Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola

Sinistri stradali e quantificazione del danno non patrimoniale: il giudice deve motivare le ragioni dello scostamento dalle tabelle di Milano.  

Nel caso in cui l’assicurazione debba risarcire il danno da sinistro stradale deve tenere conto, ai fini del danno non patrimoniale, delle quantificazioni operate dalle tabelle del Tribunale di Milano. Secondo, infatti, una recente sentenza della Cassazione [1], tali tabelle hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio nazionale. Se anche il giudice ritiene di discostarsi dai parametri offerti dal foro meneghino, deve comunque darne una congrua motivazione.   Risulta, dunque, sempre più difficile derogare ai criteri di liquidazione del danno stabiliti dal Tribunale di Milano. Essi servono quantomeno (e necessariamente) “quale criterio di riscontro e verifica” della quantificazione diversamente ottenuta.   La sentenza in commento ricorda innanzitutto che il risarcimento del danno non patrimoniale deve essere “integrale”, senza possibilità di sconfinare in indennizzi puramente simbolici o irrisori, o comunque non correlati all’effettiva entità del danno subìto dal danneggiato.   Il giudice deve poi rispettare criteri di “elasticità e flessibilità” in modo da garantire, nel contempo, sia il rispetto di liquidazioni uniformi (senza, cioè, creare disparità tra i cittadini), sia la possibilità di quantificazioni “personalizzate” del danno, in modo da non tralasciare nessuna delle conseguenze (fisiche o morali) che siano ricadute sul danneggiato.   In definitiva, la valutazione del giudice deve essere “equa”, ossia adeguata e proporzionata alle circostanze concrete del caso specifico.   L’applicazione concreta di tali principi ha portato a utilizzare sempre più le cosiddette tabelle di liquidazione elaborate dalla prassi. Tra queste, sicuramente il primato lo rivestono le tabelle dei Tribunale di Milano, che appunto diventano parametro per ogni valutazione del danno in qualsiasi parte d’Italia.   Qualora il giudice intenda dare preferenza ad altri sistemi di quantificazione deve argomentarlo in modo preciso e puntuale: un difetto di motivazione renderebbe la sentenza viziata.

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Carte prepagate con Iban ora pignorabili

Nell’anagrafe dei conti correnti finiranno ora anche le carte ricaricabili con Iban, sicché l’Agenzia delle Entrate potrà controllare la giacenza media dei furbetti.

 

Finisce la possibilità di sfruttare le carte prepagate con Iban, per sfuggire ai controlli del fisco e far risultare la DSU (dichiarazione sostitutiva unica) più “leggera” ai fini del calcolo dell’Isee. Infatti, un provvedimento adottato ieri dall’Agenzia delle Entrate include, nei dati che le banche devono inviare all’Anagrafe dei conti correnti (o, meglio detta, Anagrafe dei rapporti finanziari) anche le ricaricabili dotate di un proprio Iban sulle quali – come già molti italiani sanno bene – è possibile ricevere pagamenti.

 

In particolare, gli istituti di credito dovranno ora comunicare al maxi cervellone dell’Agenzia delle Entrate, non solo gli estremi delle suddette carte (e, quindi, la loro esistenza), con il relativo deposito iniziale e finale, ma anche la giacenza media mantenuta nell’anno e il totale delle movimentazioni in entrata e uscita. Il tutto entro il 31 marzo 2016 e, successivamente, con cadenza periodica anche per il futuro.

Insomma, le carte prepagate con Iban vengono equiparate, a tutti gli effetti, ai tradizionali conti correnti, dei quali subiranno le stesse sorti sia per quanto attiene alle comunicazioni nell’Archivio dei rapporti finanziari, sia per quanto riguarda i calcoli per l’Isee. Questo significa che i contribuenti non potranno più falsare le proprie DSU, facendo risultare c/c “a zero” e, mantenendo così bassa il valore della “giacenza media”, ottenere indebitamente tutta una serie di servizi sociali che, altrimenti, sarebbero loro negati. Ricordiamo infatti che, con la recente riforma dell’Isee, la DSU contiene anche la giacenza media del conto corrente, che viene comunicata direttamente dalla banca (dopo un primo periodo transitorio in cui il calcolo doveva essere effettuato dal correntista).

Ma c’è un’altra importante implicazione che deriva dall’equiparazione delle carte prepagate con Iban ai conti correnti e riguarda i pignoramenti. Come noto, infatti, la riforma del processo esecutivo consente al creditore di affacciarsi, per il tramite dell’ufficiale giudiziario, alle banche dati online in uso alla pubblica amministrazione (prima tra tutte l’anagrafe tributaria), al fine di scovare conti, stipendi, pensioni, depositi, titoli, immobili, automobili da pignorare. È quella che viene chiamata “Ricerca telematica dei beni del debitore” e che dà la possibilità, al soggetto pignorante, di evitare la consueta caccia al tesoro grazie al semplice ausilio di un computer collegato a internet. Ebbene, tra queste banche dati liberamente consultabili vi è anche l’Anagrafe dei conti correnti che, come detto, ora conterrà anche i dati relativi alle carte prepagate con Iban. Dati che, così, non sfuggiranno ai creditori potendole così sottoporle a pignoramento presso terzi.

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Il garante del contribuente: come presentare ricorso.

Modalità di presentazione dell’istanza al Garante del Contribuente, gli indirizzi di tutte le sedi regionali presenti in Italia e nelle Province autonome.

 

Non necessariamente con l’autotutela o con il ricorso al giudice, il contribuente può difendersi contro gli atti dell’amministrazione finanziaria illegittimi: si pensi a una cartella di pagamento di Equitalia manifestamente viziata o un accertamento dell’Agenzia delle Entrate dal quale risulti evidente l’illegittimità. Esiste un organo monocratico amministrativo che consente la definizione agevole e spedita delle contestazioni: il Garante del Contribuente. Esso è presente presso ogni Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate e nelle province autonome di Trento e Bolzano.

È scelto e nominato dal presidente della commissione tributaria regionale o sua sezione distaccata nella cui circoscrizione è compresa la direzione regionale dell’Agenzia delle entrate fra le seguenti categorie di soggetti particolarmente vicine ai problemi fiscali:

– notai (tra i quali viene scelto il Presidente), magistrati, docenti universitari;

– avvocati, commercialisti, ragionieri, anch’essi a riposo e indicati dai rispettivi ordini professionali.

L’incarico è quadriennale ed è rinnovabile tenendo presenti professionalità, produttività ed attività già svolta.

Come si presenta il ricorso al Garante del Contribuente

Tutti i contribuenti possono rivolgersi al Garante inviando un’istanza in carta libera, senza bolli e senza la necessaria assistenza di un avvocato o di un commercialista. Non esistono neanche formule particolari per l’istanza. Per un fac-simile si rinvia all’articolo: “Fisco e cittadini: il garante del contribuente”.

L’istanza deve avere un contenuto minimo essenziale in modo da poter mettere il Garante nella condizione di decidere. Pertanto è importante indicare:

– i propri dati anagrafici, comprensivi di codice;

– l’atto oggetto della contestazione (allegandone copia);

– la segnalazione di eventuali disfunzioni, irregolarità, scorrettezze, prassi amministrative anomale o irragionevoli o qualsiasi altro comportamento suscettibile di pregiudicare il rapporto di fiducia tra i cittadini e l’Amministrazione finanziaria. Si pensi al caso di un pignoramento eseguito su cartelle esattoriali prescritte o un pignoramento notificato per crediti già portati in esecuzione forzata con un precedente pignoramento.

Ricevuto il riscorso, il Garante svolge un’attività istruttoria per verificarne la fondatezza. Al termine dell’attività svolta a seguito della segnalazione, ne comunica l’esito alla Direzione regionale o al comando di zona della Guardia di finanza competente nonché agli organi di controllo, mettendone a conoscenza anche l’autore della segnalazione.

Al termine di questo articoli riportiamo l’elenco degli Uffici del Garante presenti in ogni Regione e nelle province di Trento e Bolzano, con i recapiti telefonici e l’indirizzo per contattarli.

Come opera il Garante del contribuente

Il Garante opera in piena autonomia con l’obiettivo di tutelare i cittadini nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

In particolare, il Garante, anche sulla base di segnalazioni inoltrate per iscritto dai contribuenti:

– presenta richieste di documenti e chiarimenti agli uffici, i quali devono rispondere entro 30 giorni;

– rivolge raccomandazioni ai dirigenti degli uffici ai fini della tutela del contribuente e della migliore organizzazione dei servizi e li richiama al rispetto delle norme dello Statuto del contribuente o dei termini relativi ai rimborsi d’imposta;

– accede agli uffici stessi per controllare la loro agibilità al pubblico nonché la funzionalità dei servizi di informazione e assistenza;

– attiva le procedure di autotutela, volte a determinare l’annullamento d’ufficio, totale o parziale, di atti di accertamento o di riscossione che risultano illegittimi o infondati;

– segnala norme o comportamenti suscettibili di produrre pregiudizio per i contribuenti.

N.B. Nella pratica, il ricorso al Garante non sembra uno strumento penetrante, stante la sostanziale assenza di poteri rilevanti in capo a quest’ultimo, nel caso in cui, interessato dal contribuente, rilevi attività non conformi alla legge.

Gli indirizzi delle sedi del Garante del Contribuente

LOMBARDIA Telefono: 02/65504300-304-305 Fax: 02/65504899 

E-mail: [email protected]

 Indirizzo: presso l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Milano 1 Via della Moscova, 2 – 20121 Milano

 

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La proposta del buono-scuola: Friedman e Von Hayek.

Tra scuola pubblica e privata: il buono scuola nel pensiero di Friedman, la competizione e la libertà di insegnamento.  

 È al premio Nobel per l’economia (1976) Milton Friedman che dobbiamo l’esplicita formulazione dell’idea di buono-scuola. Scrive dunque Friedman: «Una società stabile e democratica è impossibile senza un certo grado di alfabetismo e di conoscenza da parte della maggioranza dei cittadini e senza una diffusa accettazione di alcuni complessi comuni di valori. L’educazione può contribuire a entrambi questi aspetti. Di conseguenza, il guadagno che un bambino ricava dall’educazione non ridonda solo a vantaggio del bambino stesso o dei suoi genitori, ma anche a vantaggio degli altri membri della società. L’educazione di mio figlio contribuisce anche al vostro benessere contribuendo a promuovere una società stabile e democratica. Non è possibile identificare quali siano i singoli (o le famiglie) che ne beneficiano e, quindi, addossare ad essi gli oneri specifici per i servizi resi. Ci troviamo, quindi, di fronte ad un importante caso di “effetto indotto”. Quale genere di intervento pubblico risulta giustificato da questo particolare effetto indotto? Il più ovvio è quello di assicurare che ogni bambino riceva una data quantità di servizio scolastico di un certo tipo […]. I governi potrebbero imporre un livello minimo di scolarità e assicurarne il funzionamento concedendo ai genitori dei titoli di credito rimborsabili per una determinata somma massima annua per ciascun figlio qualora fosse spesa per servizi scolastici “approvati”. I genitori in tal caso sarebbero liberi di spendere questa somma, e ogni altra somma addizionale di tasca propria, per l’acquisto di servizi scolastici da un istituto di loro propria scelta, ma “approvato” dalla pubblica autorità. I servizi scolastici potrebbero in tal modo essere forniti da imprese private gestite a fini di profitto o da istituzioni senza scopo di lucro. Il ruolo del governo, in tal caso, sarebbe soltanto quello di assicurare che le scuole soddisfino a certi requisiti minimi, come, ad esempio, la inclusione nei loro programmi di un contenuto comune minimo, allo stesso modo, per esempio, che ora il governo provvede alla sorveglianza sui ristoranti per garantire che essi rispettino gli standard sanitari minimi fissati dalle autorità».   Ne “La società libera”, Friedrich August von Hayek, anch’egli premio Nobel per l’economia (1974), afferma: «Non solo le ragioni in contrario all’amministrazione pubblica della scuola appaiono oggi più che mai giustificate, ma sono scomparse gran parte delle ragioni che in passato avrebbero potuto essere addotte in favore. Qualunque cosa possa essere stata allora vera, oggi con le tradizioni e le istituzioni dell’educazione universale solidamente stabilite e con i moderni mezzi di trasporto che risolvono gran parte delle difficoltà dovute alle distanze, è indubbio che non è più necessario che lo Stato non solo finanzi l’educazione ma direttamente vi provveda».   E qui richiamandosi esattamente al saggio di Friedman del 1955, The Role of Government in Education, Hayek propone che «si potrebbe benissimo provvedere alle spese per l’istruzione generale, attingendo alla borsa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese dell’istruzione di ciascun ragazzo, buoni da consegnare alla scuola di loro scelta». Hayek prosegue: «Si potrebbe anche auspicare che lo Stato provveda direttamente alle scuole in alcune comunità isolate dove, perché possano esistere scuole private, il numero dei ragazzi è troppo basso (e il costo medio dell’istruzione pertanto troppo alto). Ma nei confronti della grande maggioranza della popolazione, sarebbe senza dubbio possibile lasciare l’intera organizzazione e amministrazione dell’istruzione agli sforzi privati, mentre da parte sua lo Stato dovrebbe semplicemente provvedere al finanziamento di base e a garantire uno standard minimo per tutte le scuole in cui potrebbero essere spesi i suddetti buoni. Un altro dei grandi vantaggi di questo piano sarebbe che i genitori non si troverebbero più davanti all’alternativa o di dover accettare qualsiasi tipo di istruzione fornita dallo Stato o di pagare di tasca propria il prezzo di un istruzione un po’ più cara; e se scegliessero una scuola diversa da quelle comuni, dovrebbero pagare solo un costo addizionale».   Con il buono-scuola, dunque, i fondi statali – sotto forma di “buoni” non negoziabili (vouchers) – andrebbero non alla scuola ma ai genitori o comunque agli studenti aventi diritto, i quali sarebbero liberi di scegliere presso quale scuola spendere il buono in questione. Il valore del buono-scuola si determina dal rapporto fra ciò che lo Stato spende attualmente per un dato tipo di scuola e il numero degli studenti che frequenta quel dato tipo di scuola.   Il buono-scuola amplia la libertà delle famiglie; rende più efficienti – tramite la concorrenza – la scuola statale e quella non statale; è una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti. La proposta del buono-scuola è la proposta di una giusta terapia per le difficoltà della scuola italiana. È una terapia che non è né di destra né di sinistra. È una buona idea, una soluzione ragionevole di un problema urgente. Se un idraulico ripara una fogna che si è rotta, la riparazione è di destra o di sinistra? Se un chirurgo conduce a buon porto una difficile operazione, non ha alcun senso chiedersi se il suo lavoro sia di destra o di sinistra. È così, allora, che ragionevoli “uomini di sinistra” e ragionevoli “uomini di destra” hanno proposto e difeso l’idea di buono-scuola esattamente quale adeguata soluzione di un problema urgente. E sarebbe forse tempo di farla finita con l’idea che è buono tutto e solo ciò che è pubblico; che è pubblico solo ciò che è statale; che è statale tutto quello che può essere preda dei partiti. E dobbiamo chiederci: svolge un migliore servizio una scuola statale inefficiente oppure una scuola non statale ben funzionante, meno costosa, più efficiente? È “più pubblica” una scuola non statale efficiente ovvero una scuola statale improduttiva e sciupona? Ma ecco la prima obiezione contro la proposta del buono-scuola: la scuola è un settore strategico, dunque non può venire lasciata al “mercato”. A costoro replichiamo in modo deciso e secco: proprio perché la scuola è un settore strategico, essa va gestita mettendo in competizione scuole statali e scuole non statali. E aggiungiamo: niente è più necessario del pane – quello del pane è sicuramente un settore strategico –, eppure noi abbiamo il pane buono ogni mattina, per la ragione che se un forno ci servisse male noi avremmo la possibilità di servirci da un altro fornaio. Adam Smith docet. Ed è così, val la pena insistervi, che la competizione è la più alta forma di collaborazione.   Altra obiezione – abbracciata da più parti – è che, in regime di buono-scuola, poche famiglie sarebbero in grado di scegliere la scuola adeguata per i loro figli. Tale presa di posizione è un affronto alla democrazia (elettori a diciotto anni, tanti italiani – uomini e donne – sarebbero, ancora, più avanti negli anni – incapaci di far la migliore scelta per la scuola dei propri figli). Simile idea, oltre che un affronto alla vita democratica, è un’idea falsa, nella generalità dei casi: anche nei paesi più sperduti della nostra Penisola, pure la mamma meno colta e il padre più distratto sanno qual è la maestra più brava, più disponibile, più umana; e sanno quali sono i docenti più validi della locale scuola media; e vanno dal direttore didattico o dal preside a chiedere e ad insistere perché il loro figlio o la loro figliola venga iscritta in una sezione piuttosto che in un’altra. L’interesse è sorgente di energia per la cattura delle informazioni. In ogni caso, se un genitore sbaglia, sbaglia per suo figlio; i politici possono sbagliare per intere generazioni.   La verità è che le scuole statali serie non hanno nulla da temere dall’introduzione del buono-scuola. Temono la concorrenza le scuole poco serie – siano esse statali o non statali – e tutti coloro che atterriti alla sola idea di dover competere con scuole magari meglio organizzate e in cui operano colleghi più preparati, preferirebbero evitare qualsiasi confronto e soprattutto il giudizio degli utenti. All’obiezione secondo cui la competizione, introdotta nel sistema scolastico, avrebbe come esito la negazione dell’eguaglianza, di scuole uguali per tutti, c’è da replicare, come già accennato in precedenza, che nessuna scuola è e sarà mai uguale all’altra; mentre tutte le scuole, quelle statali e quelle non statali, possono migliorare sotto lo stimolo della competizione.

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Come non ereditare i debiti dei genitori.

Rinuncia all’eredità a accettazione con beneficio di inventario: effetti, vantaggi, termini, adempimenti e procedimento.

 

Nel caso di successione, gli eredi acquistano, in base alla rispettiva quota percentuale, tanto i debiti quanto i crediti del defunto. Quindi, per esempio, nel caso di decesso del padre che lascia una moglie e un figlio, la donna acquisterà il 50% dei crediti e dei debiti, mentre il figlio il restante 50%.

Solo il legatario – ossia colui che ottiene dal testatore solo uno o più specifici beni, senza perciò essere erede di una quota ideale dell’intero patrimonio – non acquista i debiti.

 

La valutazione circa la convenienza dell’accettazione dell’eredità è assai delicata: questo perché, se il patrimonio attivo del defunto è di solito quasi sempre noto (una casa, un conto corrente, una pensione), non sempre lo sono i debiti. Esistono dei sistemi per verificare se il compianto parente ha lasciato passività, specie con il fisco (leggi “Come scoprire se il defunto ha debiti con Equitalia”), ma, anche conoscendo tali dati, non sempre è possibile farsi un’idea precisa di ciò che si rischia divenendo eredi.

Quando l’incertezza è particolarmente elevata o si ha la consapevolezza di essere divenuti eredi di un patrimonio con più debiti che crediti, la legge consente di lasciar “morire” i debiti insieme al parente e, quindi, evitare le aggressioni dei suoi creditori.

Come non ereditare i debiti dei genitori?

Il figlio è un erede “necessario” dei propri genitori: non può essere, cioè, né diseredato né dimenticato. Questo, in pratica, significa che, tanto nell’ipotesi in cui il defunto abbia fatto testamento, tanto nell’ipotesi contraria, alla prole spetta sempre una percentuale variabile dell’eredità e quindi, anche dei debiti.

 

Per chi, però, non vuol correre il rischio di succedere alle passività del padre o della madre la legge appresta due strumenti differenti: la rinuncia all’eredità o l’accettazione con beneficio di inventario. Vediamo come funzionano.

LA RINUNCIA ALL’EREDITÀ

 

Cos’è la rinuncia all’eredità

Con la cosiddetta rinunzia all’eredità il chiamato dichiara di non voler acquistare l’eredità del parente (nel caso di specie, il genitore). Con quest’atto egli fa cessare gli effetti della delazione verificatasi nei suoi confronti a seguito dell’apertura della successione e rimane, pertanto, completamente estraneo alla stessa, con la conseguenza che nessun creditore potrà rivolgersi a lui per il pagamento di debiti ereditari, né egli potrà esercitare alcuna azione ereditaria o acquisire alcun bene dell’asse.

Non si può rinunciare all’eredità prima che il genitore muoia, ma solo dopo l’apertura della successione.

La rinuncia è un atto solenne e, come tale, va fatta rispettando determinate forme. Essa cioè si può fare con una dichiarazione espressa resa dal chiamato (o da un suo rappresentante)

– ad un notaio

– oppure al cancelliere del tribunale ove si è aperta la successione. La dichiarazione viene inserita nel registro delle successioni.

Non si può sottoporre la rinuncia a condizioni o a termini: per esempio, sarebbe nulla la rinuncia condizionata al fatto che si facciano vivi i creditori. In tal caso, il soggetto diverrebbe erede a tutti gli effetti e perderebbe il beneficio della rinuncia.

Non si può rinunciare solo a una parte di eredità: la rinuncia, infatti, investe tutta la quota spettante all’erede.

Una volta fatta la rinuncia non si può più tornare indietro, in quanto tale dichiarazione non è revocabile.

Entro quanto tempo si può rinunciare all’eredità?

La rinuncia può essere fatta entro 10 anni dall’apertura della successione.

Tuttavia, se l’erede era, al momento del decesso del parente, nel possesso dei beni costituenti l’asse ereditario (si pensi al figlio convivente con la madre), non si applica più il termine di 10 anni, ma uno molto più breve. A riguardo la legge impone all’erede di fare un inventario entro quattro mesi e, nei successivi 40 giorni, decidere se rinunciare all’eredità o accettarla con beneficio di inventario (v. dopo); in mancanza di tali dichiarazioni l’erede acquista automaticamente la sua quota di eredità comprensiva di debiti e crediti.

Gli effetti della rinunzia

La rinuncia ha effetto retroattivo: pertanto il rinunziante si considera come mai chiamato all’ eredità.

I creditori e l’impugnazione della rinuncia

La rinuncia dell’eredità può essere impugnata dai creditori dell’erede se tale atto di rinuncia può pregiudicare le loro ragioni. Costoro, entro 5 anni dalla rinunzia, possono farsi autorizzare dal giudice ad accettare l’eredità in nome ed in luogo dell’erede, al solo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari fino alla concorrenza dei loro crediti. L’accettazione compiuta dai creditori consente quindi al creditore di soddisfarsi sul contenuto dell’eredità che per il chiamato è già perduto in conseguenza della rinuncia.

Per esempio: si pensi al caso in cui Tizio, nullatenente senza redditi e debitore di Sempronio di 5.000 euro, rinunzia all’eredità di Caio. Sempronio può farsi autorizzare ad accettare l’eredità di Caio in nome e in luogo del rinunciante Tizio, per soddisfarsi sui beni ereditari fino a concorrenza del suo credito.

Decadenza dalla rinuncia dell’eredità

L’eredità non può essere più rinunziata e si intende accettata puramente e semplicemente quando il chiamato:

– abbia sottratto o nascosto beni ereditari;

– sia nel possesso di beni ereditari, trascorsi i 3 mesi dall’ apertura della successione, senza aver fatto l’inventario e la dichiarazione di rinunzia o di accettazione nei 40 giorni successivi.

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Equitalia: colpa grave e risarcimento se insiste nella riscossione.

Responsabilità processuale e indennizzo a carico di Equitalia in quanto agisce in forza di un proprio diritto alla riscossione.  

 Se Equitalia insiste nel voler riscuotere forzatamente un credito non dovuto deve pagare, oltre alle spese processuali, anche il risarcimento al contribuente; non può infatti scaricare la responsabilità per l’illegittimità della pretesa sull’ente impositore per il quale agisce in qualità di mandataria. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1].   L’agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante mandato che la lega con l’ente titolare del credito; pertanto spetta ad Equitalia, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione processuale, anche l’agente della riscossione deve essere condannato al risarcimento del danno, oltre che alle spese processuali, nei confronti della parte vincitrice del giudizio per aver agito con colpa grave [2].   Il che significa, in pratica, che prima di avviare l’esecuzione forzata o, eventualmente, resistere alla causa avviata dal contribuente per impugnare la cartella di pagamento, Equitalia è tenuta sempre a verificare i documenti di cui è in possesso od assumere le necessarie informazioni presso l’ente impositore-mandante.

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Autovelox: introdotte nuove funzioni con la legge di Stabilità

Ddl stabilità 2016: cambia la reimmatricolazione all’estero delle auto, autovelox e ticket per la sosta pagabili col bancomat.

 

“Scusi, ha da cambiare in spiccioli per il parchimetro?”: dal prossimo 1° luglio gli italiani non dovranno più dire – o sentirsi dire – questa frase perché i dispositivi di controllo della durata della sosta a pagamento potranno essere attivati anche con carte di debito, i cosiddetti bancomat. In questo modo, si potrà acquistare la sosta più facilmente, senza dover necessariamente procurarsi la moneta di “piccolo taglio”. Se il Comune non riuscirà ad adeguare, entro l’estate che viene, la propria strumentazione ai nuovi mezzi di pagamento, tutti gli automobilisti potranno parcheggiare liberamente e gratuitamente, senza poter essere sanzionati.

È questa una delle norme più interessanti di modifica al codice della strada, approvate con la nuova legge di Stabilità per il 2016. Ma il ventaglio delle novità non si esaurisce qui.

Gli autovelox e i tutor, ai quali abbiamo abbinato da sempre le contravvenzioni per eccesso di velocità, verranno utilizzati anche per altre e nuove funzioni. Serviranno soprattutto per verificare il rispetto degli obblighi assicurativi, ossia se l’automobilista è in regola con il pagamento della polizza rc auto. Difatti, con il passaggio al sistema telematico della banca dati ministeriale delle assicurazioni, tutti i dati delle polizze saranno consultabili direttamente online, senza controllare – come avvenuto sino a ieri – l’esposizione del tagliando sul parabrezza, che quindi non diventa più obbligatoria.

Non solo: le telecamere dell’autovelox, così come quelle dei tutor e delle porte delle zone a traffico limitato (Ztl) serviranno altresì a verifica se l’auto ha effettuato la revisione periodica e, infine, il trasporto irregolare di cose.

 Perché tuttavia questa novità entri in vigore, ci sarà ancora bisogno del decreto ministeriale attuativo e delle relative omologhe degli strumenti e, considerati i tempi a cui il ministero dei trasporti ci ha abituato in passato in tema di attuazione delle riforme, non si parla certo di tempi brevissimi.

Un’ultima modifica riguarda gli obblighi conseguenti alla cessazione della circolazione dei mezzi. Con la legge di Stabilità del 2016, l’interessato all’esportazione per la successiva reimmatricolazione di un veicolo all’estero dovrà rendere maggiormente trasparente la filiera dell’operazione presentando necessariamente al Pra anche copia della documentazione doganale di esportazione “ovvero, nel caso di cessione intracomunitaria, della documentazione comprovante la radiazione dal Pra”.

In questo modo si tende a contrastare il fenomeno delle immatricolazioni all’estero delle auto nazionali solo al fine di evitare il pagamento del bollo e delle multe.

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Approvata la legge di Stabilità 2016: ecco tutte le misure.

Tutte le misure approvate anche dalla Camera alla Legge di Stabilità 2016: dalla cancellazione dell’imposta sull’abitazione principale alle misure fiscali. Il testo definitivo a fine articolo.

 

Ieri, dopo un’ultima maratona, la Camera ha approvato definitivamente la Legge di Stabilità 2016: ora il testo, che era già stato approvato dal Senato con fiducia lo scorso mese, passerà nuovamente a Palazzo Madama per un formale via libera, che avverrà senza ulteriori ritocchi.

 

Le modifiche apportate da Montecitorio si vanno ad aggiungere a quelle già decise dal Senato: dall’alleggerimento della tassa sulla prima casa in comodato d’uso a figli e genitori, che però da totale è stato trasformato in uno sconto del 50% alla Camera, al pagamento del canone Rai (che scende a 100 euro) in forma rateizzata con la bolletta elettrica e l’esclusione dal nuovo tetto dei 3mila euro dei pagamenti in contanti per i money-transfer. Anche per i pagamenti (con strumenti telematici) per le prestazioni della Pa, pensioni in primis, varrà ancora la soglia dei mille euro per il contante. Al Senato è entrato in manovra anche il Dl regioni.

 Abolizione della Tasi sull’abitazione principale

Tra le misure che caratterizzano la manovra di fine anno il peso maggiore lo riveste l’abolizione della Tasi per la prima casa. In questo modo viene cancellata la tassazione sull’abitazione principale (tranne che per le abitazioni “di lusso”).
La tassa non si paga neanche sulla casa assegnata al coniuge separato, che viene così assimilata all’abitazione principale. Stessa sorte per le unità non locate dei dipendenti delle Forze armate.

Sempre sul fronte di Imu e Tasi, poi, la legge di Stabilità introduce una serie di facilitazioni per chi possiede terreni agricoli e risolve, forse una volta per tutte, la delicata questione dei macchinari di impresa imbullonati che vengono espressamente esentati dal pagamento dell’imposta sul mattone.

Pagamenti in contanti

C’è poi l’aumento della soglia di utilizzo del denaro contante che da 999,99 euro passa a 2.999,99 euro, salvo per chi esercita il servizio di rimessa di denaro con l’estero (money transfer).

Canone Rai

Altra novità riguarda il canone Rai che verrà pagato con la bolletta della luce a partire da luglio 2016 e, solo per il prossimo anno, scende a 100 euro.

Card sulla cultura

Uno dei punti più originali dell’ultima legge di Stabilità, approvata ieri anche dalla Camera, è la Card da 500 euro annui ai diciottenni per attività culturali, come cinema o teatri e per accedere a musei, monumenti e aree archeologiche. Ad essa si aggiunge poi il bonus una tantum da mille euro nel 2016 per l’acquisto di strumenti musicali da parte degli studenti dei Conservatori.

 

Patent Box

Alla Camera sono arrivati anche ritocchi per il “patent box”, il regime di detassazione dei redditi derivanti da beni immateriali come brevetti, marchi, know how. Un emendamento ha stabilito che – se più intangibles agevolabili sono collegati da vincoli di complementarietà e vengono utilizzati congiuntamente per la realizzazione di un prodotto o di un processo – possono costituire un solo bene immateriale ai fini del riconoscimento del “patent box”.

Si specifica che i software ammissibili al regime devono essere protetti da copyright.

 Sanità

Sbloccate le assunzioni nella sanità: arriva infatti il piano per tamponare l’emergenza orari di lavoro e turni di riposo di medici e infermieri sul modello imposto dall’Europa. In particolare il piano consente 6mila tra nuove assunzioni e stabilizzazioni di medici e infermieri.

 

Pensioni, no tax area

Tra le novità c’è anche l’anticipo nel 2016 della no-tax area estesa da 7.500 a 8.000 euro per gli over 75 e da 7.500 a 7.750 per chi non supera i 75 anni; c’è poi la garanzia che anche se la variazione dei prezzi utilizzata come riferimento per la rivalutazione degli importi previdenziali sarà negativa, gli assegni non potranno diminuire.

Opzione donna

Verrà monitorata la spesa per questa forma di anticipo pensionistico con penalizzazione e se ci saranno risparmi si potrà pensare a una sua estensione.

Part time volontario

Verrà sperimentato il part-time volontario per i lavoratori che maturano i requisiti per la pensione di vecchiaia entro fine 2018. Potranno chiedere una riduzione dell’orario di lavoro tra il 40 e il 60% con integrazione della busta paga da parte dell’azienda e copertura dei contributi mancanti da parte della fiscalità generale.

Agevolazioni sulle assunzioni

Come era stato per l’anno scorso, anche quest’anno i datori di lavoro che assumeranno non pagheranno per tre anni i contributi previdenziali: solo che, se lo sconto nel 2015 era del 100%, per il 2016 è solo del 40% (con esclusione di premi e contributi Inail) nel limite però 3.250 euro su base annua e per un periodo massimo di 24 mesi. Per il Mezzogiorno questo “sconto” potrebbe allungarsi anche ai contratti a tempo indeterminato firmati nel 2017 (risorse Pac ed Europa, permettendo).

Articolo Completo :Approvata la legge di Stabilità 2016: ecco tutte le misure.

Pensioni e previdenza, tutte le novità dalla Stabilità 2016

Estensione Opzione Donna, No Tax Area pensionati, finanziamento contratti di solidarietà, proroga disoccupazione Co.co.co.: gli ultimi emendamenti alla legge di Stabilità.   Il settore previdenziale, nel rush finale degli emendamenti alla Legge di Stabilità, ha riservato delle sorprese positive: dall’estensione immediata della No Tax area ai pensionati, all’ampliamento della pensione anticipata con Opzione Donna, alla proroga della Dis-Coll, la disoccupazione dei Co.co.co. Vediamo insieme le principali novità in merito.   Estensione Opzione Donna L’Opzione Donna, cioè il Regime Sperimentale introdotto dalla Legge Maroni [1], che permette di pensionarsi con requisiti più leggeri rispetto a quelli previsti dalla Legge Fornero [2] (ossia 57 anni e 3 mesi di età, per le dipendenti, e 58 e 3 mesi per le autonome, con 35 anni di contributi, previa attesa di una finestra, rispettivamente, di 12 e 18 mesi, e stante il ricalcolo contributivo dell’assegno), aveva già ricevuto una prima estensione al 31 dicembre 2015.   La proroga lasciava, però, tagliate fuori le nate nell’ultimo trimestre dell’anno, poiché al requisito di età, di 57 o 58 anni, sono stati aggiunti, nel 2013, 3 mesi, in base agli adeguamenti alla speranza di vita. Pertanto, restavano fuori dal beneficio le nate da ottobre in poi.   Grazie a un emendamento presentato ieri, però, sarà possibile l’estensione del Regime anche alle nate nell’ultimo trimestre, e , forse, anche a chi maturerà i requisiti posteriormente: è stato previsto, difatti, un monitoraggio annuale sugli stanziamenti per Opzione Donna, da eseguirsi al 30 settembre. Se, alla data, emergerà un risparmio di risorse, sarà possibile allargare la platea di beneficiarie della misura.   Non è difficile ipotizzare che i risparmi, nel lungo periodo, ci saranno, poiché, nonostante un numero maggiore di uscite dal lavoro, l’esiguità dell’assegno calcolato col contributivo farà risparmiare allo Stato cifre considerevoli.   No Tax Area pensionati L’ampliamento della No Tax Area per i pensionati, cioè alla soglia al di sotto della quale non sono dovute tasse, in quanto le detrazioni superano l’imposta lorda, sarebbe dovuto avvenire solo nel 2017: grazie agli ultimi emendamenti messi in atto, invece, una prima estensione avverrà già nel 2016. In particolare:   – per gli under 75, la No Tax Area sarà estesa ad un reddito annuo di 7.750 Euro; – per chi ha compiuto 75 anni, invece, sarà estesa ad un reddito annuo di 8.000 Euro.

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Al di sotto di quale reddito non si pagano le tasse?

Part Time, reddito annuo, detrazioni e credito d’imposta: in quale ipotesi si pagano meno tasse?   

Per decidere se richiedere il part time al 50%, vorrei sapere qual è il reddito per il quale sono dovute meno imposte.   La normativa fiscale italiana prevede la cosiddetta No Tax Area: si tratta di una soglia di reddito al di sotto della quale non sono dovute imposte, poiché le detrazioni sul reddito superano l’Irpef (l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche); per i redditi da lavoro dipendente, la No Tax Area è pari a 8.145,32 Euro annui. Tale soglia mediamente si supera, anche se di poco, con un contratto Part Time al 50%, anche se la quantificazione del reddito annuo dipende dal Contratto collettivo applicato e, soprattutto, dal livello nel quale è inquadrato il lavoratore; possono poi influire altre componenti, come indennità aggiuntive, ricorso al lavoro supplementare, ed ulteriori emolumenti.   Vediamo ora alcuni esempi pratici, per comprendere meglio quale paga mensile può comportare, a seconda delle situazioni, un minore esborso di oneri fiscali.   Superamento No Tax Area di circa 1.000 Euro Prendiamo la situazione di un dipendente, assunto con Contratto Collettivo Commercio Terziario al quinto livello (di per sé abbastanza basso), che percepisce una retribuzione mensile pari a Euro 1.461,29: qualora opti per un part time al 50%, la retribuzione lorda sarà pari a 730,65 Euro mensili.   Dalla retribuzione deve essere tolto il 9,19% di contributi previdenziali a carico del lavoratore, per trovare l’imponibile Irpef mensile, che sarà pari a Euro 663,50.   L’imponibile, moltiplicato per 14 mensilità (perché tali sono le mensilità dovute nell’anno, per le aziende del settore), porterà ad un reddito annuo di 9.288,98 Euro.   Dunque, in questo caso, si supera la soglia di 8.145,32 Euro, e le imposte sono dovute: in particolare sarebbe dovuta un’imposta lorda pari a Euro 2136,47, la quale, però, abbassata dalle detrazioni, pari a 1.821,87 Euro dà luogo ad un’imposta netta di 314,60 Euro. Tuttavia, proprio in quanto è superata la soglia della no tax area, e non sono superati 24.000 Euro annui, è dovuto in misura piena il credito d’imposta pari a 960 Euro annui (cioè i “famosi” 80 Euro mensili “di Renzi”): ciò vuol dire che, tolti i 314,60 Euro d’Irpef, il lavoratore non solo non paga tasse, pur essendo oltre la soglia, ma guadagna 645,40 Euro in più all’anno.   Stipendio al di sotto della No Tax Area Nel caso in cui la paga, con un part time, ammonti a 600 Euro mensili, per 14 mensilità, avremo 8.400 Euro lordi annui; tolti i contributi Inps, si avrà un imponibile Irpef pari a 7.628,04 Euro annui, sui quali il lavoratore non pagherà tasse, ma non riceverà nemmeno il credito d’imposta. Dunque otterrà una paga netta di 544,86 Euro.   Stipendio poco al di sopra della No Tax Area Prendiamo ora il caso-limite, nel quale la soglia della No Tax Area è superata di pochissimo, e vediamo che cosa succede:   – lordo mensile, con part-time, pari a 641 Euro mensili che, per 14 mensilità, porta ad un lordo di 8.974 Euro annui;   – dedotti i contributi Inps a carico del lavoratore, si arriva ad un imponibile annuo di 8.149,29 Euro, dunque si supera la No Tax Area, e si ha diritto al credito di 960 Euro mensili;   – l’imposta lorda è pari a Euro 1.874,27 Euro, e la detrazione a 1.873,29: pertanto il contribuente non arriverà a pagare 1 Euro di tasse (poiché la differenza è pari a 0,99 centesimi), e riceverà in misura piena il bonus di 960 Euro, per cui il netto mensile sarà pari a 650 Euro, superiore addirittura all’imponibile Inps (cioè al reddito lordo).   Questa è dunque l’ipotesi di “massima convenienza” per il contribuente. Ovviamente si tratta di esempi semplici, che non prendono in considerazione l’addizionale regionale e comunale, che vengono trattenute in busta paga in rate mensili, e quantificate sul reddito prodotto l’anno precedente; inoltre, non sono prese in considerazione ulteriori ed eventuali detrazioni per carichi di famiglia (coniuge a carico, figli a carico), che renderebbero più convenienti ipotesi con redditi più alti, né è considerata l’esistenza di redditi ulteriori rispetto a quello di lavoro dipendente ed al possesso dell’abitazione principale.   Logicamente, in presenza di altri redditi imponibili (di terreni, fabbricati, di capitale, d’impresa…) in capo al contribuente, occorrerà prenderli in considerazione ai fini del calcolo dell’imponibile annuo, così come devono essere considerate ulteriori deduzioni e detrazioni, per valutare l’opportunità di un part time, ed in quale percentuale.

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