TRIBOLARE è La parola del giorno

Tribolare

[tri-bo-là-re (io trì-bo-lo)] SIGN Come transitivo tormentare, affliggere; come intransitivo soffrire, penare, voce dotta, dal latino [tribulare] ‘calcare, opprimere, affliggere’, da [tribulum] ‘trebbia’.    Questa parola, che oggi ci appare piuttosto ricercata, per lunghi secoli è stata bollata come triviale (“Oooh” di sorpresa).                                                                                    In effetti l’origine del tribolare è agricola, etimologicamente affine al ‘trebbiare’. Il tribulum era infatti un attrezzo agricolo, una lastra di pietra con un lato reso tagliente che veniva premuta e trascinata sulle spighe dei cereali per separarne i grani dalla paglia. Vista l’azione compiuta dal tribulum, non stupisce che il tribulare abbia acquisito i significati di calcare, opprimere, affliggere. E buona parte della fortuna di questa parola si deve alla sua ricezione nel latino ecclesiastico. Ma ancora nel Settecento non pareva un termine buono per la poesia.                                                                                                   I significati di questo verbo hanno delle sfumature davvero vaste. Si può dire che sì, si tratta invariabilmente di qualcosa che ha a che vedere con l’infliggere un tormento, o un patire una sofferenza, ma di specie e gradi dei più vari: sono tribolato da un ginocchio ballerino e dolorante, il giudizio altrui mi tribola sempre; il nonno finisce di tribolare (non è morto, è guarito), tribolo a lungo per trovare la soluzione del problema, il cucciolo turbolento mi fa tribolare.                                      Una parola dal suono brillante, versatile e sempre utile.                                                                        (Peraltro ricordiamo spiacevolmente anche il tribolo, strumento bellico impiegato in ogni epoca per tribolare l’avanzata e i movimenti del nemico, costituito da un chiodo a quattro punte – gettato a terra – di cui una rivolta sempre in alto, offerta al piede, alla zampa, allo pneumatico. Ahia.) https://unaparolaalgiorno.it/significato/T/tribolare

 

VALETUDINARIO è La parola del giorno

Valetudinario

[va-le-tu-di-nà-rio] SIGN Cagionevole di salute, spesso malato, malandato                                            voce dotta, recuperata dal latino [valetudinarius], derivato di [valetudo] ‘stato di salute’, ma anche ‘infermità, malattia’.                                                                                                                        Questa parola ha il pregio di una grazia notevole, utilissima nel delicato ambito della salute.              Si dice valetudinario chi soffre di una salute malferma, chi è cagionevole e si ammala spesso, o chi ha una malattia cronica. Vediamo subito che non ha quelle sfumature affettate – se non pietose o paternali – che può avere il cagionevole o l’infermo, non è ruvidamente schietto (e vagamente sprezzante) come il malandato o il malmesso, o ancor di più il malaticcio. Evoca la condizione di una salute debilitata in maniera convenientemente coperta, e con un rispettoso distacco.                           Il dirigente valetudinario conduce un’amministrazione ordinata ma fiacca, il professore valetudinario è spesso assente, e andiamo noi a trovare l’amico valetudinario costretto a casa. Figuratamente possiamo però anche parlare di un progetto valetudinario che non trova mai l’abbrivo necessario al successo, di una teoria scientifica valetudinaria ma ancora in piedi, o di come sia opportuno riformare una prassi valetudinaria. Le parole alte spesso spaventano, e volentieri paiono importune; ma in un caso come questo, i pregi sono tali da non lasciare dubbi sull’ ,malaticcioimportanza del suo uso. https://unaparolaalgiorno.it/significato/V/valetudinario

CUORCONTENTO è La parola del giorno

Cuorcontento

[cuor-con-tèn-to] SIGN Persona placida e allegra, che non si affanna e si comporta con bonomia composto di [cuore] e [contento]. Siamo davanti a una parola modesta, costruita con semplicità. Però è una semplicità di potenza eccezionale, di sintesi formidabile.                                                            Chi è che ha il cuore contento? O meglio, chi ha il cuore contento come si comporta, da che cosa si riconosce, come è? A questa domandarisponde il cuorcontento – parola dai significati certo non tagliati con l’accetta, ma anzi piacevolmente sfumati.                                                                              Senza dubbio il cuorcontento è una persona allegra. Non euforica, allegra. Di un’allegria calma, placida. E poi è sereno: niente strepiti, nella sua gioia ottimista. Non si carica di pene e ansie, abbraccia la vita con bonomia mite e longanime. E si potrebbe dire che è misurato nei suoi desideri, e chissà quant’altro: la definizione del cuorcontento è un’interpretazione poetica, difficile da perimetrare in maniera compiuta.                                                                                                                        Usare questa parola significa far emergere nella realtà la qualità del cuorcontento, strutturarla, apprezzarla: si racconta con nostalgia di come il proprio fratello fosse un cuorcontento, a servire ai tavoli c’è un cuorcontento da cui c’è sempre qualcosa da imparare, e quel cane è un cuorcontento, amico di tutti.                                                                                                                                             Un caso esemplare: dalla combinazione elementare di parole possono scaturire le categorie di pensiero più intuitive, vaste, gradevoli.

PERIPEZIA è La parola del giorno

Peripezia                                                                                                                                                    [On-ri-a-day-a] SIGN Vicenda avventurosa, ricca di imprevisti e rischi; nella tragedia greca, mutamento rapido e imprevisto di una situazione, dal greco [peripèteia], da [peripetés] ‘che cade dentro’, composto di [peri-] (di solito vuol dire ‘intorno’, ma qui vale ‘dentro’) e [pìptein] ‘cadere’.Anche la storia di questa parola è stata una peripezia.La sua fama si deve ad Aristotele (un ottimo cavallo per questo genere di cose), che la usa nella sua Poetica come termine tecnico per indicare quei momenti delle tragedie in cui un rapido e imprevisto evento muta radicalmente una situazione. L’immagine etimologica è fulminante: ciò che cade dentro. Però non è una parola che è stata usata senza soluzione di continuità da Aristotele a noi: fu recuperata dal greco solo nel Cinquecento. In italiano è entrata non senza fiere opposizioni da parte dei puristi, per affermarsi quindi con un significato più generale che si discosta dal dramma: la peripezia diventa la vicenda avventurosa, costellata di rischi, pericoli e imprevisti – che si apprezza in tutta la sua articolazione dopo che con difficoltà se ne esce. La peripezia o più comunemente le peripezie, perché il fuoco di questa parola singolare rimane ciò che accade, ciò che cade inatteso dentro una vicenda, e possono caderci dentro tante cose, perciò si preferisce volentieri il plurale.Racconto con toni epici le peripezie burocratiche che ho attraversato per avere il permesso di costruire una tettoia, si leggono i resoconti delle peripezie di antichi esploratori, e dopo mille peripezie (sono sempre mille) arrivo all’appuntamento con solo due ore di ritardo. Una parola colorita e piacevolmente ricercata.

SFATARE è La parola del giorno

Sfatare

[sfa-tà-re (io sfà-to)]SIGN Screditare, dimostrare falsa una convinzione, formazione non chiara, probabilmente da un antico [fatare] ‘coprire con un incantesimo’, da [fata], che viene dal latino [fatum] ‘fato’.Se avessimo sempre presente la densità delle parole che scriviamo e pronunciamo, probabilmente ne scriveremmo e pronunceremmo molte meno.Oggi ‘sfatare’ ci si presenta come una parola pronta, facile da usare e forte di una bella suggestione etimologica, ma la realtà è un po’ più complessa: in effetti la storia, l’evoluzione di questa parola è decisamente oscura. Fa la sua comparsa in italiano con dei significati inaspettati – ‘scoraggiarsi, abbattersi’. Nel Cinquecento è attestata col significato di ‘spregiare, prendere in giro’. Solo alle porte del Novecento prende il profilo che conosciamo oggi.Ebbene, tralasciando queste incertezze, rimane una bomba. Propriamente l’azione dello sfatare sarebbe quella del togliere un incantesimo, dissipare un essere fatato, anche se in questo senso proprio non viene usato. Diventa invece lo screditare, il dimostrare la falsità di una credenza comune, o di una propria convinzione – quasi le si levasse di dosso la malìa di un manto magico che la distorce. Classicamente si sfata la leggenda, il mito; ma si può sfatare l’idea diffusa sull’insalubrità di un cibo, si possono sfatare critiche ricorrenti circa una pratica medica, o sfatare vecchi adagi popolari.A ben vedere, tanto largo è il richiamo al disperdere una magia che si possono subito spiegare anche i significati antichi dello sfatare: il vedersi levato un incanto d’ entusiasmo diventa uno scoraggiarsi, e niente come il riso, specie se sarcastico, sa spazzare via magia e fascino. Non che siano significati da recuperare attivamente, ma sono in grado di dare una profondità storica al nostro sfatare, così dialettico e logico, e spesso inconsapevole del suo diretto confronto col fatato.

BANDIRE è La parola del giorno

Bandire

[ban-dì-re (io ban-dì-sco)]

SIGN Annunciare con avviso ufficiale; mettere al bando, esiliare, allontanare

dal gotico [bandwjan] ‘fare un segnale’.

Bando alle ciance, due cose sono particolarmente interessanti, in questa parola.  La prima è l’origine. Si può pensare che l’emersione di una parola in una lingua sia un fenomeno che avviene in maniera unitaria e omogenea – come se ne prendesse la cittadinanza; o meglio, anche se non lo pensiamo, di rado pensiamo che non è così, di rado ci soffermiamo a concepire la frammentarietà variegata e desultoria di un fenomeno del genere. E questa parola ce lo fa intendere bene. Infatti non ci sono dubbi che la sua origine sia gotica, ma secondo le ricostruzioni più accreditate si è affacciata sia per una via immediata dal gotico stesso, sia per una via mediata (specie al nord) sul modello del francese bannir. Alla stessa forma ‘bandire’ si approda nel XIV secolo dopo una gestazione in latino prima e italiano poi nella veste di ‘bannire’. La seconda è l’articolazione dei significati. Infatti in questo verbo convivono il bandire il concorso e il bandire il fumo. Dopotutto ‘bandire’ ha il significato originale di ‘fare un segnale’ (in gotico bandwô), e questo si è tradotto nella nostra lingua nel senso di fare pubblicamente un annuncio ufficiale. Tale annuncio può prendere le forme e le sostanze più disparate, percui sì, si può bandire il concorso, come anche l’asta e la nuova scoperta. Ovviamente si può anche bandire un divieto o una condanna (ecco qui il feroce bandito!); e fra i bandi di condanna più sentiti e gravi c’erano quelli all’esilio. Da questi usi eccellenti si dirama il bandire nel senso di allontanare (in maniera definitiva) e di eliminare, vietare: Dante fu bandito da Firenze, lo zio è stato bandito dal cinema da quella volta che ubriaco si lanciò contro lo schermo, il cinema poi ha bandito gli alcolici, e bandiamo ogni malizia dalla discussione.

La parola del giorno è : Ceffo [céf-fo]

Ceffo SIGN Muso d’animale; volto umano deforme; persona di aspetto sinistro

dal francese [chef] ‘capo’.

«Un brutto c…..» Purtroppo questa parola si è cristallizzata in espressioni stereotipate, tanto che i suoi significati logicamente precedenti sono spesso ignorati. Che cosa vuol dire, in sé, ‘c……’?

Ebbene, il c…. – la cui ascendenza francese inizia a spiegarcelo come ‘capo, testa’ – prende in italiano il primo significato di muso d’animale, specie di cane. Questo riferimento bestiale continua a connotare il c….- anche quando viene riportato su un volto umano: è un viso deforme, brutto a vedersi, magari grottesco, mai rassicurante. Ci si augura che l’arcinemico non mostri il suo ceffo, nella foto per la patente veniamo puntualmente con un c…..  raccapricciante. Ed è proprio la cifra dell’inquietudine a emergere come determinante del c….: la sua aura sinistra si estende alla persona intera – ossia al proverbiale brutto c….. , che ovviamente ci sta seguendo con fare febbrile o ciondola all’incrocio pulendosi le unghie con la punta del coltello, ma beninteso può anche non essere brutto (magari può essere un ceffo alto, un ceffo puzzolente, o ironicamente un bel c….., perfino).

Ce lo stavamo domandando e la risposta è sì: da ceffo viene anche il ben noto ‘ceffone’, ossia il colpo dato a mano aperta sulla faccia – alias ‘lo schiaffo’. È proprio un colpo schioccante sul muso. E anche il verbo meno noto ‘acceffare’ vien da qui, ed è l’afferrare con la bocca, con muso ferino. Non si fa a tempo a tagliare la schiacciata che tutti la acceffano.

 

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