Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

Articolo Completo :Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Come calcolare quando andare in pensione

Pensione anticipata, pensione di vecchiaia, deroghe con riduzione dei requisiti: come calcolare quando si può uscire dal lavoro.

 

Dal 2012, con l’entrata in vigore della Legge Fornero, i requisiti per la pensione si sono notevolmente inaspriti, e sono cambiate le tipologie di pensionamento accessibili: in particolare, non è più possibile conseguire la pensione di anzianità, cioè quella raggiungibile con 40 anni di contributi, o in base alle quote (sommatoria di età e contributi), in quanto tale prestazione è subentrata la pensione anticipata, basata sui soli anni di contributi.

Anche la pensione di vecchiaia ha subito importanti cambiamenti, a causa del brusco innalzamento dei requisiti anagrafici.

Restano, però, alcune vecchie eccezioni che danno diritto al collocamento a riposo con requisiti ridotti, accompagnate da nuove deroghe poco conosciute.

Vediamo, in questa guida, come si calcolano i requisiti per andare in pensione, e come sapere qual è la tipologia di trattamento accessibile con le tempistiche più brevi.

Calcolo dei requisiti

A seconda della tipologia di pensione (anticipata, di vecchiaia, etc.) sono stabiliti differenti requisiti, che possono riguardare sia l’età, che gli anni di contributi.

Per quanto riguarda il calcolo dell’età, è necessario fare riferimento alle tabelle da noi riportate nella guida, che segnano l’età pensionabile prevista per ogni anno, in base agli incrementi periodici legati all’aumento della speranza di vita.

Il discorso è più complesso per il calcolo dei contributi, in quanto generalmente, nell’estratto conto dell’Inps, la contribuzione è segnata in settimane, ma a volte anche in mesi o in giorni, a seconda della gestione alla quale appartiene il dipendente.

Bisogna dunque considerare i seguenti coefficienti di trasformazione, per capire quanti anni di contributi si possiedono:

– 1 anno= 52 settimane;

– 1 mese= 4,333 settimane;

– 1 giornata= 0,19259 settimane.

I periodi di contribuzione appartenenti a diverse gestioni possono essere sommati:

– gratuitamente, nel caso in cui si richieda la totalizzazione dei contributi, il cumulo, il computo, o la totalizzazione retributiva;

– a titolo oneroso, qualora si richieda la ricongiunzione dei contributi presso un’unica gestione.

In caso contrario, i contributi di ogni gestione devono essere computati separatamente, per verificare il diritto ad un’autonoma pensione, o a un’eventuale pensione supplementare o supplemento di pensione (per approfondire: pensione supplementare, supplemento della pensione, ricalcolo e ricostituzione della pensione).

Per quanto concerne il calcolo della pensione, ricordiamo che questo è:

retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

– retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo (il cosiddetto misto), per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

interamente contributivo, per chi non ha contributi precedenti al 1996.

Coloro a cui spetta il calcolo interamente contributivo, o che optano per il computo nella Gestione Separata, hanno diritto, a determinate condizioni, a requisiti più leggeri per accedere alla pensione anticipata (63 anni e 7 mesi di età con 20 anni di contributi) ed a quella di vecchiaia (70 anni e 7 mesi, ma con soli 5 anni di contributi).

Per maggiori approfondimenti sul calcolo della pensione, vi invitiamo a leggere il nostro vademecum: come calcolare l’assegno di pensione.

Articolo Completo :Come calcolare quando andare in pensione

Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Uso personale: assoluzione perché il fatto non sussiste; 

la modesta quantità della sostanza conferma l’assenza di intenzione di vendere a terzi.

 

Troppo poche due piantine di hashish per dire che l’imputato, sorpreso nella coltivazione sul proprio terrazzo, aveva intenzione di estrarre la sostanza stupefacente per venderla a terzi. La condotta è praticamente inoffensiva per gli altri; viene confermato l’assenza di reato stante l’uso personale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

È ormai un principio consolidatosi in giurisprudenza quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti (cannabis e hashish innanzitutto), la coltivazione diretta di piante piccole o di numero ridotto esclude la possibilità di parlare di reato. La “piantagione domestica”, se rivolta a estrarre una minima parte di principio attivo, non è un attentato alla salute pubblica.

La verifica deve essere fatta non solo riguardo alla dimensione delle piantine, ma anche al numero. In una sentenza dello scorso agosto, la Corte ritenne che cinque fosse un numero irrilevante per il procedimento penale [2]. Nella pronuncia odierna il numero in contestazione all’imputato era invece di due. Coltivare solo un piao piantine di hashish – si legge in sentenza – non è una condotta offensiva e come tale non va punita.

La vicenda

Protagonisti della vicenda sono due imputati, condannati in secondo grado per produzione, spaccio e detenzione di stupefacenti per aver coltivato a casa loro, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana. Secondo la Corte territoriale, essendo irrilevante la destinazione della sostanza se a uso personale o meno, afferma che la condotta sia sempre punibile sul presupposto della “soglia drogante” del prodotto. La Cassazione, di tutt’altro avviso, ritiene che la sentenza di appello vada annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. La quantità modesta di droga conferma che si tratta di un prodotto destinato al consumo personale dei due imputati.

La giurisprudenza

La distinzione che opera la giurisprudenza è quella tra il reato di coltivazione e quello di detenzione dello stupefacente:

– quanto al reato di coltivazione, esso non può essere “direttamente ricollegato all’uso personale ed è punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”;

– quanto invece alla detenzione essa è condotta strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione: pertanto è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi. Se destinata, invece, all’uso personale, è prevista solo una sanzione amministrativa.

È la destinazione della sostanza stupefacente a decretare l’esistenza o meno del reato: non basta il semplice pericolo, ma è necessario che la condotta sia in concreto offensiva.

Pertanto, tutte quelle condotte che dimostrino una levità tale da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione, allora si può parlare di inoffensività e di assenza del reato. Resta ferma, come detto, la sanzione amministrativa.

La Cassazione, in sintesi, sostiene che l’aver coltivato due piantine, “senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta pericolosa e quindi offensiva per la collettività.

 

Articolo Completo :Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse

Avvocati: il procedimento volto a scontare i crediti dovuti al professionista per la difesa a spese dello Stato.

La legge di Stabilità per il 2016 [1] consente agli avvocati di compensare con le tasse gli onorari a loro spettanti per attività rese con il gratuito patrocinio. Si tratta di una delle misure accolte con maggior soddisfazione dal mondo forense, specie dopo gli ultimi interventi normativi che avevano drasticamente tagliato i compensi riconosciuti ai professionisti per tale forma di difesa. Ma procediamo con ordine.

Il gratuito patrocinio

Al gratuito patrocinio viene ammesso chi dimostra (anche con autocertificazione) di possedere un reddito non superiore a 11.528,41 euro, eventualmente elevato di 1.032,91 euro per ciascuno dei familiari conviventi. In tal modo, il beneficiario della misura può scegliere il proprio avvocato che, alla fine del processo, sarà pagato dallo Stato. Se però la causa termina con una sentenza che rigetta la domanda proposta dalla parte ammessa al gratuito patrocinio, quest’ultima può essere ugualmente condanna alle spese processuali, dovendo così pagare, di tasca propria, i costi del giudizio alla controparte. Tale previsione è finalizzata ad evitare che chi è ammesso al patrocinio a spese dello Stato possa avanzare richieste pretestuose, intasando la giustizia e, soprattutto, danneggiando terzi.

 La procedura

L’istanza di liquidazione viene presentata dal difensore al giudice che ha deciso il giudizio; quest’ultimo, con un decreto, calcola le spettanze dovute dall’erario all’avvocato e ne ordina il pagamento.

Quando tale decreto viene emesso, esso diventa titolo di pagamento della spesa e rende azionabile il credito dell’avvocato nei confronti dello Stato.

A questo punto, però, il professionista si scontra con i ritardi della pubblica amministrazione e, a volte, deve attendere numerosi anni prima di poter vedere il proprio compenso.

La compensazione

Proprio per venire incontro agli avvocati che abbiano sposato la causa “sociale” ed evitare la fuga generalizzata dall’istituto del gratuito patrocinio, la legge di Stabilità consente un facile rientro per il professionista che abbia maturato, tale titolo, crediti dall’erario per spese, diritti e onorari, consentendogli di portarli in compensazione con i propri debiti tributari di qualsiasi tipo, cioè per imposte e tasse (ivi compresa l’Iva), ma anche per il pagamento dei contributi previdenziali per i loro dipendenti. La norma non cita i contributi previdenziali dell’avvocato stesso, il che fa pensare a una esclusione volontaria del legislatore.

La compensazione avviene mediante la cessione di crediti, che siano maturati nel 2016 o anche precedentemente al 2016, purché non siano ancora saldati dall’amministrazione pubblica

La compensazione non è automatica, ma opera solo su richiesta dell’avvocato. Inoltre, quest’ultimo potrà optare anche per una compensazione parziale, cioè potrà riguardare solo una parte di quanto dovuto a titolo di imposta o tassa o contributi previdenziali per i dipendenti (si pensi al caso in cui il difensore abbia maturato crediti superiori ai propri obblighi fiscali).

Si tratta, dunque, di una forma di pagamento alternativo di tasse, imposte o contributi previdenziali; un pagamento che si effettua, anziché con il versamento del dovuto, con la cessione dei crediti derivanti dalla liquidazione dei compensi all’ente o all’articolazione dello Stato nei confronti del quale l’avvocato è debitore e che non è necessariamente quella tenuta a liquidargli la prestazione fornita al cittadino ammesso al gratuito patrocinio.

Tali cessioni di credito sono esenti da imposta di registro o di bollo.

La certificazione della cancelleria

Il credito del professionista deve essere definitivo. La legge di stabilità, infatti, stabilisce che non possono essere ceduti e quindi nemmeno compensati i crediti fondati su decreto di pagamento contro il quale sia stata proposta opposizione ai sensi dell’articolo 170 del testo unico sulle spese di giustizia [2]: ciò allo scopo di consentire la cessione solo quando l’ammontare del credito sia certo e definitivo. Il che fa pensare che, per ottenere la compensazione, il difensore dovrà munirsi di attestazione di cancelleria che attesti il decorso dei termini per la proposizione dell’opposizione; altrimenti il credito non potrà essere compensato.

L’opposizione al decreto di liquidazione può essere proposta anche dall’avvocato in favore del quale viene disposto il pagamento. Il che, di norma, avviene quando il legale ritiene che il calcolo dei compensi non sia congruo. Da oggi, però, prima di opporsi a un decreto che non lo soddisfa, l’avvocato dovrà tenere conto che ciò bloccherà la compensazione.

Anche se la legge non lo specifica vanno equiparati i crediti i per i quali l’opposizione sia stata respinta con provvedimento definitivo

 

Articolo Completo :Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse 

Pensione con 30 anni di contributi, chi può andare?

Pensione di vecchiaia, pensione anticipata contributiva, pensione di vecchiaia 

anticipata,salvacondotto e salvaguardia: le “scorciatoie” per la pensione.

 

Ho 30 anni di contributi e oltre 60 anni di età: posso andare in pensione?

La carriera lavorativa è sempre più precaria e frammentaria, complice la crisi: così, capita sempre più spesso di ritrovarsi, oltre i 60 anni, con non più di 30 anni di contributi, nonostante si sia iniziato a lavorare da giovani.

Ma quali possibilità ci sono per chi è over 60 ed ha 30 anni di contributi? Esaminiamo tutte le “scorciatoie” per la pensione e cerchiamo di dare una risposta.

Pensione anticipata

Purtroppo, non è possibile avvalersi della pensione anticipata, istituita dalla Legge Fornero, che ha sostituito la vecchia pensione di anzianità: per questo nuovo tipo di trattamento, difatti, anche se si prescinde dal requisito di età (nessuna penalizzazione per chi ha meno di 62 anni, sino al 31 dicembre 2017), occorrono ben 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, e 41 anni e 10mesi per le donne.

Opzione donna

Niente da fare nemmeno con l’Opzione donna, una vecchia tipologia di pensione di anzianità sopravvissuta alla riforma previdenziale, che consente di pensionarsi con requisiti ridotti in cambio del calcolo contributivo dell’assegno: sebbene basti aver raggiunto 57 anni e 3 mesi al 31 dicembre 2015, difatti, alla stessa data è necessario aver conseguito 35 anni di contributi.

Purtroppo, l’Opzione non funziona come il sistema delle quote, e non è possibile compensare la maggiore età con i minori contributi.

Pensione anticipata contributiva

Una possibilità di pensionarsi anticipatamente, per chi ha 30 anni di contributi, può essere allora la pensione anticipata contributiva; per questa sono sufficienti:

63 anni e 7 mesi di età;

– un minimo di 20 anni di contributi;

– non oltre 18 anni di contributi posseduti alla data del 31 dicembre 1995;

– almeno 5 anni di contributi versati dal 1996 in poi;

– assegno ottenibile superiore a 2,8 volte l’assegno sociale.

Per optare per la pensione anticipata contributiva, è poi necessario avere almeno un accredito contributivo versato alla Gestione Separata(basta essere stati iscritti come collaboratori, liberi professionisti, o essere stati retribuiti coi voucher per possedere l’iscrizione, in quanto non si viene cancellati alla cessazione del rapporto): in pratica, essendo i contributi delle altre gestioni sommati a quelli della Gestione Separata, spetta un’unica pensione, interamente calcolata col metodo contributivo.

In merito alla convenienza di tale anticipo, però, ci sarebbe da discutere: il calcolo contributivo è, infatti, notevolmente penalizzante.

Totalizzazione

Lo stesso discorso in merito alla penalizzazione vale per la totalizzazione: essa permette di pensionarsi con 30 anni di contributi (ne bastano 20) a chi possiede almeno 65 anni e 7 mesi di età, sommando i versamenti effettuati in più gestioni gratuitamente; il trattamento è però calcolato col contributivo, a meno che non si raggiunga il diritto ad autonoma pensione in una delle gestioni.

Salvacondotto

Il Salvacondotto, previsto dalla Legge Fornero, permette di pensionarsi con 30 anni di contributi (ne bastano 20) alle sole donne lavoratrici del settore privato, qualora abbiano compiuto 60 anni entro il 31 dicembre 2012, al raggiungimento di 64 anni e 7 mesi di età.

Per gli uomini, invece, è necessario possedere almeno 35 anni di contributi alla stessa data.

Settima Salvaguardia

Anche la Settima Salvaguardia contempla un’ipotesi di pensionamento con 30 anni di età: è possibile, in effetti, raggiungere il trattamento di vecchiaia con i requisiti precedenti alla Fornero, cioè col possesso, entro il 31 dicembre 2015, di 65 anni e 3 mesi di età (60 anni e 6 mesiper le lavoratrici dipendenti del settore privato), assieme ad almeno 20 anni di contributi.

Le ipotesi di pensione d’anzianità in Salvaguardia, invece, richiedono almeno 35 anni di contributi, compresa quella delle quote (sommatoria di età e contribuzione).

Com’è noto, per accedere alla Settima Salvaguardia è anche necessario possedere particolari requisiti legati alla vita lavorativa ed alla cessazione del rapporto (mobilità, trattamento speciale edile, contributori volontari, cessati dal servizio, lavoratori a termine, dipendenti in congedo per assistenza a figli disabili).

Lavoro usurante e notturno

Per quanto concerne la pensione anticipata riconosciuta a chi è stato adibito a lavori particolarmente faticosi e pesanti, oppure a turni notturni (sopra le 64 giornate l’anno), per almeno 7 anni negli ultimi 10 della vita lavorativa, 30 anni di contributi non sono purtroppo sufficienti: oltre ai requisiti d’età ed alle quote sono difatti necessari almeno 35 anni di contributi.

Pensione di vecchiaia anticipata

30 anni di contribuzione sono invece sufficienti a chi può accedere allapensione di vecchiaia anticipata: infatti, per chi possiede un’invalidità superiore all’80% è possibile pensionarsi a 60 anni e 7 mesi di età (55 anni e 7 mesi per le donne), con almeno 20 anni di contributi. Sono purtroppo esclusi i dipendenti pubblici.

Anticipo per invalidità

Esiste poi un altro “sconto” sui requisiti della pensione, applicabile ha chi possiede un’invalidità superiore al 74%: chi possiede tale riduzione della capacità lavorativa ha diritto al riconoscimento di 2 mesi di contributi in più ogni anno (figurativi), sino ad un anticipo massimo di 5 anni.

In pratica, chi possiede 30 anni di contributi effettivi, assieme a un’invalidità che oltrepassa il 74%, ha in realtà 35 anni di contributi: bisogna però aver riguardo, per il computo della contribuzione figurativa, alla data di riconoscimento dell’invalidità superiore alla predetta soglia.

Pensione di vecchiaia

Esaminate tutte le eccezioni che danno diritto ad anticipare la pensione, resta purtroppo l’ultima possibilità, cioè la pensione di vecchiaia; bastano, difatti, 20 anni di contributi, unitamente ad un’età di:

66 anni e 7 mesi per gli uomini e le dipendenti pubbliche;

66 anni e 1 mese per le lavoratrici autonome;

65 anni e 7 mesi per le lavoratrici del settore privato.

Questo, a meno che non sia attuata la cosiddetta proposta Boeri, cioè la possibilità di anticipare la pensione di vecchiaia dai 63 anni e 7 mesi, con una penalizzazione percentuale: si spera che la proposta possa essere attuata al più presto, per dare un po’ d’ossigeno alle tante persone over 60 che rischiano di restare per anni e anni senza stipendio né pensione.

Articolo Completo :Pensione con 30 anni di contributi, chi può andare?

Gli invalidi possono anticipare la pensione?

Pensione anticipata per invalidità e contributi figurativi aggiuntivi: 

come funziona, a chi spettano le agevolazioni, come richiederle.

 

I lavoratori che possiedono un’invaliditàsuperiore a determinati limiti possonoanticipare la pensione di vecchiaia, o vedersi riconoscere dei contributi aggiuntivi, in base alla riduzione della capacità lavorativa posseduta.

Vediamo, nel dettaglio, quali sono i benefici riconosciuti in materia previdenziale per invalidità, ed i requisiti richiesti.

Pensione anticipata per invalidità

Se al lavoratore è stato riconosciuto almeno l’80% d’invalidità, questi ha diritto alla pensione di vecchiaia anticipata [1].

I requisiti necessari, oltre alla predetta riduzione della capacità lavorativa, sono:

– almeno 20 anni di contributi;

– almeno 55 anni e 7 mesi di età per le donne;

– almeno 60 anni e 7 mesi per gli uomini.

La decorrenza della pensione non è immediata, ma è necessario che trascorra una finestra di 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti.

Il beneficio, purtroppo, non può essere fruito dai dipendenti pubblici, che versano la propria contribuzione all’Inpdap: sebbene l’Ente sia stato formalmente assorbito dall’Inps, difatti, le due gestioni continuano ad essere separate.

Pertanto, se il lavoratore risulta dipendente pubblico, questo tipo di pensionamento è precluso, in quanto per tali soggetti è prevista la sola pensione d’inabilità.

Pensione d’inabilità

La pensione d’inabilità può essere ottenuta da chi possiede un’invalidità del 100%.

Nel dettaglio, i requisiti necessari al trattamento sono:

– preventivo riconoscimento dello status di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa;

– possesso di almeno 5 anni di anzianità contributiva (vuol dire che il primo contributo deve essere stato versato precedentemente ai 5 anni anteriori alla domanda), e di almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio.

In assenza del requisito contributivo, l’interessato può comunque aver diritto alla pensione per invalidi civili totali, sussistendo i limiti di reddito; quest’ultima pensione è compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa. Si tratta, però, di una prestazione assistenziale, e non previdenziale.

Contributi figurativi aggiuntivi

Per ogni anno di possesso d’invalidità superiore al 74%, sono riconosciuti 2 mesi di contributi aggiuntivi figurativi, sino ad un massimo di 5 anni nella vita lavorativa.

In pratica, se un lavoratore possiede la predetta invalidità da 30 anni e oltre, ha diritto a 5 anni di contribuzione in più, utili ad anticipare la pensione (esclusi i trattamenti per i quali non possono essere computati i contributi figurativi, come la pensione anticipata contributiva e la vecchia pensione di anzianità).

Il riconoscimento dell’invalidità

Per ottenere i trattamenti previdenziali elencati, non basta auto-dichiarare l’invalidità, ma la riduzione della capacità lavorativa deve essere certificata.

dettaglio, per accertare il possesso dell’invalidità, il procedimento è abbastanza articolato:

– in primo luogo, il proprio medico curante deve inoltrare all’Inps uncertificato introduttivo e fornire all’interessato il protocollo di trasmissione telematica;

– l’interessato deve poi inoltrare domanda all’Inps di riconoscimento del suo status (tramite servizi online, contact center o patronato);

– l’Istituto, poi, convoca l’interessato davanti all’apposita commissione medica integrata;

– l’esito della visita determinerà la sussistenza, e la percentuale, d’invalidità dell’interessato;

– contro il verbale è possibile fare ricorso, ma è necessario esperire un accertamento tecnico preventivo, prima dell’instaurazione del giudizio.

Per ulteriori approfondimenti, si veda la nostra mini-guida: come ottenere il riconoscimento dell’invalidità.

Articolo Completo :Gli invalidi possono anticipare la pensione?

Come andare in pensione a 63 anni

Pensione anticipata contributiva col cumulo a 63 anni: chi può richiederla, quali sono i requisiti, come si calcola il trattamento.

 

I requisiti per ottenere la pensione, com’è noto, sono stati molto inaspriti dalla Legge Fornero: per uscire dal lavoro nel 2016, nella generalità dei casi, sono necessari 66 anni e 7 mesi per la pensione di vecchiaia (per le donne “bastano” 65 anni e 7 mesi, ma il requisito sarà pari a quello degli uomini nel 2018), e 42 anni e 10 mesi per gli uomini per la pensione anticipata (41 anni e 10 mesi per le donne).

Dei requisiti certamente non semplici da raggiungere, considerando anche il fatto che, per la pensione di vecchiaia, oltre al requisito d’età devono essere posseduti 20 anni di contributi, e l’assegno di pensione deve essere pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale.

Quello che molti non sanno è che esiste una “terza via” per ottenere la pensione: si tratta della pensione anticipata contributiva, che può essere raggiunta a 63 anni di età (con l’aggiunta di 7 mesi, dovuta agli adeguamenti alla speranza di vita).

Pensione anticipata contributiva: requisiti

Gli altri requisiti da rispettare, oltre all’età, per raggiungere la pensione anticipata contributiva sono:

– il possesso di almeno 20 anni di contributi;

– l’ammontare dell’assegno ottenibile, che deve essere superiore a 2,8 volte l’assegno sociale (in pratica, la pensione deve risultare pari ad almeno 1255 euro).

Pensione anticipata contributiva: chi può richiederla

La pensione anticipata contributiva non ha destato molto interesse, sinora, poiché si riteneva che fosse riservata soltanto ai lavoratori con diritto al calcolo della pensione interamente contributivo: in pratica, si pensava che questo tipo di pensione fosse riservata a chi fosse privo di contributi versati prima del 1996.

Una recente circolare dell’Inps [1], tuttavia, ha chiarito che la pensione anticipata contributiva può essere richiesta anche da chi possiede contributi versati precedentemente al 1996, qualora sia iscritto alla Gestione separata e opti per il computo nella gestione stessa della contribuzione posseduta in altre gestioni.

In pratica, è data, agli iscritti alla Gestione separata (liberi professionisti e lavoratori autonomi, parasubordinati- co.co.co., o soggetti che hanno fruito dei voucher per lavoro accessorio), la possibilità di cumulare i contributi appartenenti a casse diverse in tale gestione, in modo da ottenere un’unica pensione, anche se la contribuzione da computare è stata versata anteriormente al 1° gennaio 1996.

Poiché tutta la contribuzione versata o cumulata nella Gestione separata deve essere calcolata col metodo contributivo, in quanto la gestione può dare unicamente luogo ad un trattamento soggetto a tale sistema di calcolo, la pensione anticipata contributiva può dunque essere domandata anche da chi, al 31 dicembre 1995, risulta avere dei contributi già versati (che quindi sarebbero dovuti essere calcolati col metodo retributivo).

Pensione anticipata contributiva e cumulo nella Gestione Separata: requisiti

Nel dettaglio, per richiedere il computo nella Gestione Separata, al fine di accedere alla pensione a 63 anni, bisogna possedere i seguenti requisiti:

– anzianità contributiva inferiore a 18 anni, sino al 31 dicembre1995: possono essere contati tutti i contributi, compresi quelli volontari e figurativi;

– anzianità contributiva complessiva pari ad almeno 15 anni, di cui almeno 5 posteriori al 31 dicembre 1995.

In pratica, possono richiedere il cumulo, e conseguentemente la pensione anticipata contributiva, tutti coloro che avrebbero avuto diritto al calcolo col metodo misto (retributivo sino al 1995, poi contributivo), qualora ovviamente siano iscritti alla Gestione Separata.

Pensione anticipata contributiva: iscrizione alla Gestione Separata

Iscrizione alla Gestione Separata che, oggi come oggi, possiedono già in tanti: è sufficiente, per essere iscritti, aver svolto lavoro occasionale accessorio (in pratica, si tratta del lavoro pagato con i voucher), oppure un rapporto di collaborazione (co.co.co., co.co.pro., mini co.co.co.), o aver esercitato come lavoratore autonomo- libero professionista.

Lo status di iscritto, poi, non si perde con la cessazione dell’attività, poiché non è previsto l’obbligo di cancellazione dalla gestione [2]. Quindi si può chiedere il cumulo per la pensione anticipata anche se l’attività che ha dato luogo alla contribuzione è terminata da tanto tempo.

Peraltro, per ottenere la pensione a 63 anni cumulando i contributi di diverse gestioni, non esiste una contribuzione minima da possedere nella Gestione Separata, ma è sufficiente che gli accrediti contributivi, sommati, raggiungano i 20 anni (e diano luogo a un trattamento, come abbiamo detto, superiore a 2,8 volte l’assegno sociale).

È possibile computare la contribuzione versata presso:

– l’assicurazione generale obbligatoria (Ago)per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti (IVS)dei lavoratori dipendenti;

– i fondi esclusivi o esonerativi dell’Ago;

– le gestioni dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, agricoli).

Sono invece escluse dalla facoltà di computo le casse dei liberi professionisti.

Pensione anticipata contributiva: come si richiede

Per ottenere la pensione anticipata contributiva col cumulo deve essere esercitata la facoltà di computo al momento della presentazione della domanda di pensione: in pratica, è necessario richiedere la pensione nella Gestione Separata ed optare esplicitamente, nella stessa istanza di pensione, per il computo dei contributi accumulati nelle altre gestioni.

Questo, invece, non è necessario per i “contributivi puri”, cioè per chi non possiede contributi versati prima del 1996, laddove possiedano almeno 20 anni di contributi, perché possono accedere comunque alla pensione anticipata a 63 anni, anche senza computo.

Pensione anticipata contributiva: calcolo

La facoltà di pensionarsi anticipatamente a 63 anni deve essere ponderata attentamente, in quanto il calcolo col metodo contributivo può comportare, a seconda dei casi, forti penalizzazioni.

Il sistema contributivo, infatti, non si basa sugli ultimi stipendi, ma sulla somma dei contributi accantonati e rivalutati (montante contributivo) e sul coefficiente di trasformazione, che converte i contributi in pensione, in modo tanto più favorevole, quanto più è alta l’età pensionabile.

La penalizzazione è dunque minore per quei soggetti che possedevano già, prima del computo, contributi non utili al calcolo retributivo, o che comunque sarebbero dovuti essere assoggettati alla totalizzazione, per ottenere una pensione (ugualmente calcolata col contributivo).

Per un approfondimento su tale sistema di calcolo, vi invitiamo a leggere la nostra guida al calcolo contributivo.

Articolo Completo : Come andare in pensione a 63 anni

Carte prepagate con Iban ora pignorabili

Nell’anagrafe dei conti correnti finiranno ora anche le carte ricaricabili con Iban, sicché l’Agenzia delle Entrate potrà controllare la giacenza media dei furbetti.

 

Finisce la possibilità di sfruttare le carte prepagate con Iban, per sfuggire ai controlli del fisco e far risultare la DSU (dichiarazione sostitutiva unica) più “leggera” ai fini del calcolo dell’Isee. Infatti, un provvedimento adottato ieri dall’Agenzia delle Entrate include, nei dati che le banche devono inviare all’Anagrafe dei conti correnti (o, meglio detta, Anagrafe dei rapporti finanziari) anche le ricaricabili dotate di un proprio Iban sulle quali – come già molti italiani sanno bene – è possibile ricevere pagamenti.

 

In particolare, gli istituti di credito dovranno ora comunicare al maxi cervellone dell’Agenzia delle Entrate, non solo gli estremi delle suddette carte (e, quindi, la loro esistenza), con il relativo deposito iniziale e finale, ma anche la giacenza media mantenuta nell’anno e il totale delle movimentazioni in entrata e uscita. Il tutto entro il 31 marzo 2016 e, successivamente, con cadenza periodica anche per il futuro.

Insomma, le carte prepagate con Iban vengono equiparate, a tutti gli effetti, ai tradizionali conti correnti, dei quali subiranno le stesse sorti sia per quanto attiene alle comunicazioni nell’Archivio dei rapporti finanziari, sia per quanto riguarda i calcoli per l’Isee. Questo significa che i contribuenti non potranno più falsare le proprie DSU, facendo risultare c/c “a zero” e, mantenendo così bassa il valore della “giacenza media”, ottenere indebitamente tutta una serie di servizi sociali che, altrimenti, sarebbero loro negati. Ricordiamo infatti che, con la recente riforma dell’Isee, la DSU contiene anche la giacenza media del conto corrente, che viene comunicata direttamente dalla banca (dopo un primo periodo transitorio in cui il calcolo doveva essere effettuato dal correntista).

Ma c’è un’altra importante implicazione che deriva dall’equiparazione delle carte prepagate con Iban ai conti correnti e riguarda i pignoramenti. Come noto, infatti, la riforma del processo esecutivo consente al creditore di affacciarsi, per il tramite dell’ufficiale giudiziario, alle banche dati online in uso alla pubblica amministrazione (prima tra tutte l’anagrafe tributaria), al fine di scovare conti, stipendi, pensioni, depositi, titoli, immobili, automobili da pignorare. È quella che viene chiamata “Ricerca telematica dei beni del debitore” e che dà la possibilità, al soggetto pignorante, di evitare la consueta caccia al tesoro grazie al semplice ausilio di un computer collegato a internet. Ebbene, tra queste banche dati liberamente consultabili vi è anche l’Anagrafe dei conti correnti che, come detto, ora conterrà anche i dati relativi alle carte prepagate con Iban. Dati che, così, non sfuggiranno ai creditori potendole così sottoporle a pignoramento presso terzi.

Articolo Completo : Carte prepagate con Iban ora pignorabili

Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Entra in vigore la stretta sulle prescrizioni di visite, prestazioni mediche ed esami, che, se non assolutamente necessari, dovranno essere interamente pagati dal cittadino.

 

È appena entrato in vigore il cosiddetto Decreto Appropriatezza, ossia la normativa che prevede il taglio del ticket per 203 prestazioni sanitarie.

Per le prestazioni comprese tra le 203 “incriminate”, in pratica, si può fruire del ticket soltanto dietro apposita prescrizione medica, in caso contrario il cittadino è obbligato a pagare di tasca l’intero costo: ottenere la prescrizione, peraltro, non è semplice, poiché sono previste delle sanzioni piuttosto salate per i medici, qualora prescrivano prestazioni non strettamente necessarie.

Com’è logico, il Decreto ha scatenato accese polemiche in tutt’Italia, poiché metterebbe, a detta di molti, a repentaglio la salute dei cittadini, negando l’accesso ad esami fondamentali e terapie.

Il Governo, invece, sostiene di non aver leso il diritto alla salute, poiché le prestazioni possono essere coperte dal ticket qualora siano rispettate le condizioni di erogabilità previste dal Decreto.

Per comprendere meglio la portata della normativa, analizziamo le principali prestazioni “fuori tutela” e le condizioni di erogabilità correlate.

 

Prestazioni escluse: quali settori

Innanzitutto, le aree a cui appartengono le 203 prestazioni “fuori ticket” sono:

odontoiatria;

– genetica;

– radiologia diagnostica;

– esami di laboratorio;

dermatologia allergologica;

– medicina nucleare.

Per ciascuna delle prestazioni riportate nel Decreto, appartenenti agli elencati settori, le condizioni di erogabilità devono essere valutate in base allo stato personale e clinico del beneficiario ed alla finalità terapeutica, diagnostica, prognostica o di monitoraggio.

Ma quali sono, nel concreto, le prestazioni sanitarie e le condizioni per ottenerle senza pagarne l’intero costo?

 

Prestazioni odontoiatriche

Iniziamo dalle prestazioni odontoiatriche; tra queste compaiono:

estrazione di denti permanenti, decidui o di altri denti;

interventi chirurgici ed asportazione di lesioni dentarie.

Tali prestazioni possono essere prescritte soltanto in condizioni di vulnerabilità sanitaria o sociale.

Per alcune prestazioni odontoiatriche, quali i trattamenti con apparecchi fissi e mobili, è richiesto un indice IOTN pari a 4/5: si tratta dell’indice di necessità del trattamento, che è espresso in una scala da 1 a 5, dove 5 esprime la maggiore gravità delle condizioni del paziente. Ciò significa che tali prestazioni potranno essere erogate solamente in “casi-limite”.

Condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale

Le condizioni di vulnerabilità sanitaria sono differenti a seconda delle specifiche patologie: in generale, si parla di vulnerabilità sanitaria laddove la cura sia assolutamente necessaria.

Le condizioni di vulnerabilità sociale sono invece intese quali situazioni di svantaggio economico correlate di norma al basso reddito e alla marginalità o all’esclusione sociale, che impediscono l’accesso alle cure a pagamento.

Le condizioni di svantaggio economico sono individuate dalle singole Regioni, nella maggioranza delle ipotesi in base all’indice Isee (il quale rileva la situazione economica del nucleo familiare anche in base al patrimonio mobiliare ed immobiliare).

Considerata l’esiguità degli stanziamenti regionali in materia sanitaria, nonché l’endemica mala gestione in tale ambito, è scontato che il cittadino possa rientrare nelle condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale soltanto in ipotesi “estreme”.

Prestazioni di radiologia diagnostica

Tra le prestazioni fuori tutela nell’ambito della radiologia, il Decreto enumera:

– diverse tipologie di tomografia computerizzata;

-diverse tipologie di risonanza magnetica nucleare;

– la densitometria ossea.

Tali esami (esclusa la densitometria ossea), nella maggioranza delle ipotesi, possono essere prescritti solo in presenza di patologia oncologica o sospetto oncologico.

Chiaramente, in caso di sospetto, sarà il medico a doversi prendere la responsabilità di prescrivere l’esame, ed a rischiare le sanzioni economiche previste per “prestazione inappropriata”.

Prestazioni di laboratorio e di genetica

È lungo ed articolato, poi, l’elenco delle prestazioni di laboratorio (in pratica, le analisi del sangue, delle urine e simili) tagliate fuori dalla tutela: ad esempio, le analisi relative al colesterolo ed ai trigliceridi possono essere prescritte solo ai soggetti con più di 40 anni, con malattie cardiovascolari, fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche, dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci.

Relativamente alle prestazioni di laboratorio e di genetica, le analisi “superflue”, secondo il Governo, sono 140: in alcuni casi, la prescrizione può essere effettuata solo qualora vi sia un carcinoma da monitorare, in altri casi qualora vi sia una malattia epatica in corso o a scopo di trapianto.

La costante, ad ogni modo, è quella di limitare al minimo le prestazioni preventive, e di tutelare il soggetto solo laddove sia già ammalato: una linea d’azione che certamente non rispetta il detto “è meglio prevenire che curare”, e che preferisce risparmiare nella prevenzione, senza pensare al rischio di moltiplicare le spese relative alle successive cure. Sempre che non s’intenda lasciare, in futuro, il cittadino totalmente sprovvisto di tutela anche laddove sia già malato: in un’ottica di tagli, pardon “razionalizzazioni”, è facile che si arrivi anche a questo, in un giorno non lontano.

 

Articolo Completo : Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.

                                                 Permessi e congedi per l’assistenza di un familiare disabile:                                                   quando il lavoratore ha diritto ad anticipare la pensione?

 

La legge italiana, nonostante preveda diverse disposizioni a favore dei disabili, ha tralasciato un aspetto molto importante a tutela delle esigenze dei portatori di handicap: non è infatti prevista alcuna possibilità di pensionamento anticipato per i lavoratori che assistono familiari con disabilità. Un vuoto normativo rilevante, che ignora le gravissime difficoltà esistenti, in tali situazioni, nella conciliazione tra le esigenze familiari e lavorative.

Sono numerosi i comitati che richiedono, da lungo tempo, una maggiore tutela per questi soggetti, ma, nonostante gli annunci e le promesse al riguardo, da parte di diversi esponenti politici, con la “scusante” della crisi e della mancanza di risorse nulla è stato realizzato, e la pensione anticipata è ancora un miraggio.

Congedo per assistenza di figli disabili e Settima Salvaguardia

Una piccola tutela previdenziale, invero, ci sarebbe, ma non riguarda tutti i lavoratori che fruiscono dei permessi Legge 104 [1] per l’assistenza di portatori di handicap, ma soltanto quei dipendenti che nel 2011 hanno fruito di congedi familiari per la stessa finalità[2]: si tratta della possibilità di pensionarsi con i requisiti previsti antecedentemente alla Legge Fornero [3] tramite la Settima Salvaguardia.

L’ultimo provvedimento di Salvaguardia, disposto con la Legge di Stabilità 2016, difatti, apre alla pensione con i requisiti pre-Fornero per i lavoratori che hanno fruito, nel 2011, del congedo straordinario per l’assistenza di disabili: peraltro, non tutti coloro che hanno utilizzato i congedi nel 2011 sono tutelati, ma la salvaguardia è limitata a sole 3.000 unità.

Permessi Legge 104 e penalizzazione pensione anticipata

Sino a luglio 2014, per di più, coloro che avessero fruito dei permessi Legge 104 avrebbero dovuto recuperare tali periodi: in mancanza, sarebbe stata loro applicata la penalizzazione percentuale sulla pensione anticipata (il trattamento che ha sostituito la pensione di anzianità, i cui requisiti si basano sugli anni di contributi versati e non sull’età pensionabile). La decurtazione, difatti, sino a tale anno, era esclusa solo per chi possedeva unicamente periodi di effettivo lavoro, maternità, malattia, cassintegrazione ordinaria, ferie e leva.

Ad ogni modo, grazie alle modifiche intervenute con la Legge di Stabilità 2015, per chi matura i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2017 non vi sarà alcuna decurtazione, a prescindere dalla tipologia di contribuzione versata.

Per chi, invece, matura i requisiti successivamente, la decurtazione per il pensionamento anticipato è prevista in ogni caso, senza eccezioni, anche se si possiedono soltanto periodi di lavoro effettivo.

Articolo Completo : Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.