDS. L’industria farmaceutica si affrettò poi a eseguire gli ultimi trial necessari per ottenere la commercializzazione del prodotto in tempi brevissimi.” La storia dell’AZT non è certo l’unica. Persino le spese di ricerca del Taxol (nome commerciale del paclitaxel), ovvero del farmaco contro il tumore più venduto della storia, sono state interamente sostenute dai contribuenti.?” Eppure a trarne vantaggi economici è stata sempre Big Pharma, nel caso specifico la Bristol-Myers Squibb che lo ha messo in vendita a prezzi esorbitanti (attualmente in Italia una singola confezione di Taxol da 300 mg/50 mi per soluzione da infusione costa circa 1.400 euro).” Big Pharma si affaccia quindi nel mondo della ricerca solo quando un farmaco giunge vicino alla commercializzazione, occupandosi quasi esclusivamente della fase clinica e preclinica dei

candidati farmaci più promettenti. Talvolta demanda anche quelle: le statistiche dimostrano che per quanto riguarda l’ultima fase dei trial clinici dei farmaci più innovativi, almeno un terzo è stato effettuato dalle università o dalle piccole società biotecnologiche che poi rilasciano le necessarie autorizzazioni a Big Pharma.” Leloquente studio pubblicato sulla rivista Health Affairs ha rivelato che, nel 1998, solo il 17 per cento circa degli articoli scientifici citati nelle domande di brevetto per medicinali clinici arrivava dalla ricerca sostenuta dall’industria, mentre il 54 per cento proveniva dai centri accademici, il 13 per cento dal governo e il resto da altre istituzioni pubbliche e no profit.“ Grazie al Freedom of Information Act (una legge a garanzia della trasparenza),Public Citizen è riuscita a ottenere e a rendere nota un’indagine statistica interna del NIH, mai pubblicata prima. Si è scoperto così che nel 2000 il NIH aveva effettuato un controllo a campione sui 5 farmaci più venduti del 1995 (Zantac, Zovirax, Capoten, Vasotec e Prozac): dei 17 studi scientifici chiave che avevano reso possibile la loro scoperta e lo sviluppo, ben 16 non provenivano da Big Pharma.” Un’altra ricerca pubblicata dal Bostom Globe ha messo in evidenza che su 50 dei farmaci più venduti nel 1997, 45 avevano ricevuto finanziamenti governativi.oo Il ruolo di Big Pharma nella ricerca è quindi molto marginale e limitato e può essere riassunto in opochi investimenti in nome di enormi guadagni assicurati”. E forse è quasi una fortuna, perché quando l’industria interviene nelle fasi di studio e trial, i risultati diventano subito allarmanti.

I trial clinici e il contenzioso di Kano

Prima di essere approvato, un candidato farmaco deve essere sperimentato sull’uomo. Negli USA, una volta giunto a questa fase, lo studio viene diviso in quattro distinti passaggi: nel primo, i test si concentrano su un gruppo ristretto di volontari generalmente sani; nel secondo si passa a un campione più ampio, costituito da almeno un centinaio di persone, fra cui soggetti malati; nel terzo si valutano la sicurezza e l’efficacia del farmaco su un gran numero di pazienti (da alcune centinaia a decine di migliaia); nel quarto passaggio si studiano i farmaci già presenti sul mercato per individuare usi supplementari o eventuali effetti collaterali sfuggiti ai primi trial. Non tutti i farmaci però devono superare ogni fase e non è Big Pharma ad assumersi direttamentela responsabilità della corretta attuazione. Il compito viene affidato di solito a societàdi sicerca a contratto (Contract Research Organization, CRO), APPo sitamente create per svolgere la sperimentazione. Difatto Big Pharma, anziché rivolgersi al personale qualificato dei laboratori universitari, preferisce stipulare contratti con medici privati che non hanno alcuna formazione specifica come ricercatori e si limitano a eseguire quanto viene richiesto per non perdere il lucroso appalto.” Nel 2001 vi erano circa un migliaio di CRO sparse in tutto il mondo che ricevevano milioni di dollari da Big Pharma. A che soo po? Non certo per pagare i volontari, che costano in genere poche centinaia o migliaia di dollari. La cascata di denaro si riversa sui medici, un interessante rapporto del Ministero della Salute statuni. tense ha reso noto, per esempio, che i medici impegnati in un trial del 2000 hanno ricevuto 12.000 dollari per ogni paziente sottoposto ai test, più altri dollari di bonus appena raggiungevano il numero complessivo di sei volontari.”

Marco Pizzuti : scoperte mediche non autorizzate

Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

Articolo Completo :Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Case ipotecate e all’asta: più facile venderle, debitori subito fuori

Imposta di registro flat: dal Governo uno sconto a chi acquisterà una casa all’asta; 

la norma consentirà alle banche, che stanno eseguendo un pignoramento immobiliare, di vendere più facilmente le case ipotecate e su cui pende l’esecuzione forzata.   Acquistare una casa all’asta giudiziaria può essere un affare solo se il prezzo scende oltre il valore di mercato, ma adesso lo sarà in ogni caso, anche prima di tale momento. Una norma approvata ieri dal Governo, infatti, prevede un forte sconto per chi compra un immobile sottoposto a procedura esecutiva immobiliare sotto la direzione del tribunale: la misura – unica nel suo genere – prevede una sostanziosa agevolazione fiscale. Con il risultato che si venderanno più facilmente gli immobili pignorati dalle banche.   Il bonus in commento è contenuto nel tanto atteso “decreto banche”. In pratica, viene cancellata l’imposta di registro al 9%, calcolata sul valore dell’immobile: al suo posto ci sarà solo una “tassa piatta” da 200 euro. Ma ad una condizione ben precisa: il bene dovrà essere rivenduto nei 24 mesi successivi all’acquisto. Insomma, verrà premiato non chi intende aggiudicarsi la casa per le proprie esigenze abitative, ma chi è animato da fini speculativi: è il caso, per esempio, dell’investitore che, pur non avendo bisogno dell’immobile, intende acquistarlo all’asta per poi rivenderlo e lucrare sulla differenza. Il tutto, ovviamente, ai danni del debitore pignorato.   Il primo investitore interessato all’affare sarà la banca stessa che potrebbe, da oggi, acquistare le case pignorate risparmiando sull’imposta di registro: si pensi che un immobile del valore di 1 milione di euro sconta, di norma, un’imposta di registro di 90 mila euro. Oggi, invece, l’importo della tassa sarà di soli 200 euro: una boccata d’ossigeno immediata per i bilanci degli istituti che si vedono così di colpo rivalutare almeno del 9% il valore del “collaterale”. La stessa banca poi, nei due anni successivi, sarà costretta a rivendere il bene e nulla vieta che possa farlo nei confronti dello stesso debitore al quale gliel’ha già finanziata e sottratta una prima volta. Nessuna norma, infatti, pone un limite a questo circolo vizioso.   L’agevolazione spetta per i beni acquistati entro il 31 dicembre 2016 e riguarderà anche le persone fisiche le quali, come gli istituti di credito e le imprese, dovranno sempre rivendere il bene nei due anni successivi. Qualora l’immobile non dovesse essere rivenduto nei due anni, l’acquirente dovrà versare l’imposta di registro in misura proporzionale del 9%.   La norma è passata come una misura di defiscalizzazione, rivolta a ottenere due benefici: sbloccare le lunghe e aleatorie procedure di pignoramento da un lato e, nello stesso tempo, incentivare il mercato delle vendite immobiliari. In realtà, la misura porterà un immediato beneficio nelle casse delle banche riducendo la svalutazione almeno del 9% delle sofferenze bancarie legate agli immobili dati in garanzia per prestiti e mutui.   L’effetto dell’agevolazione fiscale consisterà anche in una forte riduzione dei tempi dei pignoramenti immobiliari: divenendo più conveniente comprare case tramite il tribunale, potrebbe non essere più necessario attendere diversi esperimenti d’asta prima di avanzare l’offerta di acquisto. Insomma, i debitori avranno più probabilità di dire addio alla propria abitazione e meno tempo per rimanervi prima che si venda.

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Come calcolare quando andare in pensione

Pensione anticipata, pensione di vecchiaia, deroghe con riduzione dei requisiti: come calcolare quando si può uscire dal lavoro.

 

Dal 2012, con l’entrata in vigore della Legge Fornero, i requisiti per la pensione si sono notevolmente inaspriti, e sono cambiate le tipologie di pensionamento accessibili: in particolare, non è più possibile conseguire la pensione di anzianità, cioè quella raggiungibile con 40 anni di contributi, o in base alle quote (sommatoria di età e contributi), in quanto tale prestazione è subentrata la pensione anticipata, basata sui soli anni di contributi.

Anche la pensione di vecchiaia ha subito importanti cambiamenti, a causa del brusco innalzamento dei requisiti anagrafici.

Restano, però, alcune vecchie eccezioni che danno diritto al collocamento a riposo con requisiti ridotti, accompagnate da nuove deroghe poco conosciute.

Vediamo, in questa guida, come si calcolano i requisiti per andare in pensione, e come sapere qual è la tipologia di trattamento accessibile con le tempistiche più brevi.

Calcolo dei requisiti

A seconda della tipologia di pensione (anticipata, di vecchiaia, etc.) sono stabiliti differenti requisiti, che possono riguardare sia l’età, che gli anni di contributi.

Per quanto riguarda il calcolo dell’età, è necessario fare riferimento alle tabelle da noi riportate nella guida, che segnano l’età pensionabile prevista per ogni anno, in base agli incrementi periodici legati all’aumento della speranza di vita.

Il discorso è più complesso per il calcolo dei contributi, in quanto generalmente, nell’estratto conto dell’Inps, la contribuzione è segnata in settimane, ma a volte anche in mesi o in giorni, a seconda della gestione alla quale appartiene il dipendente.

Bisogna dunque considerare i seguenti coefficienti di trasformazione, per capire quanti anni di contributi si possiedono:

– 1 anno= 52 settimane;

– 1 mese= 4,333 settimane;

– 1 giornata= 0,19259 settimane.

I periodi di contribuzione appartenenti a diverse gestioni possono essere sommati:

– gratuitamente, nel caso in cui si richieda la totalizzazione dei contributi, il cumulo, il computo, o la totalizzazione retributiva;

– a titolo oneroso, qualora si richieda la ricongiunzione dei contributi presso un’unica gestione.

In caso contrario, i contributi di ogni gestione devono essere computati separatamente, per verificare il diritto ad un’autonoma pensione, o a un’eventuale pensione supplementare o supplemento di pensione (per approfondire: pensione supplementare, supplemento della pensione, ricalcolo e ricostituzione della pensione).

Per quanto concerne il calcolo della pensione, ricordiamo che questo è:

retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

– retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo (il cosiddetto misto), per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

interamente contributivo, per chi non ha contributi precedenti al 1996.

Coloro a cui spetta il calcolo interamente contributivo, o che optano per il computo nella Gestione Separata, hanno diritto, a determinate condizioni, a requisiti più leggeri per accedere alla pensione anticipata (63 anni e 7 mesi di età con 20 anni di contributi) ed a quella di vecchiaia (70 anni e 7 mesi, ma con soli 5 anni di contributi).

Per maggiori approfondimenti sul calcolo della pensione, vi invitiamo a leggere il nostro vademecum: come calcolare l’assegno di pensione.

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Equitalia blocca il conto coi soldi per le cure mediche

Mi è stato notificato un pignoramento in banca per delle cartelle esattoriali non pagate: se dimostro che le somme mi servono per cure mediche salvavita e che sono invalido posso ottenere lo sblocco?

 

Purtroppo non è previsto alcun beneficio per chi non paga le cartelle esattoriali di Equitalia e, al contempo, utilizza i soldi del proprio conto corrente per pagarsi le cure mediche; ciò vale anche se si tratta di prestazioni sanitarie imprescindibili, come nel caso delle cure salvavita.

Incredibilmente, è più facile ottenere un “alleggerimento” del pignoramento se si è pensionati o lavoratori dipendenti piuttosto che se si è inabili al lavoro e, per via dell’invalidità, non si può percepire altri redditi.

Difatti, i redditi di lavoro dipendente e quelli da pensione possono essere pignorati nei limiti massimi di:

– un decimo, per pensioni e stipendi inferiori a 2.500 euro;

– un settimo, per pensioni e stipendi tra 2.5001 e 5.000 euro;

– un quinto, per pensioni e stipendi superiori.

Invece, se il pignoramento avviene sul conto del lavoratore dipendente o del pensionato, Equitalia può bloccare solo la somma ivi depositata superiore a 1.345,56 euro (ossia pari al triplo dell’assegno sociale). Dunque, se il conto rimane sempre entro tale soglia, il pignoramento “va a vuoto”. Per gli importi, invece, accreditati sul conto dopo il pignoramento (sempre a titolo di pensione o stipendio) resta il limite massimo di un quinto. Sul punto, leggi l’approfondimento “Pignoramento del conto corrente: nuovi limiti”.

Pertanto, dando dimostrazione che il denaro depositato sul conto corrente serve per cure mediche vitali non si ottiene lo sblocco, né il giudice può annullare il pignoramento. Si tratta di una delle tante storture del nostro sistema di riscossione tributaria.

La pensione di invalidità è pignorabile?

Per quanto riguarda, infine, il pignoramento dei sussidi assistenziali previsti per gli invalidi, in linea teorica anche tali importi sono pignorabili al pari di qualsiasi altro credito. La Cassazione ha però chiarito che la pensione di invalidità è pignorabile integralmente fatto salvo un limite impignorabile di somme necessarie a garantire al pensionato i mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. Fino alla recente riforma dell’esecuzione forzata, tali minimo impignorabile veniva determinato, caso per caso, dal giudice. Oggi si potrebbe avanzare la tesi (attraverso una interpretazione in via analogica dalle norme sul pignoramento della pensione) secondo cui il minimo vitale è pari al triplo dell’assegno sociale, ossia, per il 2016 a tre volte l’importo di 448,51 euro (ossia 1.345,53).

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Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Uso personale: assoluzione perché il fatto non sussiste; 

la modesta quantità della sostanza conferma l’assenza di intenzione di vendere a terzi.

 

Troppo poche due piantine di hashish per dire che l’imputato, sorpreso nella coltivazione sul proprio terrazzo, aveva intenzione di estrarre la sostanza stupefacente per venderla a terzi. La condotta è praticamente inoffensiva per gli altri; viene confermato l’assenza di reato stante l’uso personale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

È ormai un principio consolidatosi in giurisprudenza quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti (cannabis e hashish innanzitutto), la coltivazione diretta di piante piccole o di numero ridotto esclude la possibilità di parlare di reato. La “piantagione domestica”, se rivolta a estrarre una minima parte di principio attivo, non è un attentato alla salute pubblica.

La verifica deve essere fatta non solo riguardo alla dimensione delle piantine, ma anche al numero. In una sentenza dello scorso agosto, la Corte ritenne che cinque fosse un numero irrilevante per il procedimento penale [2]. Nella pronuncia odierna il numero in contestazione all’imputato era invece di due. Coltivare solo un piao piantine di hashish – si legge in sentenza – non è una condotta offensiva e come tale non va punita.

La vicenda

Protagonisti della vicenda sono due imputati, condannati in secondo grado per produzione, spaccio e detenzione di stupefacenti per aver coltivato a casa loro, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana. Secondo la Corte territoriale, essendo irrilevante la destinazione della sostanza se a uso personale o meno, afferma che la condotta sia sempre punibile sul presupposto della “soglia drogante” del prodotto. La Cassazione, di tutt’altro avviso, ritiene che la sentenza di appello vada annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. La quantità modesta di droga conferma che si tratta di un prodotto destinato al consumo personale dei due imputati.

La giurisprudenza

La distinzione che opera la giurisprudenza è quella tra il reato di coltivazione e quello di detenzione dello stupefacente:

– quanto al reato di coltivazione, esso non può essere “direttamente ricollegato all’uso personale ed è punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”;

– quanto invece alla detenzione essa è condotta strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione: pertanto è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi. Se destinata, invece, all’uso personale, è prevista solo una sanzione amministrativa.

È la destinazione della sostanza stupefacente a decretare l’esistenza o meno del reato: non basta il semplice pericolo, ma è necessario che la condotta sia in concreto offensiva.

Pertanto, tutte quelle condotte che dimostrino una levità tale da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione, allora si può parlare di inoffensività e di assenza del reato. Resta ferma, come detto, la sanzione amministrativa.

La Cassazione, in sintesi, sostiene che l’aver coltivato due piantine, “senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta pericolosa e quindi offensiva per la collettività.

 

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