Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

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Case ipotecate e all’asta: più facile venderle, debitori subito fuori

Imposta di registro flat: dal Governo uno sconto a chi acquisterà una casa all’asta; 

la norma consentirà alle banche, che stanno eseguendo un pignoramento immobiliare, di vendere più facilmente le case ipotecate e su cui pende l’esecuzione forzata.   Acquistare una casa all’asta giudiziaria può essere un affare solo se il prezzo scende oltre il valore di mercato, ma adesso lo sarà in ogni caso, anche prima di tale momento. Una norma approvata ieri dal Governo, infatti, prevede un forte sconto per chi compra un immobile sottoposto a procedura esecutiva immobiliare sotto la direzione del tribunale: la misura – unica nel suo genere – prevede una sostanziosa agevolazione fiscale. Con il risultato che si venderanno più facilmente gli immobili pignorati dalle banche.   Il bonus in commento è contenuto nel tanto atteso “decreto banche”. In pratica, viene cancellata l’imposta di registro al 9%, calcolata sul valore dell’immobile: al suo posto ci sarà solo una “tassa piatta” da 200 euro. Ma ad una condizione ben precisa: il bene dovrà essere rivenduto nei 24 mesi successivi all’acquisto. Insomma, verrà premiato non chi intende aggiudicarsi la casa per le proprie esigenze abitative, ma chi è animato da fini speculativi: è il caso, per esempio, dell’investitore che, pur non avendo bisogno dell’immobile, intende acquistarlo all’asta per poi rivenderlo e lucrare sulla differenza. Il tutto, ovviamente, ai danni del debitore pignorato.   Il primo investitore interessato all’affare sarà la banca stessa che potrebbe, da oggi, acquistare le case pignorate risparmiando sull’imposta di registro: si pensi che un immobile del valore di 1 milione di euro sconta, di norma, un’imposta di registro di 90 mila euro. Oggi, invece, l’importo della tassa sarà di soli 200 euro: una boccata d’ossigeno immediata per i bilanci degli istituti che si vedono così di colpo rivalutare almeno del 9% il valore del “collaterale”. La stessa banca poi, nei due anni successivi, sarà costretta a rivendere il bene e nulla vieta che possa farlo nei confronti dello stesso debitore al quale gliel’ha già finanziata e sottratta una prima volta. Nessuna norma, infatti, pone un limite a questo circolo vizioso.   L’agevolazione spetta per i beni acquistati entro il 31 dicembre 2016 e riguarderà anche le persone fisiche le quali, come gli istituti di credito e le imprese, dovranno sempre rivendere il bene nei due anni successivi. Qualora l’immobile non dovesse essere rivenduto nei due anni, l’acquirente dovrà versare l’imposta di registro in misura proporzionale del 9%.   La norma è passata come una misura di defiscalizzazione, rivolta a ottenere due benefici: sbloccare le lunghe e aleatorie procedure di pignoramento da un lato e, nello stesso tempo, incentivare il mercato delle vendite immobiliari. In realtà, la misura porterà un immediato beneficio nelle casse delle banche riducendo la svalutazione almeno del 9% delle sofferenze bancarie legate agli immobili dati in garanzia per prestiti e mutui.   L’effetto dell’agevolazione fiscale consisterà anche in una forte riduzione dei tempi dei pignoramenti immobiliari: divenendo più conveniente comprare case tramite il tribunale, potrebbe non essere più necessario attendere diversi esperimenti d’asta prima di avanzare l’offerta di acquisto. Insomma, i debitori avranno più probabilità di dire addio alla propria abitazione e meno tempo per rimanervi prima che si venda.

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Come calcolare quando andare in pensione

Pensione anticipata, pensione di vecchiaia, deroghe con riduzione dei requisiti: come calcolare quando si può uscire dal lavoro.

 

Dal 2012, con l’entrata in vigore della Legge Fornero, i requisiti per la pensione si sono notevolmente inaspriti, e sono cambiate le tipologie di pensionamento accessibili: in particolare, non è più possibile conseguire la pensione di anzianità, cioè quella raggiungibile con 40 anni di contributi, o in base alle quote (sommatoria di età e contributi), in quanto tale prestazione è subentrata la pensione anticipata, basata sui soli anni di contributi.

Anche la pensione di vecchiaia ha subito importanti cambiamenti, a causa del brusco innalzamento dei requisiti anagrafici.

Restano, però, alcune vecchie eccezioni che danno diritto al collocamento a riposo con requisiti ridotti, accompagnate da nuove deroghe poco conosciute.

Vediamo, in questa guida, come si calcolano i requisiti per andare in pensione, e come sapere qual è la tipologia di trattamento accessibile con le tempistiche più brevi.

Calcolo dei requisiti

A seconda della tipologia di pensione (anticipata, di vecchiaia, etc.) sono stabiliti differenti requisiti, che possono riguardare sia l’età, che gli anni di contributi.

Per quanto riguarda il calcolo dell’età, è necessario fare riferimento alle tabelle da noi riportate nella guida, che segnano l’età pensionabile prevista per ogni anno, in base agli incrementi periodici legati all’aumento della speranza di vita.

Il discorso è più complesso per il calcolo dei contributi, in quanto generalmente, nell’estratto conto dell’Inps, la contribuzione è segnata in settimane, ma a volte anche in mesi o in giorni, a seconda della gestione alla quale appartiene il dipendente.

Bisogna dunque considerare i seguenti coefficienti di trasformazione, per capire quanti anni di contributi si possiedono:

– 1 anno= 52 settimane;

– 1 mese= 4,333 settimane;

– 1 giornata= 0,19259 settimane.

I periodi di contribuzione appartenenti a diverse gestioni possono essere sommati:

– gratuitamente, nel caso in cui si richieda la totalizzazione dei contributi, il cumulo, il computo, o la totalizzazione retributiva;

– a titolo oneroso, qualora si richieda la ricongiunzione dei contributi presso un’unica gestione.

In caso contrario, i contributi di ogni gestione devono essere computati separatamente, per verificare il diritto ad un’autonoma pensione, o a un’eventuale pensione supplementare o supplemento di pensione (per approfondire: pensione supplementare, supplemento della pensione, ricalcolo e ricostituzione della pensione).

Per quanto concerne il calcolo della pensione, ricordiamo che questo è:

retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

– retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo (il cosiddetto misto), per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

interamente contributivo, per chi non ha contributi precedenti al 1996.

Coloro a cui spetta il calcolo interamente contributivo, o che optano per il computo nella Gestione Separata, hanno diritto, a determinate condizioni, a requisiti più leggeri per accedere alla pensione anticipata (63 anni e 7 mesi di età con 20 anni di contributi) ed a quella di vecchiaia (70 anni e 7 mesi, ma con soli 5 anni di contributi).

Per maggiori approfondimenti sul calcolo della pensione, vi invitiamo a leggere il nostro vademecum: come calcolare l’assegno di pensione.

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Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Uso personale: assoluzione perché il fatto non sussiste; 

la modesta quantità della sostanza conferma l’assenza di intenzione di vendere a terzi.

 

Troppo poche due piantine di hashish per dire che l’imputato, sorpreso nella coltivazione sul proprio terrazzo, aveva intenzione di estrarre la sostanza stupefacente per venderla a terzi. La condotta è praticamente inoffensiva per gli altri; viene confermato l’assenza di reato stante l’uso personale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

È ormai un principio consolidatosi in giurisprudenza quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti (cannabis e hashish innanzitutto), la coltivazione diretta di piante piccole o di numero ridotto esclude la possibilità di parlare di reato. La “piantagione domestica”, se rivolta a estrarre una minima parte di principio attivo, non è un attentato alla salute pubblica.

La verifica deve essere fatta non solo riguardo alla dimensione delle piantine, ma anche al numero. In una sentenza dello scorso agosto, la Corte ritenne che cinque fosse un numero irrilevante per il procedimento penale [2]. Nella pronuncia odierna il numero in contestazione all’imputato era invece di due. Coltivare solo un piao piantine di hashish – si legge in sentenza – non è una condotta offensiva e come tale non va punita.

La vicenda

Protagonisti della vicenda sono due imputati, condannati in secondo grado per produzione, spaccio e detenzione di stupefacenti per aver coltivato a casa loro, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana. Secondo la Corte territoriale, essendo irrilevante la destinazione della sostanza se a uso personale o meno, afferma che la condotta sia sempre punibile sul presupposto della “soglia drogante” del prodotto. La Cassazione, di tutt’altro avviso, ritiene che la sentenza di appello vada annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. La quantità modesta di droga conferma che si tratta di un prodotto destinato al consumo personale dei due imputati.

La giurisprudenza

La distinzione che opera la giurisprudenza è quella tra il reato di coltivazione e quello di detenzione dello stupefacente:

– quanto al reato di coltivazione, esso non può essere “direttamente ricollegato all’uso personale ed è punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”;

– quanto invece alla detenzione essa è condotta strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione: pertanto è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi. Se destinata, invece, all’uso personale, è prevista solo una sanzione amministrativa.

È la destinazione della sostanza stupefacente a decretare l’esistenza o meno del reato: non basta il semplice pericolo, ma è necessario che la condotta sia in concreto offensiva.

Pertanto, tutte quelle condotte che dimostrino una levità tale da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione, allora si può parlare di inoffensività e di assenza del reato. Resta ferma, come detto, la sanzione amministrativa.

La Cassazione, in sintesi, sostiene che l’aver coltivato due piantine, “senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta pericolosa e quindi offensiva per la collettività.

 

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Cartelle di pagamento per Irpef e IVA: prescrizione in 10 anni

Per le imposte erariali come Iva, Irpef e Iva la cartella di pagamento e l’avviso di accertamento hanno prescrizione decennale.

 

La cartella di pagamento notificata da Equitalia o l’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, quando si riferiscono a crediti erariali come quelli dovuti per Irpef, IVA o Irap si prescrivono in 10 anni. Lo stesso termine vale per le sanzioni ad esse conseguenti. Lo ha precisato la Commissione Tributaria Provinciale di Caltanissetta [1]. A tali atti, divenuti ormai definitivi per mancata impugnazione, e quindi ormai certi, liquidi ed esigibili, si applica il termine di prescrizione generale previsto dal codice civile [2].

Viene così respinta l’opposta tesi secondo cui la prescrizione dovrebbe essere di cinque anni, così come previsto dalla legge per gli interessi e, in generale, per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi [3].

È vero che tanto l’avviso di accertamento esecutivo dell’Agenzia delle Entrate quanto la cartella esattoriale hanno natura di atto amministrativo, ma non c’è dubbio che, una volta emanati e divenuti definitivi per mancata impugnazione, il credito erariale è giuridicamente “certo, liquido ed esigibile” proprio in virtù della sua definitività e inoppugnabilità nel merito. In questo modo, si applica la prescrizione decennale, “perché la relativa prestazione strutturalmente diviene eseguibile in quanto prestazione unitaria, con la conseguenza della inapplicabilità della prescrizione quinquennale”.

Questa posizione è ormai condivisa da tutta la giurisprudenza e, in particolar modo dalla Cassazione [4]. Per le imposte erariali (Irpef, Ires, Irap, Iva, imposta di registro, imposte sulle successioni e donazioni) si applica il termine di prescrizione di 10 anni; da un lato, infatti, la legge non prevede un termine inferiore, dall’altro l’obbligo tributario del contribuente, stante l’autonomia di ogni periodo di imposta, non può considerarsi una prestazione periodica, derivando il credito, anno per anno, da una nuova e autonoma valutazione riguardo alla sussistenza dei presupposti impositivi.

Diverso il discorso per i tributi locali come Tari, Ici, Imu, Tosap, Tarsu e Tasi: per questi la prescrizione è di 5 anni.

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Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse

Avvocati: il procedimento volto a scontare i crediti dovuti al professionista per la difesa a spese dello Stato.

La legge di Stabilità per il 2016 [1] consente agli avvocati di compensare con le tasse gli onorari a loro spettanti per attività rese con il gratuito patrocinio. Si tratta di una delle misure accolte con maggior soddisfazione dal mondo forense, specie dopo gli ultimi interventi normativi che avevano drasticamente tagliato i compensi riconosciuti ai professionisti per tale forma di difesa. Ma procediamo con ordine.

Il gratuito patrocinio

Al gratuito patrocinio viene ammesso chi dimostra (anche con autocertificazione) di possedere un reddito non superiore a 11.528,41 euro, eventualmente elevato di 1.032,91 euro per ciascuno dei familiari conviventi. In tal modo, il beneficiario della misura può scegliere il proprio avvocato che, alla fine del processo, sarà pagato dallo Stato. Se però la causa termina con una sentenza che rigetta la domanda proposta dalla parte ammessa al gratuito patrocinio, quest’ultima può essere ugualmente condanna alle spese processuali, dovendo così pagare, di tasca propria, i costi del giudizio alla controparte. Tale previsione è finalizzata ad evitare che chi è ammesso al patrocinio a spese dello Stato possa avanzare richieste pretestuose, intasando la giustizia e, soprattutto, danneggiando terzi.

 La procedura

L’istanza di liquidazione viene presentata dal difensore al giudice che ha deciso il giudizio; quest’ultimo, con un decreto, calcola le spettanze dovute dall’erario all’avvocato e ne ordina il pagamento.

Quando tale decreto viene emesso, esso diventa titolo di pagamento della spesa e rende azionabile il credito dell’avvocato nei confronti dello Stato.

A questo punto, però, il professionista si scontra con i ritardi della pubblica amministrazione e, a volte, deve attendere numerosi anni prima di poter vedere il proprio compenso.

La compensazione

Proprio per venire incontro agli avvocati che abbiano sposato la causa “sociale” ed evitare la fuga generalizzata dall’istituto del gratuito patrocinio, la legge di Stabilità consente un facile rientro per il professionista che abbia maturato, tale titolo, crediti dall’erario per spese, diritti e onorari, consentendogli di portarli in compensazione con i propri debiti tributari di qualsiasi tipo, cioè per imposte e tasse (ivi compresa l’Iva), ma anche per il pagamento dei contributi previdenziali per i loro dipendenti. La norma non cita i contributi previdenziali dell’avvocato stesso, il che fa pensare a una esclusione volontaria del legislatore.

La compensazione avviene mediante la cessione di crediti, che siano maturati nel 2016 o anche precedentemente al 2016, purché non siano ancora saldati dall’amministrazione pubblica

La compensazione non è automatica, ma opera solo su richiesta dell’avvocato. Inoltre, quest’ultimo potrà optare anche per una compensazione parziale, cioè potrà riguardare solo una parte di quanto dovuto a titolo di imposta o tassa o contributi previdenziali per i dipendenti (si pensi al caso in cui il difensore abbia maturato crediti superiori ai propri obblighi fiscali).

Si tratta, dunque, di una forma di pagamento alternativo di tasse, imposte o contributi previdenziali; un pagamento che si effettua, anziché con il versamento del dovuto, con la cessione dei crediti derivanti dalla liquidazione dei compensi all’ente o all’articolazione dello Stato nei confronti del quale l’avvocato è debitore e che non è necessariamente quella tenuta a liquidargli la prestazione fornita al cittadino ammesso al gratuito patrocinio.

Tali cessioni di credito sono esenti da imposta di registro o di bollo.

La certificazione della cancelleria

Il credito del professionista deve essere definitivo. La legge di stabilità, infatti, stabilisce che non possono essere ceduti e quindi nemmeno compensati i crediti fondati su decreto di pagamento contro il quale sia stata proposta opposizione ai sensi dell’articolo 170 del testo unico sulle spese di giustizia [2]: ciò allo scopo di consentire la cessione solo quando l’ammontare del credito sia certo e definitivo. Il che fa pensare che, per ottenere la compensazione, il difensore dovrà munirsi di attestazione di cancelleria che attesti il decorso dei termini per la proposizione dell’opposizione; altrimenti il credito non potrà essere compensato.

L’opposizione al decreto di liquidazione può essere proposta anche dall’avvocato in favore del quale viene disposto il pagamento. Il che, di norma, avviene quando il legale ritiene che il calcolo dei compensi non sia congruo. Da oggi, però, prima di opporsi a un decreto che non lo soddisfa, l’avvocato dovrà tenere conto che ciò bloccherà la compensazione.

Anche se la legge non lo specifica vanno equiparati i crediti i per i quali l’opposizione sia stata respinta con provvedimento definitivo

 

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Tutti i conti correnti sono pignorabili

Vorrei sapere se esistono conti correnti pignorabili e altri, invece, che non possono essere bloccati dai creditori.

 

Non esistono conti correnti che non siano (almeno astrattamente) pignorabili: la legge, infatti, stabilisce che il debitore risponde, dei propri debiti, con tutto il suo patrimonio presente e futuro. Dunque, ogni rapporto di credito che il debitore vanta nei confronti di terzi – come appunto la banca, le Poste Italiane, o qualsiasi altro intermediario finanziario – è pignorabile attraverso la procedura esecutiva detta “pignoramento presso terzi”.

Tanto è vero che, quando il creditore notifica l’atto di pignoramento al debitore e alla sua banca, non cita il tipo di rapporto da pignorare, né lo individua concretamente, ma fa riferimento a qualsiasi tipo di somma, deposito, titoli, ecc. ivi presenti, prescindendo peraltro dalla natura del credito stesso (se, cioè, la fonte della disponibilità delle somme siano pensioni, stipendi, sussisti di invalidità, ecc.). Salvo – per quanto si dirà tra breve – alcuni limiti “quantitativi” al pignoramento delle somme depositate in banca, dunque, ogni tipo di rapporto di credito è pignorabile.

Come fa il creditore a sapere in quale banca il debitore ha il conto?

I problemi per il creditore, però, potrebbero essere di carattere pratico. Fino a qualche tempo fa, la difficoltà principale era individuare presso quale banca il debitore avesse depositato le somme. Il che costringeva spesso a una sorta di caccia al tesoro, ove il creditore notificava lo stesso atto di pignoramento a più istituti di credito fino a quando non avesse trovato quello giusto. Oggi, questo problema è superabile richiedendo l’autorizzazione, al Presidente del Tribunale, di effettuare una ricerca telematica – con l’ufficiale giudiziario – dell’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta “Anagrafe dei conti correnti”). Si tratta di un maxi database, in uso al fisco, che può essere accessibile a chi ha necessità di effettuare pignoramenti e, quindi, conoscere dove il debitore deposita i propri soldi e, soprattutto, la reale consistenza (saldo attivo o passivo).

Le carte prepagate con iban

Fino a pochi giorni fa, esistevano, comunque, dei rapporti di credito con le banche che uscivano fuori dall’Anagrafe tributaria e garantivano al debitore una sorta di invisibilità completa. Si trattava delle carte prepagate con Iban. Lo scorso mese, tuttavia, l’Agenzia delle Entrate ha definitivamente disposto che anche per tali rapporti le banche facciano la comunicazione annuale all’Anagrafe dei conti correnti, rendendo quindi visibili, e peraltro pignorabili, anche le carte con Iban (di tanto abbiamo parlato in “Carte prepagate con iban: ora pignorabili”).

Il pignoramento del conto Paypal

Sicuramente uno dei rapporti di conto corrente più difficilmente individuabili dai creditori è quello con Paypal, banca straniera con sede, per l’Europa, a Lussemburgo. In tal caso, oltre alle difficoltà pratiche di conoscenza dell’esistenza del conto, il problema diventa anche di carattere processuale, per via delle notifiche a un soggetto estero. Ciò comunque non toglie l’astratta pignorabilità anche di tali rapporti (di tanto abbiamo parlato in “Possibile il pignoramento del conto Paypal?”).

 

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Bonus disoccupati anche ai pensionati

Il Ministero del Lavoro riconosce il Bonus assunzione anche ai pensionati e chiarisce tutti i casi particolari in cui spetta.

Si allarga la platea del Bonus disoccupati: il Ministero del lavoro ha confermato la sua spettanza anche nel caso di assunzione di lavoratori pensionati, nonché in altre ipotesi particolari, come la trasformazione di collaboratori in lavoratori subordinati.

Il Ministero, ampliando la platea dei beneficiari, si è attenuto alla finalità della normativa, ossia quella di incentivare il ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato: non ha, comunque, effettuato alcuna forzatura interpretativa, in quanto si è limitato a confermare il Bonus solo per quei soggetti per i quali non fosse già esplicitamente escluso dalla legge.

Vediamo insieme, oltre agli ultimi chiarimenti, come funziona il Bonus disoccupati e come ottenerlo.

Bonus disoccupati: come funziona

Il Bonus disoccupati, conosciuto anche come Bonus assunzione, è stato originariamente previsto dalla Legge di Stabilità 2015 [1], poi confermato, ma con importanti modifiche, dalla Legge di Stabilità 2016 [2].

Il Bonus, difatti, consiste, per gli assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, di fruire di uno sgravio totale dei contributi Inps a carico del datore di lavoro, sino a un tetto massimo di 8060 euro, e per un periodo massimo di 36 mesi.

Per gli assunti nel corso del 2016, invece, il Bonus è ridotto a un tetto massimo di 3250 euro, e consente uno sgravio del 40% dei contributi a carico del datore.

In entrambi i casi, il bonus è riconosciuto per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori privi di occupazione stabile, sia da parte di aziende che di altri enti, o liberi professionisti: condizione necessaria per fruire dell’incentivo è il possesso del Durc (cioè della regolarità contributiva) e l’assenza di violazioni commesse relativamente alle norme essenziali di lavoro, nonché il rispetto dei contratti collettivi.

Requisiti del lavoratore

Per aver diritto al bonus, il lavoratore assunto non deve avere contratti a tempo indeterminato nei 6 mesi precedenti all’assunzione: ciò significa che si può fruire del bonus non solo per i soggetti completamente privi di un’occupazione nei 6 mesi precedenti, ma anche per gli occupati a tempo determinato, per le partite Iva, i co.co.co., nonché per i lavoratori autonomi ed i collaboratori occasionali e per gli stagionali.

Insomma, l’agevolazione vale per tutti quei contratti che non configurino un’occupazione stabile, intesa come rapporto a tempo indeterminato.

L’incentivo non spetta, invece, laddove il lavoratore abbia avuto, nei 6 mesi precedenti, un rapporto di apprendistato, in quanto configura comunque un contratto a tempo indeterminato, nonostante la possibilità di disdetta finale; per lo stesso motivo, non spetta nemmeno ai lavoratori che, nei 6 mesi precedenti, abbiano avuto un rapporto a tempo indeterminato, ma non abbiano superato il periodo di prova.

Infine, l’incentivo non spetta se il lavoratore, pur essendo non occupato nei 6 mesi precedenti, abbia già fruito del bonus, anche in un’altra azienda: a differenza dei benefici della Legge 407, spettanti al raggiungimento di 24 mesi di disoccupazione, i benefici del nuovo bonus spettano, per il lavoratore, una sola volta nella carriera.

Bonus disoccupati ai pensionati

La pensione, nonostante garantisca al lavoratore una certa stabilità di reddito, non è assimilabile al rapporto di lavoro a tempo indeterminato; inoltre, la normativa che ha istituito il Bonus assunzioni non esclude i pensionati dalla platea dei beneficiari.

Per questi motivi, nella risposta ad un recente interpello [3], Il Ministero del lavoro ha confermato la piena spettanza del Bonus ai lavoratori già in pensione, purché questi, ovviamente, non ne abbiano già fruito precedentemente, anche in un’altra azienda.

Il bonus è riconoscibile anche quando il pensionato risulti aver lavorato nei 6 mesi precedenti, sempre che non si sia trattato di un rapporto a tempo indeterminato.

Bonus per trasformazione del contratto

In ultimo, il Ministero ha chiarito anche la spettanza dell’incentivo in tutti i casi di trasformazione del precedente rapporto in un contratto a tempo indeterminato, laddove non siano state già riscontrate violazioni in materia di lavoro.

Via libera, allora, alla conversione di co.co.co., partite Iva e lavoratori autonomi occasionali, co.co.pro e collaborazioni occasionali in genere: come abbiamo visto, difatti, nessuno di questi rapporti configura un’occupazione stabile, pertanto non ci sono limiti alla fruizione del Bonus.

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Decreto flussi 2016: 30.000 quote disponibili

È uscito ieri il decreto flussi 2016 per lavoratori stagionali, non stagionali e conversione di permessi di soggiorno: 30.000 quote in totale.

 

Il nuovo decreto flussi per l’anno 2016 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Esso prevede la disponibilità di circa 30.000 quote, distribuite tra lavoratori stagionali, non stagionali e conversione di permessi di soggiorno.

Lavoro subordinato non stagionale e lavoro autonomo

17.850 quote sono destinate a lavoratori extracomunitari per lavoro subordinato non stagionale e lavoro autonomo. Tra queste sono comprese:

1.000 quote per cittadini stranieri extracomunitari residenti all’estero, che abbiano completato programmi di formazione ed istruzione nei Paesi d’origine [1];

2.400 quote per cittadini non comunitari residenti all’estero per motivi di lavoro autonomo, appartenenti alle seguenti categorie:

imprenditori che intendono investire in Italia una somma minima di 500.000 euro, con la creazione almeno di tre nuovi posti di lavoro;

liberi professionisti che intendono esercitare professioni regolamentate o vigilate, oppure non regolamentate ma rappresentate a livello nazionale da associazioni iscritte in elenchi tenuti da pubbliche amministrazioni;

titolari di cariche societarie di amministrazione e di controllo [2];

artisti di chiara fama o di alta e nota qualificazione professionale, ingaggiati da enti pubblici o privati [3];

stranieri che vogliano costituire imprese start-up innovative.

100 quote per lavoratori di origine italiana per parte di almeno uno dei genitori fino al terzo grado in linea diretta di ascendenza, residenti in Argentina, Uruguay, Venezuela e Brasile;

100 quote per lavoratori extracomunitari che hanno partecipato all’Esposizione Universale di Milano 2015;

– le quote da riservare alla conversione in permessi di soggiorno per lavoro subordinato (4.600 permessi di soggiorno per lavoro stagionale, 6.500 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale e 1.300 permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato UE) e per lavoro autonomo (1.500 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale e 350 permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato UE) di permessi di soggiorno rilasciati ad altro titolo;

Lavoro subordinato stagionale

 

Sono inoltre ammessi in Italia, per motivi di lavoro subordinato stagionale, i cittadini non comunitari residenti all’estero entro una quota di 13.000 unità delle seguenti nazionalità: Albania, Algeria, Bosnia-Herzegovina, Corea (Repubblica di Corea), Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Filippine, Gambia, Ghana, Giappone, India, Kosovo, Marocco, Mauritius, Moldova, Montenegro, Niger, Nigeria, Pakistan, Senegal, Serbia, Sri Lanka, Sudan, Ucraina, Tunisia.

Di queste 13.000 quote, 1.500 sono riservate a lavoratori extracomunitari dei Paesi sopra indicati, entrati in Italia per prestare lavoro subordinato stagionale per almeno due anni consecutivi e per i quali il datore di lavoro presenti richiesta di nulla osta pluriennale per lavoro subordinato stagionale.

I termini per la presentazione della domanda

In merito alla presentazione delle domande:

– per ingressi non stagionali e conversioni del permesso di soggiorno, le domande potranno essere preparate dal 3 febbraio e spedite dal ore 9:00 del 9 febbraio 2016;

– per ingressi stagionali, le domande potranno essere preparate dal 10 febbraio e spedite dalle ore 9:00 del 17 febbraio 2016.

La redistribuzione delle quote inutilizzate

Trascorsi novanta giorni dalla data di pubblicazione del decreto flussi in Gazzetta Ufficiale, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali si riserva la facoltà di ripartire le quote eventualmente inutilizzate in modo tale da impiegarle nella loro interezza.

Articolo Completo :Decreto flussi 2016: 30.000 quote disponibili

Gli invalidi possono anticipare la pensione?

Pensione anticipata per invalidità e contributi figurativi aggiuntivi: 

come funziona, a chi spettano le agevolazioni, come richiederle.

 

I lavoratori che possiedono un’invaliditàsuperiore a determinati limiti possonoanticipare la pensione di vecchiaia, o vedersi riconoscere dei contributi aggiuntivi, in base alla riduzione della capacità lavorativa posseduta.

Vediamo, nel dettaglio, quali sono i benefici riconosciuti in materia previdenziale per invalidità, ed i requisiti richiesti.

Pensione anticipata per invalidità

Se al lavoratore è stato riconosciuto almeno l’80% d’invalidità, questi ha diritto alla pensione di vecchiaia anticipata [1].

I requisiti necessari, oltre alla predetta riduzione della capacità lavorativa, sono:

– almeno 20 anni di contributi;

– almeno 55 anni e 7 mesi di età per le donne;

– almeno 60 anni e 7 mesi per gli uomini.

La decorrenza della pensione non è immediata, ma è necessario che trascorra una finestra di 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti.

Il beneficio, purtroppo, non può essere fruito dai dipendenti pubblici, che versano la propria contribuzione all’Inpdap: sebbene l’Ente sia stato formalmente assorbito dall’Inps, difatti, le due gestioni continuano ad essere separate.

Pertanto, se il lavoratore risulta dipendente pubblico, questo tipo di pensionamento è precluso, in quanto per tali soggetti è prevista la sola pensione d’inabilità.

Pensione d’inabilità

La pensione d’inabilità può essere ottenuta da chi possiede un’invalidità del 100%.

Nel dettaglio, i requisiti necessari al trattamento sono:

– preventivo riconoscimento dello status di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa;

– possesso di almeno 5 anni di anzianità contributiva (vuol dire che il primo contributo deve essere stato versato precedentemente ai 5 anni anteriori alla domanda), e di almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio.

In assenza del requisito contributivo, l’interessato può comunque aver diritto alla pensione per invalidi civili totali, sussistendo i limiti di reddito; quest’ultima pensione è compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa. Si tratta, però, di una prestazione assistenziale, e non previdenziale.

Contributi figurativi aggiuntivi

Per ogni anno di possesso d’invalidità superiore al 74%, sono riconosciuti 2 mesi di contributi aggiuntivi figurativi, sino ad un massimo di 5 anni nella vita lavorativa.

In pratica, se un lavoratore possiede la predetta invalidità da 30 anni e oltre, ha diritto a 5 anni di contribuzione in più, utili ad anticipare la pensione (esclusi i trattamenti per i quali non possono essere computati i contributi figurativi, come la pensione anticipata contributiva e la vecchia pensione di anzianità).

Il riconoscimento dell’invalidità

Per ottenere i trattamenti previdenziali elencati, non basta auto-dichiarare l’invalidità, ma la riduzione della capacità lavorativa deve essere certificata.

dettaglio, per accertare il possesso dell’invalidità, il procedimento è abbastanza articolato:

– in primo luogo, il proprio medico curante deve inoltrare all’Inps uncertificato introduttivo e fornire all’interessato il protocollo di trasmissione telematica;

– l’interessato deve poi inoltrare domanda all’Inps di riconoscimento del suo status (tramite servizi online, contact center o patronato);

– l’Istituto, poi, convoca l’interessato davanti all’apposita commissione medica integrata;

– l’esito della visita determinerà la sussistenza, e la percentuale, d’invalidità dell’interessato;

– contro il verbale è possibile fare ricorso, ma è necessario esperire un accertamento tecnico preventivo, prima dell’instaurazione del giudizio.

Per ulteriori approfondimenti, si veda la nostra mini-guida: come ottenere il riconoscimento dell’invalidità.

Articolo Completo :Gli invalidi possono anticipare la pensione?