Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

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Gli invalidi possono anticipare la pensione?

Pensione anticipata per invalidità e contributi figurativi aggiuntivi: 

come funziona, a chi spettano le agevolazioni, come richiederle.

 

I lavoratori che possiedono un’invaliditàsuperiore a determinati limiti possonoanticipare la pensione di vecchiaia, o vedersi riconoscere dei contributi aggiuntivi, in base alla riduzione della capacità lavorativa posseduta.

Vediamo, nel dettaglio, quali sono i benefici riconosciuti in materia previdenziale per invalidità, ed i requisiti richiesti.

Pensione anticipata per invalidità

Se al lavoratore è stato riconosciuto almeno l’80% d’invalidità, questi ha diritto alla pensione di vecchiaia anticipata [1].

I requisiti necessari, oltre alla predetta riduzione della capacità lavorativa, sono:

– almeno 20 anni di contributi;

– almeno 55 anni e 7 mesi di età per le donne;

– almeno 60 anni e 7 mesi per gli uomini.

La decorrenza della pensione non è immediata, ma è necessario che trascorra una finestra di 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti.

Il beneficio, purtroppo, non può essere fruito dai dipendenti pubblici, che versano la propria contribuzione all’Inpdap: sebbene l’Ente sia stato formalmente assorbito dall’Inps, difatti, le due gestioni continuano ad essere separate.

Pertanto, se il lavoratore risulta dipendente pubblico, questo tipo di pensionamento è precluso, in quanto per tali soggetti è prevista la sola pensione d’inabilità.

Pensione d’inabilità

La pensione d’inabilità può essere ottenuta da chi possiede un’invalidità del 100%.

Nel dettaglio, i requisiti necessari al trattamento sono:

– preventivo riconoscimento dello status di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa;

– possesso di almeno 5 anni di anzianità contributiva (vuol dire che il primo contributo deve essere stato versato precedentemente ai 5 anni anteriori alla domanda), e di almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio.

In assenza del requisito contributivo, l’interessato può comunque aver diritto alla pensione per invalidi civili totali, sussistendo i limiti di reddito; quest’ultima pensione è compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa. Si tratta, però, di una prestazione assistenziale, e non previdenziale.

Contributi figurativi aggiuntivi

Per ogni anno di possesso d’invalidità superiore al 74%, sono riconosciuti 2 mesi di contributi aggiuntivi figurativi, sino ad un massimo di 5 anni nella vita lavorativa.

In pratica, se un lavoratore possiede la predetta invalidità da 30 anni e oltre, ha diritto a 5 anni di contribuzione in più, utili ad anticipare la pensione (esclusi i trattamenti per i quali non possono essere computati i contributi figurativi, come la pensione anticipata contributiva e la vecchia pensione di anzianità).

Il riconoscimento dell’invalidità

Per ottenere i trattamenti previdenziali elencati, non basta auto-dichiarare l’invalidità, ma la riduzione della capacità lavorativa deve essere certificata.

dettaglio, per accertare il possesso dell’invalidità, il procedimento è abbastanza articolato:

– in primo luogo, il proprio medico curante deve inoltrare all’Inps uncertificato introduttivo e fornire all’interessato il protocollo di trasmissione telematica;

– l’interessato deve poi inoltrare domanda all’Inps di riconoscimento del suo status (tramite servizi online, contact center o patronato);

– l’Istituto, poi, convoca l’interessato davanti all’apposita commissione medica integrata;

– l’esito della visita determinerà la sussistenza, e la percentuale, d’invalidità dell’interessato;

– contro il verbale è possibile fare ricorso, ma è necessario esperire un accertamento tecnico preventivo, prima dell’instaurazione del giudizio.

Per ulteriori approfondimenti, si veda la nostra mini-guida: come ottenere il riconoscimento dell’invalidità.

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Come andare in pensione a 63 anni

Pensione anticipata contributiva col cumulo a 63 anni: chi può richiederla, quali sono i requisiti, come si calcola il trattamento.

 

I requisiti per ottenere la pensione, com’è noto, sono stati molto inaspriti dalla Legge Fornero: per uscire dal lavoro nel 2016, nella generalità dei casi, sono necessari 66 anni e 7 mesi per la pensione di vecchiaia (per le donne “bastano” 65 anni e 7 mesi, ma il requisito sarà pari a quello degli uomini nel 2018), e 42 anni e 10 mesi per gli uomini per la pensione anticipata (41 anni e 10 mesi per le donne).

Dei requisiti certamente non semplici da raggiungere, considerando anche il fatto che, per la pensione di vecchiaia, oltre al requisito d’età devono essere posseduti 20 anni di contributi, e l’assegno di pensione deve essere pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale.

Quello che molti non sanno è che esiste una “terza via” per ottenere la pensione: si tratta della pensione anticipata contributiva, che può essere raggiunta a 63 anni di età (con l’aggiunta di 7 mesi, dovuta agli adeguamenti alla speranza di vita).

Pensione anticipata contributiva: requisiti

Gli altri requisiti da rispettare, oltre all’età, per raggiungere la pensione anticipata contributiva sono:

– il possesso di almeno 20 anni di contributi;

– l’ammontare dell’assegno ottenibile, che deve essere superiore a 2,8 volte l’assegno sociale (in pratica, la pensione deve risultare pari ad almeno 1255 euro).

Pensione anticipata contributiva: chi può richiederla

La pensione anticipata contributiva non ha destato molto interesse, sinora, poiché si riteneva che fosse riservata soltanto ai lavoratori con diritto al calcolo della pensione interamente contributivo: in pratica, si pensava che questo tipo di pensione fosse riservata a chi fosse privo di contributi versati prima del 1996.

Una recente circolare dell’Inps [1], tuttavia, ha chiarito che la pensione anticipata contributiva può essere richiesta anche da chi possiede contributi versati precedentemente al 1996, qualora sia iscritto alla Gestione separata e opti per il computo nella gestione stessa della contribuzione posseduta in altre gestioni.

In pratica, è data, agli iscritti alla Gestione separata (liberi professionisti e lavoratori autonomi, parasubordinati- co.co.co., o soggetti che hanno fruito dei voucher per lavoro accessorio), la possibilità di cumulare i contributi appartenenti a casse diverse in tale gestione, in modo da ottenere un’unica pensione, anche se la contribuzione da computare è stata versata anteriormente al 1° gennaio 1996.

Poiché tutta la contribuzione versata o cumulata nella Gestione separata deve essere calcolata col metodo contributivo, in quanto la gestione può dare unicamente luogo ad un trattamento soggetto a tale sistema di calcolo, la pensione anticipata contributiva può dunque essere domandata anche da chi, al 31 dicembre 1995, risulta avere dei contributi già versati (che quindi sarebbero dovuti essere calcolati col metodo retributivo).

Pensione anticipata contributiva e cumulo nella Gestione Separata: requisiti

Nel dettaglio, per richiedere il computo nella Gestione Separata, al fine di accedere alla pensione a 63 anni, bisogna possedere i seguenti requisiti:

– anzianità contributiva inferiore a 18 anni, sino al 31 dicembre1995: possono essere contati tutti i contributi, compresi quelli volontari e figurativi;

– anzianità contributiva complessiva pari ad almeno 15 anni, di cui almeno 5 posteriori al 31 dicembre 1995.

In pratica, possono richiedere il cumulo, e conseguentemente la pensione anticipata contributiva, tutti coloro che avrebbero avuto diritto al calcolo col metodo misto (retributivo sino al 1995, poi contributivo), qualora ovviamente siano iscritti alla Gestione Separata.

Pensione anticipata contributiva: iscrizione alla Gestione Separata

Iscrizione alla Gestione Separata che, oggi come oggi, possiedono già in tanti: è sufficiente, per essere iscritti, aver svolto lavoro occasionale accessorio (in pratica, si tratta del lavoro pagato con i voucher), oppure un rapporto di collaborazione (co.co.co., co.co.pro., mini co.co.co.), o aver esercitato come lavoratore autonomo- libero professionista.

Lo status di iscritto, poi, non si perde con la cessazione dell’attività, poiché non è previsto l’obbligo di cancellazione dalla gestione [2]. Quindi si può chiedere il cumulo per la pensione anticipata anche se l’attività che ha dato luogo alla contribuzione è terminata da tanto tempo.

Peraltro, per ottenere la pensione a 63 anni cumulando i contributi di diverse gestioni, non esiste una contribuzione minima da possedere nella Gestione Separata, ma è sufficiente che gli accrediti contributivi, sommati, raggiungano i 20 anni (e diano luogo a un trattamento, come abbiamo detto, superiore a 2,8 volte l’assegno sociale).

È possibile computare la contribuzione versata presso:

– l’assicurazione generale obbligatoria (Ago)per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti (IVS)dei lavoratori dipendenti;

– i fondi esclusivi o esonerativi dell’Ago;

– le gestioni dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, agricoli).

Sono invece escluse dalla facoltà di computo le casse dei liberi professionisti.

Pensione anticipata contributiva: come si richiede

Per ottenere la pensione anticipata contributiva col cumulo deve essere esercitata la facoltà di computo al momento della presentazione della domanda di pensione: in pratica, è necessario richiedere la pensione nella Gestione Separata ed optare esplicitamente, nella stessa istanza di pensione, per il computo dei contributi accumulati nelle altre gestioni.

Questo, invece, non è necessario per i “contributivi puri”, cioè per chi non possiede contributi versati prima del 1996, laddove possiedano almeno 20 anni di contributi, perché possono accedere comunque alla pensione anticipata a 63 anni, anche senza computo.

Pensione anticipata contributiva: calcolo

La facoltà di pensionarsi anticipatamente a 63 anni deve essere ponderata attentamente, in quanto il calcolo col metodo contributivo può comportare, a seconda dei casi, forti penalizzazioni.

Il sistema contributivo, infatti, non si basa sugli ultimi stipendi, ma sulla somma dei contributi accantonati e rivalutati (montante contributivo) e sul coefficiente di trasformazione, che converte i contributi in pensione, in modo tanto più favorevole, quanto più è alta l’età pensionabile.

La penalizzazione è dunque minore per quei soggetti che possedevano già, prima del computo, contributi non utili al calcolo retributivo, o che comunque sarebbero dovuti essere assoggettati alla totalizzazione, per ottenere una pensione (ugualmente calcolata col contributivo).

Per un approfondimento su tale sistema di calcolo, vi invitiamo a leggere la nostra guida al calcolo contributivo.

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Carte prepagate con Iban ora pignorabili

Nell’anagrafe dei conti correnti finiranno ora anche le carte ricaricabili con Iban, sicché l’Agenzia delle Entrate potrà controllare la giacenza media dei furbetti.

 

Finisce la possibilità di sfruttare le carte prepagate con Iban, per sfuggire ai controlli del fisco e far risultare la DSU (dichiarazione sostitutiva unica) più “leggera” ai fini del calcolo dell’Isee. Infatti, un provvedimento adottato ieri dall’Agenzia delle Entrate include, nei dati che le banche devono inviare all’Anagrafe dei conti correnti (o, meglio detta, Anagrafe dei rapporti finanziari) anche le ricaricabili dotate di un proprio Iban sulle quali – come già molti italiani sanno bene – è possibile ricevere pagamenti.

 

In particolare, gli istituti di credito dovranno ora comunicare al maxi cervellone dell’Agenzia delle Entrate, non solo gli estremi delle suddette carte (e, quindi, la loro esistenza), con il relativo deposito iniziale e finale, ma anche la giacenza media mantenuta nell’anno e il totale delle movimentazioni in entrata e uscita. Il tutto entro il 31 marzo 2016 e, successivamente, con cadenza periodica anche per il futuro.

Insomma, le carte prepagate con Iban vengono equiparate, a tutti gli effetti, ai tradizionali conti correnti, dei quali subiranno le stesse sorti sia per quanto attiene alle comunicazioni nell’Archivio dei rapporti finanziari, sia per quanto riguarda i calcoli per l’Isee. Questo significa che i contribuenti non potranno più falsare le proprie DSU, facendo risultare c/c “a zero” e, mantenendo così bassa il valore della “giacenza media”, ottenere indebitamente tutta una serie di servizi sociali che, altrimenti, sarebbero loro negati. Ricordiamo infatti che, con la recente riforma dell’Isee, la DSU contiene anche la giacenza media del conto corrente, che viene comunicata direttamente dalla banca (dopo un primo periodo transitorio in cui il calcolo doveva essere effettuato dal correntista).

Ma c’è un’altra importante implicazione che deriva dall’equiparazione delle carte prepagate con Iban ai conti correnti e riguarda i pignoramenti. Come noto, infatti, la riforma del processo esecutivo consente al creditore di affacciarsi, per il tramite dell’ufficiale giudiziario, alle banche dati online in uso alla pubblica amministrazione (prima tra tutte l’anagrafe tributaria), al fine di scovare conti, stipendi, pensioni, depositi, titoli, immobili, automobili da pignorare. È quella che viene chiamata “Ricerca telematica dei beni del debitore” e che dà la possibilità, al soggetto pignorante, di evitare la consueta caccia al tesoro grazie al semplice ausilio di un computer collegato a internet. Ebbene, tra queste banche dati liberamente consultabili vi è anche l’Anagrafe dei conti correnti che, come detto, ora conterrà anche i dati relativi alle carte prepagate con Iban. Dati che, così, non sfuggiranno ai creditori potendole così sottoporle a pignoramento presso terzi.

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Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Entra in vigore la stretta sulle prescrizioni di visite, prestazioni mediche ed esami, che, se non assolutamente necessari, dovranno essere interamente pagati dal cittadino.

 

È appena entrato in vigore il cosiddetto Decreto Appropriatezza, ossia la normativa che prevede il taglio del ticket per 203 prestazioni sanitarie.

Per le prestazioni comprese tra le 203 “incriminate”, in pratica, si può fruire del ticket soltanto dietro apposita prescrizione medica, in caso contrario il cittadino è obbligato a pagare di tasca l’intero costo: ottenere la prescrizione, peraltro, non è semplice, poiché sono previste delle sanzioni piuttosto salate per i medici, qualora prescrivano prestazioni non strettamente necessarie.

Com’è logico, il Decreto ha scatenato accese polemiche in tutt’Italia, poiché metterebbe, a detta di molti, a repentaglio la salute dei cittadini, negando l’accesso ad esami fondamentali e terapie.

Il Governo, invece, sostiene di non aver leso il diritto alla salute, poiché le prestazioni possono essere coperte dal ticket qualora siano rispettate le condizioni di erogabilità previste dal Decreto.

Per comprendere meglio la portata della normativa, analizziamo le principali prestazioni “fuori tutela” e le condizioni di erogabilità correlate.

 

Prestazioni escluse: quali settori

Innanzitutto, le aree a cui appartengono le 203 prestazioni “fuori ticket” sono:

odontoiatria;

– genetica;

– radiologia diagnostica;

– esami di laboratorio;

dermatologia allergologica;

– medicina nucleare.

Per ciascuna delle prestazioni riportate nel Decreto, appartenenti agli elencati settori, le condizioni di erogabilità devono essere valutate in base allo stato personale e clinico del beneficiario ed alla finalità terapeutica, diagnostica, prognostica o di monitoraggio.

Ma quali sono, nel concreto, le prestazioni sanitarie e le condizioni per ottenerle senza pagarne l’intero costo?

 

Prestazioni odontoiatriche

Iniziamo dalle prestazioni odontoiatriche; tra queste compaiono:

estrazione di denti permanenti, decidui o di altri denti;

interventi chirurgici ed asportazione di lesioni dentarie.

Tali prestazioni possono essere prescritte soltanto in condizioni di vulnerabilità sanitaria o sociale.

Per alcune prestazioni odontoiatriche, quali i trattamenti con apparecchi fissi e mobili, è richiesto un indice IOTN pari a 4/5: si tratta dell’indice di necessità del trattamento, che è espresso in una scala da 1 a 5, dove 5 esprime la maggiore gravità delle condizioni del paziente. Ciò significa che tali prestazioni potranno essere erogate solamente in “casi-limite”.

Condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale

Le condizioni di vulnerabilità sanitaria sono differenti a seconda delle specifiche patologie: in generale, si parla di vulnerabilità sanitaria laddove la cura sia assolutamente necessaria.

Le condizioni di vulnerabilità sociale sono invece intese quali situazioni di svantaggio economico correlate di norma al basso reddito e alla marginalità o all’esclusione sociale, che impediscono l’accesso alle cure a pagamento.

Le condizioni di svantaggio economico sono individuate dalle singole Regioni, nella maggioranza delle ipotesi in base all’indice Isee (il quale rileva la situazione economica del nucleo familiare anche in base al patrimonio mobiliare ed immobiliare).

Considerata l’esiguità degli stanziamenti regionali in materia sanitaria, nonché l’endemica mala gestione in tale ambito, è scontato che il cittadino possa rientrare nelle condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale soltanto in ipotesi “estreme”.

Prestazioni di radiologia diagnostica

Tra le prestazioni fuori tutela nell’ambito della radiologia, il Decreto enumera:

– diverse tipologie di tomografia computerizzata;

-diverse tipologie di risonanza magnetica nucleare;

– la densitometria ossea.

Tali esami (esclusa la densitometria ossea), nella maggioranza delle ipotesi, possono essere prescritti solo in presenza di patologia oncologica o sospetto oncologico.

Chiaramente, in caso di sospetto, sarà il medico a doversi prendere la responsabilità di prescrivere l’esame, ed a rischiare le sanzioni economiche previste per “prestazione inappropriata”.

Prestazioni di laboratorio e di genetica

È lungo ed articolato, poi, l’elenco delle prestazioni di laboratorio (in pratica, le analisi del sangue, delle urine e simili) tagliate fuori dalla tutela: ad esempio, le analisi relative al colesterolo ed ai trigliceridi possono essere prescritte solo ai soggetti con più di 40 anni, con malattie cardiovascolari, fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche, dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci.

Relativamente alle prestazioni di laboratorio e di genetica, le analisi “superflue”, secondo il Governo, sono 140: in alcuni casi, la prescrizione può essere effettuata solo qualora vi sia un carcinoma da monitorare, in altri casi qualora vi sia una malattia epatica in corso o a scopo di trapianto.

La costante, ad ogni modo, è quella di limitare al minimo le prestazioni preventive, e di tutelare il soggetto solo laddove sia già ammalato: una linea d’azione che certamente non rispetta il detto “è meglio prevenire che curare”, e che preferisce risparmiare nella prevenzione, senza pensare al rischio di moltiplicare le spese relative alle successive cure. Sempre che non s’intenda lasciare, in futuro, il cittadino totalmente sprovvisto di tutela anche laddove sia già malato: in un’ottica di tagli, pardon “razionalizzazioni”, è facile che si arrivi anche a questo, in un giorno non lontano.

 

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Il garante del contribuente: come presentare ricorso.

Modalità di presentazione dell’istanza al Garante del Contribuente, gli indirizzi di tutte le sedi regionali presenti in Italia e nelle Province autonome.

 

Non necessariamente con l’autotutela o con il ricorso al giudice, il contribuente può difendersi contro gli atti dell’amministrazione finanziaria illegittimi: si pensi a una cartella di pagamento di Equitalia manifestamente viziata o un accertamento dell’Agenzia delle Entrate dal quale risulti evidente l’illegittimità. Esiste un organo monocratico amministrativo che consente la definizione agevole e spedita delle contestazioni: il Garante del Contribuente. Esso è presente presso ogni Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate e nelle province autonome di Trento e Bolzano.

È scelto e nominato dal presidente della commissione tributaria regionale o sua sezione distaccata nella cui circoscrizione è compresa la direzione regionale dell’Agenzia delle entrate fra le seguenti categorie di soggetti particolarmente vicine ai problemi fiscali:

– notai (tra i quali viene scelto il Presidente), magistrati, docenti universitari;

– avvocati, commercialisti, ragionieri, anch’essi a riposo e indicati dai rispettivi ordini professionali.

L’incarico è quadriennale ed è rinnovabile tenendo presenti professionalità, produttività ed attività già svolta.

Come si presenta il ricorso al Garante del Contribuente

Tutti i contribuenti possono rivolgersi al Garante inviando un’istanza in carta libera, senza bolli e senza la necessaria assistenza di un avvocato o di un commercialista. Non esistono neanche formule particolari per l’istanza. Per un fac-simile si rinvia all’articolo: “Fisco e cittadini: il garante del contribuente”.

L’istanza deve avere un contenuto minimo essenziale in modo da poter mettere il Garante nella condizione di decidere. Pertanto è importante indicare:

– i propri dati anagrafici, comprensivi di codice;

– l’atto oggetto della contestazione (allegandone copia);

– la segnalazione di eventuali disfunzioni, irregolarità, scorrettezze, prassi amministrative anomale o irragionevoli o qualsiasi altro comportamento suscettibile di pregiudicare il rapporto di fiducia tra i cittadini e l’Amministrazione finanziaria. Si pensi al caso di un pignoramento eseguito su cartelle esattoriali prescritte o un pignoramento notificato per crediti già portati in esecuzione forzata con un precedente pignoramento.

Ricevuto il riscorso, il Garante svolge un’attività istruttoria per verificarne la fondatezza. Al termine dell’attività svolta a seguito della segnalazione, ne comunica l’esito alla Direzione regionale o al comando di zona della Guardia di finanza competente nonché agli organi di controllo, mettendone a conoscenza anche l’autore della segnalazione.

Al termine di questo articoli riportiamo l’elenco degli Uffici del Garante presenti in ogni Regione e nelle province di Trento e Bolzano, con i recapiti telefonici e l’indirizzo per contattarli.

Come opera il Garante del contribuente

Il Garante opera in piena autonomia con l’obiettivo di tutelare i cittadini nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

In particolare, il Garante, anche sulla base di segnalazioni inoltrate per iscritto dai contribuenti:

– presenta richieste di documenti e chiarimenti agli uffici, i quali devono rispondere entro 30 giorni;

– rivolge raccomandazioni ai dirigenti degli uffici ai fini della tutela del contribuente e della migliore organizzazione dei servizi e li richiama al rispetto delle norme dello Statuto del contribuente o dei termini relativi ai rimborsi d’imposta;

– accede agli uffici stessi per controllare la loro agibilità al pubblico nonché la funzionalità dei servizi di informazione e assistenza;

– attiva le procedure di autotutela, volte a determinare l’annullamento d’ufficio, totale o parziale, di atti di accertamento o di riscossione che risultano illegittimi o infondati;

– segnala norme o comportamenti suscettibili di produrre pregiudizio per i contribuenti.

N.B. Nella pratica, il ricorso al Garante non sembra uno strumento penetrante, stante la sostanziale assenza di poteri rilevanti in capo a quest’ultimo, nel caso in cui, interessato dal contribuente, rilevi attività non conformi alla legge.

Gli indirizzi delle sedi del Garante del Contribuente

LOMBARDIA Telefono: 02/65504300-304-305 Fax: 02/65504899 

E-mail: [email protected]

 Indirizzo: presso l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Milano 1 Via della Moscova, 2 – 20121 Milano

 

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Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’ Inps.

Giornate di malattia indennizzate dall’Inps e dal datore di lavoro:

 calcolo dell’indennità, trattamento operai e impiegati, casi particolari.

 

La malattia, pur essendo una causa di sospensione del lavoro, è tutelata dal nostro ordinamento, e come tale retribuita con un’indennità corrisposta dall’Inps ed integrata, secondo quanto disposto dai contratti collettivi, dal datore di lavoro. Sono esclusi dalla copertura retributiva dell’Inps determinati periodi, come quello di carenza e di comporto.

Indennità di malattia: quando spetta e a quanto ammonta

L’indennità di malattia corrisposta dall’Inps è pari ad una percentuale della retribuzione media giornaliera (Rmg), variabile a seconda della durata dell’evento e della situazione del lavoratore.

Per la generalità dei lavoratori, l’indennità di malattia:

– non spetta nei primi 3 giorni di assenza, detti periodo di carenza (ma, secondo i contratti collettivi, tali giornate sono retribuite dal datore di lavoro);

– spetta in misura pari alla metà della retribuzione media giornaliera dal al 20° giorno di assenza;

– spetta in misura pari al 66,66% della retribuzione media giornaliera dal 21° al 180° giorno  (entro il periodo di comporto).

Per i lavoratori dei pubblici esercizi e dei laboratori di pasticceria, l’indennità è pari all’80% per tutte le giornate di malattia, salvo il limite annuo massimo di 180 giorni.

Se la patologia, invece, insorge durante un periodo di sospensione dei lavoratori, entro 60 giorni dall’inizio, l’indennità spetta in misura pari ai due terzi rispetto alle normali previsioni.

Se, infine, il lavoratore è ricoverato in un luogo di cura, e non ha familiari a carico, l’indennità di malattia spettante è pari ai due quinti del normale.

Giornate indennizzabili

All’interno del periodo di malattia, esclusi i primi tre giorni di carenza, sono indennizzati dall’Inps:

– per gli operai, i giorni feriali;

– per gli impiegati e gli apprendisti, tutti i giorni compresi nel periodo di malattia.

Sono invece esclusi:

– per gli operai, la domenica festività nazionali ed infrasettimanali;

– per gli impiegati, le festività nazionali ed infrasettimanali cadenti di domenica.

Tali giornate, secondo le previsioni dei contratti collettivi, sono comunque coperte dal datore di lavoro.

Ci sono, poi delle giornate particolari, indennizzabili in quanto assimilate alle assenze per malattia.

Day hospital

Le giornate nelle quali il lavoratore si sottopone a prestazioni in regime di day hospital sono equiparate alle giornate di ricovero, ovviamente limitatamente al giorno in cui è effettuata la prestazione: pertanto, si applica la riduzione nella misura di 2/5 dell’indennità per i dipendenti che non hanno familiari a carico. Possono essere indennizzate anche le giornate successive, se il dipendente presenta un certificato medico di continuazione.

Dimissioni protette

Laddove il lavoratore sia sottoposto a una lunga degenza non continuativa, cioè con ricovero soltanto in giornate programmate, parliamo di dimissioni protette: se nei periodi intermedi il lavoratore possiede la piena capacità al lavoro, i periodi di dimissioni protette non sono indennizzati; qualora invece risulti da idonea certificazione che l’incapacità lavorativa permane anche nei periodi in cui il dipendente non è ricoverato , sono indennizzabili anche tali periodi intermedi.

Donazione d’organo e di midollo osseo

Il lavoratore che si sottopone a  una donazione d’organo ha diritto all’indennità di malattia per tutte le giornate di effettiva degenza e di convalescenza; è assimilata alla donazione d’organo la donazione del midollo osseo .

Trattamento di emodialisi

Le giornate in cui il lavoratore deve sottoporsi ad un trattamento di emodialisi sono considerate a tutti gli effetti come malattia. In particolare:

– le giornate di assenza per effettuare il trattamento di dialisi vanno considerate come un’unica patologia continuativa;

– il periodo di carenza e la riduzione percentuale dell’indennità devono essere applicati per anno solare;

– per calcolare l’indennità relativa a ciascun mese vanno considerate le retribuzioni corrisposte nel mese precedente.

Se durante una giornata di trattamento, però, il lavoratore ha prestato servizio, anche per poche ore, non ha diritto all’indennità.

Cicli di cura ricorrenti

Per quanto concerne i cicli di cura ricorrenti, cioè i trattamenti effettuati entro 30 giorni dai precedenti trattamenti, è possibile applicare quanto previsto per la ricaduta: è dunque consentito l’invio di un certificato unico prima dell’inizio della terapia , nel quale siano indicati i giorni previsti per il trattamento. Per ottenere l’indennità di malattia, oltre al certificato, sono necessaria le dichiarazioni della struttura sanitaria, contenenti il calendario delle prestazioni effettivamente eseguite.

Ex festività

Le ex festività, cioè le giornate infrasettimanali non più considerate festive, sono coperte dall’indennità, in quanto normalmente lavorate e retribuite: non sono invece indennizzabili laddove il datore preveda un emolumento aggiuntivo, alla pari delle festività, poiché già coperte, appunto, dal datore di lavoro.

Se l’ex festività coincide con la domenica,  non è indennizzabile per gli operai, mentre lo è per gli impiegati.

Part time verticale

Per i lavoratori part time che svolgono la prestazione soltanto in determinati periodi (giorni, settimane o mesi),l’indennità di malattia è dovuta soltanto nelle giornate in cui si sarebbe dovuta svolgere la prestazione.

Periodo massimo indennizzabile

La malattia è indennizzabile sino ad un certo numero massimo di giornate, a seconda della categoria, dell’inquadramento del lavoratore e del contratto collettivo applicato.

Per i lavoratori a tempo indeterminato l’indennità a carico dell’Inps è dovuta per un periodo massimo di 180 giorni nell’anno solare:

– devono essere contate tutte le giornate di malattia dell’anno solare, anche non indennizzate (come i giorni di carenza);

– non devono essere contati, invece, i periodi di astensione obbligatoria per maternità, quelli di malattia connessi con lo stato di gravidanza, di congedo parentale, d’infortunio sul lavoro e malattia professionale, nonché i periodi di malattia causata da terzi (contro i quali l’Inps abbia positivamente esperito l’azione di surroga).

Se la patologia è a cavallo di due anni solari, le giornate di malattia sono attribuite ai rispettivi anni e considerate come unico episodio morboso.

Per i lavoratori a termine, fermo restando il limite dei 180 giorni, il trattamento per malattia spetta per un periodo massimo pari all’attività lavorativa svolta nei 12 mesi immediatamente precedenti; nel caso in cui il periodo lavorato precedentemente sia inferiore a 30 giorni, sono comunque indennizzate 30 giornate.

Malattia dopo il rapporto di lavoro

Se un lavoratore subordinato a tempo indeterminato è licenziato o sospeso durante il periodo di malattia, il diritto all’indennità dell’Inps continua per i successivi 60 giorni.

Articolo Completo : Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’Inps 

Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

Integrazione al trattamento pensionistico minimo, perequazione automatica, contributo di solidarietà, permanenza in servizio e collocamento a riposo.

 

In presenza di una scarsa anzianità contributiva, la pensione può risultare di importo tale da non garantire un’adeguata capacità di sostentamento. È stato perciò fissato il cd. importo minimo di pensione, che dovrebbe, almeno in teoria, equivalere alla somma necessaria a soddisfare i bisogni vitali del pensionato, e che è rivalutato periodicamente (art. 11 D.Lgs. 503/1992).

Tutte le pensioni, anche quelle percepite dai pubblici dipendenti, che risultano inferiori al trattamento minimo sono aumentate fino a tale importo (cd. pensioni integrate al minimo).

Al fine di determinare il diritto all’integrazione sono fissate soglie di reddito, aggiornate ogni anno, che non devono essere superate dal pensionato (dal 1995, ai fini del diritto all’integrazione al trattamento minimo assume rilievo, oltre al reddito del pensionato, anche il reddito del coniuge non legalmente ed effettivamente separato).

La perequazione automatica delle pensioni

L’esigenza di garantire la capacità di sostentamento dei pensionati ha reso necessario il ricorso a strumenti atti a salvaguardare il potere d’acquisto delle pensioni, eroso gradualmente dalla svalutazione monetaria.

È stata così istituita la cd. perequazione automatica delle pensioni (L. 153/1969 e art. 11 D.Lgs. 503/1992): tutte le pensioni vengonorivalutate annualmente sulla base della variazione del costo della vita intervenuta nell’anno precedente.

La rivalutazione delle pensioni è applicata, per ogni singolo beneficiario, in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti dall’INPS o da altri enti (art. 34, comma 1, L. 448/1998).

Le necessità di contenimento della spesa pubblica hanno determinato, nel tempo, una modifica dei criteri di applicazione della perequazione automatica con l’effetto di ridurre la rivalutazione, fino ad escluderla del tutto, per i trattamenti più elevati. Va detto, comunque, che a causa della contingente situazione finanziaria del Paese e della necessità di ripristinare condizioni di stabilità e di equilibrio, si è nel tempo circoscritto il novero delle pensioni rivalutabili.

In particolare, per il triennio 2014-2016, essa spetta per intero (100%) soltanto per i trattamenti di importo complessivo pari o inferiore a tre volte il trattamento minimo INPS (art. 1, comma 483, L. 147/2013).

Per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica, l’aumento di rivalutazione è attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Per il 2012-2014 era stato previsto un ulteriore irrigidimento del meccanismo di perequazione, che, però, è stato dichiarato illegittimo dalia Corte Costituzionale (sent. 70/2015), con successivo obbligo per lo Stato di corresponsione degli aumenti non versati (D.L. 65/2015 conv. in L. 109/2015).

Il contributo di solidarietà sulle pensioni di importo elevato e il limite massimo di trattamento

A decorrere dal 1°-1-2014 e fino a tutto il 2016 si applica, a carico delle pensioni di importo elevato, un contributo di solidarietà destinato ad alimentare le risorse delle gestioni previdenziali obbligatorie (art. 1, co. 486, L. 147/2013).

Il contributo è applicato sui trattamenti pensionistici percepiti dal pensionato che risultino complessivamente superiori a 14 volte il trattamento minimo INPS.

Ai fini dell’applicazione del contributo di solidarietà si considera il trattamento pensionistico lordo spettante nell’anno considerato. Se il pensionato è titolare di più trattamenti, si considera l’importo complessivo dei trattamenti percepiti. In tal caso, l’INPS, sulla base dei dati che risultano dal Casellario centrale dei pensionati, fornisce a tutti gli enti interessati i dati per l’effettuazione della trattenuta del contributo di solidarietà, che sarà applicato, da ciascun ente, in proporzione ai trattamenti erogati.

Il contributo di solidarietà è strutturato su diverse aliquote ed in particolare:

— 6% sulla quota di pensione superiore a 14 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 20 volte il predetto trattamento;

— 12% sulla quota di pensione superiore a 20 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 30 volte il predetto trattamento;

— 18% sulla quota di pensione superiore a 30 volte il trattamento minimo INPS.

Ricordiamo, inoltre, che anche ai trattamenti pensionistici, si applica il limite costituito dal livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo, valido per tutti i soggetti che ricevono emolumenti e prestazioni a carico delle finanze pubbliche, nell’ambito di rapporti di lavoro con le P.A. (artt. 23bis e 23ter D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011 e art. 13, comma 1, D.L. 66/2014 conv. in L. 89/2014). Il limite in questione coincide con il trattamento economico del primo Presidente della Corte di Cassazione.

Il limite in questione incide anche sul calcolo della pensione, applicandosi alla retribuzione da prendere come base di calcolo della pensione.

Articolo Completo : Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

 

Il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori pubblici

Pubblico impiego: la riforma del sistema previdenziale e la soppressione dell’INPDAP.

 

I regimi pensionistici dei pubblici dipendenti sono stati assoggettati per molto tempo a discipline — completamente diverse da quelle in vigore nell’assicurazione generale obbligatoria (AGO) facente capo all’INPS, valide per la generalità dei lavoratori dipendenti del settore privato — si ricorda, in questo contesto, il D.P.R. 29-12-1973, n. 1092, recante il T.U. delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato.

La dottrina aveva interpretato tale difformità imputandola sia al particolare status giuridico dei pubblici dipendenti, che si differenziava notevolmente dal rapporto di lavoro privatistico, sia alle caratteristiche tecniche degli stessi regimi pensionistici, difficilmente assimilabili alle ordinarie forme di assicurazione sociale.

La previdenza dei dipendenti pubblici si connotava, così, per i seguenti aspetti:

— assenza di una normativa previdenziale unificata;

— mancanza di autonomia finanziaria;

— marcata differenziazione dei regimi pensionistici dei dipendenti dello Stato e degli enti locali.

Solo i dipendenti dei cd. enti pubblici economici (e degli stessi enti di previdenza) erano soggetti al regime generale e venivano perciò iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD) dell’INPS o, eventualmente, ai fondi speciali di previdenza per il settore di attività esercitata (es. credito).

Una decisiva svolta fu, però, segnata dalla L. 23-10-1992, n. 421 che prevedeva l’emanazione di uno o più decreti legislativi per il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici allo scopo di garantire, tra l’altro, trattamenti pensionistici obbligatori omogenei, nonché di favorire lo sviluppo della previdenza complementare.

Tale legge prevedeva, tra i criteri direttivi che avrebbero segnato l’evoluzione del nostro sistema previdenziale, anche alcuni punti determinanti per l’armonizzazione della previdenza del settore pubblico a quella del settore privato ed in particolare l’elevazione graduale dell’età pensionabile (art. 3 L. 421/1992), poi attuata con il D.Lgs. 503/1992 (art. 5).

La legge delega n. 421, tuttavia, faceva salva tutta una serie di preesistenti prerogative per alcune categorie di pubblici dipendenti, quali, ad esempio, i limiti di età per il pensionamento previsti per professori universitari, magistrati etc. Inoltre, veniva salvaguardata la facoltà del dipendente di permanere in servizio oltre i limiti di età (per un ulteriore biennio per i dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici) (v. infra).

Il riordino operato dal D.Lgs. 503/1992 (art. 6) ha riguardato anche i requisiti assicurativi e contributivi, che venivano equiparati a quelli previsti per i lavoratori privati.

Il processo di riordino è proseguito poi con la L. 335/1995 (art. 2) che ha esteso anche ai trattamenti dei dipendenti pubblici una serie di misure, tra cui:

— l’integrazione al minimo;

— la disciplina dell’inabilità prevista per il settore privato;

— i criteri per la determinazione della retribuzione da prendere come base contributiva e pensionabile (identici a quelli fissati per il settore privato).

La L. 335/1995, nell’introdurre la pensione di vecchiaia contributiva, prevedeva che i relativi requisiti pensionistici fossero applicati a tutti i pubblici dipendenti neoassunti al 1°-1-1996, senza alcun tipo di differenziazione rispetto ai lavoratori privati (art. 1, commi 25, 26).

Inoltre, la L. 335/1995 (art. 2, comma 1) affidava ad un unico ente previdenziale, l’Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica (INPDAP), la gestione dei trattamenti pensionistici per i dipendenti dello Stato e di altre categorie di personale i cui trattamenti di pensione sono a carico del bilancio dello Stato.

Si fa sin da ora presente, tuttavia, che tale ente previdenziale è stato poi soppresso.

L’armonizzazione è proseguita con ulteriori provvedimenti legislativi che hanno recepito ed attuato, nell’ambito del lavoro pubblico, i principi della

L. 335/1995, sia razionalizzando l’assetto assicurativo di diverse categorie di lavoratori pubblici (statali e non statali), sia continuando ad estendere ai pubblici dipendenti disposizioni già in atto per gli assicurati al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD).

Sotto il primo aspetto, è possibile ricordare:

— il D.Lgs. 30-4-1997, n. 165 relativo al personale militare delle Forze armate (compresa l’Arma dei Carabinieri), del Corpo della Guardia di Finanza nonché personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile e del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, nonché al personale non contrattualizzato del pubblico impiego (magistrati ordinari, amministrativi e contabili, avvocati e procuratori dello Stato, personale della carriera diplomatica e prefettizia, dirigenti generali, professori e ricercatori universitari);

— il D.Lgs. 16-9-1996, n. 563, riguardante il personale degli enti che svolgono la loro attività nel settore bancario e creditizio;

— il D.Lgs. 30-4-1997, n. 149, concernente il personale dipendente dall’Ente nazionale assistenza al volo (i cd. uomini radar).

Per quanto concerne, invece, il secondo aspetto, si ricorda l’estensione:

— con il D.Lgs. 16-9-1996, n. 564, delle norme in materia di contribuzione figurativa e di riscatto per periodi non coperti da contribuzione;

— con il D.Lgs. 30-4-1997, n. 184, delle norme in materia di ricongiunzione di periodi assicurativi e prosecuzione volontaria ai fini pensionistici.

Sul piano dei requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici, dopo l’intervento di uniformazione della L. 335/1995, la L. 449/1997 aveva nuovamente introdotto, per i pubblici dipendenti, una differenziazione dei requisiti, rispetto ai lavoratori del settore privato, relativamente alla pensione di anzianità.

La L. 449/1997 (art. 59, comma 6, e tabelle C e D) prevedeva che, a decorrere dal 1°-1-1998, i dipendenti pubblici potevano accedere alla pensione di anzianità, a qualsiasi età, purché in possesso di un’anzianità contributiva che partiva da più di 35 anni ed andava aumentando nel periodo 1998-2008 (per arrivare a 40 anni nel 2008). Con almeno 35 anni di contribuzione, si poteva accedere alla pensione ad un’età che partiva dai 53 anni nel 1998 per raggiungere nel 2004 l’età di 57 anni.

La successiva evoluzione della normativa in materia di previdenza per i pubblici dipendenti si è intrecciata, poi, con la molteplicità di interventi di riforma del sistema pensionistico.

Con la L. 28-3-2004, n. 243 e la L. 24-12-2007, n. 247, emanata in attuazione del cd. Protocollo Welfare, si è ritornati nuovamente su un piano di equiparazione in quanto i relativi requisiti per l’accesso al trattamento pensionistico, entrati in vigore il 1°-1-2008, hanno trovato applicazione anche per i lavoratori pubblici, pur «tenendo conto delle specificità dei singoli settori e dell’interesse pubblico connesso all’organizzazione del lavoro e all’esigenza di efficienza dell’apparato amministrativo pubblico» (art. 1, comma 2, lett. p), L. 243/2004) (1).

L’equiparazione operata dalla L. 243/2004 e L. 247/2007 ha subito, però, una nuova incrinatura per effetto del D.L. 78/2009, conv. in L. 3-8-2009, n. 102 (art. 22ter, comma 1) e del D.L. 78/2010, conv. in L. 30-7-2010, n. 122 (art. 12, comma 12sexies, lett. a), con i quali si è stabilito, per le lavoratrici del settore pubblico, un incremento dell’età anagrafica per l’accesso alla pensione di vecchiaia. Tale modifica è avvenuta sotto l’impulso delle istituzioni dell’UE, che hanno giudicato discriminatoria la normativa dello Stato italiano ed in particolare la menzionata L. 335/1995 (art. 2, comma 21) che aveva introdotto una differenza di età anagrafica tra uomini (65 anni) e donne (60 anni) per la pensione di vecchiaia.

Pertanto si è provveduto ad equiparare, gradualmente, l’età pensionabile delle donne del settore pubblico a quella degli uomini (65 anni), determinando però una nuova differenziazione del settore pubblico rispetto a quello privato ove, per le lavoratrici, era rimasto il requisito anagrafico (60 anni) diverso da quello degli uomini.

Con quale motivazione la Corte di giustizia europea ha ritenuto discriminatoria la normativa italiana sui trattamenti previdenziali dei pubblici dipendenti?

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Isee corrente 2016, come funziona?

Isee corrente 2016: casi in cui può essere utilizzato, variazioni, documenti da presentare, vantaggi, validità del modello.

 

Il modello Isee, cioè la dichiarazione tramite la quale si determina la situazione economica di una famiglia, normalmente si basa sui dati reddituali relativi al secondo anno precedente rispetto alla data di presentazione del documento.

In alcuni casi, però, l’utilizzo di tali dati non rispecchia la reale situazione del nucleo familiare: questo può accadere, ad esempio, laddove uno dei componenti perda l’occupazione. Si è resa necessaria, per rimediare a tale iniquità, l’istituzione di una particolare tipologia di modello Isee, detto Isee corrente, che effettua il calcolo della situazione economica basandosi su dati più recenti.

Vediamo, in questo breve vademecum, quando può essere utilizzato l’Isee corrente, quali documenti devono essere presentati, a chi richiederlo, e per quanto tempo è valido.

 

Isee corrente 2016: chi può richiederlo

Il modello Isee corrente può essere utilizzato nelle seguenti situazioni, solo qualora esista già, per lo stesso nucleo familiare, un Isee in corso di validità:

risoluzione del rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

sospensione dell’attività lavorativa dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

riduzione dell’orario dell’attività lavorativa dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

perdita di un’occupazione a tempo determinato o di un’occupazione comportante una tipologia contrattuale flessibile, per uno dei componenti del nucleo, purché possa dimostrare di essere stato occupato per almeno 120 giorni nei 12 mesi precedenti la conclusione dell’ultimo rapporto di lavoro;

cessazione, per uno dei componenti del nucleo, dell’attività di lavoro autonomo, qualora sia stata svolta in via continuativa per un minimo di 12 mesi.

In queste situazioni, l’indicatore della situazione economica corrente deve aver subito uno scostamento pari almeno al 25% rispetto all’indicatore  calcolato in via ordinaria.

Isee corrente 2016: calcolo

L’Isee corrente è determinato dall’aggiornamento dei redditi di ciascun componente che rientra nelle casistiche di perdita dell’occupazione o di cessazione dell’attività sopra descritte. A tal fine, deve essere compilato il modulo sostitutivo, ossia il modello MS, con i seguenti redditi:

-redditi da lavoro dipendente, pensione ed assimilati, percepiti nei 12 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione;

-redditi da lavoro dipendente percepiti nei 2 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione, solo qualora il componente sia stato lavoratore dipendente a tempo indeterminato (normalizzati moltiplicando tale valore per 6);

– redditi d’impresa o di lavoro autonomo, compresi i redditi di partecipazione, percepiti nei 12 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione ed individuati secondo il principio di cassa;

trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari percepiti da enti pubblici, incluse le carte di debito, conseguiti nei dodici mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione.

Isee corrente 2016: documenti necessari

Per ottenere l’ISEE corrente, il richiedente deve dunque presentare:

– il modulo sostitutivo della dichiarazione ( modulo MS);

– i documenti che attestano la variazione della situazione lavorativa;

– le componenti di reddito aggiornate (ad esempio le ultime buste paga).

Isee corrente 2016: benefici

L’Isee corrente sostituisce l’Isee ordinario, con l’indicatore ottenuto aggiornando i redditi ed i trattamenti relativi ai componenti la cui occupazione o attività sia terminata. Questo consente di misurare la ricchezza reale della famiglia, ovviamente diminuita in ragione della perdita di reddito, e conseguentemente agevola l’accesso a prestazioni alle quali, con tutta probabilità, gli interessati non avrebbero avuto diritto utilizzando l’Isee ordinario.

Isee corrente 2016: validità

La validità dell’Isee corrente è pari a due mesi, e decorre dal momento della presentazione del modulo sostitutivo della dichiarazione.

 

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