SCHIRIBIZZO è La parola del giorno

                                                                        Schiribizzo                                                                             [schi-ri-bìz-zo]

SIGN Idea bizzarra e improvvisa; composizione letteraria originale e bizzarra; oggetto di forma bizzarra variante di [ghiribizzo], di etimo incerto, ma probabilmente dall’alto tedesco antico [krebiz] ‘gambero’.          Ho capito male o si diceva che ‘ghiribizzo’ viene da ‘gambero’?                             Sulla sua origine ne sono state dette diverse: c’è chi c’intravede i geni del ghirigoro, chi lo riscostruisce a partire da ‘scarabizzo’, ossia ‘scarabocchio’. Ipotesi serie, anche forti di una continuità semantica. Perché lo schiribizzo, o ghiribizzo, è l’idea improvvisa, bizzarra, magari balzana – qualcosa che si avvicina bene a un tratto attorcigliato senza senso. Ma alcune fra le voci più autorevoli affermano, col conforto di varie circostanze, che no: l’origine è germanica, e che va trovata nell’alto-tedesco antico, alla voce krebiz, gambero.                                                               Bene, ma che c’entra l’amico gambero, qui? Sembra nulla.                                                                  È che in italiano a proposito di idee stravaganti di solito non parliamo di gamberi, ma di altri artropodi (come certi dizionari etimologici non mancano di adombrare): i grilli. Tutte bestioline brulicanti, ostinate, antennute, che si sanno muovere nella maniera più bizzarra e agile fra salti e planate zampettanti. Serve un occhio poetico per vedere in grilli e gamberi la rappresentazione di pensieri che si muovono – e questo occhio lo condividiamo tutti.                                                                     Così racconto che mi è venuto lo schiribizzo di iniziare a dipingere (“Faccio arte astratta”), la dichiarazione d’amore eterno può essere un mero  schiribizzo, e quando ai colleghi è venuto lo schiribizzo di fare una biciclettata tutti insieme si sono fermati alla prima osteria e sono rimasti lì per il resto della giornata. Per estensione viene detto schiribizzo anche il componimento letterario originale e bizzarro – e volentieri è l’autore stesso che si schermisce definendolo tale: ho scritto uno schiribizzo che mi ha ispirato l’avventura di oggi, e il suo sarà solo uno schiribizzo, ma è suggestivo e apre il discorso. Infine, seguendo il carattere di stranezza, può anche essere un oggetto di forma bizzarra: il negozio è pieno di schiribizzi che prendono polvere, e ringraziamo un po’ disorientati l’amico che di ritorno dal viaggio ci porta in dono un misterioso schiribizzo. Che ci parli di gamberi o scarabocchi (peraltro come negare eco a valle con scarabizzi e ghirigori?) rimane una parola fresca, frizzante, capace di movimentare il discorso con una sonorità divertente e inusuale.

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SUPERORGANIZZAZIONE

Questi progressi ammirevoli, stupendi, si scontano.                                                                Anzi, già li stiamo scontando, come la lavatrici elettrica comprata l’anno scorso, le rate sono sempr piu gravose.Storici, sociologhi, psicologi hanno scritto molto, e con molto mpegno, sul prezzo che l’uomo d’occidente ha pagato e sta pagando per il progresso tecnologico.Affermano, per esempio, che difficilmente puo sperarsi che fiorisca la democrazia nella società in cui il potere economico si concentra e si centralizza sempre di piu.Ma il progresso della tecnologia ha portato, e sta portando, proprio a questa centralizzazione del potere.L’apparato della produzione di massa,migliorando la sua efficienza, tende a farsi sempre piu complesso e costoso, meno accessibile quindi all’imprenditore che abbia mezzi limitati.Non solo: la produzione di massa non sta in piedi senza distribuzione di massa, e la distribuzione di massa crea problemi che soltanto i grossi produttori possono risolverer adeguatamente. Dove la produzione e la distribuzione divengono fenomeni di massa, grave è lo svantaggio dell’Uomo Piccolo, che non possiede una sufficiente riserva di capitale operante.Se entra in concorrenza con l’uomo Grosso, perde prima i quattrini, e poi anche la qualità sua medesima di produttore indipendente, l’Uomo Grosso lo ha ingoiato.                       E scomparendo l’Uomo Piccolo, una quantità sempre maggiore di potere economico si riduce nelle mani di un numero sempre minore di individui.Sotto la dittatura la Grande Impresa, resa possibile dal progresso tecnologico e dalla conseguente rovina della Piccola Impresa, cade sotto il controllo dello Stato: cioè , di un piccolo gruppo di dirigenti politici e militari, di poliziotti, di funzionari che eseguono certi ordini.In una democrazia capitalistica,come gli Stati Uniti, la Grande Impresa cade sotto il controllo di quella che il professore C.Wright Mills definisce  “l’ élite del potere” .Questa élite impiega direttamente la forza lavorativa di milioni di cittadini nelle sue fabbriche, nei suoi uffici, nei suoi negozi, altri milioni li controlla, anche meglio,prestando i loro i soldi perche comprino i suoi prodotti; ed essendo propietaria  dei mezzi della  comunicazione di massa, influenza pensieri, sentimenti e azioni di tutti, in pratica. Parodiamo una frase di Churchill  potremmo dire che mai è accaduto che tanti uomini si lasciassero manipolare da un cosi ristretto gruppo. Siamo assai lontani dall’ideale Jeffersoniano di una società veramente libera.

Ritorno al mondo nuovo. Aldous Huxley

PRIMEVO è La parola del giorno

Primevo

[pri-mè-vo] SIGN Antichissimo, primitivo; iniziale, giovanile dal latino [primaevus], composto di [primus] ‘primo’ e [aevum] ‘età’.                                                                                                                È una parola di sapore letterario, e appartiene a un registro alto, ma la grazia dei suoi significati e la delicata ironia che permette la rendono un parola da tenere presente nel quotidiano – anche perché in effetti è tutt’altro che astrusa.                                                                                                                    Il riferimento etimologico è semplice e sintetico: ciò che è proprio della prima era, della prima età. Questa ambivalenza era/età ci presenta il primevo sia come l’antico di un’antichità originaria, sia come l’iniziale, il giovanile, il verde. Giusto nel primitivo questi significati si trovano connessi. Possiamo parlare di come la passeggiata nel bosco fuori città ci porta a scorci di pace primeva, senza asfalto, senza motori; dell’amico chic che si pregia di un telefonino primevo coi bottoni; degli umili, dignitosi reperti degli insediamenti primevi nella valle. Come anche delle opere primeve di un autore (che forse preferiamo), dell’entusiasmo  primevo che anima il collega appena iscritto al corso di scherma rinascimentale, della semplicità vagheggiata degli amori primevi (che invece erano complicatissimi).                                                                                                                                       Più neutro e lieve del primitivo stesso, meno rovinato o selvaggio dell’antico, senza le agilità muscolari del giovanile, il primevo resta una risorsa espressiva insostituibile – uno di quei toni tenui, quasi sospesi, che fanno ricordare il discorso.

SEDIZIONE è La parola del giorno

Sedizione

[se-di-zió-ne]SIGN Sollevazione, rivolta dal latino [seditio], composto di [sed-] che indica separazione e [itio] ‘andata’, da [ire] ‘andare.Questa parola si erge in una foresta di sinonimi che ci sono tutti ben noti: sommossa, rivolta, sovversione, insurrezione, sollevazione e via e via. Balza all’occhio che rispetto a questi è meno consueta; ed è una carta gagliarda.L’immagine originale della sedizione è piuttosto vicina alla secessione: il latino seditio ci si presenta come una separazione, come un’andata altrove. Tant’è che oltre alla sommossa, all’insurrezione di una fazione  contro un’altra, poteva significare il disaccordo, la disunione in un gruppo anche ristretto come quello amicale o famigliare. Vediamo subito che rispetto ai suoi sinonimi l’azione che descrive non è originariamente verticale, non ci parla di un movimento da sotto in su, ma invece ci descrive una frattura, una separazione. Non indolore, spesso non pacifica.Ma già all’alba della sua emersione in italiano, nel Duecento, la sedizione aveva perso gran parte di questa complessità, e preso l’impronta netta di una generica ribellione contro l’autorità, di popolo o militare. Possiamo solo notare che la ricercatezza di questa parola ce la presenta come più compassata rispetto ai suoi sinonimi: dopotutto le parole alte danno spesso una certa idea di lucido dominio intellettuale. E, come al solito, aprono anche una via larga per l’ironia.Così classicamente l’esercito interviene per scoraggiare ogni tentativo di sedizione; una stampa faziosa dipinge come cruda sedizione una sincera manifestazione di disagio; alle poste, dopo aver preso il numerino sbagliato, il pensionato furente si arrampica su una sedia incitando alla sedizione la gente in fila; e dopo aver annunciato il menu impopolare la mamma stronca la sedizione dicendo che le bietole sono vecchie, non vorrai mica buttarle via? Una risorsa davvero versatile e intensa, che nel discorso si fa piacevolmente notare.

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ZERBINO è La parola del giorno

                                                            Zerbino

[zer-bì-no] SIGN Piccolo tappeto che si mette davanti all’ingresso per pulirsi le suole; giovane galante eccessivamente curato nel primo significato, dall’arabo [zirbiy] ‘tappeto, cuscino’; nel secondo, da [Zerbino], nome di un personaggio dell’Orlando Furioso.Questa non è una parola, sono due. Lo zerbino frequenta i nostri pensieri e i nostri discorsi quale piccolo tappeto o stuoia da piazzare all’ingresso delle abitazioni – e l’origine araba del nome non stupisce. Quella ispida, resistente ruvidità che detesteremmo in un tappeto da interni per lo zerbino è invece funzionale: infatti, anche se può avere qualche velleità decorativa, esso serve essenzialmente a grattarci sopra le suole delle scarpe per pulirle prima di entrare in casa, in ufficio e via dicendo. Un oggetto importante ma molto umile – anzi è difficile pensare ad altri oggetti più umili dello zerbino. Tanto servile e tanto negletto pare lo zerbino mio quando ci struscio sopra le suole, che figuratamente diventa zerbino la persona passiva, asservita, che si presta senza opporsi allo sfruttamentodocile a ogni prevaricazione. La figura del mettere i piedi in testa, qui, calza. L’atteggiamento arrendevole dello zerbino può essere ambivalente – può covare risentimento e sottomettersi con zelo conveniente o abbracciare contento e volenteroso la sua condizione: classicamente la fanciulla scafata si approfitta dei servigi di uno zerbino, il silenzioso zerbino carpisce i segreti industriali e si mette in proprio, e quello che pareva essere un politico rampante diventa lo zerbino dei dirigenti del partito. Ma dicevamo che ‘zerbino’ può anche essere un’altra parola. Un’antonomasia, che nasce – anche questa – dalla galassia dell’Orlando Furioso. Qui Zerbino è il principe ereditario di Scozia: un giovane galante, azzimato, di un’eleganza affettata e ostentata oltre il buongusto. E questi sono i caratteri che passano nell’antonomasia: fuori dal locale ci sono molti bizzarri zerbini a fumare, il rampollo della dinastia non è che uno zerbinotto vanesio, e l’amico zerbino si sente irresistibile. Ci sono due motivi per cui dire “Peccato”: il primo è che questa seconda parola è praticamente inutilizzabile – il riferimento allo zerbino-tappeto, anche figurato, è troppo forte. Insomma, se diciamo che Tizio è uno zerbino, non si pensa mai che sia azzimato, ma sempre che sia ossequente. Il secondo è che, in quest’antonomasia, di Zerbino risaltano solo i connotati peggiori: egli è sinceramente innamorato della saracena Isabella, conosciuta alla giostra di Baiona; accorre valorosamente in aiuto di Carlo Magno durante l’assedio di Parigi; mostra umanità risparmiando il giovane Medoro (Ma come gli occhi a quel bel volto mise,/ Gli ne venne pietade, e non l’uccise.); muore, ucciso da Mandricardo, cercando di impedirgli di impossessarsi della Durlindana, la mitica spada di Orlando, che l’ha abbandonatanella sua follia.

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PERICOPE è La parola del giorno

                                                               Pericope

[pe-rì-co-pe] SIGN Breve passo estratto da un testo; nella liturgia cristiana, passo delle Sacre Scritture letto durante la messa dal latino tardo [perìcope], dal greco [perikopé], da [perikòpto] ‘taglio intorno’, composto da [peri-] ‘intorno’ e [kopto] ‘taglio’. È sempre entusiasmante poter dare un nome nuovo e più preciso a qualcosa che popola le nostre giornate. In questo caso, nome dottissimo, oggetto comunissimo. La pericope è un breve passo estratto da un testo, e l’immagine da cui scaturisce questo significato è semplice e fisica: il ritagliare. Consiste di poche righe, che ritagliate da un testo più lungo e complesso rappresentano un nucleo di senso, contenendo per esempio una riflessione, o un episodio. Scorrendo il social network troviamo una pericope tanto suggestiva che decidiamo di comprare subito il romanzo da cui è presa; la presentazione si apre con una pericope particolarmente pregnante; e conserviamo il biglietto d’auguri che riporta una pericope a cui siamo molto affezionati. Nella liturgiacristiana questa parola ha avuto una grande fortuna, descrivendo giusto i passi delle Sacre Scritture che vengono letti durante la messa, o degli estratti significativi di cui si vuol fare un’esegesi attenta. È una parola che permette di emanciparsi dalla genericità usata e un po’ ruvida del brano, e rispetto al passo o al passaggio – momenti di un fluire – evidenzia l’atto del prendere, o appunto del ritagliare. Certo se comunemente parliamo di pericopi potremo vedere qualche sopracciglio che si alza, ma la gratificazione del nome giusto – e perciò del pensiero giusto – è un bell’incentivo a osare.                                                https://unaparolaalgiorno.it/significato/P/pericope

MENAGRAMO è La parola del giorno

                                                           Menagramo

[me-na-grà-mo] SIGN Che porta sfortuna, iettatore voce lombarda, composto di [menare] e [gramo] ‘portare male’. Nel quadro della superstizione nazionale, il menagramo e lo iettatore sono due importanti colleghi, il primo del nord, il secondo del sud. Entrambi portano sfortuna, ma si presentano in vesti un po’ diverse: mentre lo iettatore, più seriamente, si porta dietro l’immagine forte di un gettare la sfortuna col malocchio (per quanto non sempre intenzionalmente), il menagramo, forse complice la simpatia generica del vebo ‘ menare‘ (ovviamente nel significato di ‘portare’) e la ricercatezza tenue del ‘gramo‘ (riferito a sventure meschine), ci arriva con dei tratti più miserevoli e scherzosi. Difatti, la figura del menagramo ha anche un certo physique du rôle, per cui mostra puntualmente un aspetto tetro e cupo (e magari anche pallido ed emaciato, no?). Ci adombriamo quando all’inaugurazione partecipano dei menagramo che spandono sentimenti negativi, la solita menagramo profetizza il sicuro insuccesso dell’impresa entusiasta, e invitiamo gli amici che si sono fatti prendere la mano con le obiezioni a non fare i menagramo. In questi casi, se al posto di ‘menagramo’ dicessimo ‘iettatore’ il risultato sarebbe molto più teso. Infine, fatto curioso, se il menagram lombardo è entrato in italiano come ‘menagramo’, la lingua nazionale non ha invece recepito il nome della figura opposta, il menabon. Peccato che non ci sia il menabono, ma a ben vedere non esiste nemmeno il menagramo.

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PNEUMA è La parola del giorno 

Pneuma

[pnèu-ma]SIGN Soffio vitale; in musica, ornamento vocale o pausa  dal greco [pnèuma] ‘soffio’, da [pnèo] ‘soffiare’. Strabiliante: ‘pneumatico’ potrebbe essere letteralmente ciò che concerne la parte più sottile dell’afflato vitale e invece diventa la gomma dell’auto. Ma andiamo con ordine. Nelle antiche scuole mediche e nelle filosofie antiche, in particolare nello stoicismo, lo pneuma era l’anima, il ‘soffio’ vitale. Tale concetto, in quella continuità che viene spesso osservata fra dottrina stoica e dottrina cristiana, nel primo cristianesimo e anche nello gnosticismo indicava invece più propriamente la parte più alta dell’anima, in contrapposizione alla psiche. Tale divisione, e l’uso stesso di ‘pneuma’ in questa veste, non ha avuto un successo che giunge fino a noi; in effetti, lo pneuma resta materia di studio di antichità e dottrine religiose – solo marginalmente considerato da concezioni spirituali dei nostri tempi. Un discorso analogo vale per i significati musicali di questo termine: nella musica antica lo pneuma ha significato sia il melisma, peculiare passaggio del canto gregoriano, od ornamento vocale imperniato sulle ultime vocali delle parole cantate, sia la pausa. Soffio in ambedue i casi – uno in espirazione intonata, uno in inspirazione.Invece ha avuto un successo sempreverde il suo aggettivo (pneumatico) e come primo elemento di parole composte, ma in sensi molto diversi da quelli originari, tutti orbitanti intorno all’aria, oggetto del soffio. Pensiamo al fracasso del martello pneumatico, al medico che interviene prontamente drenando lo pneumotorace, agli pneumatici da neve che montiamo sull’auto.Caso notevole di come, davanti a un sistema di parole, la conoscenza del suo fulcro permetta di illuminarlo tutto di un colore nuovo, che dà spessore anche alle sue diramazioni più umili e quotidiane.

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ZEUGMA è La parola del giorno

Zeugma

[zèug-ma]SIGN Figura retorica che consiste nel far dipendere da un solo termine due o più termini, di cui uno solo è appropriato dal greco [zeũgma] ‘legame’.                                                                  «Non la corda, ma il ben saldo ponte di navi nel mare o nel fiume», dice Fozio, patriarca di Costantinopoli del IX secolo, a proposito dello zeugma nel suo Lexicon. Un solido ponte, quindi, fatto per unire il largo alla terraferma, le due sponde di un fiume o, come nel nostro caso, parole apparentemente tutt’altro che vicine tra loro.                                                                                        Lo zeugma, dunque, è un’ellissi – l’omissione di qualcosa nella frase – che porta a delle incongruenze semantiche o sintattiche. Esse sono delle vere e proprie illogicità, ma alcune sono tanto spontanee che la loro irragionevolezza passa in sordina. In altri casi, invece, per quanto il significato strida, l’estetica delle parole sovrasta il non-senso, e l’esempio che segue è uno di questi. «Poi ch’ella in sé tornò, deserto e muto, / quanto mirar poté, d’intorno scorse»: è la Gerusalemme Liberata di Tasso, che tra uno scontro e l’altro parla qui di scorgere il deserto e il mutoParafrasando, “tornata in sé si guardò intorno, ma soltanto vide deserto e silenzio”, e fino al deserto ci siamo. Ma il silenzio? Ovviamente, di solito, non lo si vede, ma in questo caso uno zeugma unisce il verbo “scorgere” a “muto”. Quest’incongruenza è semantica: ci saremmo aspettato un verbo come “udire”, “sentire” e simili, ma questo verbo è stato omesso, e il suo oggetto (il “muto”) si lega a un altro verbo. Dello stesso tenore è l’esempio che possiamo trarre dall’Infinitoleopardiano: «Ma, sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete». Ancora una volta, dei silenzi tanto profondi da addirittura vederli. A questo punto è chiara la più comune manifestazione dello zeugma: negli esempi citati abbiamo l’ellissi di un verbo che indica una sensazione (in entrambi i casi un verbo uditivo) e il suo oggetto che di conseguenza di lega a un altro verbo che indica un’altra sensazione (legato alla vista) e che ha già un suo proprio oggetto, a lui conforme dal punto di vista semantico (nel primo esempio il “deserto”, nel secondo gli “interminati spazi”). Abbiamo a che fare con delle sinestesie: associazioni di parole appartenenti a sfere sensoriali diverse. Ed è proprio nell’incontro tra ellissi e sinestesia che troviamo un’enorme quantità di zeugmi.                                                                                                                                                Versi a parte, tuttavia, lo zeugma è molto più comune e semplice di quanto sembri: se dico «io amo l’Odissea, essi invece l’Iliade» sto generando un’incongruenza sintattica. Strizzate gli occhi e vi accorgerete che omettere il verbo “amano” e far dipendere tutto da “amo” è come usare un verbo alla prima persona singolare per un soggetto plurale: «io amo l’Odissea, essi invece amo l’Iliade», assolutamente scorretto e perfetto esempio di incongruenza sintattica. In ambito quotidiano lo zeugma è quasi sempre un’incongruenza di questo tipo: «questo è per te, questi per loro»; «I miei fratelli son preferiti dalla nonna, io dal nonno» e via dicendo.                                                                   Ed è grazie allo zeugma che queste incongruenze hanno – paradossalmente – senso! Prendo un verbo e faccio dipendere da lui due oggetti, uno dei quali non gli si collega (semanticamente o sintatticamente) bene. È tutta una questione di immagini e legami inaspettati – e quando siamo in sconfinati mari di parole o travolgenti torrenti di concetti, come nei mari e fiumi di Fozio ecco un ben saldo ponte su cui camminare in tranquillità: lo zeugma.   https://unaparolaalgiorno.it/significato/Z/zeugma

 

STUPENDO è La parola del giorno

Stupendo

[stu-pèn-do] SIGN Che desta stupore, meraviglioso dal latino [stupendus], gerundivo di [stupère] ‘stupire’. Ricordo di un professore padovano, che diceva “Nella cappella degli Scrovegni, col naso all’insù e con la bocca aperta, non si capisce se sei stupido o stupito”. Questo è l’effetto dello stupendo.Pianamente è ciò che desta stupore, per le sue qualità straordinarie – specie per una bellezza straordinaria; e questo ‘che desta stupore’ va visto perbene. C’è qualcosa che rapisce, nello stupendo, che azzittisce la mente, che rende stupiti e stupidi, che sbalordisce (rende balordo, ritarda): lo stupendo ha un alto valore estetico a posteriori, quando ci ripensiamo e lo qualifichiamo come tale, mentre nel momento in cui è percepito, solo, dilata il tempo, in una dimensione nuova. Una qualità che determina uno stato d’animo in cui perfino il pensiero fa silenzio.Sei stupenda quando cammini verso di me a fianco di tuo padre o quando esci dalla doccia; è stupendo il discorso che udiamo da una persona saggia e ispirata; è stupenda la forza di una volta di pietra. Poi spesso viviamo lo stupendo come iperbole, anche ironica: “Hai ricevuto il mio regalo?” “Sì, è stupendo, grazie”; “Questo è il lavoro finito” “Stupendo, lo guardo subito”; “Avrei invitato altre otto persone a cena” “Stupendo!”. Ma anche quando suona come una bonaria esagerazione – e comunemente così suona – non ci deve passare di mente la sua prima vocazione: un significato così potente da spazzare via la possibilità mentale di ogni altra qualificazione.

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(D. Buzzati , Storico e stupendo)

“Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”. […]

“Una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto.”

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. […]”

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, […] e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, […] il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, […] erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). […] Sì, il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore.” È facile criticare Capodanno. Già Leopardi affermava che l’uomo percepisce passato e futuro come illusoriamente piacevoli, solo perché sono lontani. Perciò festeggiamo il volgere dell’anno, senza realizzare che – come sosteneva Sartre – la nostra vita è sospesa su due nulla: ciò che non è più, e ciò che non è ancora. Ma il ragionamento di Buzzati punta altrove. E mi ha ricordato un’osservazione dello psicologo Viktor Frankl: il passato, in realtà, è l’unica cosa che c’è. È fissato per l’eternità, non si può trasformare né eliminare. Perciò nel passato “nulla è irrimediabilmente perduto, ma tutto è irrevocabilmente salvato.” Il tempo, infatti, ci presenta molte fuggevoli possibilità; le nostre scelte ne realizzano alcune, e condannano le altre all’inesistenza. Compito dell’uomo, dunque, è trasformare il passeggero in eterno, rendendo reale ciò che era solo possibile. Questa è la rocambolesca avventura della libertà, che davvero getta sugli eventi un’aria “romanzesca”. Perciò l’anno passato è anzitutto “Storico”. Gli eventi non erano necessari a priori; ma, diventando reali, hanno assunto un carattere di necessità, e su di loro si sono edificati gli eventi successivi. Sono entrati in una storia e, così facendo, hanno acquisito un significato. Inoltre le esperienze, anche le più dolorose, sono diventate parte della persona che le ha vissute, l’hanno “nutrita”. Frankl stesso sosteneva che l’uomo, per realizzarsi appieno, dovesse passare anche attraverso la sofferenza (e lui, essendo stato internato in lager, ne sapeva qualcosa). Dunque, pur “nella loro miseria”, le cose accadute sono “uniche”, poiché irripetibili e irrevocabili; e sono “perfette” ossia compiute, significative. Perciò l’anno passato è anche “stupendo”, cioè desta stupore per la sua stessa esistenza. G. K. Chesterton amava dire che tutte le cose sono scampate per un soffio a un naufragio, come i pochi oggetti salvati da Robinson Crusoe. Ciascuna di loro avrebbe potuto perdersi nell’oceano del non essere; e invece c’è. Ricordiamocelo dunque mentre ci accingiamo a costruire un altro, stupendo, anno nuovo.