Cartelle di pagamento per Irpef e IVA: prescrizione in 10 anni

Per le imposte erariali come Iva, Irpef e Iva la cartella di pagamento e l’avviso di accertamento hanno prescrizione decennale.

 

La cartella di pagamento notificata da Equitalia o l’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, quando si riferiscono a crediti erariali come quelli dovuti per Irpef, IVA o Irap si prescrivono in 10 anni. Lo stesso termine vale per le sanzioni ad esse conseguenti. Lo ha precisato la Commissione Tributaria Provinciale di Caltanissetta [1]. A tali atti, divenuti ormai definitivi per mancata impugnazione, e quindi ormai certi, liquidi ed esigibili, si applica il termine di prescrizione generale previsto dal codice civile [2].

Viene così respinta l’opposta tesi secondo cui la prescrizione dovrebbe essere di cinque anni, così come previsto dalla legge per gli interessi e, in generale, per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi [3].

È vero che tanto l’avviso di accertamento esecutivo dell’Agenzia delle Entrate quanto la cartella esattoriale hanno natura di atto amministrativo, ma non c’è dubbio che, una volta emanati e divenuti definitivi per mancata impugnazione, il credito erariale è giuridicamente “certo, liquido ed esigibile” proprio in virtù della sua definitività e inoppugnabilità nel merito. In questo modo, si applica la prescrizione decennale, “perché la relativa prestazione strutturalmente diviene eseguibile in quanto prestazione unitaria, con la conseguenza della inapplicabilità della prescrizione quinquennale”.

Questa posizione è ormai condivisa da tutta la giurisprudenza e, in particolar modo dalla Cassazione [4]. Per le imposte erariali (Irpef, Ires, Irap, Iva, imposta di registro, imposte sulle successioni e donazioni) si applica il termine di prescrizione di 10 anni; da un lato, infatti, la legge non prevede un termine inferiore, dall’altro l’obbligo tributario del contribuente, stante l’autonomia di ogni periodo di imposta, non può considerarsi una prestazione periodica, derivando il credito, anno per anno, da una nuova e autonoma valutazione riguardo alla sussistenza dei presupposti impositivi.

Diverso il discorso per i tributi locali come Tari, Ici, Imu, Tosap, Tarsu e Tasi: per questi la prescrizione è di 5 anni.

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Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola

Sinistri stradali e quantificazione del danno non patrimoniale: il giudice deve motivare le ragioni dello scostamento dalle tabelle di Milano.  

Nel caso in cui l’assicurazione debba risarcire il danno da sinistro stradale deve tenere conto, ai fini del danno non patrimoniale, delle quantificazioni operate dalle tabelle del Tribunale di Milano. Secondo, infatti, una recente sentenza della Cassazione [1], tali tabelle hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio nazionale. Se anche il giudice ritiene di discostarsi dai parametri offerti dal foro meneghino, deve comunque darne una congrua motivazione.   Risulta, dunque, sempre più difficile derogare ai criteri di liquidazione del danno stabiliti dal Tribunale di Milano. Essi servono quantomeno (e necessariamente) “quale criterio di riscontro e verifica” della quantificazione diversamente ottenuta.   La sentenza in commento ricorda innanzitutto che il risarcimento del danno non patrimoniale deve essere “integrale”, senza possibilità di sconfinare in indennizzi puramente simbolici o irrisori, o comunque non correlati all’effettiva entità del danno subìto dal danneggiato.   Il giudice deve poi rispettare criteri di “elasticità e flessibilità” in modo da garantire, nel contempo, sia il rispetto di liquidazioni uniformi (senza, cioè, creare disparità tra i cittadini), sia la possibilità di quantificazioni “personalizzate” del danno, in modo da non tralasciare nessuna delle conseguenze (fisiche o morali) che siano ricadute sul danneggiato.   In definitiva, la valutazione del giudice deve essere “equa”, ossia adeguata e proporzionata alle circostanze concrete del caso specifico.   L’applicazione concreta di tali principi ha portato a utilizzare sempre più le cosiddette tabelle di liquidazione elaborate dalla prassi. Tra queste, sicuramente il primato lo rivestono le tabelle dei Tribunale di Milano, che appunto diventano parametro per ogni valutazione del danno in qualsiasi parte d’Italia.   Qualora il giudice intenda dare preferenza ad altri sistemi di quantificazione deve argomentarlo in modo preciso e puntuale: un difetto di motivazione renderebbe la sentenza viziata.

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Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Entra in vigore la stretta sulle prescrizioni di visite, prestazioni mediche ed esami, che, se non assolutamente necessari, dovranno essere interamente pagati dal cittadino.

 

È appena entrato in vigore il cosiddetto Decreto Appropriatezza, ossia la normativa che prevede il taglio del ticket per 203 prestazioni sanitarie.

Per le prestazioni comprese tra le 203 “incriminate”, in pratica, si può fruire del ticket soltanto dietro apposita prescrizione medica, in caso contrario il cittadino è obbligato a pagare di tasca l’intero costo: ottenere la prescrizione, peraltro, non è semplice, poiché sono previste delle sanzioni piuttosto salate per i medici, qualora prescrivano prestazioni non strettamente necessarie.

Com’è logico, il Decreto ha scatenato accese polemiche in tutt’Italia, poiché metterebbe, a detta di molti, a repentaglio la salute dei cittadini, negando l’accesso ad esami fondamentali e terapie.

Il Governo, invece, sostiene di non aver leso il diritto alla salute, poiché le prestazioni possono essere coperte dal ticket qualora siano rispettate le condizioni di erogabilità previste dal Decreto.

Per comprendere meglio la portata della normativa, analizziamo le principali prestazioni “fuori tutela” e le condizioni di erogabilità correlate.

 

Prestazioni escluse: quali settori

Innanzitutto, le aree a cui appartengono le 203 prestazioni “fuori ticket” sono:

odontoiatria;

– genetica;

– radiologia diagnostica;

– esami di laboratorio;

dermatologia allergologica;

– medicina nucleare.

Per ciascuna delle prestazioni riportate nel Decreto, appartenenti agli elencati settori, le condizioni di erogabilità devono essere valutate in base allo stato personale e clinico del beneficiario ed alla finalità terapeutica, diagnostica, prognostica o di monitoraggio.

Ma quali sono, nel concreto, le prestazioni sanitarie e le condizioni per ottenerle senza pagarne l’intero costo?

 

Prestazioni odontoiatriche

Iniziamo dalle prestazioni odontoiatriche; tra queste compaiono:

estrazione di denti permanenti, decidui o di altri denti;

interventi chirurgici ed asportazione di lesioni dentarie.

Tali prestazioni possono essere prescritte soltanto in condizioni di vulnerabilità sanitaria o sociale.

Per alcune prestazioni odontoiatriche, quali i trattamenti con apparecchi fissi e mobili, è richiesto un indice IOTN pari a 4/5: si tratta dell’indice di necessità del trattamento, che è espresso in una scala da 1 a 5, dove 5 esprime la maggiore gravità delle condizioni del paziente. Ciò significa che tali prestazioni potranno essere erogate solamente in “casi-limite”.

Condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale

Le condizioni di vulnerabilità sanitaria sono differenti a seconda delle specifiche patologie: in generale, si parla di vulnerabilità sanitaria laddove la cura sia assolutamente necessaria.

Le condizioni di vulnerabilità sociale sono invece intese quali situazioni di svantaggio economico correlate di norma al basso reddito e alla marginalità o all’esclusione sociale, che impediscono l’accesso alle cure a pagamento.

Le condizioni di svantaggio economico sono individuate dalle singole Regioni, nella maggioranza delle ipotesi in base all’indice Isee (il quale rileva la situazione economica del nucleo familiare anche in base al patrimonio mobiliare ed immobiliare).

Considerata l’esiguità degli stanziamenti regionali in materia sanitaria, nonché l’endemica mala gestione in tale ambito, è scontato che il cittadino possa rientrare nelle condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale soltanto in ipotesi “estreme”.

Prestazioni di radiologia diagnostica

Tra le prestazioni fuori tutela nell’ambito della radiologia, il Decreto enumera:

– diverse tipologie di tomografia computerizzata;

-diverse tipologie di risonanza magnetica nucleare;

– la densitometria ossea.

Tali esami (esclusa la densitometria ossea), nella maggioranza delle ipotesi, possono essere prescritti solo in presenza di patologia oncologica o sospetto oncologico.

Chiaramente, in caso di sospetto, sarà il medico a doversi prendere la responsabilità di prescrivere l’esame, ed a rischiare le sanzioni economiche previste per “prestazione inappropriata”.

Prestazioni di laboratorio e di genetica

È lungo ed articolato, poi, l’elenco delle prestazioni di laboratorio (in pratica, le analisi del sangue, delle urine e simili) tagliate fuori dalla tutela: ad esempio, le analisi relative al colesterolo ed ai trigliceridi possono essere prescritte solo ai soggetti con più di 40 anni, con malattie cardiovascolari, fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche, dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci.

Relativamente alle prestazioni di laboratorio e di genetica, le analisi “superflue”, secondo il Governo, sono 140: in alcuni casi, la prescrizione può essere effettuata solo qualora vi sia un carcinoma da monitorare, in altri casi qualora vi sia una malattia epatica in corso o a scopo di trapianto.

La costante, ad ogni modo, è quella di limitare al minimo le prestazioni preventive, e di tutelare il soggetto solo laddove sia già ammalato: una linea d’azione che certamente non rispetta il detto “è meglio prevenire che curare”, e che preferisce risparmiare nella prevenzione, senza pensare al rischio di moltiplicare le spese relative alle successive cure. Sempre che non s’intenda lasciare, in futuro, il cittadino totalmente sprovvisto di tutela anche laddove sia già malato: in un’ottica di tagli, pardon “razionalizzazioni”, è facile che si arrivi anche a questo, in un giorno non lontano.

 

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Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.

                                                 Permessi e congedi per l’assistenza di un familiare disabile:                                                   quando il lavoratore ha diritto ad anticipare la pensione?

 

La legge italiana, nonostante preveda diverse disposizioni a favore dei disabili, ha tralasciato un aspetto molto importante a tutela delle esigenze dei portatori di handicap: non è infatti prevista alcuna possibilità di pensionamento anticipato per i lavoratori che assistono familiari con disabilità. Un vuoto normativo rilevante, che ignora le gravissime difficoltà esistenti, in tali situazioni, nella conciliazione tra le esigenze familiari e lavorative.

Sono numerosi i comitati che richiedono, da lungo tempo, una maggiore tutela per questi soggetti, ma, nonostante gli annunci e le promesse al riguardo, da parte di diversi esponenti politici, con la “scusante” della crisi e della mancanza di risorse nulla è stato realizzato, e la pensione anticipata è ancora un miraggio.

Congedo per assistenza di figli disabili e Settima Salvaguardia

Una piccola tutela previdenziale, invero, ci sarebbe, ma non riguarda tutti i lavoratori che fruiscono dei permessi Legge 104 [1] per l’assistenza di portatori di handicap, ma soltanto quei dipendenti che nel 2011 hanno fruito di congedi familiari per la stessa finalità[2]: si tratta della possibilità di pensionarsi con i requisiti previsti antecedentemente alla Legge Fornero [3] tramite la Settima Salvaguardia.

L’ultimo provvedimento di Salvaguardia, disposto con la Legge di Stabilità 2016, difatti, apre alla pensione con i requisiti pre-Fornero per i lavoratori che hanno fruito, nel 2011, del congedo straordinario per l’assistenza di disabili: peraltro, non tutti coloro che hanno utilizzato i congedi nel 2011 sono tutelati, ma la salvaguardia è limitata a sole 3.000 unità.

Permessi Legge 104 e penalizzazione pensione anticipata

Sino a luglio 2014, per di più, coloro che avessero fruito dei permessi Legge 104 avrebbero dovuto recuperare tali periodi: in mancanza, sarebbe stata loro applicata la penalizzazione percentuale sulla pensione anticipata (il trattamento che ha sostituito la pensione di anzianità, i cui requisiti si basano sugli anni di contributi versati e non sull’età pensionabile). La decurtazione, difatti, sino a tale anno, era esclusa solo per chi possedeva unicamente periodi di effettivo lavoro, maternità, malattia, cassintegrazione ordinaria, ferie e leva.

Ad ogni modo, grazie alle modifiche intervenute con la Legge di Stabilità 2015, per chi matura i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2017 non vi sarà alcuna decurtazione, a prescindere dalla tipologia di contribuzione versata.

Per chi, invece, matura i requisiti successivamente, la decurtazione per il pensionamento anticipato è prevista in ogni caso, senza eccezioni, anche se si possiedono soltanto periodi di lavoro effettivo.

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Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici

Pensione di anzianità, trattamenti di inabilità e invalidità, pensione superstiti: regole, calcolo e requisiti.

 

Fino all’emanazione della riforma Dini (L. 335/1995), per la generalità dei lavoratori, il calcolo del trattamento pensionistico avveniva in base al sistema retributivo, che tiene conto essenzialmente della media delle ultime retribuzioni percepite dall’assicurato in costanza del rapporto di lavoro (cd. pensione retributiva).

In particolare, il calcolo della pensione avviene moltiplicando la retribuzione annua pensionabile (ottenuta come media delle retribuzioni percepite in un certo numero di anni antecedente la data di decorrenza della pensione) per l’aliquota di rendimento e per l’anzianità contributiva (quest’ultima è pari al numero di settimane coperte da contributi, fino ad un massimo di 40 anni).

Nel sistema di calcolo retributivo, la retribuzione pensionabile e le aliquote di rendimento per il settore del pubblico impiego differiscono rispetto agli stessi parametri nel settore privato.

La riforma Dini ha modificato il sistema di calcolo dei trattamenti pensionistici ed ha introdotto il sistema contributivo, in cui l’importo della pensione è determinato in base alla media dei contributi versati in tutta la vita lavorativa (cd. pensione contributiva).

In particolare, nel sistema di calcolo contributivo, l’importo della pensione si determina moltiplicando il montante individuale (dato dalla somma rivalutata di tutti i contributi accantonati per ogni anno di lavoro fino alla data della pensione) per il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato al momento del pensionamento.

I parametri di tale sistema di calcolo sono omogenei nel settore pubblico e privato.

L’entrata in vigore della riforma Dini non ha comportato, però, l’automatico passaggio di tutti gli assicurati al nuovo sistema di calcolo contributivo, più penalizzante rispetto al precedente sistema retributivo, poiché si è inteso salvaguardare coloro che avessero già versato un certo numero di contributi in tale sistema.

Pertanto è stato adottato il seguente criterio:

1) applicazione integrale del sistema contributivo a tutti i lavoratori assunti per la prima volta dal 1°-1-1996 in poi, privi pertanto di contributi versati anteriormente a tale data. La pensione per tali lavoratori è calcolata esclusivamente con il metodo di calcolo contributivo (art. 1, comma 6, L. 335/1995);

2) applicazione del sistema di calcolo misto, anche detto in pro rata, ai lavoratori che, al 31-12-1995, avevano già contributi versati, ma in misura inferiore a 18 anni. Per tali lavoratori la pensione è determinata sommando due quote di anzianità contributiva, quella maturata fino al 31-12-1995, calcolata secondo il sistema retributivo, e quella maturata successivamente e fino alla data della pensione, calcolata secondo il sistema contributivo;

3) applicazione del sistema di calcolo retributivo ai lavoratori in possesso al 31-12-1995 di almeno 18 anni di contributi.

Pertanto, anche all’indomani della riforma Dini, hanno continuato a coesistere entrambi i sistemi di calcolo, quello retributivo e quello contributivo.

Sennonché dal 1°-1-2012 la situazione è radicalmente mutata. Il cd. Decreto Salva Italia ha, infatti, disposto, con effetto da tale data, il passaggio di tutti gli assicurati al sistema di calcolo contributivo (art. 24, comma 3, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011).

L’innovazione riguarda, quindi, i lavoratori di cui al n. 3, cioè coloro che, all’epoca della riforma Dini, avevano potuto conservare il sistema di calcolo esclusivamente retributivo.

A tali lavoratori il sistema di calcolo contributivo si applica con il metodo pro rata, in quanto riguarda soltanto i contributi versati dal 1°-1-2012 e fino alla fine della vita lavorativa.

La pensione è determinata in base a due quote (art. 1, comma 12, L. 335/1995):

— una quota corrispondente ai contributi maturati fino al 31-12-2011, calcolata secondo il sistema retributivo;

— una quota corrispondente ai contributi maturati successivamente al 31-12-2011 e fino alla data del pensionamento, calcolata secondo il sistema contributivo.

Qualora dall’applicazione del metodo pro rata dovesse risultare un importo superiore a quello che sarebbe derivato dal solo metodo retributivo, la pensione viene calcolata con il metodo che determina l’importo più basso (art. 1, commi 707-709, L. 190/2014 e circ. INPS 154/2015).

È possibile, comunque, esercitare un’opzione a che il calcolo della pensione avvenga interamente con il sistema contributivo (che viene così applicato anche ai contributi maturati fino al 31-12-2011).

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Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

Integrazione al trattamento pensionistico minimo, perequazione automatica, contributo di solidarietà, permanenza in servizio e collocamento a riposo.

 

In presenza di una scarsa anzianità contributiva, la pensione può risultare di importo tale da non garantire un’adeguata capacità di sostentamento. È stato perciò fissato il cd. importo minimo di pensione, che dovrebbe, almeno in teoria, equivalere alla somma necessaria a soddisfare i bisogni vitali del pensionato, e che è rivalutato periodicamente (art. 11 D.Lgs. 503/1992).

Tutte le pensioni, anche quelle percepite dai pubblici dipendenti, che risultano inferiori al trattamento minimo sono aumentate fino a tale importo (cd. pensioni integrate al minimo).

Al fine di determinare il diritto all’integrazione sono fissate soglie di reddito, aggiornate ogni anno, che non devono essere superate dal pensionato (dal 1995, ai fini del diritto all’integrazione al trattamento minimo assume rilievo, oltre al reddito del pensionato, anche il reddito del coniuge non legalmente ed effettivamente separato).

La perequazione automatica delle pensioni

L’esigenza di garantire la capacità di sostentamento dei pensionati ha reso necessario il ricorso a strumenti atti a salvaguardare il potere d’acquisto delle pensioni, eroso gradualmente dalla svalutazione monetaria.

È stata così istituita la cd. perequazione automatica delle pensioni (L. 153/1969 e art. 11 D.Lgs. 503/1992): tutte le pensioni vengonorivalutate annualmente sulla base della variazione del costo della vita intervenuta nell’anno precedente.

La rivalutazione delle pensioni è applicata, per ogni singolo beneficiario, in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti dall’INPS o da altri enti (art. 34, comma 1, L. 448/1998).

Le necessità di contenimento della spesa pubblica hanno determinato, nel tempo, una modifica dei criteri di applicazione della perequazione automatica con l’effetto di ridurre la rivalutazione, fino ad escluderla del tutto, per i trattamenti più elevati. Va detto, comunque, che a causa della contingente situazione finanziaria del Paese e della necessità di ripristinare condizioni di stabilità e di equilibrio, si è nel tempo circoscritto il novero delle pensioni rivalutabili.

In particolare, per il triennio 2014-2016, essa spetta per intero (100%) soltanto per i trattamenti di importo complessivo pari o inferiore a tre volte il trattamento minimo INPS (art. 1, comma 483, L. 147/2013).

Per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica, l’aumento di rivalutazione è attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Per il 2012-2014 era stato previsto un ulteriore irrigidimento del meccanismo di perequazione, che, però, è stato dichiarato illegittimo dalia Corte Costituzionale (sent. 70/2015), con successivo obbligo per lo Stato di corresponsione degli aumenti non versati (D.L. 65/2015 conv. in L. 109/2015).

Il contributo di solidarietà sulle pensioni di importo elevato e il limite massimo di trattamento

A decorrere dal 1°-1-2014 e fino a tutto il 2016 si applica, a carico delle pensioni di importo elevato, un contributo di solidarietà destinato ad alimentare le risorse delle gestioni previdenziali obbligatorie (art. 1, co. 486, L. 147/2013).

Il contributo è applicato sui trattamenti pensionistici percepiti dal pensionato che risultino complessivamente superiori a 14 volte il trattamento minimo INPS.

Ai fini dell’applicazione del contributo di solidarietà si considera il trattamento pensionistico lordo spettante nell’anno considerato. Se il pensionato è titolare di più trattamenti, si considera l’importo complessivo dei trattamenti percepiti. In tal caso, l’INPS, sulla base dei dati che risultano dal Casellario centrale dei pensionati, fornisce a tutti gli enti interessati i dati per l’effettuazione della trattenuta del contributo di solidarietà, che sarà applicato, da ciascun ente, in proporzione ai trattamenti erogati.

Il contributo di solidarietà è strutturato su diverse aliquote ed in particolare:

— 6% sulla quota di pensione superiore a 14 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 20 volte il predetto trattamento;

— 12% sulla quota di pensione superiore a 20 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 30 volte il predetto trattamento;

— 18% sulla quota di pensione superiore a 30 volte il trattamento minimo INPS.

Ricordiamo, inoltre, che anche ai trattamenti pensionistici, si applica il limite costituito dal livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo, valido per tutti i soggetti che ricevono emolumenti e prestazioni a carico delle finanze pubbliche, nell’ambito di rapporti di lavoro con le P.A. (artt. 23bis e 23ter D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011 e art. 13, comma 1, D.L. 66/2014 conv. in L. 89/2014). Il limite in questione coincide con il trattamento economico del primo Presidente della Corte di Cassazione.

Il limite in questione incide anche sul calcolo della pensione, applicandosi alla retribuzione da prendere come base di calcolo della pensione.

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Il diritto di accesso ai documenti amministrativi

Accesso agli atti amministrativi: come funziona, oggetto, soggetti attivi e passivi, tutela e i limiti.

 

Il diritto di accesso, quale corollario del principio di trasparenza dell’azione amministrativa, indica l’insieme delle pretese che il cittadino vanta nei confronti della P.A. affinché la sua azione sia «trasparente», è stato sancito quale principio generale dell’ordinamento giuridico ad opera della L. 241/1990: questa, al Capo V, detta disposizioni applicabili a tutti i procedimenti amministrativi.

Esso, infatti, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza.

Per quanto riguarda la trasparenza, essa attribuisce ai cittadini il potere di esercitare un controllo democratico sull’operato dei soggetti pubblici, al fine di verificarne la conformità agli interessi sociali ed ai precetti costituzionali.

Il secondo obiettivo perseguito dalla normativa in materia di diritto di accesso è costituito dalla garanzia dello svolgimento imparziale dell’azione amministrativa. Con la enunciazione di tale obiettivo, il legislatore ha chiarito che la conoscibilità degli atti della P.A. rappresenta uno strumento indispensabile ai fini della verifica della correttezza dell’operato dei pubblici poteri e dell’individuazione dei favoritismi e delle collusioni in cui gli stessi incorrono.

Il T.U. trasparenza ha introdotto l’istituto dell’accesso civico, espressione dei principi di pubblicità e trasparenza (art. 5). Correlato all’obbligo delle P.A. di pubblicare dati, esso si sostanzia nel diritto di chiunque di richiedere i medesimi, nel caso sia stata omessa la pubblicazione, senza limiti relativi alla legittimazione soggettiva.

I titolari

Ai sensi dell’art. 22, il diritto di accedere ai documenti amministrativi compete a tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano specifico interesse (l’interesse deve essere concreto, diretto e attuale) in relazione alla tutela di una situazione giuridicamente rilevante e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso.

La L. 15/2005 ha aggiunto anche la definizione di «controinteressati»: si tratta di tutti i soggetti, individuati o facilmente individuabili in base alla natura del documento richiesto che, dall’esercizio dell’accesso, vedrebbero compromesso il loro diritto alla riservatezza.

Oggetto

Quanto all’oggetto del diritto in esame, il legislatore italiano non ha ritenuto di addivenire ad una elencazione tipologica dei documenti accessibili, ma ha preferito darne una definizione generale: è considerato documento amministrativo ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale.

I soggetti passivi

I soggetti obbligati all’esercizio del diritto d’accesso sono:

— le pubbliche amministrazioni. Nell’ambito di queste vanno ricompresi tutti gli apparati organizzativi centrali e periferici dello Stato, delle Regioni, delle Province, dei Comuni, delle Comunità montane, delle Città metropolitane;

— gli enti pubblici. Nel novero di tali enti vanno ricompresi anche gli enti pubblici economici relativamente allo svolgimento dell’attività di diritto pubblico;

— i gestori di pubblici servizi;

— le aziende autonome e speciali. Trattasi di organismi atipici, normalmente privi di personalità giuridica, ma dotati di una propria organizzazione amministrativa, incardinati nell’amministrazione statale, adibiti all’esercizio di attività ed alla gestione di servizi di carattere tecnico-economico e di enti di gestione di pubblici servizi locali, dotati di personalità giuridica, di autonomia imprenditoriale e statutaria;

— l’autorità di garanzia e di vigilanza;

— l’amministrazione comunitaria. Il regolamento CE 1049/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 maggio 2001 stabilisce che qualsiasi cittadino dell’Unione e qualsiasi persona fisica o giuridica che risieda o abbia la sede sociale in uno Stato membro, ha il diritto ad accedere ai documenti delle istituzioni. La stessa possibilità può essere concessa dalle istituzioni anche alle persone fisiche o giuridiche non appartenenti ad alcuno Stato membro;

— le imprese di assicurazione. Ai sensi dell’art. 146 del D.Lgs. 209/2005 (Codice delle assicurazioni private), le imprese di assicurazione esercenti l’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, sono tenute a consentire ai contraenti ed ai danneggiati il diritto di accesso agli atti a conclusione dei procedimenti di valutazione, contestazione e liquidazione dei danni che li riguardano.

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Equitalia: colpa grave e risarcimento se insiste nella riscossione.

Responsabilità processuale e indennizzo a carico di Equitalia in quanto agisce in forza di un proprio diritto alla riscossione.  

 Se Equitalia insiste nel voler riscuotere forzatamente un credito non dovuto deve pagare, oltre alle spese processuali, anche il risarcimento al contribuente; non può infatti scaricare la responsabilità per l’illegittimità della pretesa sull’ente impositore per il quale agisce in qualità di mandataria. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1].   L’agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante mandato che la lega con l’ente titolare del credito; pertanto spetta ad Equitalia, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione processuale, anche l’agente della riscossione deve essere condannato al risarcimento del danno, oltre che alle spese processuali, nei confronti della parte vincitrice del giudizio per aver agito con colpa grave [2].   Il che significa, in pratica, che prima di avviare l’esecuzione forzata o, eventualmente, resistere alla causa avviata dal contribuente per impugnare la cartella di pagamento, Equitalia è tenuta sempre a verificare i documenti di cui è in possesso od assumere le necessarie informazioni presso l’ente impositore-mandante.

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Ecco perché è un inganno chiamarlo Canone Rai

I raggiri dello Stato per ottenere il pagamento dell’imposta sul possesso della televisione.

 

C’è ancora chi lo chiama, dolosamente, Canone Rai e, per invogliare il cittadino al pagamento spontaneo entro la scadenza naturale (31 dicembre), fa pubblicità in televisione (una pubblicità per il pagamento di un’imposta…!) promettendo ricchi premi e cotillon (se paghi le tasse ti premio: come dire “se paghi l’imposta sulla spazzatura, partecipi al Bingo di fine anno”). Ma quello che volgarmente viene detto canone Rai è tutto fuorché un canone, e tanto meno collegato alla Rai.

 

Si tratta, invece, di una comunissima imposta, come le centinaia presenti nel nostro sistema tributario, il cui presupposto non è la visualizzazione delle reti Rai, ma il possesso di un qualsiasi apparecchio televisivo, funzionante o meno: allo stesso modo di chi possiede una casa o un terreno e paga l’imposta sugli immobili. Dunque, è la disponibilità materiale (e neanche la proprietà) della scatola con il vecchio tubo catodico ad essere il vero presupposto di imposta. Di conseguenza, chi utilizza la televisione solo per vedere la pay-tv o le reti private deve comunque pagare il canone.

 

Non solo: è sbagliato usare il termine “Rai” accostato alla parola “canone” in quanto il beneficiario dell’imposta non è la Rai, ma lo Stato, che poi ne destina una parte al finanziamento della televisione pubblica (ma questo è un rapporto tra tali due soggetti che non tocca il cittadino-contribuente). Non vi è dunque alcuna relazione diretta – come chiarito dalla Corte Costituzionale e dalla Cassazione – tra le entrate derivanti dal cosiddetto “canone” e quelle invece destinate alle tre reti della Rai.

 Tutto questo fa aumentare il disgusto per come l’imposta viene spacciata per farla digerire al popolo. Disgusto a cui si sommano i metodi spesso illegali usati per la riscossione: non con le tipiche “comunicazioni” che usa l’erario per tutte le altre imposte (gli accertamenti, gli avvisi di mora, le cartelle esattoriali), ma soggetti privati che, spacciandosi per pubblici ufficiali (mentre tali non sono), bussano porta a porta intimando il pagamento o chiedendo di poter visionare l’appartamento. Una vera e propria truffa del tutto simile a quella di alcune compagnie elettriche per far firmare contratti capestri agli ignari consumatori.

 

Il disgusto viene accentuato anche da come viene speso il denaro pubblico per la gestione del cosiddetto servizio pubblico (leggi: partiti e loro pollai).

In ultimo, non dimentichiamo il disprezzo che il Parlamento e il Governo continuano a dimostrare verso gli italiani che, già diversi anni fa, con un referendum, hanno chiesto la privatizzazione del servizio televisivo pubblico.

 

Insomma, il Governo dovrebbe smettere di chiamarlo “Canone Rai” solo per illudere i contribuenti che si tratti di un pagamento collegato a un servizio a loro destinato, come il pedaggio autostradale. Il pagamento non ha come corrispettivo la visualizzazione dei canali Rai e anche chi non usufruisce di tale “servizio” (se tale vogliamo chiamarlo) deve pagare.

Il nome corretto dovrebbe essere “Imposta sul possesso della televisione”, ma forse, così facendo, i contribuenti comprenderebbero ancor di più quale iniquità si nasconde dietro questa gabella. E allora così sia: meglio che il popolo continui a navigare nell’ignoranza. E nel frattempo, avvicinandosi la scadenza del prossimo canone (visto che probabilmente per il pagamento in bolletta luce ci vorrà luglio 2016) ci chiediamo quali concorsi indirà la Rai per poter ottenere l’ambito pagamento.

 

Articolo Completo : Ecco perché è un inganno chiamarlo Canone Rai

La pensione di invalidità è pignorabile?

Sono titolare di una pensione di invalidità: i creditori o Equitalia possono pignorarla anche se non la deposito in banca, direttamente presso l’Inps?  

In linea teoria, le pensioni di invalidità, al pari di ogni altra pensione, sono pignorabili dal creditore entro i nuovi limiti stabiliti dall’ultima riforma, che mirano a conservare, in capo al debitore, il minimo vitale per il proprio sostentamento. Tale limite viene così definito:   Se la pensione non è depositata in banca, ma viene pignorata direttamente presso l’Istituto di previdenza In tal caso, il creditore non può pignorare il cosiddetto “minimo vitale” che è pari alla misura dell’assegno sociale mensile aumentato della metà (per un totale di 672,76 euro, posto che la pensione sociale per il 2015 è di 448,51); il residuo è pignorabile nei limiti di un quinto. Per esempio: se una pensione ammonta a 1000 euro, da questa vanno decurtati 672,76 euro; la differenza, pari a 327,24 euro è pignorabile nei limiti di un quinto al mese (per un totale di 65,45 euro al mese);   Se la pensione è depositata in banca In tal caso, bisogna distinguere: – le somme che, al momento del pignoramento, si trovano già depositate in banca possono essere pignorate integralmente fatto salvo un limite impignorabile pari al triplo dell’assegno sociale (ossia, al 2015, 448,51×3= 1.345,53); – le somme che arriveranno in banca dopo il pignoramento sono pignorabili nei limiti di un quinto.   La Cassazione Secondo un precedente della Cassazione [1], che tuttavia è anteriore alla riforma appena citata, la pensione di invalidità è pignorabile integralmente fatto salvo un limite impignorabile di somme necessarie a garantire al pensionato i mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. Tale limite, all’epoca, non essendo ancora stato determinato dalla legge, veniva quantificato di volta in volta dal giudice.

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