ZEUGMA è La parola del giorno

Zeugma

[zèug-ma]SIGN Figura retorica che consiste nel far dipendere da un solo termine due o più termini, di cui uno solo è appropriato dal greco [zeũgma] ‘legame’.                                                                  «Non la corda, ma il ben saldo ponte di navi nel mare o nel fiume», dice Fozio, patriarca di Costantinopoli del IX secolo, a proposito dello zeugma nel suo Lexicon. Un solido ponte, quindi, fatto per unire il largo alla terraferma, le due sponde di un fiume o, come nel nostro caso, parole apparentemente tutt’altro che vicine tra loro.                                                                                        Lo zeugma, dunque, è un’ellissi – l’omissione di qualcosa nella frase – che porta a delle incongruenze semantiche o sintattiche. Esse sono delle vere e proprie illogicità, ma alcune sono tanto spontanee che la loro irragionevolezza passa in sordina. In altri casi, invece, per quanto il significato strida, l’estetica delle parole sovrasta il non-senso, e l’esempio che segue è uno di questi. «Poi ch’ella in sé tornò, deserto e muto, / quanto mirar poté, d’intorno scorse»: è la Gerusalemme Liberata di Tasso, che tra uno scontro e l’altro parla qui di scorgere il deserto e il mutoParafrasando, “tornata in sé si guardò intorno, ma soltanto vide deserto e silenzio”, e fino al deserto ci siamo. Ma il silenzio? Ovviamente, di solito, non lo si vede, ma in questo caso uno zeugma unisce il verbo “scorgere” a “muto”. Quest’incongruenza è semantica: ci saremmo aspettato un verbo come “udire”, “sentire” e simili, ma questo verbo è stato omesso, e il suo oggetto (il “muto”) si lega a un altro verbo. Dello stesso tenore è l’esempio che possiamo trarre dall’Infinitoleopardiano: «Ma, sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete». Ancora una volta, dei silenzi tanto profondi da addirittura vederli. A questo punto è chiara la più comune manifestazione dello zeugma: negli esempi citati abbiamo l’ellissi di un verbo che indica una sensazione (in entrambi i casi un verbo uditivo) e il suo oggetto che di conseguenza di lega a un altro verbo che indica un’altra sensazione (legato alla vista) e che ha già un suo proprio oggetto, a lui conforme dal punto di vista semantico (nel primo esempio il “deserto”, nel secondo gli “interminati spazi”). Abbiamo a che fare con delle sinestesie: associazioni di parole appartenenti a sfere sensoriali diverse. Ed è proprio nell’incontro tra ellissi e sinestesia che troviamo un’enorme quantità di zeugmi.                                                                                                                                                Versi a parte, tuttavia, lo zeugma è molto più comune e semplice di quanto sembri: se dico «io amo l’Odissea, essi invece l’Iliade» sto generando un’incongruenza sintattica. Strizzate gli occhi e vi accorgerete che omettere il verbo “amano” e far dipendere tutto da “amo” è come usare un verbo alla prima persona singolare per un soggetto plurale: «io amo l’Odissea, essi invece amo l’Iliade», assolutamente scorretto e perfetto esempio di incongruenza sintattica. In ambito quotidiano lo zeugma è quasi sempre un’incongruenza di questo tipo: «questo è per te, questi per loro»; «I miei fratelli son preferiti dalla nonna, io dal nonno» e via dicendo.                                                                   Ed è grazie allo zeugma che queste incongruenze hanno – paradossalmente – senso! Prendo un verbo e faccio dipendere da lui due oggetti, uno dei quali non gli si collega (semanticamente o sintatticamente) bene. È tutta una questione di immagini e legami inaspettati – e quando siamo in sconfinati mari di parole o travolgenti torrenti di concetti, come nei mari e fiumi di Fozio ecco un ben saldo ponte su cui camminare in tranquillità: lo zeugma.   https://unaparolaalgiorno.it/significato/Z/zeugma

 

SCAVEZZACOLLO è La parola del giorno

                                               Scavezzacollo

[sca-vez-za-còl-lo]SIGN Discesa ripida, caduta rovinosa; persona giovane scapestrata e imprudentecomposto di [scavezzare] e [collo].Per capire bene questa parola, così brillante e colorita, va inquadrato il verbo ‘scavezzare’, che non è proprio di dominio così pronto e diffuso.In realtà di verbi ‘scavezzare’ ce ne sono due: quello che non ci interessa deriva da ‘cavezza’, fune che serve a legare gli animali, e come è intuibile significa giusto togliere la cavezza. Quello che ci interessa invece è un’alterazione settentrionale di ‘scapezzare’, che significa ‘tagliare la cima di un albero’, e in generale potarlo, troncarne i rami. Il passo da questo significato a quello più esteso e generico di ‘spezzare, rompere’ è proprio breve – ed è questo l’esito di significato che troviamo ripreso nello scavezzacollo.È un termine con significati diversi, ma il nocciolo fondamentale resta qualcosa o qualcuno che mette a rischio il famoso osso del collo. Dapprima lo scavezzacollo è una discesa ripida, e perciò pericolosa, tanto che il termine passa a indicare per metonimia anche la caduta rovinosa. Si può scrivere di come si sia dovuto fare un lungo giro per evitare di passare da uno scavezzacollo, di un paesaggio aspro tutto rocce e scavezzacolli, come pure dell’andatura claudicante che mi ha lasciato l’ultimo scavezzacollo, e di come abbiamo salutato il servito buono con uno scorsciante scavezzacollo.Il significato più noto, però, è quello di persona giovane che conduce una vita tanto libera quanto imprudente – così che, figuratamente o meno, è sempre esposta a quelle cadute rovinose che dicevamo. Nel parco c’è uno scavezzacollo sulla bici acrobatica che si spiaccica sempre per terra e si rialza come niente fosse, l’amico si è messo con una scavezzacollo che lo ha tirato fuori dal suo guscio, e mi piace raccontare di come da ragazzo fossi uno scavezzacollo anche se in realtà passavo l’estate alla gelateria. Usata è anche l’espressione ‘a scavezzacollo’, locuzione avverbiale il cui significato di ‘precipitosamente’ è del tutto trasparente.Risorsa mica male, e vale la pena recuperare nell’uso anche i significati un po’ più ricercati, che sono comunque sempre ben fruibili.

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STUPENDO è La parola del giorno

Stupendo

[stu-pèn-do] SIGN Che desta stupore, meraviglioso dal latino [stupendus], gerundivo di [stupère] ‘stupire’. Ricordo di un professore padovano, che diceva “Nella cappella degli Scrovegni, col naso all’insù e con la bocca aperta, non si capisce se sei stupido o stupito”. Questo è l’effetto dello stupendo.Pianamente è ciò che desta stupore, per le sue qualità straordinarie – specie per una bellezza straordinaria; e questo ‘che desta stupore’ va visto perbene. C’è qualcosa che rapisce, nello stupendo, che azzittisce la mente, che rende stupiti e stupidi, che sbalordisce (rende balordo, ritarda): lo stupendo ha un alto valore estetico a posteriori, quando ci ripensiamo e lo qualifichiamo come tale, mentre nel momento in cui è percepito, solo, dilata il tempo, in una dimensione nuova. Una qualità che determina uno stato d’animo in cui perfino il pensiero fa silenzio.Sei stupenda quando cammini verso di me a fianco di tuo padre o quando esci dalla doccia; è stupendo il discorso che udiamo da una persona saggia e ispirata; è stupenda la forza di una volta di pietra. Poi spesso viviamo lo stupendo come iperbole, anche ironica: “Hai ricevuto il mio regalo?” “Sì, è stupendo, grazie”; “Questo è il lavoro finito” “Stupendo, lo guardo subito”; “Avrei invitato altre otto persone a cena” “Stupendo!”. Ma anche quando suona come una bonaria esagerazione – e comunemente così suona – non ci deve passare di mente la sua prima vocazione: un significato così potente da spazzare via la possibilità mentale di ogni altra qualificazione.

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(D. Buzzati , Storico e stupendo)

“Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”. […]

“Una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto.”

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. […]”

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, […] e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, […] il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, […] erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). […] Sì, il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore.” È facile criticare Capodanno. Già Leopardi affermava che l’uomo percepisce passato e futuro come illusoriamente piacevoli, solo perché sono lontani. Perciò festeggiamo il volgere dell’anno, senza realizzare che – come sosteneva Sartre – la nostra vita è sospesa su due nulla: ciò che non è più, e ciò che non è ancora. Ma il ragionamento di Buzzati punta altrove. E mi ha ricordato un’osservazione dello psicologo Viktor Frankl: il passato, in realtà, è l’unica cosa che c’è. È fissato per l’eternità, non si può trasformare né eliminare. Perciò nel passato “nulla è irrimediabilmente perduto, ma tutto è irrevocabilmente salvato.” Il tempo, infatti, ci presenta molte fuggevoli possibilità; le nostre scelte ne realizzano alcune, e condannano le altre all’inesistenza. Compito dell’uomo, dunque, è trasformare il passeggero in eterno, rendendo reale ciò che era solo possibile. Questa è la rocambolesca avventura della libertà, che davvero getta sugli eventi un’aria “romanzesca”. Perciò l’anno passato è anzitutto “Storico”. Gli eventi non erano necessari a priori; ma, diventando reali, hanno assunto un carattere di necessità, e su di loro si sono edificati gli eventi successivi. Sono entrati in una storia e, così facendo, hanno acquisito un significato. Inoltre le esperienze, anche le più dolorose, sono diventate parte della persona che le ha vissute, l’hanno “nutrita”. Frankl stesso sosteneva che l’uomo, per realizzarsi appieno, dovesse passare anche attraverso la sofferenza (e lui, essendo stato internato in lager, ne sapeva qualcosa). Dunque, pur “nella loro miseria”, le cose accadute sono “uniche”, poiché irripetibili e irrevocabili; e sono “perfette” ossia compiute, significative. Perciò l’anno passato è anche “stupendo”, cioè desta stupore per la sua stessa esistenza. G. K. Chesterton amava dire che tutte le cose sono scampate per un soffio a un naufragio, come i pochi oggetti salvati da Robinson Crusoe. Ciascuna di loro avrebbe potuto perdersi nell’oceano del non essere; e invece c’è. Ricordiamocelo dunque mentre ci accingiamo a costruire un altro, stupendo, anno nuovo.

SPELONCA è La parola del giorno 

                                                          Spelonca

[spe-lón-ca]  SIGN Grotta, caverna; covo; casa squallida e tetra                                                          dal latino [spélunca], dal greco [spélygx], dalla stessa radice di [spélaion] ‘caverna’.                            Di questa parola si sono affermati alcuni significati secondari, tanto da farne perdere di vista l’origine, che però ne contiene tutto il colore. Il nocciolo etimologico da cui scaturisce ci è più consueto in parole come ‘speleologia’ e affini: infatti la spelonca è in principio la caverna, la grotta ampia e profonda. Classicamente è una spelonca quella in cui vivono Polifemo e i suoi fratelli ciclopi, ma si può parlare delle molte spelonche che si aprono nella valle, così come delle straordinarie pitture scoperte nei recessi di una spelonca.                                                                                                Ora, i caratteri della spelonca sono molto suggestivi: una volta entrati, non senza difficoltà, c’è buio, c’è freddo, c’è inquietudine, c’è pericolo. Diventa quindi in genere un luogo chiuso che abbia questi caratteri, figurati o meno. E in particolare è diventata il covo di malviventi e l’abitazione squallida. L’amico orso ha sempre difficoltà ad accogliere nuove persone nella spelonca del suo cuore, quella che era la sede di un’istituzione prestigiosa è diventata una spelonca di ladri e arraffoni, e ci complimentiamo con l’amica per l’affare immobiliare anche se ha comprato una spelonca (“Magari mettendo delle belle tende…!”).                                                                                                                                                   È una parola vivace, dai significati articolati e potenti. Da tenere pronta.

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LA MIA DONNA

NISBA è La parola del giorno

                                                 Nisba

[nì-sba] SIGN Niente, nulla; no probabilmente dal tedesco [nichts] ‘niente’.

Di certo questa parola non presenta grandi difficoltà d’uso, eppure col suo suono esotico suscita una notevole curiosità. Il suo significato è sempliceniente, nulla. E però, rispetto a questi suoi consueti sinonimi, ha un’intensità e un’incisività singolare. Il registo a cui appartiene è decisamente più popolare che aulico, e la sua probabile ascendenza tedesca ce la presenta come la caricatura di un ‘niente’ particolarmente secco e intransigente – niente che prende anche i tratti di un ‘no’, di uno ‘scordatelo’. Io gli ho fatto un bel regalo e lui invece nisba, posso uscire stasera? nisba, a te che cosa posso offire da bere? nisba, grazie. Rimane una risorsa di colore, per quei ‘nulla’ e quei ‘no’ (ricorrenti) che richiedono uno smalto che brilli in maniera speciale. Va detto – non c’entra col nostro ‘nisba’ ma ne echeggia l’esotismo – che anche il mondo arabo conosce una nisba: per nisba s’intende un elemento dell’onomastica araba, quello che, in coda al nome proprio e al patronimico, indica la provenienza geografica o tribale della persona – reale, ancestrale o simbolica. Per esempio al-Masri (dall’Egitto), al-Ansari (di Medina, o meglio degli abitanti di Medina che diedero asilo a Maometto), al- Baghdadi (di Baghdad), al-Saud (della famigla reale saudita).

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COINVOLGERE è La parola del giorno

                                Coinvolgere

[co-in-vòl-ge-re (io co-in-vòl-go)] SIGN Trascinare qualcuno in una situazione; associare, rendere partecipe; interessare                                                                                                                       composto di [co-] e [involgere], che è dal latino [involvere] ‘trascinare, travolgere, avvolgere’, a sua volta da [in-] e [vòlvere] ‘volgere’.                                                                                                              La ricchezza e il vigore di una parola si coglie anche dalla sua varietà d’uso.                                      Si tratta di una parola sorprendentemente recente, che risale solo alla fine dell’Ottocento, e ha un’incisività mirabile, da osservare bene. Infatti al tradizionale ‘involgere’, verbo oggi desueto coi significati di ‘avvolgere, avviluppare’, aggiunge un semplice prefisso: quel co- dà la dimensione della partecipazione a una situazione – una partecipazione che per la verità nel coinvolgere non è attiva, autodeterminata. Si vienecoinvolti. Otteniamo così l’immagine intensa di un trascinare in un viluppo, quasi fosse la zuffa dei cartoni animati che procede rotolando in forma sferica e raccogliendo nuovi corrissanti – nel bene e nel male.                                                                                                          Lo zio malaccorto si trova coinvolto in traffici loschi, al processo una testimonianza pirotecnica coinvolge nomi illustri, cerchiamo di coinvolgere nel progetto un paio di amici brillanti, coinvolgiamo le amiche nella scelta del regalo per la moglie, continuiamo a origliare la conversazione del tavolo accanto perché ormai la faccenda ci ha coinvolto, e lo spettacolo è davvero coinvolgente.     Trascinare, associare, interessare: splendida invenzione, questa parola, che ci apparecchia tanti significati a partire dal nocciolo di un innocuo avvolgere.

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CERTI SGUARDI

 

ASSIDERARE è La parola del giorno

Assiderare

[as-si-de-rà-re (io as-sì-de-ro)] SIGN Intirizzire, intorpidire, gelare                                                      dal latino medievale [assiderare], derivato di [sidus] ‘stella, costellazione, notte, stagione’.        Quando in un’etimologia emergono le stelle il livello di curiosità e fascino s’impenna. Qui c’è da intendere che cosa abbiano a che fare le stelle con l’infreddolirsi – nesso intuitivo, ma non del tutto univoco e lineare. ‘Assiderare’ è un verbo che vive in maniera versatile come transitivo, intransitivo e intransitivo pronominale, ma il nocciolo resta quello di un freddo che intirizzisce, che intorpidisce le membra, che gela: il calo inatteso della temperatura assidera le piante, nell’attesa dell’autobus assidero, e scegliamo il vestito più bello che caldo anche se sappiamo che ci assidereremo.Ora, il latino sidus non significa solo ‘stella’, ma indica anche la costellazione. Figuratamente diventa la notte, e in virtù dei cicli stagionali rappresentati nel cielo stellato, anche la stagione stessa. Il verbo siderare descriveva il subire l’influsso degli astri, a cui in particolare si attribuiva la causa di malori di vario genere: per esempio, anche un colpo di calore (e a ben vedere è uno dei pochi malori che effettivamente può essere provocato da un astro). Se a questo uso consolidato del siderare aggiungiamo i significati di ‘notte’ e di ‘stagione’ (sottinteso, fredda), capiamo perché il quadro che otteniamo sia quello di un malore causato dal freddo.Quindi sì, nell’assiderare le stelle c’entrano, per quanto solo in maniera indiretta e figurata. Così, la prossima volta che staremo assiderando, in attesa dei soccorsi ci potrà venire in mente un bel pensiero etimologico, evviva.

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INCULCARE è La parola del giorno

Inculcare

[in-cul-cà-re (io in-cùl-co)] SIGN Imprimere profondamente qualcosa nella mente o nell’animo di qualcuno con opera di insistente persuasione                                                                                     dal latino [inculcare], composto di [in-] e [calcare] ‘calcare, pigiare’ derivato di [calx] ‘tallone’.        Questa parola ha un’intensità stupefacente, che scaturisce direttamente dalla semplicità della sua immagine fondamentale.                                                                                                               Letteralmente l’inculcare nasce significando un pestare, uno spingere con forza: questa forza non è quella misurata delle mani o delle braccia, è quella bruta del tallone, del calcagno. E per quanto l’azione dell’inculcare possa essere condotta con strumenti raffinati, l’intensità del gesto non perde vigore. Già, perché l’inculcare in italiano (continuando dei significati figurati che aveva già in latino) prende il profilo dell’imprimere profondamente qualcosa – un’idea, una convinzione, un sentimento, un gusto, un’immagine – nella mente o nell’animo di qualcuno con una perseverante opera di persuasione, nel bene e nel male. Non è quindi un’azione necessariamente bruta: può essere palese od occulta, così come avere tratti autoritari o delicati.                                                           Un sapiente uso dei mezzi d’informazione riesce a inculcare nella gente una paura irrazionale, l’esperienza di volontariato inculca dei valori da cui non si recederà più, e il pregiudizio inculcato è difficile da estirpare.                                                                                                                                   Una parola ricca, tornita, che può prendere sfumature molto diverse a seconda dei metodi e degli intenti con cui l’azione che descrive è compiuta. Un tono forte per i nostri discorsi.

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AITANTE è La parola del giorno

Aitante

[ai-tàn-te] SIGN Che aiuta; gagliardo, vigoroso, prestante                                                  propriamente, participio presente di [aitare], variante antica di [aiutare], che è dal latino [adiutare], derivato di [adiuvare] ‘aiutare, giovare’, composto di [ad-] e [iuvare] ‘giovare’.                                   Non solo questa parola ha un significato davvero gradevole, ma lo significa con un’immagine delle più graziose.                                                                                                                              Letteralmente si direbbe ‘aitante’ chi presta aiuto: lo potremmo leggere come una variante di ‘aiutante’. Ma il bello è che, più che sul gesto di chi aiuta, si concentra su quelle che si presume siano le sue qualità – cioè valore, vigore – e le mette in luce. Dopotutto, in certi aiuti continuiamo a riconoscere lo scintillare dell’armatura e del sorriso del cavaliere cortese.                                               Persa nel tempo l’evidenza del nesso col soccorso (ma non la sostanza), ci resta quindi un aitante gagliardo e prestante, e ovviamente di bell’aspetto. Possiamo chiedere al giovanotto aitante di caricarci in macchina i sacchi della spesa (“Sa, c’erano a sconto i lingotti di piombo!”), la nonna che vuol mostrarsi aitante si rompe di nuovo il malleolo, e l’aitante squadra di lavoro ripara in un balletto il tubo esploso che aveva trasformato la strada in un’attrazione da parco acquatico. Una risorsa brillante, simpatica, di delicato vigore e dallo spessore inatteso.

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BRANDIRE è La parola del giorno

 

Brandire

[bran-dì-re (io bran-dì-sco)] SIGN Impugnare e muovere un’arma per minaccia od offesa                  da [brando] ‘spada’, che è dal germanico [brand] ‘tizzone’.                                                                   ‘Brandire’ non è una parola così rara. E invece ‘brando’ sì, ma è il brando che va capito, per capire il brandire.                                                                                                                                                     Nel lessico poetico significa ‘spada’, e la sua origine è delle più fascinose. Deriva dalla voce germanica (ipotetica, non attestata) brand,col significato di ‘tizzone’: lo splendore scintillante del tizzone ardente viene accostato per analogia a quello della lama lucida che barbaglia, e così il brando diventa la spada. E sì, se qualcuno se lo stesse domandando, l’origine è la medesima del ‘brand’, noto sinonimo anglosassone di ‘marchio’, che originariamente è un marchio a fuoco. Tornando al brandire, questo verbo descrive giusto il gesto dell’impugnare e del muovere, agitare un’arma – in specie, manco a dirlo, una spada. La pulizia dell’immagine è sorprendente: in pratica il brandire è uno ‘spadare’. Ed è un gesto rapido, possente, vigoroso, che precede appena l’offesa, e che ovviamente possiamo evocare anche parlando di armi improprie o in senso figurato. Salviamo il ragno quando la mamma già brandisce la ciabatta, i bambini giocano brandendo manici di scopa, i commensali attendono il primo brandendo le forchette, ma si possono anche far valere i propri diritti brandendo il contratto, e davanti alle istituzioni si avanza una richiesta brandendo i fogli con le centinaia di firme che la sostengono. Una parola dall’immagine intensa, che dà un colore vigoroso alla frase.

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