La parola del giorno è : Ceffo [céf-fo]

Ceffo SIGN Muso d’animale; volto umano deforme; persona di aspetto sinistro

dal francese [chef] ‘capo’.

«Un brutto c…..» Purtroppo questa parola si è cristallizzata in espressioni stereotipate, tanto che i suoi significati logicamente precedenti sono spesso ignorati. Che cosa vuol dire, in sé, ‘c……’?

Ebbene, il c…. – la cui ascendenza francese inizia a spiegarcelo come ‘capo, testa’ – prende in italiano il primo significato di muso d’animale, specie di cane. Questo riferimento bestiale continua a connotare il c….- anche quando viene riportato su un volto umano: è un viso deforme, brutto a vedersi, magari grottesco, mai rassicurante. Ci si augura che l’arcinemico non mostri il suo ceffo, nella foto per la patente veniamo puntualmente con un c…..  raccapricciante. Ed è proprio la cifra dell’inquietudine a emergere come determinante del c….: la sua aura sinistra si estende alla persona intera – ossia al proverbiale brutto c….. , che ovviamente ci sta seguendo con fare febbrile o ciondola all’incrocio pulendosi le unghie con la punta del coltello, ma beninteso può anche non essere brutto (magari può essere un ceffo alto, un ceffo puzzolente, o ironicamente un bel c….., perfino).

Ce lo stavamo domandando e la risposta è sì: da ceffo viene anche il ben noto ‘ceffone’, ossia il colpo dato a mano aperta sulla faccia – alias ‘lo schiaffo’. È proprio un colpo schioccante sul muso. E anche il verbo meno noto ‘acceffare’ vien da qui, ed è l’afferrare con la bocca, con muso ferino. Non si fa a tempo a tagliare la schiacciata che tutti la acceffano.

 

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Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola

Sinistri stradali e quantificazione del danno non patrimoniale: il giudice deve motivare le ragioni dello scostamento dalle tabelle di Milano.  

Nel caso in cui l’assicurazione debba risarcire il danno da sinistro stradale deve tenere conto, ai fini del danno non patrimoniale, delle quantificazioni operate dalle tabelle del Tribunale di Milano. Secondo, infatti, una recente sentenza della Cassazione [1], tali tabelle hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio nazionale. Se anche il giudice ritiene di discostarsi dai parametri offerti dal foro meneghino, deve comunque darne una congrua motivazione.   Risulta, dunque, sempre più difficile derogare ai criteri di liquidazione del danno stabiliti dal Tribunale di Milano. Essi servono quantomeno (e necessariamente) “quale criterio di riscontro e verifica” della quantificazione diversamente ottenuta.   La sentenza in commento ricorda innanzitutto che il risarcimento del danno non patrimoniale deve essere “integrale”, senza possibilità di sconfinare in indennizzi puramente simbolici o irrisori, o comunque non correlati all’effettiva entità del danno subìto dal danneggiato.   Il giudice deve poi rispettare criteri di “elasticità e flessibilità” in modo da garantire, nel contempo, sia il rispetto di liquidazioni uniformi (senza, cioè, creare disparità tra i cittadini), sia la possibilità di quantificazioni “personalizzate” del danno, in modo da non tralasciare nessuna delle conseguenze (fisiche o morali) che siano ricadute sul danneggiato.   In definitiva, la valutazione del giudice deve essere “equa”, ossia adeguata e proporzionata alle circostanze concrete del caso specifico.   L’applicazione concreta di tali principi ha portato a utilizzare sempre più le cosiddette tabelle di liquidazione elaborate dalla prassi. Tra queste, sicuramente il primato lo rivestono le tabelle dei Tribunale di Milano, che appunto diventano parametro per ogni valutazione del danno in qualsiasi parte d’Italia.   Qualora il giudice intenda dare preferenza ad altri sistemi di quantificazione deve argomentarlo in modo preciso e puntuale: un difetto di motivazione renderebbe la sentenza viziata.

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La proposta del buono-scuola: Friedman e Von Hayek.

Tra scuola pubblica e privata: il buono scuola nel pensiero di Friedman, la competizione e la libertà di insegnamento.  

 È al premio Nobel per l’economia (1976) Milton Friedman che dobbiamo l’esplicita formulazione dell’idea di buono-scuola. Scrive dunque Friedman: «Una società stabile e democratica è impossibile senza un certo grado di alfabetismo e di conoscenza da parte della maggioranza dei cittadini e senza una diffusa accettazione di alcuni complessi comuni di valori. L’educazione può contribuire a entrambi questi aspetti. Di conseguenza, il guadagno che un bambino ricava dall’educazione non ridonda solo a vantaggio del bambino stesso o dei suoi genitori, ma anche a vantaggio degli altri membri della società. L’educazione di mio figlio contribuisce anche al vostro benessere contribuendo a promuovere una società stabile e democratica. Non è possibile identificare quali siano i singoli (o le famiglie) che ne beneficiano e, quindi, addossare ad essi gli oneri specifici per i servizi resi. Ci troviamo, quindi, di fronte ad un importante caso di “effetto indotto”. Quale genere di intervento pubblico risulta giustificato da questo particolare effetto indotto? Il più ovvio è quello di assicurare che ogni bambino riceva una data quantità di servizio scolastico di un certo tipo […]. I governi potrebbero imporre un livello minimo di scolarità e assicurarne il funzionamento concedendo ai genitori dei titoli di credito rimborsabili per una determinata somma massima annua per ciascun figlio qualora fosse spesa per servizi scolastici “approvati”. I genitori in tal caso sarebbero liberi di spendere questa somma, e ogni altra somma addizionale di tasca propria, per l’acquisto di servizi scolastici da un istituto di loro propria scelta, ma “approvato” dalla pubblica autorità. I servizi scolastici potrebbero in tal modo essere forniti da imprese private gestite a fini di profitto o da istituzioni senza scopo di lucro. Il ruolo del governo, in tal caso, sarebbe soltanto quello di assicurare che le scuole soddisfino a certi requisiti minimi, come, ad esempio, la inclusione nei loro programmi di un contenuto comune minimo, allo stesso modo, per esempio, che ora il governo provvede alla sorveglianza sui ristoranti per garantire che essi rispettino gli standard sanitari minimi fissati dalle autorità».   Ne “La società libera”, Friedrich August von Hayek, anch’egli premio Nobel per l’economia (1974), afferma: «Non solo le ragioni in contrario all’amministrazione pubblica della scuola appaiono oggi più che mai giustificate, ma sono scomparse gran parte delle ragioni che in passato avrebbero potuto essere addotte in favore. Qualunque cosa possa essere stata allora vera, oggi con le tradizioni e le istituzioni dell’educazione universale solidamente stabilite e con i moderni mezzi di trasporto che risolvono gran parte delle difficoltà dovute alle distanze, è indubbio che non è più necessario che lo Stato non solo finanzi l’educazione ma direttamente vi provveda».   E qui richiamandosi esattamente al saggio di Friedman del 1955, The Role of Government in Education, Hayek propone che «si potrebbe benissimo provvedere alle spese per l’istruzione generale, attingendo alla borsa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese dell’istruzione di ciascun ragazzo, buoni da consegnare alla scuola di loro scelta». Hayek prosegue: «Si potrebbe anche auspicare che lo Stato provveda direttamente alle scuole in alcune comunità isolate dove, perché possano esistere scuole private, il numero dei ragazzi è troppo basso (e il costo medio dell’istruzione pertanto troppo alto). Ma nei confronti della grande maggioranza della popolazione, sarebbe senza dubbio possibile lasciare l’intera organizzazione e amministrazione dell’istruzione agli sforzi privati, mentre da parte sua lo Stato dovrebbe semplicemente provvedere al finanziamento di base e a garantire uno standard minimo per tutte le scuole in cui potrebbero essere spesi i suddetti buoni. Un altro dei grandi vantaggi di questo piano sarebbe che i genitori non si troverebbero più davanti all’alternativa o di dover accettare qualsiasi tipo di istruzione fornita dallo Stato o di pagare di tasca propria il prezzo di un istruzione un po’ più cara; e se scegliessero una scuola diversa da quelle comuni, dovrebbero pagare solo un costo addizionale».   Con il buono-scuola, dunque, i fondi statali – sotto forma di “buoni” non negoziabili (vouchers) – andrebbero non alla scuola ma ai genitori o comunque agli studenti aventi diritto, i quali sarebbero liberi di scegliere presso quale scuola spendere il buono in questione. Il valore del buono-scuola si determina dal rapporto fra ciò che lo Stato spende attualmente per un dato tipo di scuola e il numero degli studenti che frequenta quel dato tipo di scuola.   Il buono-scuola amplia la libertà delle famiglie; rende più efficienti – tramite la concorrenza – la scuola statale e quella non statale; è una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti. La proposta del buono-scuola è la proposta di una giusta terapia per le difficoltà della scuola italiana. È una terapia che non è né di destra né di sinistra. È una buona idea, una soluzione ragionevole di un problema urgente. Se un idraulico ripara una fogna che si è rotta, la riparazione è di destra o di sinistra? Se un chirurgo conduce a buon porto una difficile operazione, non ha alcun senso chiedersi se il suo lavoro sia di destra o di sinistra. È così, allora, che ragionevoli “uomini di sinistra” e ragionevoli “uomini di destra” hanno proposto e difeso l’idea di buono-scuola esattamente quale adeguata soluzione di un problema urgente. E sarebbe forse tempo di farla finita con l’idea che è buono tutto e solo ciò che è pubblico; che è pubblico solo ciò che è statale; che è statale tutto quello che può essere preda dei partiti. E dobbiamo chiederci: svolge un migliore servizio una scuola statale inefficiente oppure una scuola non statale ben funzionante, meno costosa, più efficiente? È “più pubblica” una scuola non statale efficiente ovvero una scuola statale improduttiva e sciupona? Ma ecco la prima obiezione contro la proposta del buono-scuola: la scuola è un settore strategico, dunque non può venire lasciata al “mercato”. A costoro replichiamo in modo deciso e secco: proprio perché la scuola è un settore strategico, essa va gestita mettendo in competizione scuole statali e scuole non statali. E aggiungiamo: niente è più necessario del pane – quello del pane è sicuramente un settore strategico –, eppure noi abbiamo il pane buono ogni mattina, per la ragione che se un forno ci servisse male noi avremmo la possibilità di servirci da un altro fornaio. Adam Smith docet. Ed è così, val la pena insistervi, che la competizione è la più alta forma di collaborazione.   Altra obiezione – abbracciata da più parti – è che, in regime di buono-scuola, poche famiglie sarebbero in grado di scegliere la scuola adeguata per i loro figli. Tale presa di posizione è un affronto alla democrazia (elettori a diciotto anni, tanti italiani – uomini e donne – sarebbero, ancora, più avanti negli anni – incapaci di far la migliore scelta per la scuola dei propri figli). Simile idea, oltre che un affronto alla vita democratica, è un’idea falsa, nella generalità dei casi: anche nei paesi più sperduti della nostra Penisola, pure la mamma meno colta e il padre più distratto sanno qual è la maestra più brava, più disponibile, più umana; e sanno quali sono i docenti più validi della locale scuola media; e vanno dal direttore didattico o dal preside a chiedere e ad insistere perché il loro figlio o la loro figliola venga iscritta in una sezione piuttosto che in un’altra. L’interesse è sorgente di energia per la cattura delle informazioni. In ogni caso, se un genitore sbaglia, sbaglia per suo figlio; i politici possono sbagliare per intere generazioni.   La verità è che le scuole statali serie non hanno nulla da temere dall’introduzione del buono-scuola. Temono la concorrenza le scuole poco serie – siano esse statali o non statali – e tutti coloro che atterriti alla sola idea di dover competere con scuole magari meglio organizzate e in cui operano colleghi più preparati, preferirebbero evitare qualsiasi confronto e soprattutto il giudizio degli utenti. All’obiezione secondo cui la competizione, introdotta nel sistema scolastico, avrebbe come esito la negazione dell’eguaglianza, di scuole uguali per tutti, c’è da replicare, come già accennato in precedenza, che nessuna scuola è e sarà mai uguale all’altra; mentre tutte le scuole, quelle statali e quelle non statali, possono migliorare sotto lo stimolo della competizione.

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Autovelox: introdotte nuove funzioni con la legge di Stabilità

Ddl stabilità 2016: cambia la reimmatricolazione all’estero delle auto, autovelox e ticket per la sosta pagabili col bancomat.

 

“Scusi, ha da cambiare in spiccioli per il parchimetro?”: dal prossimo 1° luglio gli italiani non dovranno più dire – o sentirsi dire – questa frase perché i dispositivi di controllo della durata della sosta a pagamento potranno essere attivati anche con carte di debito, i cosiddetti bancomat. In questo modo, si potrà acquistare la sosta più facilmente, senza dover necessariamente procurarsi la moneta di “piccolo taglio”. Se il Comune non riuscirà ad adeguare, entro l’estate che viene, la propria strumentazione ai nuovi mezzi di pagamento, tutti gli automobilisti potranno parcheggiare liberamente e gratuitamente, senza poter essere sanzionati.

È questa una delle norme più interessanti di modifica al codice della strada, approvate con la nuova legge di Stabilità per il 2016. Ma il ventaglio delle novità non si esaurisce qui.

Gli autovelox e i tutor, ai quali abbiamo abbinato da sempre le contravvenzioni per eccesso di velocità, verranno utilizzati anche per altre e nuove funzioni. Serviranno soprattutto per verificare il rispetto degli obblighi assicurativi, ossia se l’automobilista è in regola con il pagamento della polizza rc auto. Difatti, con il passaggio al sistema telematico della banca dati ministeriale delle assicurazioni, tutti i dati delle polizze saranno consultabili direttamente online, senza controllare – come avvenuto sino a ieri – l’esposizione del tagliando sul parabrezza, che quindi non diventa più obbligatoria.

Non solo: le telecamere dell’autovelox, così come quelle dei tutor e delle porte delle zone a traffico limitato (Ztl) serviranno altresì a verifica se l’auto ha effettuato la revisione periodica e, infine, il trasporto irregolare di cose.

 Perché tuttavia questa novità entri in vigore, ci sarà ancora bisogno del decreto ministeriale attuativo e delle relative omologhe degli strumenti e, considerati i tempi a cui il ministero dei trasporti ci ha abituato in passato in tema di attuazione delle riforme, non si parla certo di tempi brevissimi.

Un’ultima modifica riguarda gli obblighi conseguenti alla cessazione della circolazione dei mezzi. Con la legge di Stabilità del 2016, l’interessato all’esportazione per la successiva reimmatricolazione di un veicolo all’estero dovrà rendere maggiormente trasparente la filiera dell’operazione presentando necessariamente al Pra anche copia della documentazione doganale di esportazione “ovvero, nel caso di cessione intracomunitaria, della documentazione comprovante la radiazione dal Pra”.

In questo modo si tende a contrastare il fenomeno delle immatricolazioni all’estero delle auto nazionali solo al fine di evitare il pagamento del bollo e delle multe.

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Revisione auto: ora la multa scatta con la foto dell’autovelox

Multe automatiche con autovelox e tutor per chi non avrà effettuato la revisione o pagato l’assicurazione rc auto.

Dal prossimo anno, gli automobilisti che, davanti a un autovelox, schiacceranno subito sul freno, adeguando la velocità al limiti previsti dalla strada, non scamperanno ugualmente alla multa se avranno posto in essere altre violazioni del codice della strada come il mancato pagamento della polizza rc auto o l’omissione della revisione periodica dell’automobile. Con la legge di Stabilità per il 2016, infatti, viene integrato il codice della strada [1] in materia di multe automatiche, prevendo la possibilità di contestare dette sanzioni anche attraverso le risultanze fotografiche degli strumenti di controllo elettronico della velocità.

In buona sostanza, le telecamere dell’autovelox, così come quelle del tutor o delle Ztl serviranno anche a verificare – dietro collegamento a una banca dati ministeriale e risalendo ai dati dell’automobile attraverso la semplice targa – l’ottemperamento agli obblighi di legge che impongono la revisione periodica dell’auto.

Come è possibile controllare la mancata revisione?

Il sistema di controllo telematico sarà possibile per via delle nuova tracciabilità delle revisioni auto. In pratica, dal 1° gennaio 2015, le officine e i centri autorizzati del Ministero Trasporti ad effettuare la effettuare le revisione periodiche dei veicoli hanno l’obbligo rispettare un nuovo protocollo di comunicazione denominato MCTC NET2. In pratica, le officine autorizzate alle revisioni auto dovranno dotarsi di un software anticontraffazione su PCP (PC Prenotazione) e PCS (PC Stazione, quello collegato alle apparecchiature) e aggiornare le attrezzature (come, ad esempio, il banco prova freni, il fonometro, l’analizzatore di gas di scarico, la provafari, ecc.). In questo modo le revisioni saranno “tracciabili” e quindi verificabili.

Quando scade la revisione periodica dell’auto?

A tal fine ricordiamo la revisione auto va fatta, la prima volta, dopo 4 anni dall’immatricolazione del veicolo e ogni 2 anni per le volte successive. In entrambi i casi il termine ultimo è entro la fine mese in cui si è fatta la prima immatricolazione.

Per esempio, per le auto immatricolate a novembre 2015, la prima revisione andrà effettuata entro il 30 novembre 2019, mentre le successive, ogni due anni dopo, ossia il 30 novembre 2021, il 30 novembre 2023, ecc.

Qual è la differenza tra revisione e tagliando?

La revisione è un controllo obbligatorio previsto dalla Motorizzazione Civile, con il quale si certifica che il veicolo sia idoneo a circolare in tutta sicurezza e che i parametri, come la rumorosità e i consumi, siano all’interno dei limiti di legge;

 

Il tagliando è invece il controllo previsto dalla casa madre, al fine di esaminare lo stato di usura delle componenti meccaniche e elettroniche dell’auto.

 

Quando entrerà in vigore questa riforma?

Purtroppo questa novella non sarà immediatamente operativa. Occorrerà infatti attendere parecchi mesi prima di vedere l’approvazione dei decreti attuativi e i certificati di omologazione degli apparecchi. All’esito potremo apprezzare la ricaduta favorevole in termini di maggior azione preventiva dei comportamenti stradali più pericolosi come appunto la circolazione senza copertura assicurativa.

Sarebbe stato sufficiente sdoganare immediatamente tutti i sistemi evoluti di videosorveglianza urbana per documentare la circolazione dei soggetti più temerari, senza assicurazione rc auto. Ma il consueto garantismo nazionale e gli interessi trasversali del bel paese richiedono ulteriore carta, adempimenti e risorse che contrastano con il necessario raggiungimento tempestivo di obiettivi così importanti per la sicurezza della circolazione [2].

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Approvata la legge di Stabilità 2016: ecco tutte le misure.

Tutte le misure approvate anche dalla Camera alla Legge di Stabilità 2016: dalla cancellazione dell’imposta sull’abitazione principale alle misure fiscali. Il testo definitivo a fine articolo.

 

Ieri, dopo un’ultima maratona, la Camera ha approvato definitivamente la Legge di Stabilità 2016: ora il testo, che era già stato approvato dal Senato con fiducia lo scorso mese, passerà nuovamente a Palazzo Madama per un formale via libera, che avverrà senza ulteriori ritocchi.

 

Le modifiche apportate da Montecitorio si vanno ad aggiungere a quelle già decise dal Senato: dall’alleggerimento della tassa sulla prima casa in comodato d’uso a figli e genitori, che però da totale è stato trasformato in uno sconto del 50% alla Camera, al pagamento del canone Rai (che scende a 100 euro) in forma rateizzata con la bolletta elettrica e l’esclusione dal nuovo tetto dei 3mila euro dei pagamenti in contanti per i money-transfer. Anche per i pagamenti (con strumenti telematici) per le prestazioni della Pa, pensioni in primis, varrà ancora la soglia dei mille euro per il contante. Al Senato è entrato in manovra anche il Dl regioni.

 Abolizione della Tasi sull’abitazione principale

Tra le misure che caratterizzano la manovra di fine anno il peso maggiore lo riveste l’abolizione della Tasi per la prima casa. In questo modo viene cancellata la tassazione sull’abitazione principale (tranne che per le abitazioni “di lusso”).
La tassa non si paga neanche sulla casa assegnata al coniuge separato, che viene così assimilata all’abitazione principale. Stessa sorte per le unità non locate dei dipendenti delle Forze armate.

Sempre sul fronte di Imu e Tasi, poi, la legge di Stabilità introduce una serie di facilitazioni per chi possiede terreni agricoli e risolve, forse una volta per tutte, la delicata questione dei macchinari di impresa imbullonati che vengono espressamente esentati dal pagamento dell’imposta sul mattone.

Pagamenti in contanti

C’è poi l’aumento della soglia di utilizzo del denaro contante che da 999,99 euro passa a 2.999,99 euro, salvo per chi esercita il servizio di rimessa di denaro con l’estero (money transfer).

Canone Rai

Altra novità riguarda il canone Rai che verrà pagato con la bolletta della luce a partire da luglio 2016 e, solo per il prossimo anno, scende a 100 euro.

Card sulla cultura

Uno dei punti più originali dell’ultima legge di Stabilità, approvata ieri anche dalla Camera, è la Card da 500 euro annui ai diciottenni per attività culturali, come cinema o teatri e per accedere a musei, monumenti e aree archeologiche. Ad essa si aggiunge poi il bonus una tantum da mille euro nel 2016 per l’acquisto di strumenti musicali da parte degli studenti dei Conservatori.

 

Patent Box

Alla Camera sono arrivati anche ritocchi per il “patent box”, il regime di detassazione dei redditi derivanti da beni immateriali come brevetti, marchi, know how. Un emendamento ha stabilito che – se più intangibles agevolabili sono collegati da vincoli di complementarietà e vengono utilizzati congiuntamente per la realizzazione di un prodotto o di un processo – possono costituire un solo bene immateriale ai fini del riconoscimento del “patent box”.

Si specifica che i software ammissibili al regime devono essere protetti da copyright.

 Sanità

Sbloccate le assunzioni nella sanità: arriva infatti il piano per tamponare l’emergenza orari di lavoro e turni di riposo di medici e infermieri sul modello imposto dall’Europa. In particolare il piano consente 6mila tra nuove assunzioni e stabilizzazioni di medici e infermieri.

 

Pensioni, no tax area

Tra le novità c’è anche l’anticipo nel 2016 della no-tax area estesa da 7.500 a 8.000 euro per gli over 75 e da 7.500 a 7.750 per chi non supera i 75 anni; c’è poi la garanzia che anche se la variazione dei prezzi utilizzata come riferimento per la rivalutazione degli importi previdenziali sarà negativa, gli assegni non potranno diminuire.

Opzione donna

Verrà monitorata la spesa per questa forma di anticipo pensionistico con penalizzazione e se ci saranno risparmi si potrà pensare a una sua estensione.

Part time volontario

Verrà sperimentato il part-time volontario per i lavoratori che maturano i requisiti per la pensione di vecchiaia entro fine 2018. Potranno chiedere una riduzione dell’orario di lavoro tra il 40 e il 60% con integrazione della busta paga da parte dell’azienda e copertura dei contributi mancanti da parte della fiscalità generale.

Agevolazioni sulle assunzioni

Come era stato per l’anno scorso, anche quest’anno i datori di lavoro che assumeranno non pagheranno per tre anni i contributi previdenziali: solo che, se lo sconto nel 2015 era del 100%, per il 2016 è solo del 40% (con esclusione di premi e contributi Inail) nel limite però 3.250 euro su base annua e per un periodo massimo di 24 mesi. Per il Mezzogiorno questo “sconto” potrebbe allungarsi anche ai contratti a tempo indeterminato firmati nel 2017 (risorse Pac ed Europa, permettendo).

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Domeniche e festività al lavoro, di quanto aumenta la busta paga?

Attività lavorativa “straordinaria” prestata durante le festività natalizie e le domeniche: 

come è retribuita nei principali contratti collettivi, chi è obbligato a svolgerla.   Durante le vacanze Natalizie non è raro che un lavoratore sia chiamato a prestare la propria attività anche di domenica o durante un giorno festivo, specie nel settore Commercio. Il lavoro durante i giorni festivi o di riposo, naturalmente, comporta delle maggiorazioni, in misura differente, però, a seconda del contratto collettivo applicato.   Per quanto riguarda l’obbligatorietà dello svolgimento dell’attività durante tali giornate, vi sono dei lavoratori non tenuti a prestare servizio, ma solo secondo determinati Ccnl, e solo se appartenenti a particolari categorie tutelate.   Nel caso in cui un dipendente non lavori durante una giornata festiva, il datore è comunque tenuto a corrispondere la retribuzione giornaliera di fatto, attenendosi, per le modalità, alle specifiche del contratto applicato; se la festività cade di domenica, è considerata non goduta e pagata con un’ulteriore quota di retribuzione, che cambia in ragione delle previsioni contrattuali e della modalità di paga (oraria o mensilizzata).   Vediamo insieme che cosa prevedono, in merito, i principali accordi collettivi.   Lavoro festivo e domenicale nel Commercio Il Ccnl Commercio prevede che le ore di lavoro prestate nei festivi siano retribuite come straordinario festivo: di conseguenza, il lavoratore avrà diritto, oltre alla paga oraria, ad una maggiorazione del 30%.   La stessa maggiorazione è prevista per il lavoro prestato di domenica, salvo condizioni di miglior favore stabilite dai contratti collettivi territoriali o aziendali.   Per quanto concerne l’obbligo di prestare servizio la domenica, il dipendente full time il cui riposo coincida con tale giornata è tenuto a lavorare, ove richiesto dal datore, per tutte le domeniche di apertura stabilite dalla normativa nazionale, e per il 30% delle aperture domenicali aggiuntive previste a livello territoriale. Non sono tenuti a lavorare la domenica i seguenti soggetti: genitori di bambini minori di 3 anni, soggetti che assistono familiari portatori di handicap o persone non autosufficienti.   In tutti i casi, oltre alla maggiorazione, a seguito dell’attività prestata di domenica si avrà diritto al riposo compensativo, poiché, per legge [1], il lavoratore ha diritto, ogni settimana, ad almeno 24 ore consecutive di riposo, da cumulare con le 11 ore di riposo giornaliero.   Le 35 ore di riposo settimanale (24+11) possono comunque essere calcolate come media in un periodo non superiore a 14 giorni.

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Canone Rai con la luce: lo Stato chiederà gli arretrati?

Il pagamento degli arretrati del canone Rai per chi verserà quest’anno, per la prima volta, l’imposta sul possesso della tv.

 

Anche con la riscossione del canone Rai attraverso la bolletta della luce, non avrà nulla da temere chi non ha pagato negli anni passati: a rassicurare una buona fetta degli evasori è il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli intervistato qualche giorno fa su Radio24. “Per chi non ha pagato il canone Rai negli anni passati purtroppo non succede niente” ha riferito con tono rammaricato il rappresentante del Governo. Ma questo “non perché ci sia un condono, ma perché” in caso di contenzioso, “l’utente avrebbe buon gioco a dire che ha acquistato solo ora il televisore”. Giacomelli ha inoltre aggiunto che “tollerare un’evasione del 30% non è giusto prima di tutto per il 70% di utenti che pagano il canone”.

 

Ricordiamo tuttavia che, al di là delle rassicurazioni che l’esecutivo vuol dare ai contribuenti per indorare l’amara pillola di un canone che entrerà nelle case in base a una semplice “presunzione”, la prescrizione del canone Rai è tuttavia di 10 anni: solo dopo il decorso di tale periodo la Rai è tenuta a rinunciare al recupero coattivo del credito. In ogni caso, il fisco potrebbe sempre raggiungere la prova del possesso della tv, da parte del contribuente, anche per gli anni pregressi, ricorrendo alle presunzioni (sempre ammesse nel processo tributario a carico dei cittadini), purché gravi, precise e concordanti. Spetterebbe poi al contribuente dimostrare il contrario e, quindi, eventualmente, fornire la prova di acquisto del televisore con l’indicazione della data. Insomma, non è così scontato, come Giacomelli vorrebbe far credere, la rinuncia da parte dello Stato ai canoni degli anni passati.

 

Il Sottosegretario ha inoltre ribadito che la richiesta di pagamento del canone scatterà solo con i contratti di fornitura dell’energia elettrica dell’abitazione dove si è residenti, il che toglie a monte ogni problema per la seconda casa, l’abitazione data in affitto o quelle per uso commerciale o per studio professionale.

Coloro che, sempre in riferimento all’abitazione principale, avranno già pagato in altro modo (per esempio, il marito che abbia corrisposto il canone con il bollettino, mentre il contratto della luce è intestato alla moglie) o che non debbano pagare (per esempio, nel caso di mancanza di televisione o di richiesta di suggellamento), dovranno inviare all’Agenzia delle Entrate l’autocertificazione (per il fac simile con tutti i modelli sostituitivi dell’atto notorio vai a L’autocertificazione per non pagare il canone Rai”).

 

Deve pagare chi ha computer o tablet?

Contrariamente a quanto era andata affermando qualche anno fa la Rai, chi possiede solo computer e tablet, per quanto trattasi di strumenti atti a captare onde, non dovrà pagare il canone Rai.

Lo dovrà invece pagare chi possiede solo la radio.

 

Che succede per chi dichiara di non avere la TV?

La falsa attestazione oltre a essere evasione fiscale e dar diritto allo Stato di riscuotere gli importi con una sanzione pari a cinque volte il canone stesso, costituisce anche reato di falso in una certificazione.

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Bonus affitti: deduzione per chi compra casa e poi la dà in locazione –

Acquisto di immobili, ristrutturazione e costruzione: la deduzione del 20% delle spese fino a un tetto di 30mila euro entro il 2017.

 

Parte la nuova deduzione fiscale del 20% per chi acquista una casa o la ristruttura o la costruisce e poi la dà in locazione: il bonus verrà scomputato sul prezzo di acquisto o sulle spese sostenute per la costruzioni o ristrutturazione. È quanto prevede il decreto del Ministero delle Infrastrutture appena pubblicato nella Gazzetta Ufficiale [1], avente a oggetto appunto le nuove deduzioni per l’acquisto, la costruzione o la ristrutturazione di unità immobiliari abitative da destinare alla locazione.

Il contribuente potrà ottenere il bonus fino a massimo 300 mila euro di spesa (comprensivo di IVA) alle seguenti condizioni.

1 | Requisiti del beneficiario della deduzione fiscale: si deve trattare di

– persona fisica non imprenditore.

2 | Caratteristiche del cedente: si deve trattare

– per le nuove abitazioni, di imprese di costruzione o di cooperative edilizie;

– per le abitazioni ristrutturate, di imprese di ristrutturazione immobiliare o di cooperative edilizie;

3 | Caratteristiche dell’immobile: si deve trattare di

– unità immobiliare a destinazione residenziale (escluse quelle classificate o classificabili nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9), di nuova costruzione, invendute al 12 novembre 2014, oppure oggetto di interventi di ristrutturazione edilizia o di restauro e di risanamento conservativo (escluse quindi le manutenzioni ordinarie e straordinarie);

– non ubicata in parti del territorio destinate a usi agricoli (cioè nelle zone omogenee classificate E);

– con prestazioni energetiche certificate in classe A o B.

4 | Requisiti relativi ai lavori: è necessario che

– la casa sia acquistata, ristrutturata o costruita tra il 1° gennaio 2014 e il 31 dicembre 2017;

– nel caso di spese di costruzione, l’abitazione sia ultimata entro il 31 dicembre 2017;

– nel caso di ristrutturazione o costruzione, sia accertata la conformità delle opere.

5 | Tipo di contratto di locazione: è necessario che

– la casa, entro 6 mesi dall’ acquisto, sia data in locazione per almeno 8 anni (purché tale periodo abbia carattere continuativo). Se, per motivi non imputabili al locatore, il contratto di locazione si risolve prima del decorso del suddetto periodo il diritto alla deduzione permane a condizione che venga stipulato un altro contratto entro un anno (dalla data della suddetta risoluzione). Il termine di sei mesi decorre, per le unità immobiliari acquistate, dalla data dello stesso acquisto mentre, per quelle ristrutturate e/o costruite, dal rilascio del certificato di agibilità o dalla data in cui si è consolidato il silenzio-assenso;

– la locazione non deve avvenire tra parenti entro il primo grado (padre, figlio);

– il canone di locazione non deve essere superiore a quello indicato nella “convenzione comunale” stipulata ai fini del rilascio del permesso di costruire relativo agli “interventi di edilizia abitativa convenzionata” oppure al minore importo tra il canone definito per i contratti a canone concordato e quello stabilito per le unità abitative realizzate o recuperate nei Comuni ad alta tensione abitativa.

 

In caso di usufrutto

La deduzione non si perde nemmeno se l’abitazione è ceduta in usufrutto (anche contestualmente all’atto di acquisto e anche prima della scadenza degli 8 anni), a soggetti giuridici pubblici o privati operanti da almeno 10 anni nel settore dell’alloggio sociale, a condizione che venga mantenuto il vincolo alla locazione alle medesime condizioni sopra illustrate, e che il corrispettivo di usufrutto, calcolato su base annua, non sia superiore all’importo dei canoni di locazione.

 

La deduzione

Le deduzioni indicate spettano per una sola volta e per ogni singolo immobile e non sono cumulabili con altre agevolazioni del comparto edile (per esempio, ristrutturazione e/o risparmio energetico).

La deduzione è pari al 20% del prezzo di acquisto dell’immobile (risultante dall’atto di compravendita), nel limite massimo complessivo di spesa di € 300.000 (anche nel caso di acquisto di più immobili); a tale limite si possono sommare gli interessi passivi dipendenti da mutui contratti per l’acquisto delle unità immobiliari medesime.

La deduzione ammessa è ripartita in 8 quote annuali di pari importo, a partire dal periodo d’imposta nel quale avviene la stipula del contratto di locazione.

Per esempio: Per un acquisto effettuato a novembre 2017 e un contratto di locazione stipulato a marzo 2018, la deduzione spetta dal 2018 fino al 2025. La spesa massima complessiva di € 300.000 genera una deduzione di € 60.000 (20%) che va ripartita in 8 quote annuali di € 7.500 ciascuna.

 

Costruzione di abitazioni

La deduzione citata spetta, nella medesima misura e nel medesimo limite massimo complessivo, anche per le spese sostenute dal contribuente persona fisica non esercente attività commerciale per prestazioni di servizi, dipendenti da contratti d’appalto, per la costruzione di un’unità immobiliare a destinazione residenziale su aree edificabili già possedute dal contribuente stesso prima dell’inizio dei lavori o sulle quali sono già riconosciuti diritti edificatori.

Ai fini della deduzione le predette spese di costruzione sono attestate dall’ impresa che esegue i lavori.

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Tutor e autovelox: app e navigatori che ne segnalano la presenza, illegali

Il codice della strada vita la produzione, il commercio e l’uso di navigatori ed app che, direttamente o indirettamente, segnalano la presenza e la localizzazione degli apparecchi di controllo elettronico della velocità.

 

Attenzione a montare in auto dispositivi in grado di individuare la presenza, sulla strada, di autovelox, turor o altri rilevatori elettronici della velocità o a installare sul cellulare le relative app: si tratta, infatti, di strumenti illegali che, se rilevati dalla polizia, possono portare a una sanzione salata per violazione del codice della strada: sanzione che consiste in una multa da 808 a 3,238 euro oltre alla confisca del dispositivo (navigatore, smartphone, ecc.). È quanto chiarito dalla Cassazione con una giurisprudenza ormai consolidata [1].

 

Il codice della strada, per effetto di una modifica introdotta nel 1999, vieta la produzione, la commercializzazione e l’uso di dispositivi che, direttamente o indirettamente, segnalano la presenza e consentono la localizzazione delle apposite apparecchiature di controllo elettronico della velocità (autovelox, tutor, photored, ecc.), utilizzate dagli organi di polizia stradale per il controllo delle violazioni.

Secondo la sentenza in commento, viola tale norma chi fa uso di dispositivi in grado di localizzare i cosiddetti autovelox o anche i tutor al fine di consentire al conducente di eludere i controlli della velocità degli autoveicoli.

Non tutti gli apparecchi però sono vietati. Alcuni restano esclusi dal divieto. Onde verificare se i dispositivi utilizzati rientrino tra quelli illegali o meno, è necessario distinguere con precisione le caratteristiche dell’apparecchio utilizzato, onde poter stabilire senza equivoci quali ne siano le potenzialità e di conseguenza se rientrino nel disposto normativo. Sono salvi gli apparecchi come “Hermes”, veri e propri assistenti alla guida come i normali navigatori satellitari, che, tuttavia, tra le tante funzioni, svolgono anche la funzione di indicare i posti ove potrebbero essere eseguiti i controlli (e non quelli ove gli apparecchi sono effettivamente operativi), la velocità consentita sul tratto di strada e quella effettivamente tenuta dal mezzo, avvisando l’automobilista che si trovi in condizioni di infrazione. “Hermes” insomma finisce per svolgere un ruolo di tutela della circolazione né più né meno dei cartelli stradali che avvisano (400 metri prima della postazione), senza essere una semplice spia dei “piedipiatti”.

 

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