STUPENDO è La parola del giorno

Stupendo

[stu-pèn-do] SIGN Che desta stupore, meraviglioso dal latino [stupendus], gerundivo di [stupère] ‘stupire’. Ricordo di un professore padovano, che diceva “Nella cappella degli Scrovegni, col naso all’insù e con la bocca aperta, non si capisce se sei stupido o stupito”. Questo è l’effetto dello stupendo.Pianamente è ciò che desta stupore, per le sue qualità straordinarie – specie per una bellezza straordinaria; e questo ‘che desta stupore’ va visto perbene. C’è qualcosa che rapisce, nello stupendo, che azzittisce la mente, che rende stupiti e stupidi, che sbalordisce (rende balordo, ritarda): lo stupendo ha un alto valore estetico a posteriori, quando ci ripensiamo e lo qualifichiamo come tale, mentre nel momento in cui è percepito, solo, dilata il tempo, in una dimensione nuova. Una qualità che determina uno stato d’animo in cui perfino il pensiero fa silenzio.Sei stupenda quando cammini verso di me a fianco di tuo padre o quando esci dalla doccia; è stupendo il discorso che udiamo da una persona saggia e ispirata; è stupenda la forza di una volta di pietra. Poi spesso viviamo lo stupendo come iperbole, anche ironica: “Hai ricevuto il mio regalo?” “Sì, è stupendo, grazie”; “Questo è il lavoro finito” “Stupendo, lo guardo subito”; “Avrei invitato altre otto persone a cena” “Stupendo!”. Ma anche quando suona come una bonaria esagerazione – e comunemente così suona – non ci deve passare di mente la sua prima vocazione: un significato così potente da spazzare via la possibilità mentale di ogni altra qualificazione.

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(D. Buzzati , Storico e stupendo)

“Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”. […]

“Una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto.”

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. […]”

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, […] e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, […] il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, […] erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). […] Sì, il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore.” È facile criticare Capodanno. Già Leopardi affermava che l’uomo percepisce passato e futuro come illusoriamente piacevoli, solo perché sono lontani. Perciò festeggiamo il volgere dell’anno, senza realizzare che – come sosteneva Sartre – la nostra vita è sospesa su due nulla: ciò che non è più, e ciò che non è ancora. Ma il ragionamento di Buzzati punta altrove. E mi ha ricordato un’osservazione dello psicologo Viktor Frankl: il passato, in realtà, è l’unica cosa che c’è. È fissato per l’eternità, non si può trasformare né eliminare. Perciò nel passato “nulla è irrimediabilmente perduto, ma tutto è irrevocabilmente salvato.” Il tempo, infatti, ci presenta molte fuggevoli possibilità; le nostre scelte ne realizzano alcune, e condannano le altre all’inesistenza. Compito dell’uomo, dunque, è trasformare il passeggero in eterno, rendendo reale ciò che era solo possibile. Questa è la rocambolesca avventura della libertà, che davvero getta sugli eventi un’aria “romanzesca”. Perciò l’anno passato è anzitutto “Storico”. Gli eventi non erano necessari a priori; ma, diventando reali, hanno assunto un carattere di necessità, e su di loro si sono edificati gli eventi successivi. Sono entrati in una storia e, così facendo, hanno acquisito un significato. Inoltre le esperienze, anche le più dolorose, sono diventate parte della persona che le ha vissute, l’hanno “nutrita”. Frankl stesso sosteneva che l’uomo, per realizzarsi appieno, dovesse passare anche attraverso la sofferenza (e lui, essendo stato internato in lager, ne sapeva qualcosa). Dunque, pur “nella loro miseria”, le cose accadute sono “uniche”, poiché irripetibili e irrevocabili; e sono “perfette” ossia compiute, significative. Perciò l’anno passato è anche “stupendo”, cioè desta stupore per la sua stessa esistenza. G. K. Chesterton amava dire che tutte le cose sono scampate per un soffio a un naufragio, come i pochi oggetti salvati da Robinson Crusoe. Ciascuna di loro avrebbe potuto perdersi nell’oceano del non essere; e invece c’è. Ricordiamocelo dunque mentre ci accingiamo a costruire un altro, stupendo, anno nuovo.

AUGE è La parola del giorno

La parola del giorno è

Auge

[àu-ge]

SIGN Apogeo, culmine; condizione di favore, successo, credito dall’arabo [aug] ‘apogeo, altezza’.

A scatola chiusa avrei scommesso su un’origine latina (magari da augeo ‘accresco, aumento’), e invece ecco una nuova sorpresa: questa parola appartiene alla numerosa e fascinosa famiglia delle parole del lessico astronomico di origine araba. Dall’arabo non ci arrivano solo alcuni fra i più suggestivi nomi di stella – da Altair a Deneb, da Vega a Betelgeuse, da Rigel ad Antares ad Aldebaran – ma anche termini correntemente impiegati per orientare le osservazioni astronomiche, come i punti dello zenit e del nadir, l’angolazione dell’azimut. E arrivando alla sorpresa di oggi, il culmine dell’auge.In effetti, nel significato astronomico, ad auge è solitamente preferito il sinonimo ‘apogeo‘, nel significato di punto più lontano dalla Terra – e perciò più alto – dell’orbita reale o apparente di un corpo attorno a essa. L’auge viene più volentieri richiamata nei suoi significati figurati: l’immagine del culmine, della posizione di suprema altezza, prende il profilo della condizione di consenso e favore generale e schietto, di successo rampante e sicuro, di indiscutibile credito – quasi fosse la condizione di un astro.Possiamo parlare di quando in medicina era in auge la teoria degli umori di Ippocrate o di quando era in auge il folle geghegè; ci facciamo difendere dall’avvocato in auge i cui servigi valgono bene il ricco onorario; storciamo il naso, gelosi, quando la nostra passione di nicchia viene in auge. Ed è bello trovare in queste espressioni comuni la meraviglia di un’altezza astronomica.

donna

Beffardo, La parola del giorno

Beffardo

[bef-fàr-do]

SIGN Chi si diletta nel far beffe; che mostra scherno o ironia con parole o comportamenti

derivato di [beffa], di origine onomatopeica.

Il diavolo non è brutto quanto si dipinge. Leggendo le definizioni di questa parola che ricorrono sui dizionari ci si fa l’idea che il beffardo sia un personaggio fortemente negativo. Derisione, sarcasmo, cinismo, crudeltà sono inclinazioni comunemente evocate per descriverlo. Ma tagli del genere prendono solo il peggio del beffardo. La beffa, per quanto scaturisca onomatopeicamente dal verso che si fa con una smorfia, è generalmente descritta come la burla messa con atti e parole per schernire e offendere. Ma se ben indirizzata con ironiaschietta e non verso i deboli e gli impotenti, ci si presenta come unostrumento di sfida intelligente ed efficace: insomma, non si può esiliare la beffa dal buono e giusto senza esiliarne, per esempio, anche la satira. Certamente il beffardo – che perdipiù è connotato da un suffisso spregiativo, -ardo, che ne segna l’eccesso – è spesso sarcastico e irrisorio. Trae un sincero piacere dagli effetti della beffa. L’amico dotto risponde in maniera beffarda agli ignoranti, il giornalista scrive un articolo beffardo sul festival, e davanti al nostro consiglio un ghigno beffardo non ci fa sperare che venga accolto. A questo possiamo aggiungere gli usi che associano il beffardo al destino, alla sorte, riconoscendo in essi una maligna ironia. Ma c’è anche spirito, nel beffardo, che non si inchina e non si piega: la vince chi affronta gli ostacoli con piglio beffardo, con tono beffardo rifiutiamo il compromesso losco, e una replica beffarda smonta l’intenzione di chi ci voleva umiliare. Sarà perché mi hanno sempre detto che ho un sorriso beffardo e quindi ho maturato un certo affetto verso questo carattere; sarà perché sono fiorentino, e la beffa a Firenze è una tradizione (certe volte per interagire serenamente coi fiorentini servirebbe il mediatore culturale). Ma non credo che nella beffa si possa trovare solo un coagulo di cinismo. È uno strumento, e se usato bene è uno strumento di libertà. E il beffardo, nel bene o nel male, è chi lo usa con intimo piacere.

 

La parola del giorno è : Cafarnao

La parola del giorno è

Cafarnao

[ca-fàr-na-o]

SIGN Luogo di grande confusione, mucchio confuso

dal nome della città di [Cafanao], in Galilea, dove predicò Cristo.

Le narrazioni cristiane sono terreni che hanno dato un largo frutto al nostro lessico: per la loro diffusione e notorietà, e per la presa che hanno avuto sull’immaginario collettivo, molti nomi di personaggi, animali, piante, oggetti e luoghi ivi citati hanno preso profiliproverbiali, coagulandosi in antonomasie. Questo non è certo il primo che troviamo.

Cafarnao, in ebraico Kefar Nahum, ossia ‘villaggio della consolazione‘, era una città della Galilea, affacciata sul lago di Tiberiade. Qui si tramanda che Cristo abbia iniziato le sue predicazioni: e se già Cafarnao era una città movimentata, con le folle da lui attratte pare sia diventata eccezionalmente caotica. Di qui scaturiscono i significati figurati.

Un cafarnao è un luogo di grande confusione, e per estensione un mucchio disordinato: trasecoliamo quando il garage da riordinare si rivela un cafarnao terrificante; per quanto sia un cafarnao l’ufficio opera con un’armonia e un’efficienza formidabili; e non facciamo in tempo a sgombrare la scrivania che è di nuovo un cafarnao.

Non è una parola delle più consuete, ma il suo retroterra è solido, e tanto la forza dell’immagine quanto quella del bel suono pieno la rendono una risorsa da tenere a mente.

Peraltro va detto che vive (è vissuta) anche in una locuzione piuttostospecifica, “andare/ mettere/ mandare in cafarnao”, col significato di ‘inghiottire’ (l’idea è circa quella di gettare nella confusione dello stomaco). Per esempio la usa il Sacchetti nella novellacentoventiquattro del suo Trecentonovelle (libro spassosissimo, e la racconto perché è una delle novelle preferite di mio padre): narra di un celebre mangiatore, Noddo d’Andrea, che riusciva a spolverare anche il cibo più caldo. Quando un “piacevole uomo”, Giovanni Cascio, si ritrovò a tagliere con costui (le porzioni venivano servite su taglieri per due), Noddo iniziò subito a trangugiare i maccheroni “boglientissimi” che avevano loro portato, mentre Giovanni umanamente aspettava che si freddassero un poco. Così, per evitare che anche la parte che non gli spettava andasse in cafarnao nelle fauci di Noddo, Giovanni iniziò a gettare a un cane i propri maccheroni. Davanti a quello spreco Noddo prima rise ma poi pregò Giovanni di fermarsi: avrebbe mangiato più adagio. Si accordarono che (per rifarsi) per ogni boccone di Noddo Giovanni ne avrebbe mangiati due, e così il mangione fu domato e ricondotto a mangiare “a ragione”.

La parola del giorno è : Ceffo [céf-fo]

Ceffo SIGN Muso d’animale; volto umano deforme; persona di aspetto sinistro

dal francese [chef] ‘capo’.

«Un brutto c…..» Purtroppo questa parola si è cristallizzata in espressioni stereotipate, tanto che i suoi significati logicamente precedenti sono spesso ignorati. Che cosa vuol dire, in sé, ‘c……’?

Ebbene, il c…. – la cui ascendenza francese inizia a spiegarcelo come ‘capo, testa’ – prende in italiano il primo significato di muso d’animale, specie di cane. Questo riferimento bestiale continua a connotare il c….- anche quando viene riportato su un volto umano: è un viso deforme, brutto a vedersi, magari grottesco, mai rassicurante. Ci si augura che l’arcinemico non mostri il suo ceffo, nella foto per la patente veniamo puntualmente con un c…..  raccapricciante. Ed è proprio la cifra dell’inquietudine a emergere come determinante del c….: la sua aura sinistra si estende alla persona intera – ossia al proverbiale brutto c….. , che ovviamente ci sta seguendo con fare febbrile o ciondola all’incrocio pulendosi le unghie con la punta del coltello, ma beninteso può anche non essere brutto (magari può essere un ceffo alto, un ceffo puzzolente, o ironicamente un bel c….., perfino).

Ce lo stavamo domandando e la risposta è sì: da ceffo viene anche il ben noto ‘ceffone’, ossia il colpo dato a mano aperta sulla faccia – alias ‘lo schiaffo’. È proprio un colpo schioccante sul muso. E anche il verbo meno noto ‘acceffare’ vien da qui, ed è l’afferrare con la bocca, con muso ferino. Non si fa a tempo a tagliare la schiacciata che tutti la acceffano.

 

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