Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’ Inps.

Giornate di malattia indennizzate dall’Inps e dal datore di lavoro:

 calcolo dell’indennità, trattamento operai e impiegati, casi particolari.

 

La malattia, pur essendo una causa di sospensione del lavoro, è tutelata dal nostro ordinamento, e come tale retribuita con un’indennità corrisposta dall’Inps ed integrata, secondo quanto disposto dai contratti collettivi, dal datore di lavoro. Sono esclusi dalla copertura retributiva dell’Inps determinati periodi, come quello di carenza e di comporto.

Indennità di malattia: quando spetta e a quanto ammonta

L’indennità di malattia corrisposta dall’Inps è pari ad una percentuale della retribuzione media giornaliera (Rmg), variabile a seconda della durata dell’evento e della situazione del lavoratore.

Per la generalità dei lavoratori, l’indennità di malattia:

– non spetta nei primi 3 giorni di assenza, detti periodo di carenza (ma, secondo i contratti collettivi, tali giornate sono retribuite dal datore di lavoro);

– spetta in misura pari alla metà della retribuzione media giornaliera dal al 20° giorno di assenza;

– spetta in misura pari al 66,66% della retribuzione media giornaliera dal 21° al 180° giorno  (entro il periodo di comporto).

Per i lavoratori dei pubblici esercizi e dei laboratori di pasticceria, l’indennità è pari all’80% per tutte le giornate di malattia, salvo il limite annuo massimo di 180 giorni.

Se la patologia, invece, insorge durante un periodo di sospensione dei lavoratori, entro 60 giorni dall’inizio, l’indennità spetta in misura pari ai due terzi rispetto alle normali previsioni.

Se, infine, il lavoratore è ricoverato in un luogo di cura, e non ha familiari a carico, l’indennità di malattia spettante è pari ai due quinti del normale.

Giornate indennizzabili

All’interno del periodo di malattia, esclusi i primi tre giorni di carenza, sono indennizzati dall’Inps:

– per gli operai, i giorni feriali;

– per gli impiegati e gli apprendisti, tutti i giorni compresi nel periodo di malattia.

Sono invece esclusi:

– per gli operai, la domenica festività nazionali ed infrasettimanali;

– per gli impiegati, le festività nazionali ed infrasettimanali cadenti di domenica.

Tali giornate, secondo le previsioni dei contratti collettivi, sono comunque coperte dal datore di lavoro.

Ci sono, poi delle giornate particolari, indennizzabili in quanto assimilate alle assenze per malattia.

Day hospital

Le giornate nelle quali il lavoratore si sottopone a prestazioni in regime di day hospital sono equiparate alle giornate di ricovero, ovviamente limitatamente al giorno in cui è effettuata la prestazione: pertanto, si applica la riduzione nella misura di 2/5 dell’indennità per i dipendenti che non hanno familiari a carico. Possono essere indennizzate anche le giornate successive, se il dipendente presenta un certificato medico di continuazione.

Dimissioni protette

Laddove il lavoratore sia sottoposto a una lunga degenza non continuativa, cioè con ricovero soltanto in giornate programmate, parliamo di dimissioni protette: se nei periodi intermedi il lavoratore possiede la piena capacità al lavoro, i periodi di dimissioni protette non sono indennizzati; qualora invece risulti da idonea certificazione che l’incapacità lavorativa permane anche nei periodi in cui il dipendente non è ricoverato , sono indennizzabili anche tali periodi intermedi.

Donazione d’organo e di midollo osseo

Il lavoratore che si sottopone a  una donazione d’organo ha diritto all’indennità di malattia per tutte le giornate di effettiva degenza e di convalescenza; è assimilata alla donazione d’organo la donazione del midollo osseo .

Trattamento di emodialisi

Le giornate in cui il lavoratore deve sottoporsi ad un trattamento di emodialisi sono considerate a tutti gli effetti come malattia. In particolare:

– le giornate di assenza per effettuare il trattamento di dialisi vanno considerate come un’unica patologia continuativa;

– il periodo di carenza e la riduzione percentuale dell’indennità devono essere applicati per anno solare;

– per calcolare l’indennità relativa a ciascun mese vanno considerate le retribuzioni corrisposte nel mese precedente.

Se durante una giornata di trattamento, però, il lavoratore ha prestato servizio, anche per poche ore, non ha diritto all’indennità.

Cicli di cura ricorrenti

Per quanto concerne i cicli di cura ricorrenti, cioè i trattamenti effettuati entro 30 giorni dai precedenti trattamenti, è possibile applicare quanto previsto per la ricaduta: è dunque consentito l’invio di un certificato unico prima dell’inizio della terapia , nel quale siano indicati i giorni previsti per il trattamento. Per ottenere l’indennità di malattia, oltre al certificato, sono necessaria le dichiarazioni della struttura sanitaria, contenenti il calendario delle prestazioni effettivamente eseguite.

Ex festività

Le ex festività, cioè le giornate infrasettimanali non più considerate festive, sono coperte dall’indennità, in quanto normalmente lavorate e retribuite: non sono invece indennizzabili laddove il datore preveda un emolumento aggiuntivo, alla pari delle festività, poiché già coperte, appunto, dal datore di lavoro.

Se l’ex festività coincide con la domenica,  non è indennizzabile per gli operai, mentre lo è per gli impiegati.

Part time verticale

Per i lavoratori part time che svolgono la prestazione soltanto in determinati periodi (giorni, settimane o mesi),l’indennità di malattia è dovuta soltanto nelle giornate in cui si sarebbe dovuta svolgere la prestazione.

Periodo massimo indennizzabile

La malattia è indennizzabile sino ad un certo numero massimo di giornate, a seconda della categoria, dell’inquadramento del lavoratore e del contratto collettivo applicato.

Per i lavoratori a tempo indeterminato l’indennità a carico dell’Inps è dovuta per un periodo massimo di 180 giorni nell’anno solare:

– devono essere contate tutte le giornate di malattia dell’anno solare, anche non indennizzate (come i giorni di carenza);

– non devono essere contati, invece, i periodi di astensione obbligatoria per maternità, quelli di malattia connessi con lo stato di gravidanza, di congedo parentale, d’infortunio sul lavoro e malattia professionale, nonché i periodi di malattia causata da terzi (contro i quali l’Inps abbia positivamente esperito l’azione di surroga).

Se la patologia è a cavallo di due anni solari, le giornate di malattia sono attribuite ai rispettivi anni e considerate come unico episodio morboso.

Per i lavoratori a termine, fermo restando il limite dei 180 giorni, il trattamento per malattia spetta per un periodo massimo pari all’attività lavorativa svolta nei 12 mesi immediatamente precedenti; nel caso in cui il periodo lavorato precedentemente sia inferiore a 30 giorni, sono comunque indennizzate 30 giornate.

Malattia dopo il rapporto di lavoro

Se un lavoratore subordinato a tempo indeterminato è licenziato o sospeso durante il periodo di malattia, il diritto all’indennità dell’Inps continua per i successivi 60 giorni.

Articolo Completo : Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’Inps 

Detassazione premi produttività, come funziona?

Salari di produttività, del welfare aziendale e della partecipazione agli utili, sostituzione degli incentivi con beni e servizi: come funziona la detassazione.

 

Grazie alla Legge di Stabilità 2016, è tornata ladetassazione dei premi per la produttività, delle partecipazioni e del welfare aziendale: i benefici fiscali saranno, d’ora in poi, previsti stabilmente, per i dipendenti che possiedono redditi non superiori a 50.000 Euro.

Vediamo come funzionano le nuove misure agevolative nel dettaglio.

 Detassazione: quando è riconosciuta

La detassazione in favore di dipendenti è riconosciuta, sino a un massimo di 2.000 euroannui, sui seguenti emolumenti:

salari di produttività;

– quote di partecipazione agli utili aziendali;

welfare derivante dalla contrattazione aziendale.

Il tetto di 2.000 euro detassabili, sui quali si applica un imposta sostitutiva pari al 10%, è ampliato a 2.500 euro, ma soltanto per le quote di partecipazione agli utili aziendali. Inoltre, perché sia riconosciuto il beneficio fiscale, le somme erogate devono essere previste all’interno di accordi aziendali o territoriali, firmati da organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Questo, poiché sono state escluse dalla detassazione tutte le voci già previste obbligatoriamente come emolumenti spettanti nei contratti collettivi nazionali; inoltre non sono agevolabili i cosiddettisuperminimi (si tratta di aumenti dello stipendio rispetto ai minimi contrattuali previsti per ogni livello) e gli assegni ad personam (ossia importi aggiuntivi contrattati o assegnati individualmente).

Detassazione salari di produttività

Come poc’anzi esposto, una prima voce inclusa nella detassazione è il salario, o premio di produttività: si tratta, in pratica, di compensi aggiuntivi erogati ai dipendenti per incrementi di produttività, qualità, redditività, innovazione o efficienza organizzativa.

Gli straordinari, secondo una nota risoluzione dell’Agenzia delle Entrate[1], rientrano nella detassazione solo qualora siano riconducibili a incrementi di produttività, innovazione, efficienza organizzativa e ad altri elementi di redditività e competitività legati all’andamento economico aziendale. Dunque risultano detassabili solo se possono essere collegati a parametri di produttività: è il caso, ad esempio, dello straordinario forfettizzato, per i dipendenti non vincolati all’orario di lavoro. L’azienda ha la facoltà di documentare il legame straordinario- produttività, anche con degli scritti indirizzati al dipendente che motivino l’erogazione della somma.

Lo stesso criterio può essere applicato, ai fini del beneficio fiscale, allavoro supplementare (oltre l’orario part time contrattuale, ma entro il normale orario di 40 ore settimanali), al lavoro notturno ed alle turnazioni.

Detassazione welfare aziendale

Sotto la voce welfare aziendale rientrano diverse misure, comebenefits e servizi aggiuntivi ai dipendenti, che le aziende riconoscono per migliorare la vita lavorativa e privata del personale, e conseguentemente migliorare i risultati dell’impresa.

Le misure possono consistere in:

assistenza sanitaria integrativa;

previdenza complementare;

– sostegno allo sviluppo familiare (asili nido aziendali, colonie, convenzioni con istituti ed associazioni sportive…);

– incentivi alla mobilità sostenibile;

– misure inerenti il benessere dell’individuo nel suo complesso;

conciliazione famiglia-lavoro (work life balance).

Se le misure di welfare riconosciute sotto forma di erogazioni in denaro sono convertite direttamente in beni e servizi, la detassazione è totale, e non si limita all’imposta sostitutiva del 10%.

Ad ogni modo, le misure di welfare che rientrano tra quelle già considerate esenti secondo il Testo Unico Imposte sui Redditi (Tuir) [2], mantengono l’ esenzione completa, anche se riconosciute in alternativa ai premi aziendali.

Detassazione partecipazione agli utili

Le quote di partecipazione agli utili aziendali sono degli emolumenti concessi ai dipendenti in aggiunta alla normale retribuzione, collegati all’andamento dell’azienda, come le azioni.

La partecipazione agli utili è finalizzata a motivare i lavoratori al miglioramento della produttività dell’impresa, favorendone un maggiore coinvolgimento attivo.

Le partecipazioni sono detassate sino a un tetto massimo di 2.500 euro a dipendente.

Articolo Completo : Detassazione premi produttività, come funziona?

Banche: restituzione degli interessi anatocistici senza fare causa.

ABF e Anatocismo: anche per l’Arbitro bancario il divieto di anatocismo è scattato a partire dal 1° gennaio 2014.  

Si potrebbe definire un vero e proprio colpo di scena la recente decisione dell’Abf, l’arbitro per le controversie tra consumatori e banche, con cui è stato ritenuto illegale, già a partire dal 1° gennaio 2014, l’anatocismo, la pratica cioè delle banche di calcolare gli interessi di mora dovuti dai clienti non solo sul capitale non restituito, ma anche sugli interessi già scaduti, in tal modo facendone lievitare gli importi. Un colpo di scena perché tale tesi era stata sino ad oggi sposata solo da alcuni Tribunali (primo tra tutti, Milano). Con la conseguenza che se il correntista avesse voluto ottenere la restituzione degli importi maggiorati, da lui corrisposti a titolo di interessi sugli interessi, avrebbe dovuto sostenere un regolare, costoso e lungo giudizio. Invece, con l’apertura anche dell’Abf a tale orientamento, il consumatore potrà evitare il bagno di sangue della causa e affrontare invece un procedimento sostanzialmente gratuito e immediato.   Ricordiamo che, con la legge di Stabilità 2014, è stato modificato il Testo Unico Bancario: la nuova disciplina ha stabilito il divieto assoluto di anatocismo bancario. Tuttavia, la norma – a detta di alcuni – sarebbe incompleta, necessitando del provvedimento attuativo del CICR (Comitato Interministeriale Credito e Risparmio), delibera peraltro in via di ultimazione. Questa situazione di incertezza aveva fatto sì che alcuni giudici si schierassero per l’immediata efficacia del divieto e altri, invece, per la tesi opposta. Tant’è che proprio prima di Natale, il Tribunale di Bologna aveva optato per l’interpretazione favorevole alle banche, affermando che “stante l’ambiguità della riformulazione legislativa” è comunque corretto il comportamento dell’istituto bancario che ha conservato la previsione di clausole anatocistiche nei propri moduli contrattuali e fogli informativi, in quanto il divieto non è immediatamente operativo ma aspetta il varo delle norme attuative. Come al solito in Italia: città che vai, Tribunale che trovi.   Ora, però, la situazione potrebbe mutare definitivamente per via della posizione ufficiale assunta dall’Arbitro Bancario Finanziario (ABF), organo di certo non dotato della equidistanza e terzietà che, invece, di norma compete alla magistratura. E così, il consumatore potrebbe preferire il ricorso all’arbitrato piuttosto che alla normale sentenza di un tribunale, rinunciando forse a qualcosa in termini di garanzie, ma nello stesso con maggiore sicurezza in ordine ai tempi, ai costi e, oggi, anche agli esiti della decisione.   Nella decisione in commento l’Abf precisa che l’abrogazione della riserva di anatocismo si è definitivamente determinata a partire dal 1° gennaio 2014, senza bisogno di interventi del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr) e della vigilanza. E questo perché se la produzione di “interessi su interessi” non è più consentita dalla legge viene meno per ciò stesso la giustificazione del decreto destinato ad attuarla. Pertanto l’intervento del Cicr, di cui parla la norma nuova, ha solo la funzione di risolvere un semplice “problema tecnico contabile”, che deve “nel frattempo essere superato dalla prassi contabile” delle stesse imprese bancarie.

Articolo Completo : Banche: restituzione degli interessi anatocistici senza fare causa.

Servizio Civile Garanzia Giovani, 2938 posti

Aperto il bando Servizio Civile Garanzia Giovani 2016 per l’inserimento di 2938 volontari retribuiti in 6 regioni italiane.

 

Un’ottima occasione in arrivo per quasi 3.000 giovani disoccupati italiani: il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato, infatti, 6 nuovi bandi, dedicati ai volontari del Servizio Civile Nazionale 2016. I concorsi per volontari SCN, in tutto, prevedono infatti 2.938 posti, dedicati ai Neet (soggetti che non si sono iscritti ad alcun corso di studi o percorso formativo, e che non svolgono attività lavorativa), iscritti al Programma Garanzia Giovani. I volontari saranno impiegati all’interno di programmi regionali, presso diversi enti, come associazioni ed organizzazioni, che operano in settori quali quello della protezione civile, assistenziale, ambientale, o, ancora, artistico e culturale. Ciascun ente partecipa a uno specifico progetto, relativo al settore di attività cui appartiene.

Servizio Civile Garanzia Giovani 2016: retribuzione

Il servizio, nonostante non configuri un rapporto di lavoro, ma un periodo di volontariato, sarà retribuito con un importo mensile di 433,80 euro. Il volontariato avrà la durata di 12 mesi, e consisterà nello svolgimento delle varie attività contenute nei progetti d’inserimento correlati all’ente prescelto.

Servizio Civile Garanzia Giovani 2016: requisiti

I requisiti per poter partecipare al bando Servizio Civile sono:

 

– possesso di età compresa tra i 18 e i 28 anni;

 

– possesso di stato di disoccupazione o inoccupazione;

 

– non risultare iscritti ad un regolare corso di studi secondari superiori o universitari, o di formazione;

 

– iscrizione al Programma Operativo Nazionale “Iniziativa Occupazione Giovani” e sottoscrizione del Patto di servizio con il Centro per l’impiego o altro servizio competente;

 

– regolare residenza in Italia;

 

– non aver riportato condanne per delitti contro la persona o inerenti ad armi o esplosivi, o all’appartenenza e al favoreggiamento a gruppi eversivi, terroristici o di criminalità organizzata, né condanne a pene detentive superiori ad un anno per delitti non colposi;

 

Inoltre, per tutti gli aspiranti, sarà necessario non aver già prestato servizio civile, anche se interrotto, negli anni precedenti, non aver avuto rapporti di lavoro o collaborazione, nell’ultimo anno, superiori a tre mesi, né alcun rapporto con gli enti che organizzano il progetto entro cui è inserito; sono altresì esclusi i soggetti che hanno presentato domanda di partecipazione al bando speciale di Servizio Civile Nazionale Expo 2015.

Servizio Civile Garanzia Giovani 2016: posti disponibili

I posti messi a disposizione dai singoli bandi regionali sono:

 

449 per la Regione Calabria;

964 per la Regione Campania;

128 per la Regione Lazio;

585 per la Regione Puglia;

780 per la Regione Sicilia;

32 per la Regione Umbria.

 

Il dettaglio dei bandi è disponibile sul portale web del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile: selezionando l’ambito d’interesse, sarà possibile visualizzare ciascun concorso Servizio Civile, accompagnato dai relativi programmi; si potrà così accedere alla pagina web dedicata alla singola selezione, all’interno della quale si potrà trovare tutta la documentazione necessaria inerente alle procedure, e si potrà scegliere l’ente presso il quale effettuare il servizio.

Articolo Completo :Servizio Civile Garanzia Giovani, 2938 posti

Domeniche e festività al lavoro, di quanto aumenta la busta paga?

Attività lavorativa “straordinaria” prestata durante le festività natalizie e le domeniche: 

come è retribuita nei principali contratti collettivi, chi è obbligato a svolgerla.   Durante le vacanze Natalizie non è raro che un lavoratore sia chiamato a prestare la propria attività anche di domenica o durante un giorno festivo, specie nel settore Commercio. Il lavoro durante i giorni festivi o di riposo, naturalmente, comporta delle maggiorazioni, in misura differente, però, a seconda del contratto collettivo applicato.   Per quanto riguarda l’obbligatorietà dello svolgimento dell’attività durante tali giornate, vi sono dei lavoratori non tenuti a prestare servizio, ma solo secondo determinati Ccnl, e solo se appartenenti a particolari categorie tutelate.   Nel caso in cui un dipendente non lavori durante una giornata festiva, il datore è comunque tenuto a corrispondere la retribuzione giornaliera di fatto, attenendosi, per le modalità, alle specifiche del contratto applicato; se la festività cade di domenica, è considerata non goduta e pagata con un’ulteriore quota di retribuzione, che cambia in ragione delle previsioni contrattuali e della modalità di paga (oraria o mensilizzata).   Vediamo insieme che cosa prevedono, in merito, i principali accordi collettivi.   Lavoro festivo e domenicale nel Commercio Il Ccnl Commercio prevede che le ore di lavoro prestate nei festivi siano retribuite come straordinario festivo: di conseguenza, il lavoratore avrà diritto, oltre alla paga oraria, ad una maggiorazione del 30%.   La stessa maggiorazione è prevista per il lavoro prestato di domenica, salvo condizioni di miglior favore stabilite dai contratti collettivi territoriali o aziendali.   Per quanto concerne l’obbligo di prestare servizio la domenica, il dipendente full time il cui riposo coincida con tale giornata è tenuto a lavorare, ove richiesto dal datore, per tutte le domeniche di apertura stabilite dalla normativa nazionale, e per il 30% delle aperture domenicali aggiuntive previste a livello territoriale. Non sono tenuti a lavorare la domenica i seguenti soggetti: genitori di bambini minori di 3 anni, soggetti che assistono familiari portatori di handicap o persone non autosufficienti.   In tutti i casi, oltre alla maggiorazione, a seguito dell’attività prestata di domenica si avrà diritto al riposo compensativo, poiché, per legge [1], il lavoratore ha diritto, ogni settimana, ad almeno 24 ore consecutive di riposo, da cumulare con le 11 ore di riposo giornaliero.   Le 35 ore di riposo settimanale (24+11) possono comunque essere calcolate come media in un periodo non superiore a 14 giorni.

Articolo Completo : Domeniche e festività al lavoro, di quanto aumenta la busta paga? 

Canone Rai con la luce: lo Stato chiederà gli arretrati?

Il pagamento degli arretrati del canone Rai per chi verserà quest’anno, per la prima volta, l’imposta sul possesso della tv.

 

Anche con la riscossione del canone Rai attraverso la bolletta della luce, non avrà nulla da temere chi non ha pagato negli anni passati: a rassicurare una buona fetta degli evasori è il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli intervistato qualche giorno fa su Radio24. “Per chi non ha pagato il canone Rai negli anni passati purtroppo non succede niente” ha riferito con tono rammaricato il rappresentante del Governo. Ma questo “non perché ci sia un condono, ma perché” in caso di contenzioso, “l’utente avrebbe buon gioco a dire che ha acquistato solo ora il televisore”. Giacomelli ha inoltre aggiunto che “tollerare un’evasione del 30% non è giusto prima di tutto per il 70% di utenti che pagano il canone”.

 

Ricordiamo tuttavia che, al di là delle rassicurazioni che l’esecutivo vuol dare ai contribuenti per indorare l’amara pillola di un canone che entrerà nelle case in base a una semplice “presunzione”, la prescrizione del canone Rai è tuttavia di 10 anni: solo dopo il decorso di tale periodo la Rai è tenuta a rinunciare al recupero coattivo del credito. In ogni caso, il fisco potrebbe sempre raggiungere la prova del possesso della tv, da parte del contribuente, anche per gli anni pregressi, ricorrendo alle presunzioni (sempre ammesse nel processo tributario a carico dei cittadini), purché gravi, precise e concordanti. Spetterebbe poi al contribuente dimostrare il contrario e, quindi, eventualmente, fornire la prova di acquisto del televisore con l’indicazione della data. Insomma, non è così scontato, come Giacomelli vorrebbe far credere, la rinuncia da parte dello Stato ai canoni degli anni passati.

 

Il Sottosegretario ha inoltre ribadito che la richiesta di pagamento del canone scatterà solo con i contratti di fornitura dell’energia elettrica dell’abitazione dove si è residenti, il che toglie a monte ogni problema per la seconda casa, l’abitazione data in affitto o quelle per uso commerciale o per studio professionale.

Coloro che, sempre in riferimento all’abitazione principale, avranno già pagato in altro modo (per esempio, il marito che abbia corrisposto il canone con il bollettino, mentre il contratto della luce è intestato alla moglie) o che non debbano pagare (per esempio, nel caso di mancanza di televisione o di richiesta di suggellamento), dovranno inviare all’Agenzia delle Entrate l’autocertificazione (per il fac simile con tutti i modelli sostituitivi dell’atto notorio vai a L’autocertificazione per non pagare il canone Rai”).

 

Deve pagare chi ha computer o tablet?

Contrariamente a quanto era andata affermando qualche anno fa la Rai, chi possiede solo computer e tablet, per quanto trattasi di strumenti atti a captare onde, non dovrà pagare il canone Rai.

Lo dovrà invece pagare chi possiede solo la radio.

 

Che succede per chi dichiara di non avere la TV?

La falsa attestazione oltre a essere evasione fiscale e dar diritto allo Stato di riscuotere gli importi con una sanzione pari a cinque volte il canone stesso, costituisce anche reato di falso in una certificazione.

Articolo Completo : Canone Rai con la luce: lo Stato chiederà gli arretrati? 

Bonus dipendenti, voucher detassati sino a 2000 Euro

Nuovi buoni detassati ai dipendenti Per servizi di asili nido, assistenza, babysitter, badanti, borse di studio.  

Una novità interessante, appena introdotta dalla Legge di Stabilità 2016, è l’introduzione del bonus ai dipendenti per servizi di welfare. Si tratta, in pratica, di voucher prepagati, che saranno forniti dalle aziende, e serviranno per pagare benefits e servizi aggiuntivi utili a migliorare la vita lavorativa e privata del lavoratore, migliorando così i risultati d’impresa. I voucher, ad esempio, potranno essere erogati per i seguenti servizi:   – asili nido; – babysitter; – borse di studio; – colf e badanti; – assistenza a familiari non autosufficienti.   I buoni welfare non saranno tassati e non entreranno a far parte del reddito dei lavoratori sino ad un massimo di 2.000 Euro (2.500 se i dipendenti saranno coinvolti nei servizi di governance aziendale), superando così gli incentivi già previsti per la produttività.   Chi ha diritto ai voucher prepagati Potranno beneficiare dei voucher prepagati tutti i dipendenti del settore privato, con reddito sino a 50.000 Euro annui. Per usufruire di tale incentivo, i buoni dovranno essere erogati in base ad accordi collettivi con le organizzazioni sindacali, sia territoriali che aziendali: la previsione dell’agevolazione nei contratti collettivi di secondo livello facilita senz’altro l’attivazione di tali misure anche per le piccole aziende, e non obbliga il dipendente ad attendere l’offerta del datore di lavoro (offerta di servizi che, nella maggior parte dei casi, viene erogata solo dalle aziende di dimensioni consistenti).   Come ottenere i voucher Il bonus ai dipendenti potrà essere erogato, come abbiamo detto, sulla base di accordi collettivi, anche in sostituzione dei premi produttività: le modalità concrete di rilascio, però, dovranno essere definite con un decreto attuativo, che dovrà essere emanato entro febbraio 2016.

Articolo Completo :Bonus dipendenti, voucher detassati sino a 2000 Euro 

Spese mediche nel 730 a rischio

La delega fiscale ha introdotto nuovi adempimenti per inserire le spese mediche nel 730 precompilato: i medici contestano procedura e sanzioni troppo gravose.

 

Tra le varie novità del 730 precompilato 2016, una delle più importanti sarebbe stata l’introduzione delle spese mediche, effettuate nel 2015, già precaricate nella dichiarazione. Un’ agevolazione certamente positiva per il contribuente, esonerato, così, dalla conservazione di fatture e ricevute relative a visite e prestazioni sanitarie. Ma siamo in Italia, Paese in cui la semplificazione è tanto annunciata nella teoria, quanto irreale nella pratica.

 

La procedura che i medici devono utilizzare per la trasmissione al Sistema Tessera Sanitaria dei dati delle prestazioni effettuate, difatti, è tutt’altro che agevole, e sono state riscontrate parecchie disfunzioni; d’altra parte, le sanzioni per errati o mancati adempimenti irrogabili al medico sono molto pesanti, addirittura sino a 50.000 Euro.

Per questo motivo, una delle associazioni di categoria, l’Andi, ha presentato ricorso contro il decreto fiscale davanti al Tar del Lazio.

Le questioni relative al caricamento delle spese mediche nel 730 precompilato, però, non finiscono qui: un altro problema riguarda come le spese mediche saranno visualizzate nel modello precompilato.

Chi deciderà di avvalersi dell’assistenza di un Caf per compilare la dichiarazione (e non si tratterà di pochi contribuenti, date le ovvie difficoltà, sia telematiche che procedurali, nell’occuparsi da soli del proprio 730), difatti, dovrebbe visualizzare solo la somma delle spese mediche, e non le singole ricevute o fatture: questo, poiché i Caf, a causa della normativa sulla privacy, non sono autorizzati, nell’accesso alla precompilata, alla visualizzazione dei dettagli inerenti i costi sanitari.

Di conseguenza, per il cittadino sarà difficile capire se vi sono errori o spese non indicate (a meno che non riesca ad accedere autonomamente al Sistema Tessera Sanitaria), e dovrà continuare a tenersi strette le ricevute e le fatture relative alle prestazioni sanitarie. Questo, a meno che le Entrate non autorizzino i Caf alla visualizzazione scomposta dei dati. La questione verrà portata all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate nell’imminente incontro Entrate-Caf.

Scontrini farmaci nel 730

Oltre alle fatture e ricevute di medici e dentisti, all’interno del Sistema Tessera Sanitaria finiranno anche tutti gli scontrini parlanti relativi ai farmaci acquistati: il contribuente, però, all’atto dell’acquisto, può chiedere al farmacista di non inviare i dati al Sistema.

Inoltre, il cittadino è libero di accedere, online, al Sistema Tessera Sanitaria, entro il 28 febbraio 2016, e cancellare le spese che non vuol far figurare all’interno della dichiarazione.

I dati del Sistema importati nel 730 precompilato saranno visibili dal contribuente a partire dal 15 aprile 2016.

Andrà tutto liscio, come sulla carta? Ovviamente una risposta pienamente positiva appare improbabile. Non solo perché bisognerà attendere l’esito del ricorso dei medici contro la delega fiscale, ma anche perché il sistema e la procedura risultano notevolmente complessi, con l’accesso a una mole di dati ingente, e le problematiche che si possono presentare sono veramente numerose.

 

Articolo Completo :Spese mediche nel 730 a rischio

La casa popolare non può essere rivenduta liberamente

L’alloggio popolare non è vendibile liberamente a prezzo di mercato: per rivendere l’immobile a un prezzo diverso da quello imposto nella convenzione stipulata tra il Comune e l’impresa costruttrice, il primo acquirente deve, dopo 5 cinque anni dal trasferimento, stipulare un’apposita convenzione con il Comune.

 

L’alloggio popolare realizzato a seguito di convenzione stipulata tra l’impresa costruttrice e il Comune [1] nell’ambito di programmi di edilizia residenziale pubblica, non è commerciabile liberamente a prezzo di mercato; al contrario esso può essere rivenduto dal primo acquirente solamente al prezzo imposto dalla convenzione. Tale vincolo può essere rimosso solo dopo cinque anni dalla data del primo trasferimento, ma è necessario stipulare una apposita e successiva convenzione pubblica (a richiesta del singolo proprietario); in tal modo sarà possibile vendere l’immobile dietro pagamento di un corrispettivo stabilito dal Comune stesso sulla base di un decreto ministeriale.

In mancanza, il vincolo del prezzo della prima convenzione “segue il bene nei successivi passaggi di proprietà”.

È quanto chiarito dalle sezioni Unite della Cassazione [2] che si sono pronunciate sul problema della commerciabilità a prezzo di mercato dell’alloggio popolare.

Articolo Completo :La casa popolare non può essere rivenduta liberamente

APE 2015: novità sul nuovo attestato di prestazione energetica

L’APE si rinnova: le dieci cose da sapere sulla targa energetica e le nuove procedure di calcolo.

 

L’APE, ossia l’Attestato di Prestazione Energetica (il documento che fornisce informazioni sull’efficienza energetica di un immobile) dal 1° ottobre 2015 è cambiato: si rinnova la veste grafica e le modalità di analisi. Scopo della riforma è fornire dati più attendibili rispetto al passato, con parametri più rigorosi e indicazioni di maggior dettaglio per tutti i fruitori, attribuendo ad ogni abitazione una “targa energetica” che definisca in modo univoco, sull’intero territorio nazionale, prestazioni, consumo annuale e fabbisogno energetico degli immobili.

Ecco le 10 principali novità introdotte da tre decreti ministeriali pubblicati nel mese di luglio [1] e in vigore dal 1° ottobre 2015.

1 | Il criterio di calcolo diventa unico in tutta Italia

Le modalità di calcolo per la classificazione energetica degli edifici si uniformano per l’intero territorio nazionale. Sono, quindi, abolite le procedure regionali e al loro posto viene introdotta una base di calcolo unica, tale da consentire una classificazione energetica omogenea in tutte le regioni d’Italia.

 

Attenzione: in passato molte Regioni virtuose, specie al nord, avevano varato dei propri sistemi di rilascio dell’APE più rigorosi rispetto alla normativa nazionale. Oggi tali criteri non sono più validi e solo alcune Regioni – quelle che hanno recepito interamente la direttiva europea 2010/31/UE – potranno mantenere attivo il proprio sistema di calcolo, che dovrà comunque essere modificato per renderlo più simile a quello nazionale.

 

2 | Il decreto introduce nuove classi energetiche: A1, A2, A3 e A4

I livelli energetici complessivi passano da 8 a 10. Spariscono le classi A e A+ che indicano gli immobili che consumano meno energia. Al loro posto è stata introdotta una nuova classe A composta da 4 sottoclassi, dove la A4 rappresenta il livello TOP, il più efficiente.

Resta invariata, la denominazione delle altre classificazioni energetiche B, C, D, E e G.

 

Attenzione: G indica il livello (energetico – prestazionale) meno virtuoso ma è anche il più diffuso. In Italia, gran parte delle abitazioni costruite nel periodo compreso tra gli anni 50 e 90 risiede in questa classe.

 

3 | La procedura di calcolo introduce importanti novità

Sono due le novità sul procedimento di calcolo:

 – rispetto al passato, il procedimento di calcolo per l’attribuzione della classe energetica prevede un confronto attivo tra l’indice di prestazione globale dell’edificio e quello di un modello virtuale di riferimento chiamato edificio ombra;

– la nuova procedura di calcolo introduce indici e parametri inediti, che tengono in egual conto il fabbisogno sia invernale sia estivo. La precedente impostazione dava maggiore importanza al fabbisogno invernale e rischiava di attribuire un livello energetico molto favorevole ad immobili con buone prestazioni nei mesi freddi, ma che viceversa in estate risultavano molto caldi e poco confortevoli.

Con il nuovo APE, un immobile con targa energetica di livello A garantisce consumi limitati e confort termico in tutti i periodi dell’anno.

Il consumo annuale di riferimento è sempre espresso da un valore la cui unità di misura è il Kwh/mq anno (Kilowatt ora per metro quadro – annuo).

 

4 | L’attestato è sempre obbligatorio

L’APE è obbligatorio sia per le compravendite che per le locazioni, e deve essere rinnovato ogni qual volta vengano eseguiti lavori di ristrutturazione sull’immobile, che ne modifichino l’assetto energetico.

 

Precisazioni:

– per le nuove costruzioni l’obbligo ricade sul costruttore;

– per i lavori di ristrutturazione o risanamento, l’obbligo ricade sul proprietario dell’immobile.

In ogni caso, L’APE deve essere consegnato all’atto della compravendita o della locazione del fabbricato o dell’unità immobiliare. In particolare:

– in caso di vendita: l’APE va allegato all’atto;

– in caso di affitto: l’APE deve essere allegato al contratto (in questo caso si allega una copia – l’originale resta sempre in possesso del proprietario).

 Attenzione: Se il contratto è privo di APE, non può considerarsi nullo, ma il locatario è soggetto a sanzioni onerose.

5 | Il format è più intuitivo e accessibile a tutti

Il documento redatto secondo il nuovo modello ministeriale [2] è un elaborato di cinque pagine suddiviso in due parti.

La prima parte – più generica – è di facile comprensione per tutti e indica:

– la classe energetica del fabbricato o dell’unità immobiliare;

– l’indice di prestazione energetica globale, che specifica se nel fabbricato sono presenti fonti rinnovabili (fotovoltaico, solare termico, etc.) e relativi risparmi energetici ed economici;

 – foto e dati identificativi dell’immobile;

 – raccomandazioni per migliorare l’efficienza prestazionale dell’edificio, con eventuali suggerimenti su interventi economicamente convenienti che ne potrebbero migliorare le prestazioni.

La seconda parte – più tecnica – contiene tutte le informazioni di dettaglio arricchite da contenuti specifici, utili agli addetti ai lavori per una conoscenza più approfondita dell’immobile.

Importante: il nuovo format rende più intuitiva per tutti la lettura delle caratteristiche energetiche dell’immobile perché introduce nuovi simboli di immediata lettura (tipo emoticon).

 

6 | Costo medio richiesto dal tecnico qualificato

L’onorario richiesto per la stesura dell’elaborato varia da regione a regione ed è influenzato da molti fattori che dipendono principalmente dalla metratura e dalle caratteristiche dell’edificio.

Non esistono tariffe fisse, ma i costi normalmente oscillano da 250 a 1.000 euro.

Il nuovo decreto stabilisce anche che l’ENEA – ente designato per la produzione di materiale informativo destinato ai cittadini – dovrà effettuare e divulgare analisi statistiche sul costo medio delle prestazioni professionali, per agevolare l’orientamento dei consumatori.

 

7 | Se si è già in possesso di un attestato non è necessario rifarlo

Per chi ha già un attestato energetico in corso di validità, il nuovo APE deve essere redatto solo nei casi in cui la vecchia certificazione energetica è in scadenza. Normalmente, la scadenza è 10 anni a partire dalla data di rilascio.

Attenzione: l’APE scade e va rinnovata ogni qual volta:

– si realizzano interventi di ristrutturazione invasivi che modificano le caratteristiche prestazionali dell’involucro o degli impianti;

– gli impianti termici non sono stati sottoposti alle manutenzioni periodiche previste per legge (fra i vari controlli, il più comune riguarda l’efficienza energetica della caldaia – il cosiddetto bollino blu).

 

8 | Con i nuovi criteri di calcolo può cambiare la classe energetica

In molte regioni è possibile che nel passaggio dal calcolo vecchio a quello nuovo si possano verificare dei declassamenti.

Esempio: una abitazione di classe A può essere retrocessa in classe B.

Ma la classe energetica potrebbe anche salire di categoria nelle aree virtuose che imponevano sistemi di calcolo alternativi più rigorosi (come ad esempio la Provincia di Bolzano).

 

9 | Il decreto introduce un Format obbligatorio negli annunci di vendita e locazione

È obbligatorio indicare la classe energetica negli annunci di vendita o di locazione.

Il nuovo decreto impone, ad agenzie immobiliari e privati, dei format specifici per tutte le offerte di vendita o locazione, qualsiasi sia il mezzo di comunicazione attraverso cui l’annuncio viene pubblicato (esclusi gli annunci via internet e a mezzo stampa).

Il format è riportato nelle linee guida del decreto e ha come scopo quello di evidenziare:

– la classe energetica di riferimento;

– l’indice di prestazione energetica dell’involucro;

– l’indice di prestazione energetica globale.

 

Articolo Completo : APE 2015: novità sul nuovo attestato di prestazione energetica