Come calcolare quando andare in pensione

Pensione anticipata, pensione di vecchiaia, deroghe con riduzione dei requisiti: come calcolare quando si può uscire dal lavoro.

 

Dal 2012, con l’entrata in vigore della Legge Fornero, i requisiti per la pensione si sono notevolmente inaspriti, e sono cambiate le tipologie di pensionamento accessibili: in particolare, non è più possibile conseguire la pensione di anzianità, cioè quella raggiungibile con 40 anni di contributi, o in base alle quote (sommatoria di età e contributi), in quanto tale prestazione è subentrata la pensione anticipata, basata sui soli anni di contributi.

Anche la pensione di vecchiaia ha subito importanti cambiamenti, a causa del brusco innalzamento dei requisiti anagrafici.

Restano, però, alcune vecchie eccezioni che danno diritto al collocamento a riposo con requisiti ridotti, accompagnate da nuove deroghe poco conosciute.

Vediamo, in questa guida, come si calcolano i requisiti per andare in pensione, e come sapere qual è la tipologia di trattamento accessibile con le tempistiche più brevi.

Calcolo dei requisiti

A seconda della tipologia di pensione (anticipata, di vecchiaia, etc.) sono stabiliti differenti requisiti, che possono riguardare sia l’età, che gli anni di contributi.

Per quanto riguarda il calcolo dell’età, è necessario fare riferimento alle tabelle da noi riportate nella guida, che segnano l’età pensionabile prevista per ogni anno, in base agli incrementi periodici legati all’aumento della speranza di vita.

Il discorso è più complesso per il calcolo dei contributi, in quanto generalmente, nell’estratto conto dell’Inps, la contribuzione è segnata in settimane, ma a volte anche in mesi o in giorni, a seconda della gestione alla quale appartiene il dipendente.

Bisogna dunque considerare i seguenti coefficienti di trasformazione, per capire quanti anni di contributi si possiedono:

– 1 anno= 52 settimane;

– 1 mese= 4,333 settimane;

– 1 giornata= 0,19259 settimane.

I periodi di contribuzione appartenenti a diverse gestioni possono essere sommati:

– gratuitamente, nel caso in cui si richieda la totalizzazione dei contributi, il cumulo, il computo, o la totalizzazione retributiva;

– a titolo oneroso, qualora si richieda la ricongiunzione dei contributi presso un’unica gestione.

In caso contrario, i contributi di ogni gestione devono essere computati separatamente, per verificare il diritto ad un’autonoma pensione, o a un’eventuale pensione supplementare o supplemento di pensione (per approfondire: pensione supplementare, supplemento della pensione, ricalcolo e ricostituzione della pensione).

Per quanto concerne il calcolo della pensione, ricordiamo che questo è:

retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

– retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo (il cosiddetto misto), per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

interamente contributivo, per chi non ha contributi precedenti al 1996.

Coloro a cui spetta il calcolo interamente contributivo, o che optano per il computo nella Gestione Separata, hanno diritto, a determinate condizioni, a requisiti più leggeri per accedere alla pensione anticipata (63 anni e 7 mesi di età con 20 anni di contributi) ed a quella di vecchiaia (70 anni e 7 mesi, ma con soli 5 anni di contributi).

Per maggiori approfondimenti sul calcolo della pensione, vi invitiamo a leggere il nostro vademecum: come calcolare l’assegno di pensione.

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Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Uso personale: assoluzione perché il fatto non sussiste; 

la modesta quantità della sostanza conferma l’assenza di intenzione di vendere a terzi.

 

Troppo poche due piantine di hashish per dire che l’imputato, sorpreso nella coltivazione sul proprio terrazzo, aveva intenzione di estrarre la sostanza stupefacente per venderla a terzi. La condotta è praticamente inoffensiva per gli altri; viene confermato l’assenza di reato stante l’uso personale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

È ormai un principio consolidatosi in giurisprudenza quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti (cannabis e hashish innanzitutto), la coltivazione diretta di piante piccole o di numero ridotto esclude la possibilità di parlare di reato. La “piantagione domestica”, se rivolta a estrarre una minima parte di principio attivo, non è un attentato alla salute pubblica.

La verifica deve essere fatta non solo riguardo alla dimensione delle piantine, ma anche al numero. In una sentenza dello scorso agosto, la Corte ritenne che cinque fosse un numero irrilevante per il procedimento penale [2]. Nella pronuncia odierna il numero in contestazione all’imputato era invece di due. Coltivare solo un piao piantine di hashish – si legge in sentenza – non è una condotta offensiva e come tale non va punita.

La vicenda

Protagonisti della vicenda sono due imputati, condannati in secondo grado per produzione, spaccio e detenzione di stupefacenti per aver coltivato a casa loro, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana. Secondo la Corte territoriale, essendo irrilevante la destinazione della sostanza se a uso personale o meno, afferma che la condotta sia sempre punibile sul presupposto della “soglia drogante” del prodotto. La Cassazione, di tutt’altro avviso, ritiene che la sentenza di appello vada annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. La quantità modesta di droga conferma che si tratta di un prodotto destinato al consumo personale dei due imputati.

La giurisprudenza

La distinzione che opera la giurisprudenza è quella tra il reato di coltivazione e quello di detenzione dello stupefacente:

– quanto al reato di coltivazione, esso non può essere “direttamente ricollegato all’uso personale ed è punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”;

– quanto invece alla detenzione essa è condotta strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione: pertanto è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi. Se destinata, invece, all’uso personale, è prevista solo una sanzione amministrativa.

È la destinazione della sostanza stupefacente a decretare l’esistenza o meno del reato: non basta il semplice pericolo, ma è necessario che la condotta sia in concreto offensiva.

Pertanto, tutte quelle condotte che dimostrino una levità tale da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione, allora si può parlare di inoffensività e di assenza del reato. Resta ferma, come detto, la sanzione amministrativa.

La Cassazione, in sintesi, sostiene che l’aver coltivato due piantine, “senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta pericolosa e quindi offensiva per la collettività.

 

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Come andare in pensione a 63 anni

Pensione anticipata contributiva col cumulo a 63 anni: chi può richiederla, quali sono i requisiti, come si calcola il trattamento.

 

I requisiti per ottenere la pensione, com’è noto, sono stati molto inaspriti dalla Legge Fornero: per uscire dal lavoro nel 2016, nella generalità dei casi, sono necessari 66 anni e 7 mesi per la pensione di vecchiaia (per le donne “bastano” 65 anni e 7 mesi, ma il requisito sarà pari a quello degli uomini nel 2018), e 42 anni e 10 mesi per gli uomini per la pensione anticipata (41 anni e 10 mesi per le donne).

Dei requisiti certamente non semplici da raggiungere, considerando anche il fatto che, per la pensione di vecchiaia, oltre al requisito d’età devono essere posseduti 20 anni di contributi, e l’assegno di pensione deve essere pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale.

Quello che molti non sanno è che esiste una “terza via” per ottenere la pensione: si tratta della pensione anticipata contributiva, che può essere raggiunta a 63 anni di età (con l’aggiunta di 7 mesi, dovuta agli adeguamenti alla speranza di vita).

Pensione anticipata contributiva: requisiti

Gli altri requisiti da rispettare, oltre all’età, per raggiungere la pensione anticipata contributiva sono:

– il possesso di almeno 20 anni di contributi;

– l’ammontare dell’assegno ottenibile, che deve essere superiore a 2,8 volte l’assegno sociale (in pratica, la pensione deve risultare pari ad almeno 1255 euro).

Pensione anticipata contributiva: chi può richiederla

La pensione anticipata contributiva non ha destato molto interesse, sinora, poiché si riteneva che fosse riservata soltanto ai lavoratori con diritto al calcolo della pensione interamente contributivo: in pratica, si pensava che questo tipo di pensione fosse riservata a chi fosse privo di contributi versati prima del 1996.

Una recente circolare dell’Inps [1], tuttavia, ha chiarito che la pensione anticipata contributiva può essere richiesta anche da chi possiede contributi versati precedentemente al 1996, qualora sia iscritto alla Gestione separata e opti per il computo nella gestione stessa della contribuzione posseduta in altre gestioni.

In pratica, è data, agli iscritti alla Gestione separata (liberi professionisti e lavoratori autonomi, parasubordinati- co.co.co., o soggetti che hanno fruito dei voucher per lavoro accessorio), la possibilità di cumulare i contributi appartenenti a casse diverse in tale gestione, in modo da ottenere un’unica pensione, anche se la contribuzione da computare è stata versata anteriormente al 1° gennaio 1996.

Poiché tutta la contribuzione versata o cumulata nella Gestione separata deve essere calcolata col metodo contributivo, in quanto la gestione può dare unicamente luogo ad un trattamento soggetto a tale sistema di calcolo, la pensione anticipata contributiva può dunque essere domandata anche da chi, al 31 dicembre 1995, risulta avere dei contributi già versati (che quindi sarebbero dovuti essere calcolati col metodo retributivo).

Pensione anticipata contributiva e cumulo nella Gestione Separata: requisiti

Nel dettaglio, per richiedere il computo nella Gestione Separata, al fine di accedere alla pensione a 63 anni, bisogna possedere i seguenti requisiti:

– anzianità contributiva inferiore a 18 anni, sino al 31 dicembre1995: possono essere contati tutti i contributi, compresi quelli volontari e figurativi;

– anzianità contributiva complessiva pari ad almeno 15 anni, di cui almeno 5 posteriori al 31 dicembre 1995.

In pratica, possono richiedere il cumulo, e conseguentemente la pensione anticipata contributiva, tutti coloro che avrebbero avuto diritto al calcolo col metodo misto (retributivo sino al 1995, poi contributivo), qualora ovviamente siano iscritti alla Gestione Separata.

Pensione anticipata contributiva: iscrizione alla Gestione Separata

Iscrizione alla Gestione Separata che, oggi come oggi, possiedono già in tanti: è sufficiente, per essere iscritti, aver svolto lavoro occasionale accessorio (in pratica, si tratta del lavoro pagato con i voucher), oppure un rapporto di collaborazione (co.co.co., co.co.pro., mini co.co.co.), o aver esercitato come lavoratore autonomo- libero professionista.

Lo status di iscritto, poi, non si perde con la cessazione dell’attività, poiché non è previsto l’obbligo di cancellazione dalla gestione [2]. Quindi si può chiedere il cumulo per la pensione anticipata anche se l’attività che ha dato luogo alla contribuzione è terminata da tanto tempo.

Peraltro, per ottenere la pensione a 63 anni cumulando i contributi di diverse gestioni, non esiste una contribuzione minima da possedere nella Gestione Separata, ma è sufficiente che gli accrediti contributivi, sommati, raggiungano i 20 anni (e diano luogo a un trattamento, come abbiamo detto, superiore a 2,8 volte l’assegno sociale).

È possibile computare la contribuzione versata presso:

– l’assicurazione generale obbligatoria (Ago)per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti (IVS)dei lavoratori dipendenti;

– i fondi esclusivi o esonerativi dell’Ago;

– le gestioni dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, agricoli).

Sono invece escluse dalla facoltà di computo le casse dei liberi professionisti.

Pensione anticipata contributiva: come si richiede

Per ottenere la pensione anticipata contributiva col cumulo deve essere esercitata la facoltà di computo al momento della presentazione della domanda di pensione: in pratica, è necessario richiedere la pensione nella Gestione Separata ed optare esplicitamente, nella stessa istanza di pensione, per il computo dei contributi accumulati nelle altre gestioni.

Questo, invece, non è necessario per i “contributivi puri”, cioè per chi non possiede contributi versati prima del 1996, laddove possiedano almeno 20 anni di contributi, perché possono accedere comunque alla pensione anticipata a 63 anni, anche senza computo.

Pensione anticipata contributiva: calcolo

La facoltà di pensionarsi anticipatamente a 63 anni deve essere ponderata attentamente, in quanto il calcolo col metodo contributivo può comportare, a seconda dei casi, forti penalizzazioni.

Il sistema contributivo, infatti, non si basa sugli ultimi stipendi, ma sulla somma dei contributi accantonati e rivalutati (montante contributivo) e sul coefficiente di trasformazione, che converte i contributi in pensione, in modo tanto più favorevole, quanto più è alta l’età pensionabile.

La penalizzazione è dunque minore per quei soggetti che possedevano già, prima del computo, contributi non utili al calcolo retributivo, o che comunque sarebbero dovuti essere assoggettati alla totalizzazione, per ottenere una pensione (ugualmente calcolata col contributivo).

Per un approfondimento su tale sistema di calcolo, vi invitiamo a leggere la nostra guida al calcolo contributivo.

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In arrivo il Nuovo Modello Isee 2016

Approvato il nuovo modello di dichiarazione Isee per l’anno 2016: novità, come funziona la dichiarazione sostitutiva unica, quali moduli compilare.

 L’Inps, con un messaggio appena pubblicato [1] ha reso noto che sono stati approvati i nuovi modelli ISEE e le relative istruzioni che sostituiscono, dal primo gennaio 2016, la precedente modulistica. L’approvazione dei nuovi modelli è avvenuta ieri, con Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze [2]; resta invariato, invece, il precedente modello di attestazione, approvato il 7 novembre 2014.

Ricordiamo che l’Isee è il modello, interno alla Dsu (Dichiarazione Sostitutiva Unica), col quale è certificato l’indicatore della situazione economica equivalente del nucleo familiare : in pratica, serve a “misurare” la ricchezza di una famiglia.

Tale dichiarazione è diventata indispensabile per richiedere qualsiasi tipo di agevolazione o sussidio, erogabile da parte di Enti Pubblici.

Modello Isee 2016: com’è strutturato

Come già osservato per il 2015, anche nel 2016 saranno previsti differenti moduli di dichiarazione, a seconda delle particolari situazioni inerenti nucleo familiare, dichiarante, ed a seconda delle prestazioni richieste:

Dsu Mini/Isee ordinario: questo modello, riferito ad un nucleo familiare standard, consente di calcolare l’indicatore per la generalità delle prestazioni sociali agevolate;

Isee sociosanitario: si tratta del modello di dichiarazione da presentare per richiedere prestazioni di natura sociale e sanitaria, come il ricovero in determinate strutture per i soggetti non autosufficienti, nonché per domandare prestazioni di assistenza domiciliare, bonus per acquisti ed altri servizi a favore dei disabili.Per ricevere tali prestazioni, è dunque necessario che nella famiglia sia presente un disabile la cui condizione di svantaggio sia certificata; per le prestazioni di natura previdenziale, è possibile considerare un nucleo familiare ristretto, presentando il modello Isee sociosanitario residenziale;

Isee minorenni: Il modello Isee minorenni va richiesto quando nel nucleo familiare è presente un solo genitore ed un figlio minore di 18 anni. I due genitori, dunque, non devono essere né coniugati, né conviventi tra loro: l’Isee minorenni deve essere presentato in queste situazioni, per verificare se e in che modo la situazione economica del genitore esterno al nucleo incida sul reddito della famiglia;

Isee corrente: tale modello è basato sui redditi degli ultimi dodici mesi, perché si rifletta la reale situazione del nucleo, in base ad eventi avversi quali la perdita del lavoro (sono considerati i redditi degli ultimi due mesi in caso di dipendente a tempo indeterminato che abbia subito la perdita, la sospensione o riduzione dell’attività lavorativa);

Isee università: si tratta del modello utile per la richiesta di prestazioni di diritto allo studio di un componente del nucleo familiare, per il quale sono previste diverse modalità di calcolo dell’indicatore; lo studente farà parte del nucleo dei genitori, anche se non convive con loro, a meno che non si dimostri la sua effettiva autonomia;

Isee integrativo: sono poi disponibili moduli aggiuntivi, con cui integrare il modello Isee da presentare (ad esempio, per modificare i dati forniti dall’Agenzia delle Entrate o dall’Inps).

 

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Poste Italiane, maxi selezione di postini in tutte le Regioni

Maxi reclutamento di Postini in tutt’Italia, inserimenti da febbraio 2016.

 

Il Gruppo Poste Italiane S.p.A., nell’ambito del piano di assunzioni 2015-2020, ha annunciato l’inserimento di nuovi postini, a tempo determinato, in tutte le regioni italiane.

Le assunzioni riguarderanno sia diplomati che laureati, partiranno da febbraio 2016 ed avranno presumibilmente una durata di circa 3- 4 mesi.

 

Requisiti per l’assunzione

Potranno partecipare alla selezione di Poste Italiane i soggetti in possesso dei seguenti requisiti:

 

diploma di scuola media superiore con votazione minima di 70/100;

– in alternativa, diploma di laurea, anche triennale, con votazione minima 102/110;

patente di guida in corso di validità;

– idoneità alla guida del motomezzo aziendale (generalmente è utilizzato il modello Piaggio Liberty 125 cc);

– certificato medico di idoneità al lavoro rilasciato dalla ASL di appartenenza, o dal proprio medico curante.

Non sono richieste né esperienze lavorative precedenti, né conoscenze specifiche.

 

Sedi di lavoro

Le sedi di lavoro, come accennato, riguarderanno tutte le Regioni italiane. Di seguito, l’elenco delle sedi, Regione per Regione:

 

Abruzzo: L’Aquila, Teramo, Pescara, Chieti;

Basilicata: Potenza, Matera;

Calabria: Cosenza, Catanzaro, Reggio di Calabria, Crotone, Vibo Valentia;

Campania: Caserta, Benevento, Napoli, Avellino, Salerno;

Emilia Romagna: Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì – Cesena, Rimini;

Friuli Venezia Giulia: Udine, Gorizia, Trieste, Pordenone;

Lazio: Viterbo, Rieti, Roma, Latina, Frosinone;

Liguria: Imperia, Savona, Genova, La Spezia;

Lombardia: Varese, Como, Sondrio, Milano, Bergamo, Brescia, Pavia, Cremona, Mantova, Lecco, Lodi, Monza e della Brianza;

Marche: Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata, Ascoli Piceno, Fermo;

Molise: Campobasso, Isernia;

Piemonte: Torino, Vercelli, Novara, Cuneo, Asti, Alessandria, Biella, Verbano – Cusio – Ossola;

Puglia: Foggia, Bari, Taranto, Brindisi, Lecce, Barletta – Andria – Trani;

Sardegna: Sassari, Nuoro, Cagliari, Oristano, Olbia – Tempio, Ogliastra, Medio Campidano, Carbonia – Iglesias;

Sicilia: Trapani, Palermo, Messina, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Catania, Ragusa, Siracusa;

Toscana: Massa – Carrara, Lucca, Pistoia, Firenze, Livorno, Pisa, Arezzo, Siena, Grosseto, Prato;

Trentino Alto Adige: Bolzano, Trento;

Umbria: Perugia, Terni;

Valle d’Aosta: Aosta;

Veneto: Verona, Vicenza, Belluno, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo.

 

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Bonus affitti: deduzione per chi compra casa e poi la dà in locazione –

Acquisto di immobili, ristrutturazione e costruzione: la deduzione del 20% delle spese fino a un tetto di 30mila euro entro il 2017.

 

Parte la nuova deduzione fiscale del 20% per chi acquista una casa o la ristruttura o la costruisce e poi la dà in locazione: il bonus verrà scomputato sul prezzo di acquisto o sulle spese sostenute per la costruzioni o ristrutturazione. È quanto prevede il decreto del Ministero delle Infrastrutture appena pubblicato nella Gazzetta Ufficiale [1], avente a oggetto appunto le nuove deduzioni per l’acquisto, la costruzione o la ristrutturazione di unità immobiliari abitative da destinare alla locazione.

Il contribuente potrà ottenere il bonus fino a massimo 300 mila euro di spesa (comprensivo di IVA) alle seguenti condizioni.

1 | Requisiti del beneficiario della deduzione fiscale: si deve trattare di

– persona fisica non imprenditore.

2 | Caratteristiche del cedente: si deve trattare

– per le nuove abitazioni, di imprese di costruzione o di cooperative edilizie;

– per le abitazioni ristrutturate, di imprese di ristrutturazione immobiliare o di cooperative edilizie;

3 | Caratteristiche dell’immobile: si deve trattare di

– unità immobiliare a destinazione residenziale (escluse quelle classificate o classificabili nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9), di nuova costruzione, invendute al 12 novembre 2014, oppure oggetto di interventi di ristrutturazione edilizia o di restauro e di risanamento conservativo (escluse quindi le manutenzioni ordinarie e straordinarie);

– non ubicata in parti del territorio destinate a usi agricoli (cioè nelle zone omogenee classificate E);

– con prestazioni energetiche certificate in classe A o B.

4 | Requisiti relativi ai lavori: è necessario che

– la casa sia acquistata, ristrutturata o costruita tra il 1° gennaio 2014 e il 31 dicembre 2017;

– nel caso di spese di costruzione, l’abitazione sia ultimata entro il 31 dicembre 2017;

– nel caso di ristrutturazione o costruzione, sia accertata la conformità delle opere.

5 | Tipo di contratto di locazione: è necessario che

– la casa, entro 6 mesi dall’ acquisto, sia data in locazione per almeno 8 anni (purché tale periodo abbia carattere continuativo). Se, per motivi non imputabili al locatore, il contratto di locazione si risolve prima del decorso del suddetto periodo il diritto alla deduzione permane a condizione che venga stipulato un altro contratto entro un anno (dalla data della suddetta risoluzione). Il termine di sei mesi decorre, per le unità immobiliari acquistate, dalla data dello stesso acquisto mentre, per quelle ristrutturate e/o costruite, dal rilascio del certificato di agibilità o dalla data in cui si è consolidato il silenzio-assenso;

– la locazione non deve avvenire tra parenti entro il primo grado (padre, figlio);

– il canone di locazione non deve essere superiore a quello indicato nella “convenzione comunale” stipulata ai fini del rilascio del permesso di costruire relativo agli “interventi di edilizia abitativa convenzionata” oppure al minore importo tra il canone definito per i contratti a canone concordato e quello stabilito per le unità abitative realizzate o recuperate nei Comuni ad alta tensione abitativa.

 

In caso di usufrutto

La deduzione non si perde nemmeno se l’abitazione è ceduta in usufrutto (anche contestualmente all’atto di acquisto e anche prima della scadenza degli 8 anni), a soggetti giuridici pubblici o privati operanti da almeno 10 anni nel settore dell’alloggio sociale, a condizione che venga mantenuto il vincolo alla locazione alle medesime condizioni sopra illustrate, e che il corrispettivo di usufrutto, calcolato su base annua, non sia superiore all’importo dei canoni di locazione.

 

La deduzione

Le deduzioni indicate spettano per una sola volta e per ogni singolo immobile e non sono cumulabili con altre agevolazioni del comparto edile (per esempio, ristrutturazione e/o risparmio energetico).

La deduzione è pari al 20% del prezzo di acquisto dell’immobile (risultante dall’atto di compravendita), nel limite massimo complessivo di spesa di € 300.000 (anche nel caso di acquisto di più immobili); a tale limite si possono sommare gli interessi passivi dipendenti da mutui contratti per l’acquisto delle unità immobiliari medesime.

La deduzione ammessa è ripartita in 8 quote annuali di pari importo, a partire dal periodo d’imposta nel quale avviene la stipula del contratto di locazione.

Per esempio: Per un acquisto effettuato a novembre 2017 e un contratto di locazione stipulato a marzo 2018, la deduzione spetta dal 2018 fino al 2025. La spesa massima complessiva di € 300.000 genera una deduzione di € 60.000 (20%) che va ripartita in 8 quote annuali di € 7.500 ciascuna.

 

Costruzione di abitazioni

La deduzione citata spetta, nella medesima misura e nel medesimo limite massimo complessivo, anche per le spese sostenute dal contribuente persona fisica non esercente attività commerciale per prestazioni di servizi, dipendenti da contratti d’appalto, per la costruzione di un’unità immobiliare a destinazione residenziale su aree edificabili già possedute dal contribuente stesso prima dell’inizio dei lavori o sulle quali sono già riconosciuti diritti edificatori.

Ai fini della deduzione le predette spese di costruzione sono attestate dall’ impresa che esegue i lavori.

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Contatori individuali di calore in condominio obbligatori dal 31.12.2016

Il condominio deve installare i contatori individuali per suddividere la spesa in base agli effettivi consumi.

 

Una legge del 2014 [1] prevede, nel caso di condomìni alimentati dal teleriscaldamento o teleraffreddamento o da impianti comuni di riscaldamento o raffreddamento, per la corretta suddivisione delle spese connesse al consumo di calore per il riscaldamento degli appartamenti e delle aree comuni, qualora le scale e i corridoi siano dotati di radiatori, e all’uso di acqua calda per il fabbisogno domestico, se prodotta in modo centralizzato, l’importo complessivo deve essere suddiviso in relazione agli effettivi prelievi volontari di energia termica utile e ai costi generali per la manutenzione dell’impianto, secondo quanto previsto dalla norma tecnica Uni 10200 e successivi aggiornamenti. È fatta salva la possibilità, per la prima stagione termica successiva all’installazione dei dispositivi di cui al presente comma, che la suddivisione si determini in base ai soli millesimi di proprietà.

L’installazione dei sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore individuali è stabilita anche per misurare il consumo di calore in corrispondenza di ciascun radiatore. L’adozione del criterio di ripartizione deve, peraltro, essere fatta nel rispetto della norma tecnica Uni 10200/2013.

Da ciò emerge l’obbligo di installare, entro il 31 dicembre 2016, “contatori individuali per misurare il consumo di calore o raffreddamento o di acqua calda per ciascuna unità immobiliare, se tecnicamente possibile ed efficiente in termini di costi. Nei casi in cui l’uso di contatori individuali non sia tecnicamente possibile o non sia efficiente in termini di costi, per misurare il riscaldamento, sono usati contabilizzatori di calore individuali per misurare il consumo di calore a ciascun radiatore.

 Inoltre, la stessa legge prevede le seguenti sanzioni: il condominio e i clienti finali che acquistano energia per un edificio polifunzionale che non provvedono ad installare sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore individuali per misurare il consumo di calore in corrispondenza di ciascun radiatore posto all’interno dell’unità immobiliare sono soggetti, ciascuno, alla sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 2500 euro.

Tale sanzione si applica quando da una relazione tecnica di un progettista o di un tecnico abilitato risulta che l’installazione dei predetti sistemi non è efficiente in termini di costi.

 

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Canone Rai in bolletta luce: se non hai la televisione come non pagare?

Non possiedo un televisore per mia scelta: come posso non pagare il canone Rai?

Con la nuova norma inserita nella Legge di Stabilità 2016, il canone Rai si paga per il semplice fatto di avere siglato un contratto di fornitura di energia elettrica per l’abitazione di residenza ed essere quindi intestatario dell’utenza: in pratica, con la bolletta della luce verranno addebitate (in nei primi cinque bimestri dell’anno, stando all’ultima modifica del testo di legge) 20 euro, per un totale di 100 euro all’anno.   Scatta, insomma, quella che si chiama una “presunzione relativa”: la legge cioè “presume” che l’intestatario dell’utenza abbia anche una televisione, ma gli consente di dimostrare il contrario. Tale dimostrazione può essere effettuata con una semplice autocertificazione da inviare all’Agenzia delle Entrate, sede di Torino, a mezzo di raccomandata a.r., oppure con consegna a mani presso l’ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate. Nell’autocertificazione il contribuente dovrà dichiarare, in carta semplice e senza bolli, di non possedere alcun apparecchio televisivo all’interno del proprio immobile di residenza o in altri immobili di sua proprietà.   La nuova norma collega il pagamento del canone solo al contratto della luce legato all’immobile di residenza e, quindi, sono ricompresi anche tutti gli altri eventuali immobili. Il canone di abbonamento – recita la legge – è dovuto una sola volta in relazione agli apparecchi adatti a ricevere il segnale radio-tv, detenuti o utilizzati, “nei luoghi adibiti a propria residenza o dimora, dallo stesso soggetto e dai soggetti appartenenti alla stessa famiglia anagrafica. Per i titolari di utenza per la fornitura di energia elettrica il pagamento del canone avviene mediante addebito sulle relative fatture, di cui costituisce una distinta voce, non imponibile ai fini fiscali, emesse dalle aziende di vendita di energia elettrica”.

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Immigrazione: decreto flussi in arrivo

Pronto un nuovo decreto flussi per lavoratori stagionali e non stagionali, e per conversioni di permessi di soggiorno.  

Ministeri del Lavoro e dell’Interno sono al lavoro per emanare a breve un nuovo decreto flussi (entro il gennaio 2016). Il provvedimento si rivolgerà ai lavoratori stagionali e non stagionali. Inoltre, ci sarà una grossa fetta di “quote” disponibili rivolta alle conversioni dei permessi di soggiorno. In cifre, quindi, il quadro dovrebbe essere il seguente:   – 13.000 ingressi per lavoro stagionale; – alcune migliaia per lavoratori autonomi o lavoratori subordinati che hanno partecipato a programmi di formazione nei Paesi di Origine; – un centinaio di ingressi per lavoratori sudamericani di origine italiana; – 12.000 quote per le conversioni dei permessi di soggiorno (per extracomunitari già presenti sul territorio italiano, che vogliano trasformare i loro permessi attuali, ad esempio quelli di stagionale o studenti, in permesso per lavoro subordinato o autonomo).   Il decreto flussi rappresenta una seria possibilità di ingresso in Italia, anche se la lentezza della macchina burocratica, come sempre, rischia di comprometterne l’esito. Un esempio emblematico è rappresentato dai flussi del 2015 per lavoro stagionale: il Ministero del Lavoro avrebbe fatto sapere che delle 30.000 domande presentate, solo 2.000 sono terminate con un contratto di lavoro. E questo non perché la maggior parte delle domande presentavano delle problematiche, ma perché non sono state ancora analizzate. Si ravvisa, quindi, un ritardo inaccettabile nello smaltimento delle singole pratiche.   Alla luce di quanto detto, si pongono alcuni interrogativi: che senso ha il decreto flussi per lavoratori stagionali se, pur in presenza di una domanda formulata correttamente, le lungaggini burocratiche spesso non consentono allo straniero di arrivare in Italia con le tempistiche necessarie per lo svolgimento del lavoro stesso? Il lavoro stagionale è tale proprio perché si svolge in un determinato periodo. Il settore turistico e agricolo offrono opportunità occupazionali in momenti ben precisi dell’anno, che si scontrano con la valutazione troppo lenta delle richieste di ingresso. La mancanza di organizzazione e di efficienza dello Stato priva gli immigrati di una reale opportunità di lavoro e foraggia il lavoro nero, lo sfruttamento, l’illegalità. E inoltre: che senso ha emanare un nuovo decreto flussi per lavoratori stagionali nel 2016, se ancora non sono stati assegnati la maggior parte dei posti disponibili con i flussi del 2015? L’unico risultato possibile è quello di appesantire gli uffici, compromettendone ulteriormente l’efficienza.

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Il pedone deve camminare in senso opposto a quello di marcia

Incidenti stradali e investimento del pedone sulle strade senza marciapiedi: bisogna camminare andando incontro alle auto che provengono dal senso opposto e, quindi, sul ciglio sinistro della strada.

Sulle strade senza marciapiedi, poste fuori dai centri abitati e a due sensi di marcia, il pedone ha l’obbligo di camminare in senso opposto a quello dei veicoli e, quindi, sul margine sinistro della strada. L’eventuale violazione di tale regola, tuttavia, non è una valida giustificazione per invocare il concorso di colpa del pedone nel caso in cui quest’ultimo venga investito da un’auto. Infatti, l’automobilista deve sempre osservare le regole di prudenza e di moderazione della velocità, avendo cura di prevedere e prevenire eventuali condotte di terzi, sia pure contrarie al codice della strada. Per cui, se il pedone percorre la strada sul lato destro della strada, anziché su quello sinistro, tale comportamento non può essere considerato come una concausa dell’incidente stradale e dell’investimento del pedone stesso, almeno se il conducente godeva di perfetta visibilità per accorgersi dell’ostacolo. È quanto chiarito dal Tribunale di Milano con una recente sentenza [1].

Non si tratta di una regola generale, ma di una valutazione che il giudice è chiamato a fare caso per caso: egli deve, cioè, valutare se il pedone costituiva o meno un ostacolo prevedibile ed evitabile. Ad esempio, se l’investimento avviene in pieno giorno e su un tratto rettilineo largo abbastanza per l’agevole passaggio in entrambi i sensi, la responsabilità dell’incidente è esclusivamente dell’automobilista.

Nel caso di specie deciso dai Supremi Giudici, è stato escluso il concorso di colpa del pedone investito in quanto l’automobilista era in una condizione di perfetta visibilità.

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