Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola

Sinistri stradali e quantificazione del danno non patrimoniale: il giudice deve motivare le ragioni dello scostamento dalle tabelle di Milano.  

Nel caso in cui l’assicurazione debba risarcire il danno da sinistro stradale deve tenere conto, ai fini del danno non patrimoniale, delle quantificazioni operate dalle tabelle del Tribunale di Milano. Secondo, infatti, una recente sentenza della Cassazione [1], tali tabelle hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio nazionale. Se anche il giudice ritiene di discostarsi dai parametri offerti dal foro meneghino, deve comunque darne una congrua motivazione.   Risulta, dunque, sempre più difficile derogare ai criteri di liquidazione del danno stabiliti dal Tribunale di Milano. Essi servono quantomeno (e necessariamente) “quale criterio di riscontro e verifica” della quantificazione diversamente ottenuta.   La sentenza in commento ricorda innanzitutto che il risarcimento del danno non patrimoniale deve essere “integrale”, senza possibilità di sconfinare in indennizzi puramente simbolici o irrisori, o comunque non correlati all’effettiva entità del danno subìto dal danneggiato.   Il giudice deve poi rispettare criteri di “elasticità e flessibilità” in modo da garantire, nel contempo, sia il rispetto di liquidazioni uniformi (senza, cioè, creare disparità tra i cittadini), sia la possibilità di quantificazioni “personalizzate” del danno, in modo da non tralasciare nessuna delle conseguenze (fisiche o morali) che siano ricadute sul danneggiato.   In definitiva, la valutazione del giudice deve essere “equa”, ossia adeguata e proporzionata alle circostanze concrete del caso specifico.   L’applicazione concreta di tali principi ha portato a utilizzare sempre più le cosiddette tabelle di liquidazione elaborate dalla prassi. Tra queste, sicuramente il primato lo rivestono le tabelle dei Tribunale di Milano, che appunto diventano parametro per ogni valutazione del danno in qualsiasi parte d’Italia.   Qualora il giudice intenda dare preferenza ad altri sistemi di quantificazione deve argomentarlo in modo preciso e puntuale: un difetto di motivazione renderebbe la sentenza viziata.

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Gli invalidi possono anticipare la pensione?

Pensione anticipata per invalidità e contributi figurativi aggiuntivi: 

come funziona, a chi spettano le agevolazioni, come richiederle.

 

I lavoratori che possiedono un’invaliditàsuperiore a determinati limiti possonoanticipare la pensione di vecchiaia, o vedersi riconoscere dei contributi aggiuntivi, in base alla riduzione della capacità lavorativa posseduta.

Vediamo, nel dettaglio, quali sono i benefici riconosciuti in materia previdenziale per invalidità, ed i requisiti richiesti.

Pensione anticipata per invalidità

Se al lavoratore è stato riconosciuto almeno l’80% d’invalidità, questi ha diritto alla pensione di vecchiaia anticipata [1].

I requisiti necessari, oltre alla predetta riduzione della capacità lavorativa, sono:

– almeno 20 anni di contributi;

– almeno 55 anni e 7 mesi di età per le donne;

– almeno 60 anni e 7 mesi per gli uomini.

La decorrenza della pensione non è immediata, ma è necessario che trascorra una finestra di 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti.

Il beneficio, purtroppo, non può essere fruito dai dipendenti pubblici, che versano la propria contribuzione all’Inpdap: sebbene l’Ente sia stato formalmente assorbito dall’Inps, difatti, le due gestioni continuano ad essere separate.

Pertanto, se il lavoratore risulta dipendente pubblico, questo tipo di pensionamento è precluso, in quanto per tali soggetti è prevista la sola pensione d’inabilità.

Pensione d’inabilità

La pensione d’inabilità può essere ottenuta da chi possiede un’invalidità del 100%.

Nel dettaglio, i requisiti necessari al trattamento sono:

– preventivo riconoscimento dello status di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa;

– possesso di almeno 5 anni di anzianità contributiva (vuol dire che il primo contributo deve essere stato versato precedentemente ai 5 anni anteriori alla domanda), e di almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio.

In assenza del requisito contributivo, l’interessato può comunque aver diritto alla pensione per invalidi civili totali, sussistendo i limiti di reddito; quest’ultima pensione è compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa. Si tratta, però, di una prestazione assistenziale, e non previdenziale.

Contributi figurativi aggiuntivi

Per ogni anno di possesso d’invalidità superiore al 74%, sono riconosciuti 2 mesi di contributi aggiuntivi figurativi, sino ad un massimo di 5 anni nella vita lavorativa.

In pratica, se un lavoratore possiede la predetta invalidità da 30 anni e oltre, ha diritto a 5 anni di contribuzione in più, utili ad anticipare la pensione (esclusi i trattamenti per i quali non possono essere computati i contributi figurativi, come la pensione anticipata contributiva e la vecchia pensione di anzianità).

Il riconoscimento dell’invalidità

Per ottenere i trattamenti previdenziali elencati, non basta auto-dichiarare l’invalidità, ma la riduzione della capacità lavorativa deve essere certificata.

dettaglio, per accertare il possesso dell’invalidità, il procedimento è abbastanza articolato:

– in primo luogo, il proprio medico curante deve inoltrare all’Inps uncertificato introduttivo e fornire all’interessato il protocollo di trasmissione telematica;

– l’interessato deve poi inoltrare domanda all’Inps di riconoscimento del suo status (tramite servizi online, contact center o patronato);

– l’Istituto, poi, convoca l’interessato davanti all’apposita commissione medica integrata;

– l’esito della visita determinerà la sussistenza, e la percentuale, d’invalidità dell’interessato;

– contro il verbale è possibile fare ricorso, ma è necessario esperire un accertamento tecnico preventivo, prima dell’instaurazione del giudizio.

Per ulteriori approfondimenti, si veda la nostra mini-guida: come ottenere il riconoscimento dell’invalidità.

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Carte prepagate con Iban ora pignorabili

Nell’anagrafe dei conti correnti finiranno ora anche le carte ricaricabili con Iban, sicché l’Agenzia delle Entrate potrà controllare la giacenza media dei furbetti.

 

Finisce la possibilità di sfruttare le carte prepagate con Iban, per sfuggire ai controlli del fisco e far risultare la DSU (dichiarazione sostitutiva unica) più “leggera” ai fini del calcolo dell’Isee. Infatti, un provvedimento adottato ieri dall’Agenzia delle Entrate include, nei dati che le banche devono inviare all’Anagrafe dei conti correnti (o, meglio detta, Anagrafe dei rapporti finanziari) anche le ricaricabili dotate di un proprio Iban sulle quali – come già molti italiani sanno bene – è possibile ricevere pagamenti.

 

In particolare, gli istituti di credito dovranno ora comunicare al maxi cervellone dell’Agenzia delle Entrate, non solo gli estremi delle suddette carte (e, quindi, la loro esistenza), con il relativo deposito iniziale e finale, ma anche la giacenza media mantenuta nell’anno e il totale delle movimentazioni in entrata e uscita. Il tutto entro il 31 marzo 2016 e, successivamente, con cadenza periodica anche per il futuro.

Insomma, le carte prepagate con Iban vengono equiparate, a tutti gli effetti, ai tradizionali conti correnti, dei quali subiranno le stesse sorti sia per quanto attiene alle comunicazioni nell’Archivio dei rapporti finanziari, sia per quanto riguarda i calcoli per l’Isee. Questo significa che i contribuenti non potranno più falsare le proprie DSU, facendo risultare c/c “a zero” e, mantenendo così bassa il valore della “giacenza media”, ottenere indebitamente tutta una serie di servizi sociali che, altrimenti, sarebbero loro negati. Ricordiamo infatti che, con la recente riforma dell’Isee, la DSU contiene anche la giacenza media del conto corrente, che viene comunicata direttamente dalla banca (dopo un primo periodo transitorio in cui il calcolo doveva essere effettuato dal correntista).

Ma c’è un’altra importante implicazione che deriva dall’equiparazione delle carte prepagate con Iban ai conti correnti e riguarda i pignoramenti. Come noto, infatti, la riforma del processo esecutivo consente al creditore di affacciarsi, per il tramite dell’ufficiale giudiziario, alle banche dati online in uso alla pubblica amministrazione (prima tra tutte l’anagrafe tributaria), al fine di scovare conti, stipendi, pensioni, depositi, titoli, immobili, automobili da pignorare. È quella che viene chiamata “Ricerca telematica dei beni del debitore” e che dà la possibilità, al soggetto pignorante, di evitare la consueta caccia al tesoro grazie al semplice ausilio di un computer collegato a internet. Ebbene, tra queste banche dati liberamente consultabili vi è anche l’Anagrafe dei conti correnti che, come detto, ora conterrà anche i dati relativi alle carte prepagate con Iban. Dati che, così, non sfuggiranno ai creditori potendole così sottoporle a pignoramento presso terzi.

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730 fai-da-te, problemi con le spese sanitarie

730 precompilato a metà nel 2016: grosse difficoltà col caricamento degli scontrini delle farmacie e con le spese mediche.

 

La direttrice dell’agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, ha annunciato l’altro ieri la presenza di seri problemi nel caricamento, all’interno del 730 precompilato, delle spese sanitarie. I problemi sono stati causati dalla mancata trasmissione degli scontrini per l’acquisto di medicinali da parte della farmacie, e dalle difficoltà tecniche, per i medici, nella trasmissione dei dati relativi alle parcelle emesse per l’effettuazione di prestazioni sanitarie (visite, terapie, etc.).Mentre questo secondo problema potrebbe essere risolto con una proroga di un paio di settimane, per la mancata trasmissione degli scontrini da parte delle farmacie non ci sarebbe più nulla da fare, poiché gran parte dei dati sarebbero già stati distrutti.

Ciò comunque non significa che i contribuenti non potranno detrarre le spese per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, ma soltanto che dette spese dovranno essere inserite a mano, e che i relativi scontrini dovranno essere conservati per il controllo formale: aspettative deluse ancora una volta, dunque, per tutti quei contribuenti che speravano di trovare una dichiarazione già pronta e completa.

730 precompilato: quali spese sono indicate

Anche se il giorno in cui il 730 sarà completo di tutti i dati utili alla dichiarazione appare ancora lontano, questo non vuol dire che non siano stati fatti dei notevoli passi avanti.

Nel 730 precompilato è, difatti, già possibile trovare:

– gli interessi del mutuo per l’acquisto della prima casa: è prevista una detrazione pari al 19% degli interessi pagati nell’anno, riferibili al prezzo di acquisto dell’abitazione principale e degli oneri accessori, sino ad un tetto massimo di 4000 euro;

– i contributi versati alla previdenza complementare: la contribuzione può essere dedotta dal reddito sino a un tetto massimo di 5.164,57 euro; l’eventuale devoluzione del Tfr ad un fondo di previdenza complementare, invece, non è né deducibile né detraibile;

– la detrazione relativa alle spese funebri;

– le spese relative alle polizze assicurative;

– le detrazioni relative ai familiari a carico;

– la detrazione relativa alla prima rata dei pagamenti per la riqualificazione del patrimonio immobiliare (bonus ristrutturazione ed ecobonus).

730 precompilato: i redditi già inclusi

Ricordiamo, poi, che nel 730 precompilato sono già inclusi i redditi di lavoro dipendente e di pensione, assieme ad alcuni redditi diversi, comprensivi delle ritenute e delle detrazioni effettuate, ed il noto Bonus Renzi da 80 euro eventualmente fruito.

Sono poi inclusi i redditi di terreni e fabbricati.

730 precompilato: come modificarlo

Come abbiamo detto, nel 2016 ancora non vedremo un 730 precompilato comprensivo di tutti i redditi e di tutte le spese, deducibili o detraibili, del contribuente: proprio per questo l’Agenzia delle Entrate dà la possibilità di correggere e integrare la dichiarazione.

Il contribuente può effettuare le dovute correzioni direttamente dal sito dell’Agenzia delle Entrate, qualora decida di presentare autonomamente il 730 precompilato, oppure può far effettuare le correzioni da un Caf, conferendo delega per l’accesso al precompilato.

In caso di modifiche al 730 precompilato:

– se la dichiarazione è trasmessa dal contribuente, gli accertamenti graveranno su di lui;

– se la dichiarazione è trasmessa da un intermediario abilitato, controlli e sanzioni (per visto infedele) saranno a suo carico.

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Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici

Pensione di anzianità, trattamenti di inabilità e invalidità, pensione superstiti: regole, calcolo e requisiti.

 

Fino all’emanazione della riforma Dini (L. 335/1995), per la generalità dei lavoratori, il calcolo del trattamento pensionistico avveniva in base al sistema retributivo, che tiene conto essenzialmente della media delle ultime retribuzioni percepite dall’assicurato in costanza del rapporto di lavoro (cd. pensione retributiva).

In particolare, il calcolo della pensione avviene moltiplicando la retribuzione annua pensionabile (ottenuta come media delle retribuzioni percepite in un certo numero di anni antecedente la data di decorrenza della pensione) per l’aliquota di rendimento e per l’anzianità contributiva (quest’ultima è pari al numero di settimane coperte da contributi, fino ad un massimo di 40 anni).

Nel sistema di calcolo retributivo, la retribuzione pensionabile e le aliquote di rendimento per il settore del pubblico impiego differiscono rispetto agli stessi parametri nel settore privato.

La riforma Dini ha modificato il sistema di calcolo dei trattamenti pensionistici ed ha introdotto il sistema contributivo, in cui l’importo della pensione è determinato in base alla media dei contributi versati in tutta la vita lavorativa (cd. pensione contributiva).

In particolare, nel sistema di calcolo contributivo, l’importo della pensione si determina moltiplicando il montante individuale (dato dalla somma rivalutata di tutti i contributi accantonati per ogni anno di lavoro fino alla data della pensione) per il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato al momento del pensionamento.

I parametri di tale sistema di calcolo sono omogenei nel settore pubblico e privato.

L’entrata in vigore della riforma Dini non ha comportato, però, l’automatico passaggio di tutti gli assicurati al nuovo sistema di calcolo contributivo, più penalizzante rispetto al precedente sistema retributivo, poiché si è inteso salvaguardare coloro che avessero già versato un certo numero di contributi in tale sistema.

Pertanto è stato adottato il seguente criterio:

1) applicazione integrale del sistema contributivo a tutti i lavoratori assunti per la prima volta dal 1°-1-1996 in poi, privi pertanto di contributi versati anteriormente a tale data. La pensione per tali lavoratori è calcolata esclusivamente con il metodo di calcolo contributivo (art. 1, comma 6, L. 335/1995);

2) applicazione del sistema di calcolo misto, anche detto in pro rata, ai lavoratori che, al 31-12-1995, avevano già contributi versati, ma in misura inferiore a 18 anni. Per tali lavoratori la pensione è determinata sommando due quote di anzianità contributiva, quella maturata fino al 31-12-1995, calcolata secondo il sistema retributivo, e quella maturata successivamente e fino alla data della pensione, calcolata secondo il sistema contributivo;

3) applicazione del sistema di calcolo retributivo ai lavoratori in possesso al 31-12-1995 di almeno 18 anni di contributi.

Pertanto, anche all’indomani della riforma Dini, hanno continuato a coesistere entrambi i sistemi di calcolo, quello retributivo e quello contributivo.

Sennonché dal 1°-1-2012 la situazione è radicalmente mutata. Il cd. Decreto Salva Italia ha, infatti, disposto, con effetto da tale data, il passaggio di tutti gli assicurati al sistema di calcolo contributivo (art. 24, comma 3, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011).

L’innovazione riguarda, quindi, i lavoratori di cui al n. 3, cioè coloro che, all’epoca della riforma Dini, avevano potuto conservare il sistema di calcolo esclusivamente retributivo.

A tali lavoratori il sistema di calcolo contributivo si applica con il metodo pro rata, in quanto riguarda soltanto i contributi versati dal 1°-1-2012 e fino alla fine della vita lavorativa.

La pensione è determinata in base a due quote (art. 1, comma 12, L. 335/1995):

— una quota corrispondente ai contributi maturati fino al 31-12-2011, calcolata secondo il sistema retributivo;

— una quota corrispondente ai contributi maturati successivamente al 31-12-2011 e fino alla data del pensionamento, calcolata secondo il sistema contributivo.

Qualora dall’applicazione del metodo pro rata dovesse risultare un importo superiore a quello che sarebbe derivato dal solo metodo retributivo, la pensione viene calcolata con il metodo che determina l’importo più basso (art. 1, commi 707-709, L. 190/2014 e circ. INPS 154/2015).

È possibile, comunque, esercitare un’opzione a che il calcolo della pensione avvenga interamente con il sistema contributivo (che viene così applicato anche ai contributi maturati fino al 31-12-2011).

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Pensione anticipata 2016, nuovi requisiti e condizioni

Nuovi incrementi dei requisiti per la pensione legati all’aumento della speranza di vita: come cambia la pensione anticipata.

La pensione anticipata, introdotta a partire dal 2012 dal Decreto Salva-Italia, noto anche come Legge Fornero [1], vede un nuovo inasprimento dei requisiti nel 2016, causato dagli aumenti periodici legati alla speranza di vita. Un salto in avanti di ben 4 mesi, che riguarderà tutte le tipologie di pensionamento, e non solo la nuova pensione anticipata ordinaria: per capire chi potrà pensionarsi nel 2016, vediamo insieme i nuovi parametri delle principali tipologie di collocamento a riposo “in anticipo”, rispetto ai requisiti d’età previsti per la vecchiaia.

Pensione anticipata 2016

I requisiti previsti per fruire dell’ordinaria pensione anticipata, nel 2016, sono:

41 anni e 10 mesi di contributi per le donne;

42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini.

Per chi matura i requisiti sino al 31 dicembre 2017, poi, non sono previste penalizzazioni legate all’età; la Legge Fornero, difatti, aveva previsto una penalizzazione percentuale per chi si fosse collocato a riposo prima dei 62 anni d’età, nella seguente misura:

1% di penalizzazione per ogni anno mancante al 62°, dal 60° anno d’età;

2%di penalizzazione per ogni anno precedente al 60°.

Inizialmente, erano esclusi dalla penalizzazione, ma solo sino al 31 dicembre 2017, determinati periodi, quali quelli di lavoro dipendente, malattia, maternità, ferie, cassaintegrazione e servizio di leva, ai quali erano poi andati ad aggiungersi i permessi legge 104 ed i congedi parentali di maternità e paternità; in seguito, la Legge di Stabilità 2015 [2] aveva poi eliminato ogni penalizzazione, sino al 31 dicembre 2017, per le pensioni con decorrenza dal primo gennaio 2015. La Legge di Stabilità 2016 [3], infine, ha completato l’intervento eliminando le penalizzazioni per chi abbia maturato i requisiti antecedentemente al 2015, a partire dai ratei liquidati dal primo gennaio 2016 (senza però prevedere la restituzione degli arretrati).

Pensione anticipata 2016 scuola

Poiché il regime di pensionamento per il personale del comparto scuola ha delle decorrenze particolari, in quanto prevede una data fissa di cessazione dal servizio, docenti, personale Ata e dirigenti potranno fruire della pensione anticipata nel 2016 qualora maturino 41 anni e 10 mesi di contributi, se donne, o 42 anni e 10 mesi di contributi, se uomini, entro il 31 dicembre 2016 ( a differenza dei requisiti d’età per la vecchiaia, che vanno maturati entro il 31 agosto 2016).

La data di decorrenza della pensione, per i docenti, è il primo settembre 2016, ma la domanda di cessazione dal servizio deve essere inviata entro il 22 gennaio 2016 (per i dirigenti scolastici entro il 28 febbraio 2016), tramite il portale del Miur, servizio E-Polis Istanze On Line.

Pensione anticipata 2016 contributivo

I requisiti sono diversi, invece, per chi non possiede contributi versati precedentemente al 1996, o per chi effettua il cumulo nella gestione Separata, ossia per i soggetti il cui calcolo dell’asegno è effettuato colsolo sistema contributivo; per loro, i requisiti per l’accesso alla pensione anticipata sono:

63 anni e 7 mesi d’età;

20 anni di contributi;

– pensione superiore all’assegno sociale di almeno 2,8 volte.

Pensione anticipata 2016 Boeri

Simile alla pensione anticipata col solo contributivo, la nuova proposta effettuata dal Presidente dell’Inps, Tito Boeri, prevede la possibilità di pensionarsi con i requisiti poc’anzi esposti (63 anni e 7 mesi d’età e 20 anni di contributi), anche per chi ha diritto al calcolo della pensione col sistema misto: per aver diritto all’accesso, la pensione dovrà oscillare tra i 1.200 ed i 1.500 euro circa. Inoltre, è prevista una penalizzazione tra il 9,4% e lo 0,3%, a seconda dei mesi di anticipo rispetto all’età prevista per la pensione di vecchiaia (si veda: pensione anticipata, uscita a 63 anni anche per i misti).

 

Nessuna penalizzazione, però, sarà applicata ai lavoratori precoci (intesi come coloro che hanno versato il primo contributo precedentemente al diciottesimo anno d’età). Trattandosi solo di una proposta, bisognerà aver riguardo alle ulteriori modifiche che saranno realizzate nell’intervento normativo.

Pensione anticipata lavori usuranti e notturni

Molto articolati sono i requisiti previsti per chi ha svolto lavori usuranti o lavoro notturno, per almeno 7 anni negli ultimi 10 anni di vita lavorativa (dal 2018,bisognerà aver svolto tali mansioni per metà della vita lavorativa). Vediamo, nella tabella, i parametri utili al pensionamento nel 2016.

 

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Tari, arriva una tassa uguale per tutti

In via d’adozione un regolamento unico in tutt’Italia per determinare le tariffe sui rifiuti solidi urbani e superare le enormi differenze esistenti tra città.

Dopo anni di attesa, pare che sia finalmente in dirittura d’arrivo il tanto agognato regolamento unico sulla Tari, ossia la Tassa sui Rifiuti: attualmente la disposizione è soltanto una bozza, ma, se le linee guida restassero simili, si determinerebbe sicuramente l’illegittimità della maggior parte delle tariffe oggi applicate dai Comuni e dagli Enti gestori. Tariffe che cambiano notevolmente, sia nell’ammontare che nelle modalità di applicazione, da Comune a Comune: ad esempio, mentre a Cagliari la Tari media è pari a 450 euro a famiglia, ad Ascoli Piceno scende a 160 euro: una differenza molto alta, che dipende dalle modalità di tariffazione adottate dai singoli regolamenti comunali. Difatti, ogni Ente gestore, visto il vuoto normativo in merito, ha creato un proprio sistema di misurazione, per determinare i corrispettivi dovuti per il servizio di smaltimento rifiuti: purtroppo, il più delle volte questi sistemi sono lontani dal basarsi su un’effettiva corrispettività, ed in alcuni casi anche da un minimo di equità.

Ma come si è arrivati a questo punto e, soprattutto, il nuovo regolamento unico potrà riuscire a ripristinare una situazione uniforme in tutt’Italia, con tariffe effettivamente corrispondenti al servizio offerto? Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro, alle prime leggi che hanno disciplinato il servizio di smaltimento rifiuti.

Tari: tassa o imposta?

La configurazione della Tari, come imposta o come tassa, vede ancora oggi in disaccordo diverse correnti dottrinali: il pagamento, difatti, è stato prima considerato una tassa [1], poi una tariffa dal noto Decreto Ronchi [2], che, oltre a determinare le modalità di applicazione dei compensi, prevedeva l’attuazione di un piano finanziario, in realtà mai realizzato da nessun Comune. Così la mancata attuazione del decreto ha fatto sì che si formasse una giungla di disposizioni in materia: in alcune città il “balzello” sui rifiuti era noto col nome di Tarsu, in altre come Tia; si è poi giunti, in un primo tentativo di unificazione, nel 2013, alla Tares, ed in seguito, con la Legge di Stabilità 2014, alla Iuc (Imposta Unica Comunale), formata da Imu, Tasi e Tari, quest’ultima, appunto, la componente relativa ai rifiuti. Ma ancora si è lontani da una disciplina unica, soprattutto in quanto non è stata ancora chiarita la vera natura della Tari, di tassa o d’imposta: se considerata come imposta, sarebbe, in effetti, contraria ai criteri diproporzionalità e progressività affermati dalla Costituzione [3]; se configurata, invece, come tassa, certamente i corrispettivi richiesti appaiono sproporzionati, poiché, se il servizio funzionasse in maniera corretta e non “distorta”, dovrebbero essere i cittadini a ricevere del denaro per il conferimento dei rifiuti riciclabili(pensiamo alle cosiddette discariche verdi, dei punti di raccolta di materiale riciclabile, che fruttano in media 250 euro l’anno a famiglia).

Tari: come funziona

La Tari è applicata a chiunque possieda o detenga, a qualunque titolo, locali o aree esterne, che possono produrre rifiuti urbani (sono comunque escluse le aree condominiali, e quelle accessorie o pertinenziali di un immobile tassato). La tariffazione, come poc’anzi accennato, cambia a seconda del Comune di ubicazione dell’immobile: all’interno dello stesso Comune, vi sono poi delle differenze tra le utenze domestiche e non domestiche, a seconda della superficie e del numero di occupantidell’immobile. Sono previste, in ragione di particolari situazioni, o per talune tipologie di aree o fabbricati, esenzioni o riduzioni, sia dalla normativa generale che da quella comunale.

Regolamento unico e commisurazione della Tari ai rifiuti prodotti

Tutte le problematiche sopra esposte, dal dubbio sulla configurazione della Tari come imposta o tassa, sino all’effettiva proporzionalità del corrispettivo pagato ai rifiuti realmente prodotti, dovrebbero trovare soluzione nel Regolamento unico di prossima realizzazione: questo regolamento, secondo la Legge di Stabilità 2014 [4] istitutiva della Tari, sarebbe dovuto essere emanato già dal 1° luglio 2014.

 

Solo in questi giorni, dopo oltre 2 anni di attesa, il ministero dell’Ambiente ha finalmente prodotto una bozza della disposizione, che prevedrà criteri di tariffazione uguali in tutt’Italia, che risponderanno in parte alla grandezza dell’immobile, ed in parte all’effettiva produzione di rifiuti indifferenziati (al fine di premiare chi invece produce prevalentemente materiale riciclabile).

 

Nel decreto saranno, difatti, dettati i criteri di misurazione del rifiuto indifferenziato, che avverrà mediante pesatura o col sistema dello svuotamento “vuoto per pieno”, realizzabile collegando i volumi ai kg prodotti.

Inoltre, anche la commisurazione dei corrispettivi basata sulla superficie dell’immobile sarà effettiva, e non per classi di superficie.

 

Insomma, il Decreto di prossima adozione pare mettere la parola fine ai decenni di disposizioni inique ed ingarbugliate: si spera dunque in una veloce operatività della normativa unica.

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Nuova mediazione tributaria 2016

Riforma del processo tributario, nuovo procedimento di reclamo e mediazione: chi può usufruirne, abolizione dell’istanza, sospensione di riscossione e pagamento.

Con l’entrata in vigore della Riforma del processo tributario, cambia profondamente l’istituto del Reclamo-mediazione: si tratta di un atto di opposizione, o di proposta di mediazione (da parte del contribuente), preliminare al ricorso vero e proprio, contro le pretese dell’Amministrazione Finanziaria. In pratica, tale istituto è un importante strumento deflattivo del contenzioso: con le modifiche introdotte dalla Riforma processuale tributaria, peraltro, è stato notevolmente ampliato e semplificato, come chiarito da una recente circolare dell’Agenzia delle Entrate [1]. Vediamo insieme le novità al riguardo.

Ambito di applicazione

Innanzitutto, le nuove disposizioni in merito all’istituto del reclamo-mediazione [2] si applicano a decorrere dal primo gennaio 2016, nonché ai giudizi pendenti a tale data.

Nel dettaglio, le novità saranno applicabili ai ricorsi notificati dal contribuente dal primo gennaio 2016 in poi: dunque, non è la data di notifica dell’atto a determinare l’utilizzo delle nuove o delle vecchie regole, ma quella in cui il contribuente notifica il ricorso. Ad esempio, se il cittadino intende opporsi ad un atto notificato nel dicembre 2015, qualora notifichi il ricorso nello stesso mese si applicheranno le vecchie regole, qualora lo notifichi nel 2016 (entro i termini di decadenza), si applicheranno le nuove regole.

Estensione del reclamo-mediazione

Un’altra importante novità riguarda l’estensione dell’applicazione dell’istituto: saranno difatti reclamabili gli atti di tutti gli enti impositori, compresi gli Enti locali, oltreché gli atti di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, gli atti di riscossione (per vizi propri della cartella), di fermo amministrativo ed ipoteca, e le controversie in materia catastale. Per quanto concerne l’importo delle controversie, però, l’istituto è applicabile sino a un valore di 20.000 Euro.

Semplificazione del procedimento

Il procedimento di reclamo sarà attivato automaticamente con la presentazione del ricorso, pertanto non sarà più necessario allegare l’istanza di reclamo-mediazione all’atto. La proposta di mediazione sarà dunque una facoltà, non un obbligo.

Con la proposizione del ricorso, si aprirà automaticamente una fase amministrativa di 90 giorni (che si computano dalla data di ricezione del ricorso da parte dell’Ente, se notificato per posta), durante la quale sono sospesi i termini di riscossione e pagamento; la fase amministrativa è sospesa dal primo al 31 agosto di ogni anno.

L’istruttoria è svolta da una struttura dell’Ente impositore autonoma rispetto a quella che ha emesso l’atto.

Qualora il reclamo-mediazione abbia avuto esito negativo, il contribuente dovrà costituirsi in giudizio solo nei 30 giorni successivi alla scadenza del termine di 90 giorni.

Riduzione delle sanzioni

Sono poi state ridotte le sanzioni, nel caso in cui la controversia sia chiusa con la mediazione: la riduzione applicabile sarà, infatti, pari al 35% e non più al 40%, sul minimo edittale. La riduzione varrà anche per i procedimenti pendenti al primo gennaio 2016 , per cui l’accordo non sia stato raggiunto.

Articolo Completo :Nuova mediazione tributaria 2016

Nuove sanzioni fiscali ridotte 2016

Sanzioni tributarie, riduzioni in vigore da subito grazie alla Legge di Stabilità 2016: tutte le tipologie di sanzioni, confronto tra vecchio e nuovo ammontare.

 

Grazie alla Legge di Stabilità 2016 [1] è anticipata di un anno l’entrata in vigore della riduzione delle sanzioni tributarie, prevista inizialmente dalla Delega Fiscale [2] solo a partire dal 2017. Le nuove sanzioni potranno essere applicate, grazie al principio del “favor rei” anche alle violazioni commesse anteriormente al primo gennaio 2016, a condizione che il provvedimento che irroga le sanzioni non sia già divenuto definitivo.

Vediamo ora tutte le tipologie di sanzioni, ed il loro ammontare vecchio e nuovo.

Omessa presentazione della dichiarazione

Si alleggerisce notevolmente la posizione di chi omette di presentare la dichiarazione dei redditi: mentre prima era prevista un’unica sanzione ordinaria, che andava dal 120 % al 240% dell’imposta dovuta, con un minimo di 258 euro (da 258 a 1032 euro, con raddoppio per gli obbligati alla tenuta delle scritture contabili, nel caso in cui non fosse dovuta alcuna imposta), adesso sono previste due tipologie di sanzioni, l’ordinaria e la ridotta. In particolare:

 

– per quanto concerne la sanzione ridotta, essa è fruibile da chi presenta la dichiarazione oltre i 90 giorni dal termine di presentazione della stessa (si considera comunque omessa), ma entro il termine per la presentazione della dichiarazione successiva (il 30 settembre del secondo anno successivi a quello d’imposta). L’ammontare della sanzione va dal 60% al 120% dell’imposta dovuta, con un minimo di 150 euro (da 150 a 520 euro, con raddoppio per gli obbligati alla tenuta delle scritture contabili, nel caso in cui non sia dovuta alcuna imposta);

 

– la sanzione ordinaria, dal 2016, è leggermente ridotta, solo nel caso in cui non vi siano imposte da pagare: in particolare, va dal 120% al 240% dell’imposta dovuta, con un minimo di 250 Euro (da 250 a 1000 euro, con raddoppio per gli obbligati alla tenuta delle scritture contabili, nel caso in cui non risulti dovuta alcuna imposta).

Dichiarazione infedele

Una leggera riduzione è prevista, in merito alla dichiarazione infedele, per la sanzione ordinaria: dal vecchio ammontare 2015, che andava dal 100 al 200% della maggiore imposta dovuta, ora si va dal 90 al 180%.

È prevista poi una sanzione maggiorata, che va dal 135% al 270%, in caso di violazioni derivanti da condotte fraudolente o dall’utilizzo di operazioni inesistenti. Nessuna sanzione, invece, per la rettifica del valore normale dei prezzi di trasferimento, se il contribuente ha assolto gli oneri documentali (parimenti alla vecchia previsione).

La sanzione ridotta è prevista nelle seguenti casistiche:

– maggiore imposta inferiore al 3% del reddito dichiarato ed a 30.000 euro: in questo caso la sanzione va dal 60% al 120% dell’imposta evasa;

infedeltà derivante da errori sulla corretta imputazione temporale dei componenti di redditi; se l’errore riguarda un ricavo, esso deve risultare tassato, anche se successivamente, al momento dell’accertamenti; in questi casi, la sanzione va dal 60% al 120% della maggiore imposta, ma si limita a soli 250 euro se l’errore non ha comportato una differenza d’imposta.

Articolo Completo:Nuove sanzioni fiscali ridotte 2016

Pensioni e previdenza, tutte le novità dalla Stabilità 2016

Estensione Opzione Donna, No Tax Area pensionati, finanziamento contratti di solidarietà, proroga disoccupazione Co.co.co.: gli ultimi emendamenti alla legge di Stabilità.   Il settore previdenziale, nel rush finale degli emendamenti alla Legge di Stabilità, ha riservato delle sorprese positive: dall’estensione immediata della No Tax area ai pensionati, all’ampliamento della pensione anticipata con Opzione Donna, alla proroga della Dis-Coll, la disoccupazione dei Co.co.co. Vediamo insieme le principali novità in merito.   Estensione Opzione Donna L’Opzione Donna, cioè il Regime Sperimentale introdotto dalla Legge Maroni [1], che permette di pensionarsi con requisiti più leggeri rispetto a quelli previsti dalla Legge Fornero [2] (ossia 57 anni e 3 mesi di età, per le dipendenti, e 58 e 3 mesi per le autonome, con 35 anni di contributi, previa attesa di una finestra, rispettivamente, di 12 e 18 mesi, e stante il ricalcolo contributivo dell’assegno), aveva già ricevuto una prima estensione al 31 dicembre 2015.   La proroga lasciava, però, tagliate fuori le nate nell’ultimo trimestre dell’anno, poiché al requisito di età, di 57 o 58 anni, sono stati aggiunti, nel 2013, 3 mesi, in base agli adeguamenti alla speranza di vita. Pertanto, restavano fuori dal beneficio le nate da ottobre in poi.   Grazie a un emendamento presentato ieri, però, sarà possibile l’estensione del Regime anche alle nate nell’ultimo trimestre, e , forse, anche a chi maturerà i requisiti posteriormente: è stato previsto, difatti, un monitoraggio annuale sugli stanziamenti per Opzione Donna, da eseguirsi al 30 settembre. Se, alla data, emergerà un risparmio di risorse, sarà possibile allargare la platea di beneficiarie della misura.   Non è difficile ipotizzare che i risparmi, nel lungo periodo, ci saranno, poiché, nonostante un numero maggiore di uscite dal lavoro, l’esiguità dell’assegno calcolato col contributivo farà risparmiare allo Stato cifre considerevoli.   No Tax Area pensionati L’ampliamento della No Tax Area per i pensionati, cioè alla soglia al di sotto della quale non sono dovute tasse, in quanto le detrazioni superano l’imposta lorda, sarebbe dovuto avvenire solo nel 2017: grazie agli ultimi emendamenti messi in atto, invece, una prima estensione avverrà già nel 2016. In particolare:   – per gli under 75, la No Tax Area sarà estesa ad un reddito annuo di 7.750 Euro; – per chi ha compiuto 75 anni, invece, sarà estesa ad un reddito annuo di 8.000 Euro.

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