La parola del giorno è : Ceffo [céf-fo]

Ceffo SIGN Muso d’animale; volto umano deforme; persona di aspetto sinistro

dal francese [chef] ‘capo’.

«Un brutto c…..» Purtroppo questa parola si è cristallizzata in espressioni stereotipate, tanto che i suoi significati logicamente precedenti sono spesso ignorati. Che cosa vuol dire, in sé, ‘c……’?

Ebbene, il c…. – la cui ascendenza francese inizia a spiegarcelo come ‘capo, testa’ – prende in italiano il primo significato di muso d’animale, specie di cane. Questo riferimento bestiale continua a connotare il c….- anche quando viene riportato su un volto umano: è un viso deforme, brutto a vedersi, magari grottesco, mai rassicurante. Ci si augura che l’arcinemico non mostri il suo ceffo, nella foto per la patente veniamo puntualmente con un c…..  raccapricciante. Ed è proprio la cifra dell’inquietudine a emergere come determinante del c….: la sua aura sinistra si estende alla persona intera – ossia al proverbiale brutto c….. , che ovviamente ci sta seguendo con fare febbrile o ciondola all’incrocio pulendosi le unghie con la punta del coltello, ma beninteso può anche non essere brutto (magari può essere un ceffo alto, un ceffo puzzolente, o ironicamente un bel c….., perfino).

Ce lo stavamo domandando e la risposta è sì: da ceffo viene anche il ben noto ‘ceffone’, ossia il colpo dato a mano aperta sulla faccia – alias ‘lo schiaffo’. È proprio un colpo schioccante sul muso. E anche il verbo meno noto ‘acceffare’ vien da qui, ed è l’afferrare con la bocca, con muso ferino. Non si fa a tempo a tagliare la schiacciata che tutti la acceffano.

 

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Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Uso personale: assoluzione perché il fatto non sussiste; 

la modesta quantità della sostanza conferma l’assenza di intenzione di vendere a terzi.

 

Troppo poche due piantine di hashish per dire che l’imputato, sorpreso nella coltivazione sul proprio terrazzo, aveva intenzione di estrarre la sostanza stupefacente per venderla a terzi. La condotta è praticamente inoffensiva per gli altri; viene confermato l’assenza di reato stante l’uso personale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

È ormai un principio consolidatosi in giurisprudenza quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti (cannabis e hashish innanzitutto), la coltivazione diretta di piante piccole o di numero ridotto esclude la possibilità di parlare di reato. La “piantagione domestica”, se rivolta a estrarre una minima parte di principio attivo, non è un attentato alla salute pubblica.

La verifica deve essere fatta non solo riguardo alla dimensione delle piantine, ma anche al numero. In una sentenza dello scorso agosto, la Corte ritenne che cinque fosse un numero irrilevante per il procedimento penale [2]. Nella pronuncia odierna il numero in contestazione all’imputato era invece di due. Coltivare solo un piao piantine di hashish – si legge in sentenza – non è una condotta offensiva e come tale non va punita.

La vicenda

Protagonisti della vicenda sono due imputati, condannati in secondo grado per produzione, spaccio e detenzione di stupefacenti per aver coltivato a casa loro, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana. Secondo la Corte territoriale, essendo irrilevante la destinazione della sostanza se a uso personale o meno, afferma che la condotta sia sempre punibile sul presupposto della “soglia drogante” del prodotto. La Cassazione, di tutt’altro avviso, ritiene che la sentenza di appello vada annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. La quantità modesta di droga conferma che si tratta di un prodotto destinato al consumo personale dei due imputati.

La giurisprudenza

La distinzione che opera la giurisprudenza è quella tra il reato di coltivazione e quello di detenzione dello stupefacente:

– quanto al reato di coltivazione, esso non può essere “direttamente ricollegato all’uso personale ed è punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”;

– quanto invece alla detenzione essa è condotta strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione: pertanto è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi. Se destinata, invece, all’uso personale, è prevista solo una sanzione amministrativa.

È la destinazione della sostanza stupefacente a decretare l’esistenza o meno del reato: non basta il semplice pericolo, ma è necessario che la condotta sia in concreto offensiva.

Pertanto, tutte quelle condotte che dimostrino una levità tale da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione, allora si può parlare di inoffensività e di assenza del reato. Resta ferma, come detto, la sanzione amministrativa.

La Cassazione, in sintesi, sostiene che l’aver coltivato due piantine, “senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta pericolosa e quindi offensiva per la collettività.

 

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Stepchild adoption: ma è proprio necessaria?

La stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio del partner:     

una delle norme più controverse della proposta di legge sulle unioni civili; di che si tratta?   

Il disegno di legge per le unioni civili corre il rischio di arenarsi a causa della stepchild adoption: la possibilità, inserita nella proposta di legge Cirinnà, di adozione del figlio del partner. Farne una questione di principio non sembra utile né per i sostenitori della normativa in discussione, né per gli oppositori. E se il discorso sulle adozioni subisse un’inversione di ottica? Se si guardasse all’interesse dei minori, piuttosto che a quello degli adulti?   1) Unioni civili ed adozione sono entrate in un unico dibattito. È proprio indispensabile? Perché non pensare, con l’occasione offerta dal disegno di legge sulle unioni civili e sulle convivenze di fatto, a riprendere in modo organico la materia delle adozioni e del diritto del bambino ad avere una famiglia, spogliando questa esigenza fondamentale e di civiltà, dalle prospettive degli adulti? Un problema annoso come quello della difficoltà delle coppie prive di figli di avere in tempi accettabili la possibilità di adottarne uno, rimane ai margini di un dibattito politico in corso sulle unioni civili. Ciò appare a chi scrive, il frutto di strumentalizzazioni ideologiche e di schieramento. E’ necessario, in definitiva ed a prescindere dalle soluzioni suggerite dalle diverse concezioni etiche, regolamentare senza ulteriori ritardi le unioni civili: è proprio indispensabile, in questo momento, rischiare di arenare il dibattito sulla questione delle adozioni? Se si vuole, si può dare soluzione ad entrambe le problematiche spogliandole da riflessioni filosofiche e religiose; sembra però opportuno che ciascuno dei due temi vada affrontato separatamente e nell’ambito di una visione organica dei fenomeni che si vuole disciplinare legislativamente.   2) Cos’è l’adozione? Il Codice Civile del 1942 prevedeva l’adozione come istituto destinato a consentire a chi ha un’età superiore ai 50 anni ed è priva di figli, di assumere come figlio una persona di almeno 18 anni di età inferiore, cui trasmettere il proprio cognome ed il proprio patrimonio. [1] La norma guardava con più attenzione all’interesse dell’adottante, che a quello dell’adottato. L’ottica si è contrapposta successivamente, quando la legislazione ha dato rilievo piuttosto all’interesse del bambino privo di genitori di avere una famiglia. L’adozione “speciale” secondo questa nuova ottica è stata introdotta nel 1983 con una legge ulteriormente riformata nel 2001, che oggi porta il titolo: “Diritto del minore ad una famiglia”. [2]   3) Cos’è l’affidamento dei minori? L’affidamento consiste in un rimedio di carattere temporaneo teso a superare una situazione di difficoltà del minore perché “privo di un ambiente familiare idoneo” ad assicurargli il mantenimento, l’istruzione, l’educazione e le relazioni affettive di cui ha bisogno. Prevede che il minore sia custodito da qualcuno che si prenda cura di lui e provveda alle sue necessità morali e materiali. La sua caratteristica è che si tratta di una situazione provvisoria e non definitiva, a differenza dell’adozione.   4) Qual è la funzione dell’adozione di minori? Lo scopo primario dell’adozione nella sua nuova accezione è quello di procurare una famiglia ai minori che ne siano privi o che non ne hanno una idonea. La possibilità di crescere ed essere educato nella famiglia naturale è visto come un vero e proprio diritto a prescindere dal sesso, dall’etnia, dalla lingua, dalla religione. L’adozione è nella legislazione vigente, in seconda battuta, come lo strumento per superare situazioni valutate come “patologiche” da cui sollevare il minore, sostituendo alla famiglia d’origine inesistente o impossibilitata ad assecondare le esigenze del figlio, una nuova famiglia. L’adottabilità presuppone uno “stato di abbandono”.   5) Stepchild adoption, cosa vuol dire? Letteralmente si traduce: “adozione del figliastro”. Nel dibattito in corso sul progetto di legge Cirinnà sulle unioni civili, indica la possibilità, per uno dei componenti di una coppia, di divenire genitore riconosciuto del figlio del partner, a prescindere dal tipo di unione, etero od omo sessuale. La possibilità di adottare il figlio del partner esiste, nell’attuale ordinamento, solo per le coppie sposate da almento tre anni o che convivono da almeno tre anni, purchè abbiano contratto matrimonio prima della richiesta.   6) Qual è la posizione degli oppositori della stepchild adoption? Una parte dei parlamentari, specie di quelli di orientamento cattolico, propone di sostituire l’adozione del figlio del partner con l’affido del minore: o fino al raggiungimento della maggiore età , ed a quel punto egli sarà in grado di decidere, o per un tempo abbastanza lungo tale da consentire ad un Tribunale di valutare se l’adozione sia utile per il minore.   7) Perché la questione delle adozioni gay richiama quella del cosiddetto “utero in affitto”? La pratica per cui una donna porta avanti una gravidanza per conto d’altri, a volte a pagamento, è vietata dall’ordinamento italiano. Gli oppositori all’adozione per le coppie gay temono che essa possa indurre molte persone a recarsi all’estero per avere un figlio o mediante inseminazione artificiale, o mediante utilizzo dell’utero di un’estranea, per poi riportarlo in Italia e farlo diventare figlio della coppia gay.

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Offrire 100 € al poliziotto non è corruzione

Per evitare la multa stradale, un’offerta di un compenso di 100 euro fatto all’ agente di turno: ma l’offerta è troppo bassa per creare turbamento all’agente.

 

Non commette corruzione chi offre solo 100 euro al poliziotto per evitare la multa: se corruzione deve essere, è necessario che l’offerta sia consistente e non irrisoria. Un biglietto da “cento” non può determinare agitazione e confusione nel pubblico ufficiale tanto da costituire, per questi, una seria tentazione. È questa la convinzione dei giudici della Cassazione [1].

Il denaro ha un valore relativo in funzione delle capacità di reddito del soggetto? Non così per i giudici supremi, secondo i quali 100 euro sono, per chiunque, troppo pochi per parlare di un’offerta di corruzione seria, tale cioè da provocare nel pubblico ufficiale un concreto ed effettivo turbamento e spingerlo a chiudere un occhio ed accettare l’importo.

Con questa originale motivazione la Corte ha assolto dalle accuse di corruzione un conducente trovato alla guida in stato di ebbrezza e che, per evitare la sanzione penale massima, aveva estratto un bigliettone dal portafogli esibendolo alle autorità.

Sebbene tale motivo sia stato ritenuto già sufficiente per evitare il carcere all’eccentrico automobilista, la sentenza opera anche un’altra valutazione. Quand’anche l’offerta fosse stata consistente (e, a questo punto, sarebbe lecito chiedersi quale somma, secondo la Cassazione, non sia risibile), le condizioni psicofisiche dell’uomo, in evidente stato di alterazione, non consentivano di ritenerlo capace di intendere e di volere e, quindi, in grado di capire il significato del gesto.

Per i magistrati del “Palazzaccio” è quindi carente la “offensività” nella condotta – pur deprecabile – tenuta dal conducente.

L’imputato evita così il penale per la corruzione, ma non certo la condanna per guida in stato di ebbrezza.

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Pensione anticipata 2016, nuovi requisiti e condizioni

Nuovi incrementi dei requisiti per la pensione legati all’aumento della speranza di vita: come cambia la pensione anticipata.

La pensione anticipata, introdotta a partire dal 2012 dal Decreto Salva-Italia, noto anche come Legge Fornero [1], vede un nuovo inasprimento dei requisiti nel 2016, causato dagli aumenti periodici legati alla speranza di vita. Un salto in avanti di ben 4 mesi, che riguarderà tutte le tipologie di pensionamento, e non solo la nuova pensione anticipata ordinaria: per capire chi potrà pensionarsi nel 2016, vediamo insieme i nuovi parametri delle principali tipologie di collocamento a riposo “in anticipo”, rispetto ai requisiti d’età previsti per la vecchiaia.

Pensione anticipata 2016

I requisiti previsti per fruire dell’ordinaria pensione anticipata, nel 2016, sono:

41 anni e 10 mesi di contributi per le donne;

42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini.

Per chi matura i requisiti sino al 31 dicembre 2017, poi, non sono previste penalizzazioni legate all’età; la Legge Fornero, difatti, aveva previsto una penalizzazione percentuale per chi si fosse collocato a riposo prima dei 62 anni d’età, nella seguente misura:

1% di penalizzazione per ogni anno mancante al 62°, dal 60° anno d’età;

2%di penalizzazione per ogni anno precedente al 60°.

Inizialmente, erano esclusi dalla penalizzazione, ma solo sino al 31 dicembre 2017, determinati periodi, quali quelli di lavoro dipendente, malattia, maternità, ferie, cassaintegrazione e servizio di leva, ai quali erano poi andati ad aggiungersi i permessi legge 104 ed i congedi parentali di maternità e paternità; in seguito, la Legge di Stabilità 2015 [2] aveva poi eliminato ogni penalizzazione, sino al 31 dicembre 2017, per le pensioni con decorrenza dal primo gennaio 2015. La Legge di Stabilità 2016 [3], infine, ha completato l’intervento eliminando le penalizzazioni per chi abbia maturato i requisiti antecedentemente al 2015, a partire dai ratei liquidati dal primo gennaio 2016 (senza però prevedere la restituzione degli arretrati).

Pensione anticipata 2016 scuola

Poiché il regime di pensionamento per il personale del comparto scuola ha delle decorrenze particolari, in quanto prevede una data fissa di cessazione dal servizio, docenti, personale Ata e dirigenti potranno fruire della pensione anticipata nel 2016 qualora maturino 41 anni e 10 mesi di contributi, se donne, o 42 anni e 10 mesi di contributi, se uomini, entro il 31 dicembre 2016 ( a differenza dei requisiti d’età per la vecchiaia, che vanno maturati entro il 31 agosto 2016).

La data di decorrenza della pensione, per i docenti, è il primo settembre 2016, ma la domanda di cessazione dal servizio deve essere inviata entro il 22 gennaio 2016 (per i dirigenti scolastici entro il 28 febbraio 2016), tramite il portale del Miur, servizio E-Polis Istanze On Line.

Pensione anticipata 2016 contributivo

I requisiti sono diversi, invece, per chi non possiede contributi versati precedentemente al 1996, o per chi effettua il cumulo nella gestione Separata, ossia per i soggetti il cui calcolo dell’asegno è effettuato colsolo sistema contributivo; per loro, i requisiti per l’accesso alla pensione anticipata sono:

63 anni e 7 mesi d’età;

20 anni di contributi;

– pensione superiore all’assegno sociale di almeno 2,8 volte.

Pensione anticipata 2016 Boeri

Simile alla pensione anticipata col solo contributivo, la nuova proposta effettuata dal Presidente dell’Inps, Tito Boeri, prevede la possibilità di pensionarsi con i requisiti poc’anzi esposti (63 anni e 7 mesi d’età e 20 anni di contributi), anche per chi ha diritto al calcolo della pensione col sistema misto: per aver diritto all’accesso, la pensione dovrà oscillare tra i 1.200 ed i 1.500 euro circa. Inoltre, è prevista una penalizzazione tra il 9,4% e lo 0,3%, a seconda dei mesi di anticipo rispetto all’età prevista per la pensione di vecchiaia (si veda: pensione anticipata, uscita a 63 anni anche per i misti).

 

Nessuna penalizzazione, però, sarà applicata ai lavoratori precoci (intesi come coloro che hanno versato il primo contributo precedentemente al diciottesimo anno d’età). Trattandosi solo di una proposta, bisognerà aver riguardo alle ulteriori modifiche che saranno realizzate nell’intervento normativo.

Pensione anticipata lavori usuranti e notturni

Molto articolati sono i requisiti previsti per chi ha svolto lavori usuranti o lavoro notturno, per almeno 7 anni negli ultimi 10 anni di vita lavorativa (dal 2018,bisognerà aver svolto tali mansioni per metà della vita lavorativa). Vediamo, nella tabella, i parametri utili al pensionamento nel 2016.

 

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Il servizio militare obbligatorio non è stato abolito

La leva ha rilevanza costituzionale ed è solo sospesa: per cui il reato di renitenza alla leva non è totalmente abolito.

 

Che vi piaccia o no, cari maschietti, il servizio militare obbligatorio non è stato affatto abolito. Si tratta di una semplice sospensione, che peraltro non opera sempre; infatti la legge [1] prevede l’operatività della chiamata obbligatoria a specifiche situazioni e a ipotesi eccezionali, rilevanti sia in tempo di guerra che in tempo di pace. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di due giorni fa [2]. Una notizia affatto confortante di questi tempi, dove i venti di guerra spirano a pochi chilometri dalle nostre coste. Né, del resto, potrebbe essere diversamente: infatti l’obbligo del servizio militare è un principio costituzionale [3], che una legge ordinaria non potrebbe mai abrogare definitivamente.

 

La Costituzione stabilisce che “il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge …”. Questo significa che la legge può solo regolarne l’esecuzione – ed eventualmente sospenderlo per un periodo di tempo determinato o indeterminato – ma non può certo abrogarlo definitivamente; per tale compito sarebbe necessaria solo una legge costituzionale o una modifica della stessa Costituzione.

 

Il risultato è che non è neanche completamente abolito il reato di renitenza alla leva ma ne è solo ridotta l’operatività [4]: con la conseguenza che, per le condanne avvenute in passato e divenute ormai irrevocabili, non c’è più nulla da fare. Solo i procedimenti pendenti potrebbero ricevere il trattamento di favore (cosiddetto “favor rei”) derivante dall’applicazione della legge penale più lieve che, in questo caso, è l’assenza di punizione.

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Equitalia: colpa grave e risarcimento se insiste nella riscossione.

Responsabilità processuale e indennizzo a carico di Equitalia in quanto agisce in forza di un proprio diritto alla riscossione.  

 Se Equitalia insiste nel voler riscuotere forzatamente un credito non dovuto deve pagare, oltre alle spese processuali, anche il risarcimento al contribuente; non può infatti scaricare la responsabilità per l’illegittimità della pretesa sull’ente impositore per il quale agisce in qualità di mandataria. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1].   L’agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante mandato che la lega con l’ente titolare del credito; pertanto spetta ad Equitalia, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione processuale, anche l’agente della riscossione deve essere condannato al risarcimento del danno, oltre che alle spese processuali, nei confronti della parte vincitrice del giudizio per aver agito con colpa grave [2].   Il che significa, in pratica, che prima di avviare l’esecuzione forzata o, eventualmente, resistere alla causa avviata dal contribuente per impugnare la cartella di pagamento, Equitalia è tenuta sempre a verificare i documenti di cui è in possesso od assumere le necessarie informazioni presso l’ente impositore-mandante.

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Quando è possibile il licenziamento della lavoratrice incinta?

Sono in gravidanza e ho preso il permesso di maternità: il datore di lavoro mi ha comunicato che l’azienda vorrebbe procedere a licenziamento degli esuberi; posso essere licenziata?

 

La legge impedisce il licenziamento della donna incinta entro determinati termini e a particolari condizioni. Cercheremo di riassumerle qui di seguito.

È vietato il licenziamento:

– della lavoratrice dall’inizio della gravidanza e sino al compimento di 1 anno di età del bambino. L’inizio della gestazione si presume avvenuto 300 giorni prima della data presunta del parto indicata nel certificato di gravidanza [1];

 

– del padre lavoratore che fruisce del congedo di paternità, per la durata del congedo stesso e fino al compimento di un anno di età del bambino;

 

– causato dalla domanda o dalla fruizione dell’astensione facoltativa e del congedo per malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore.

 

La lavoratrice non può essere collocata in mobilità a seguito di licenziamento collettivo, salvo che ciò avvenga a seguito della cessazione dell’attività dell’azienda cui la lavoratrice stessa è addetta [2].

 

Qualora il datore di lavoro intimi il licenziamento nonostante ricorra il suddetto “periodo di tutela”, il licenziamento è nullo.

 

L’illegittimità del licenziamento discriminatorio, nullo o orale è sanzionata con la reintegra sul lavoro, a prescindere dalla dimensione occupazionale aziendale. Il regime di tutela cambia solo in relazione alla data di assunzione del lavoratore.

 

Il divieto di licenziamento prescinde dal fatto che il datore di lavoro fosse o meno a conoscenza della condizione di gravidanza della dipendente, perché dipende dal fatto in sé della imminente maternità. Di conseguenza l’interessata può ottenere il ripristino del rapporto di lavoro mediante la presentazione al datore di lavoro di idonea certificazione, dalla quale risulti l’esistenza, all’epoca del licenziamento, delle condizioni che lo vietavano.

 

Eccezionalmente è consentito il licenziamento della lavoratrice incinta solo nei seguenti casi:

 

1- colpa grave del lavoratore costituente giusta causa di risoluzione del rapporto. La valutazione della gravità del comportamento della lavoratrice deve comunque tenere conto delle sue particolari condizioni psico-fisiche dettate dal momento [3]. Ad esempio, è stato ritenuto:

– legittimo il licenziamento giustificato da gravi inadempimenti (assenze ingiustificate ed inaffidabili) della lavoratrice [4];

– illegittimo il licenziamento intimato a causa di un’assenza ingiustificata protrattasi per pochi giorni [5];

 

2- cessazione dell’attività aziendale. In particolare il licenziamento viene ritenuto giustificato solo in presenza della cessazione totale dell’attività aziendale [6] mentre non è giustificato nell’ipotesi di cessazione del ramo d’azienda alla quale la lavoratrice è addetta [7]. È illegittimo il licenziamento motivato da ragioni di ristrutturazione produttivo-organizzativa in quanto non costituenti un’ipotesi di cessazione dell’attività d’azienda;

 

3 – ultimazione della prestazione per la quale il lavoratore è stato assunto o scadenza del termine nel caso di contratto di lavoro a tempo determinato;

 

4- esito negativo della prova : in tal caso, il licenziamento è legittimo solo se il datore di lavoro non è a conoscenza dello stato di gravidanza. In caso contrario, per tutelare la lavoratrice da eventuali abusi, il datore di lavoro deve motivare il giudizio negativo circa l’esito della prova. Così è possibile valutare i motivi reali del recesso, al fine di escludere con ragionevole certezza che esso sia stato determinato dallo stato di gravidanza [8].

 

 

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Bonus affitti: deduzione per chi compra casa e poi la dà in locazione –

Acquisto di immobili, ristrutturazione e costruzione: la deduzione del 20% delle spese fino a un tetto di 30mila euro entro il 2017.

 

Parte la nuova deduzione fiscale del 20% per chi acquista una casa o la ristruttura o la costruisce e poi la dà in locazione: il bonus verrà scomputato sul prezzo di acquisto o sulle spese sostenute per la costruzioni o ristrutturazione. È quanto prevede il decreto del Ministero delle Infrastrutture appena pubblicato nella Gazzetta Ufficiale [1], avente a oggetto appunto le nuove deduzioni per l’acquisto, la costruzione o la ristrutturazione di unità immobiliari abitative da destinare alla locazione.

Il contribuente potrà ottenere il bonus fino a massimo 300 mila euro di spesa (comprensivo di IVA) alle seguenti condizioni.

1 | Requisiti del beneficiario della deduzione fiscale: si deve trattare di

– persona fisica non imprenditore.

2 | Caratteristiche del cedente: si deve trattare

– per le nuove abitazioni, di imprese di costruzione o di cooperative edilizie;

– per le abitazioni ristrutturate, di imprese di ristrutturazione immobiliare o di cooperative edilizie;

3 | Caratteristiche dell’immobile: si deve trattare di

– unità immobiliare a destinazione residenziale (escluse quelle classificate o classificabili nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9), di nuova costruzione, invendute al 12 novembre 2014, oppure oggetto di interventi di ristrutturazione edilizia o di restauro e di risanamento conservativo (escluse quindi le manutenzioni ordinarie e straordinarie);

– non ubicata in parti del territorio destinate a usi agricoli (cioè nelle zone omogenee classificate E);

– con prestazioni energetiche certificate in classe A o B.

4 | Requisiti relativi ai lavori: è necessario che

– la casa sia acquistata, ristrutturata o costruita tra il 1° gennaio 2014 e il 31 dicembre 2017;

– nel caso di spese di costruzione, l’abitazione sia ultimata entro il 31 dicembre 2017;

– nel caso di ristrutturazione o costruzione, sia accertata la conformità delle opere.

5 | Tipo di contratto di locazione: è necessario che

– la casa, entro 6 mesi dall’ acquisto, sia data in locazione per almeno 8 anni (purché tale periodo abbia carattere continuativo). Se, per motivi non imputabili al locatore, il contratto di locazione si risolve prima del decorso del suddetto periodo il diritto alla deduzione permane a condizione che venga stipulato un altro contratto entro un anno (dalla data della suddetta risoluzione). Il termine di sei mesi decorre, per le unità immobiliari acquistate, dalla data dello stesso acquisto mentre, per quelle ristrutturate e/o costruite, dal rilascio del certificato di agibilità o dalla data in cui si è consolidato il silenzio-assenso;

– la locazione non deve avvenire tra parenti entro il primo grado (padre, figlio);

– il canone di locazione non deve essere superiore a quello indicato nella “convenzione comunale” stipulata ai fini del rilascio del permesso di costruire relativo agli “interventi di edilizia abitativa convenzionata” oppure al minore importo tra il canone definito per i contratti a canone concordato e quello stabilito per le unità abitative realizzate o recuperate nei Comuni ad alta tensione abitativa.

 

In caso di usufrutto

La deduzione non si perde nemmeno se l’abitazione è ceduta in usufrutto (anche contestualmente all’atto di acquisto e anche prima della scadenza degli 8 anni), a soggetti giuridici pubblici o privati operanti da almeno 10 anni nel settore dell’alloggio sociale, a condizione che venga mantenuto il vincolo alla locazione alle medesime condizioni sopra illustrate, e che il corrispettivo di usufrutto, calcolato su base annua, non sia superiore all’importo dei canoni di locazione.

 

La deduzione

Le deduzioni indicate spettano per una sola volta e per ogni singolo immobile e non sono cumulabili con altre agevolazioni del comparto edile (per esempio, ristrutturazione e/o risparmio energetico).

La deduzione è pari al 20% del prezzo di acquisto dell’immobile (risultante dall’atto di compravendita), nel limite massimo complessivo di spesa di € 300.000 (anche nel caso di acquisto di più immobili); a tale limite si possono sommare gli interessi passivi dipendenti da mutui contratti per l’acquisto delle unità immobiliari medesime.

La deduzione ammessa è ripartita in 8 quote annuali di pari importo, a partire dal periodo d’imposta nel quale avviene la stipula del contratto di locazione.

Per esempio: Per un acquisto effettuato a novembre 2017 e un contratto di locazione stipulato a marzo 2018, la deduzione spetta dal 2018 fino al 2025. La spesa massima complessiva di € 300.000 genera una deduzione di € 60.000 (20%) che va ripartita in 8 quote annuali di € 7.500 ciascuna.

 

Costruzione di abitazioni

La deduzione citata spetta, nella medesima misura e nel medesimo limite massimo complessivo, anche per le spese sostenute dal contribuente persona fisica non esercente attività commerciale per prestazioni di servizi, dipendenti da contratti d’appalto, per la costruzione di un’unità immobiliare a destinazione residenziale su aree edificabili già possedute dal contribuente stesso prima dell’inizio dei lavori o sulle quali sono già riconosciuti diritti edificatori.

Ai fini della deduzione le predette spese di costruzione sono attestate dall’ impresa che esegue i lavori.

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Affittare un appartamento a una prostituta non è reato –

Locazione alla escort, favoreggiamento della prostituzione, canone di locazione secondo i prezzi di mercato: non c’è reato.

 

Ancora una volta la Cassazione si pronuncia sulle possibili estensioni del reato di favoreggiamento della prostituzione nei confronti di chi affitta un appartamento a una prostituta; già in passato la Suprema Corte era passata sull’argomento precisando che, se manca un utile vero e proprio, da parte del locatore, sull’attività della prostituta, a questi non può essere attribuita alcuna responsabilità. Non rileva il fatto che il padrone di casa sia consapevole dell’attività che svolge la donna all’interno dell’immobile. La semplice percezione del canone di locazione, infatti, non è diretta dipendenza di una partecipazione all’attività della escort, in quanto piuttosto finalizzata a garantire a quest’ultima un tetto, e quindi funzionale al diverso diritto all’abitazione. Laddove però il canone di locazione sia di gran lunga superiore ai prezzi di mercato, sì da far intuire che dietro tale sproporzione vi sia una partecipazione al business della donna, allora scatta il reato.

 

Con una sentenza di pochi giorni fa [1] i giudici supremi hanno ulteriormente chiarito che non integra il reato di favoreggiamento della prostituzione la condotta di chi conceda, anche in sublocazione, ad una prostituta dietro corrispettivo della quota parte del canone di un immobile nella propria disponibilità ove i due convivano, sebbene in esso la donna vi eserciti per proprio conto la prostituzione.

 

Inoltre, precisano dal Palazzaccio, qualora la locazione avvenga a prezzo di mercato, la cessione del godimento di un appartamento ad un soggetto che vi eserciti la prostituzione non integra gli estremi del reato di favoreggiamento della prostituzione, nonostante il conduttore sia consapevole dell’uso cui l’immobile è destinato, dal momento che la stipulazione del contratto e la messa a disposizione del locale non rappresentano un effettivo ausilio al meretricio [2], essendo necessario, ove si voglia rilevare l’esistenza del reato, il riscontro della prestazione da parte del locatore anche di altri servizi in favore della prostituta che siano idonei di per sé ad agevolare l’attività di costei, quali la ricezione dei clienti, la fornitura di profilattivi o la predisposizione dei testi per le inserzioni pubblicitarie [3].

Articolo Completo : Affittare un appartamento a una prostituta non è reato –