AITANTE è La parola del giorno

Aitante

[ai-tàn-te] SIGN Che aiuta; gagliardo, vigoroso, prestante                                                  propriamente, participio presente di [aitare], variante antica di [aiutare], che è dal latino [adiutare], derivato di [adiuvare] ‘aiutare, giovare’, composto di [ad-] e [iuvare] ‘giovare’.                                   Non solo questa parola ha un significato davvero gradevole, ma lo significa con un’immagine delle più graziose.                                                                                                                              Letteralmente si direbbe ‘aitante’ chi presta aiuto: lo potremmo leggere come una variante di ‘aiutante’. Ma il bello è che, più che sul gesto di chi aiuta, si concentra su quelle che si presume siano le sue qualità – cioè valore, vigore – e le mette in luce. Dopotutto, in certi aiuti continuiamo a riconoscere lo scintillare dell’armatura e del sorriso del cavaliere cortese.                                               Persa nel tempo l’evidenza del nesso col soccorso (ma non la sostanza), ci resta quindi un aitante gagliardo e prestante, e ovviamente di bell’aspetto. Possiamo chiedere al giovanotto aitante di caricarci in macchina i sacchi della spesa (“Sa, c’erano a sconto i lingotti di piombo!”), la nonna che vuol mostrarsi aitante si rompe di nuovo il malleolo, e l’aitante squadra di lavoro ripara in un balletto il tubo esploso che aveva trasformato la strada in un’attrazione da parco acquatico. Una risorsa brillante, simpatica, di delicato vigore e dallo spessore inatteso.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/A/aitante

Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

Articolo Completo :Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Equitalia blocca il conto coi soldi per le cure mediche

Mi è stato notificato un pignoramento in banca per delle cartelle esattoriali non pagate: se dimostro che le somme mi servono per cure mediche salvavita e che sono invalido posso ottenere lo sblocco?

 

Purtroppo non è previsto alcun beneficio per chi non paga le cartelle esattoriali di Equitalia e, al contempo, utilizza i soldi del proprio conto corrente per pagarsi le cure mediche; ciò vale anche se si tratta di prestazioni sanitarie imprescindibili, come nel caso delle cure salvavita.

Incredibilmente, è più facile ottenere un “alleggerimento” del pignoramento se si è pensionati o lavoratori dipendenti piuttosto che se si è inabili al lavoro e, per via dell’invalidità, non si può percepire altri redditi.

Difatti, i redditi di lavoro dipendente e quelli da pensione possono essere pignorati nei limiti massimi di:

– un decimo, per pensioni e stipendi inferiori a 2.500 euro;

– un settimo, per pensioni e stipendi tra 2.5001 e 5.000 euro;

– un quinto, per pensioni e stipendi superiori.

Invece, se il pignoramento avviene sul conto del lavoratore dipendente o del pensionato, Equitalia può bloccare solo la somma ivi depositata superiore a 1.345,56 euro (ossia pari al triplo dell’assegno sociale). Dunque, se il conto rimane sempre entro tale soglia, il pignoramento “va a vuoto”. Per gli importi, invece, accreditati sul conto dopo il pignoramento (sempre a titolo di pensione o stipendio) resta il limite massimo di un quinto. Sul punto, leggi l’approfondimento “Pignoramento del conto corrente: nuovi limiti”.

Pertanto, dando dimostrazione che il denaro depositato sul conto corrente serve per cure mediche vitali non si ottiene lo sblocco, né il giudice può annullare il pignoramento. Si tratta di una delle tante storture del nostro sistema di riscossione tributaria.

La pensione di invalidità è pignorabile?

Per quanto riguarda, infine, il pignoramento dei sussidi assistenziali previsti per gli invalidi, in linea teorica anche tali importi sono pignorabili al pari di qualsiasi altro credito. La Cassazione ha però chiarito che la pensione di invalidità è pignorabile integralmente fatto salvo un limite impignorabile di somme necessarie a garantire al pensionato i mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. Fino alla recente riforma dell’esecuzione forzata, tali minimo impignorabile veniva determinato, caso per caso, dal giudice. Oggi si potrebbe avanzare la tesi (attraverso una interpretazione in via analogica dalle norme sul pignoramento della pensione) secondo cui il minimo vitale è pari al triplo dell’assegno sociale, ossia, per il 2016 a tre volte l’importo di 448,51 euro (ossia 1.345,53).

Articolo Completo : Equitalia blocca il conto coi soldi per le cure mediche 

Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse

Avvocati: il procedimento volto a scontare i crediti dovuti al professionista per la difesa a spese dello Stato.

La legge di Stabilità per il 2016 [1] consente agli avvocati di compensare con le tasse gli onorari a loro spettanti per attività rese con il gratuito patrocinio. Si tratta di una delle misure accolte con maggior soddisfazione dal mondo forense, specie dopo gli ultimi interventi normativi che avevano drasticamente tagliato i compensi riconosciuti ai professionisti per tale forma di difesa. Ma procediamo con ordine.

Il gratuito patrocinio

Al gratuito patrocinio viene ammesso chi dimostra (anche con autocertificazione) di possedere un reddito non superiore a 11.528,41 euro, eventualmente elevato di 1.032,91 euro per ciascuno dei familiari conviventi. In tal modo, il beneficiario della misura può scegliere il proprio avvocato che, alla fine del processo, sarà pagato dallo Stato. Se però la causa termina con una sentenza che rigetta la domanda proposta dalla parte ammessa al gratuito patrocinio, quest’ultima può essere ugualmente condanna alle spese processuali, dovendo così pagare, di tasca propria, i costi del giudizio alla controparte. Tale previsione è finalizzata ad evitare che chi è ammesso al patrocinio a spese dello Stato possa avanzare richieste pretestuose, intasando la giustizia e, soprattutto, danneggiando terzi.

 La procedura

L’istanza di liquidazione viene presentata dal difensore al giudice che ha deciso il giudizio; quest’ultimo, con un decreto, calcola le spettanze dovute dall’erario all’avvocato e ne ordina il pagamento.

Quando tale decreto viene emesso, esso diventa titolo di pagamento della spesa e rende azionabile il credito dell’avvocato nei confronti dello Stato.

A questo punto, però, il professionista si scontra con i ritardi della pubblica amministrazione e, a volte, deve attendere numerosi anni prima di poter vedere il proprio compenso.

La compensazione

Proprio per venire incontro agli avvocati che abbiano sposato la causa “sociale” ed evitare la fuga generalizzata dall’istituto del gratuito patrocinio, la legge di Stabilità consente un facile rientro per il professionista che abbia maturato, tale titolo, crediti dall’erario per spese, diritti e onorari, consentendogli di portarli in compensazione con i propri debiti tributari di qualsiasi tipo, cioè per imposte e tasse (ivi compresa l’Iva), ma anche per il pagamento dei contributi previdenziali per i loro dipendenti. La norma non cita i contributi previdenziali dell’avvocato stesso, il che fa pensare a una esclusione volontaria del legislatore.

La compensazione avviene mediante la cessione di crediti, che siano maturati nel 2016 o anche precedentemente al 2016, purché non siano ancora saldati dall’amministrazione pubblica

La compensazione non è automatica, ma opera solo su richiesta dell’avvocato. Inoltre, quest’ultimo potrà optare anche per una compensazione parziale, cioè potrà riguardare solo una parte di quanto dovuto a titolo di imposta o tassa o contributi previdenziali per i dipendenti (si pensi al caso in cui il difensore abbia maturato crediti superiori ai propri obblighi fiscali).

Si tratta, dunque, di una forma di pagamento alternativo di tasse, imposte o contributi previdenziali; un pagamento che si effettua, anziché con il versamento del dovuto, con la cessione dei crediti derivanti dalla liquidazione dei compensi all’ente o all’articolazione dello Stato nei confronti del quale l’avvocato è debitore e che non è necessariamente quella tenuta a liquidargli la prestazione fornita al cittadino ammesso al gratuito patrocinio.

Tali cessioni di credito sono esenti da imposta di registro o di bollo.

La certificazione della cancelleria

Il credito del professionista deve essere definitivo. La legge di stabilità, infatti, stabilisce che non possono essere ceduti e quindi nemmeno compensati i crediti fondati su decreto di pagamento contro il quale sia stata proposta opposizione ai sensi dell’articolo 170 del testo unico sulle spese di giustizia [2]: ciò allo scopo di consentire la cessione solo quando l’ammontare del credito sia certo e definitivo. Il che fa pensare che, per ottenere la compensazione, il difensore dovrà munirsi di attestazione di cancelleria che attesti il decorso dei termini per la proposizione dell’opposizione; altrimenti il credito non potrà essere compensato.

L’opposizione al decreto di liquidazione può essere proposta anche dall’avvocato in favore del quale viene disposto il pagamento. Il che, di norma, avviene quando il legale ritiene che il calcolo dei compensi non sia congruo. Da oggi, però, prima di opporsi a un decreto che non lo soddisfa, l’avvocato dovrà tenere conto che ciò bloccherà la compensazione.

Anche se la legge non lo specifica vanno equiparati i crediti i per i quali l’opposizione sia stata respinta con provvedimento definitivo

 

Articolo Completo :Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse 

Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola

Sinistri stradali e quantificazione del danno non patrimoniale: il giudice deve motivare le ragioni dello scostamento dalle tabelle di Milano.  

Nel caso in cui l’assicurazione debba risarcire il danno da sinistro stradale deve tenere conto, ai fini del danno non patrimoniale, delle quantificazioni operate dalle tabelle del Tribunale di Milano. Secondo, infatti, una recente sentenza della Cassazione [1], tali tabelle hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio nazionale. Se anche il giudice ritiene di discostarsi dai parametri offerti dal foro meneghino, deve comunque darne una congrua motivazione.   Risulta, dunque, sempre più difficile derogare ai criteri di liquidazione del danno stabiliti dal Tribunale di Milano. Essi servono quantomeno (e necessariamente) “quale criterio di riscontro e verifica” della quantificazione diversamente ottenuta.   La sentenza in commento ricorda innanzitutto che il risarcimento del danno non patrimoniale deve essere “integrale”, senza possibilità di sconfinare in indennizzi puramente simbolici o irrisori, o comunque non correlati all’effettiva entità del danno subìto dal danneggiato.   Il giudice deve poi rispettare criteri di “elasticità e flessibilità” in modo da garantire, nel contempo, sia il rispetto di liquidazioni uniformi (senza, cioè, creare disparità tra i cittadini), sia la possibilità di quantificazioni “personalizzate” del danno, in modo da non tralasciare nessuna delle conseguenze (fisiche o morali) che siano ricadute sul danneggiato.   In definitiva, la valutazione del giudice deve essere “equa”, ossia adeguata e proporzionata alle circostanze concrete del caso specifico.   L’applicazione concreta di tali principi ha portato a utilizzare sempre più le cosiddette tabelle di liquidazione elaborate dalla prassi. Tra queste, sicuramente il primato lo rivestono le tabelle dei Tribunale di Milano, che appunto diventano parametro per ogni valutazione del danno in qualsiasi parte d’Italia.   Qualora il giudice intenda dare preferenza ad altri sistemi di quantificazione deve argomentarlo in modo preciso e puntuale: un difetto di motivazione renderebbe la sentenza viziata.

Articolo Completo :Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola 

Tutti i conti correnti sono pignorabili

Vorrei sapere se esistono conti correnti pignorabili e altri, invece, che non possono essere bloccati dai creditori.

 

Non esistono conti correnti che non siano (almeno astrattamente) pignorabili: la legge, infatti, stabilisce che il debitore risponde, dei propri debiti, con tutto il suo patrimonio presente e futuro. Dunque, ogni rapporto di credito che il debitore vanta nei confronti di terzi – come appunto la banca, le Poste Italiane, o qualsiasi altro intermediario finanziario – è pignorabile attraverso la procedura esecutiva detta “pignoramento presso terzi”.

Tanto è vero che, quando il creditore notifica l’atto di pignoramento al debitore e alla sua banca, non cita il tipo di rapporto da pignorare, né lo individua concretamente, ma fa riferimento a qualsiasi tipo di somma, deposito, titoli, ecc. ivi presenti, prescindendo peraltro dalla natura del credito stesso (se, cioè, la fonte della disponibilità delle somme siano pensioni, stipendi, sussisti di invalidità, ecc.). Salvo – per quanto si dirà tra breve – alcuni limiti “quantitativi” al pignoramento delle somme depositate in banca, dunque, ogni tipo di rapporto di credito è pignorabile.

Come fa il creditore a sapere in quale banca il debitore ha il conto?

I problemi per il creditore, però, potrebbero essere di carattere pratico. Fino a qualche tempo fa, la difficoltà principale era individuare presso quale banca il debitore avesse depositato le somme. Il che costringeva spesso a una sorta di caccia al tesoro, ove il creditore notificava lo stesso atto di pignoramento a più istituti di credito fino a quando non avesse trovato quello giusto. Oggi, questo problema è superabile richiedendo l’autorizzazione, al Presidente del Tribunale, di effettuare una ricerca telematica – con l’ufficiale giudiziario – dell’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta “Anagrafe dei conti correnti”). Si tratta di un maxi database, in uso al fisco, che può essere accessibile a chi ha necessità di effettuare pignoramenti e, quindi, conoscere dove il debitore deposita i propri soldi e, soprattutto, la reale consistenza (saldo attivo o passivo).

Le carte prepagate con iban

Fino a pochi giorni fa, esistevano, comunque, dei rapporti di credito con le banche che uscivano fuori dall’Anagrafe tributaria e garantivano al debitore una sorta di invisibilità completa. Si trattava delle carte prepagate con Iban. Lo scorso mese, tuttavia, l’Agenzia delle Entrate ha definitivamente disposto che anche per tali rapporti le banche facciano la comunicazione annuale all’Anagrafe dei conti correnti, rendendo quindi visibili, e peraltro pignorabili, anche le carte con Iban (di tanto abbiamo parlato in “Carte prepagate con iban: ora pignorabili”).

Il pignoramento del conto Paypal

Sicuramente uno dei rapporti di conto corrente più difficilmente individuabili dai creditori è quello con Paypal, banca straniera con sede, per l’Europa, a Lussemburgo. In tal caso, oltre alle difficoltà pratiche di conoscenza dell’esistenza del conto, il problema diventa anche di carattere processuale, per via delle notifiche a un soggetto estero. Ciò comunque non toglie l’astratta pignorabilità anche di tali rapporti (di tanto abbiamo parlato in “Possibile il pignoramento del conto Paypal?”).

 

Articolo Completo :Tutti i conti correnti sono pignorabili

Bonus disoccupati anche ai pensionati

Il Ministero del Lavoro riconosce il Bonus assunzione anche ai pensionati e chiarisce tutti i casi particolari in cui spetta.

Si allarga la platea del Bonus disoccupati: il Ministero del lavoro ha confermato la sua spettanza anche nel caso di assunzione di lavoratori pensionati, nonché in altre ipotesi particolari, come la trasformazione di collaboratori in lavoratori subordinati.

Il Ministero, ampliando la platea dei beneficiari, si è attenuto alla finalità della normativa, ossia quella di incentivare il ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato: non ha, comunque, effettuato alcuna forzatura interpretativa, in quanto si è limitato a confermare il Bonus solo per quei soggetti per i quali non fosse già esplicitamente escluso dalla legge.

Vediamo insieme, oltre agli ultimi chiarimenti, come funziona il Bonus disoccupati e come ottenerlo.

Bonus disoccupati: come funziona

Il Bonus disoccupati, conosciuto anche come Bonus assunzione, è stato originariamente previsto dalla Legge di Stabilità 2015 [1], poi confermato, ma con importanti modifiche, dalla Legge di Stabilità 2016 [2].

Il Bonus, difatti, consiste, per gli assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, di fruire di uno sgravio totale dei contributi Inps a carico del datore di lavoro, sino a un tetto massimo di 8060 euro, e per un periodo massimo di 36 mesi.

Per gli assunti nel corso del 2016, invece, il Bonus è ridotto a un tetto massimo di 3250 euro, e consente uno sgravio del 40% dei contributi a carico del datore.

In entrambi i casi, il bonus è riconosciuto per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori privi di occupazione stabile, sia da parte di aziende che di altri enti, o liberi professionisti: condizione necessaria per fruire dell’incentivo è il possesso del Durc (cioè della regolarità contributiva) e l’assenza di violazioni commesse relativamente alle norme essenziali di lavoro, nonché il rispetto dei contratti collettivi.

Requisiti del lavoratore

Per aver diritto al bonus, il lavoratore assunto non deve avere contratti a tempo indeterminato nei 6 mesi precedenti all’assunzione: ciò significa che si può fruire del bonus non solo per i soggetti completamente privi di un’occupazione nei 6 mesi precedenti, ma anche per gli occupati a tempo determinato, per le partite Iva, i co.co.co., nonché per i lavoratori autonomi ed i collaboratori occasionali e per gli stagionali.

Insomma, l’agevolazione vale per tutti quei contratti che non configurino un’occupazione stabile, intesa come rapporto a tempo indeterminato.

L’incentivo non spetta, invece, laddove il lavoratore abbia avuto, nei 6 mesi precedenti, un rapporto di apprendistato, in quanto configura comunque un contratto a tempo indeterminato, nonostante la possibilità di disdetta finale; per lo stesso motivo, non spetta nemmeno ai lavoratori che, nei 6 mesi precedenti, abbiano avuto un rapporto a tempo indeterminato, ma non abbiano superato il periodo di prova.

Infine, l’incentivo non spetta se il lavoratore, pur essendo non occupato nei 6 mesi precedenti, abbia già fruito del bonus, anche in un’altra azienda: a differenza dei benefici della Legge 407, spettanti al raggiungimento di 24 mesi di disoccupazione, i benefici del nuovo bonus spettano, per il lavoratore, una sola volta nella carriera.

Bonus disoccupati ai pensionati

La pensione, nonostante garantisca al lavoratore una certa stabilità di reddito, non è assimilabile al rapporto di lavoro a tempo indeterminato; inoltre, la normativa che ha istituito il Bonus assunzioni non esclude i pensionati dalla platea dei beneficiari.

Per questi motivi, nella risposta ad un recente interpello [3], Il Ministero del lavoro ha confermato la piena spettanza del Bonus ai lavoratori già in pensione, purché questi, ovviamente, non ne abbiano già fruito precedentemente, anche in un’altra azienda.

Il bonus è riconoscibile anche quando il pensionato risulti aver lavorato nei 6 mesi precedenti, sempre che non si sia trattato di un rapporto a tempo indeterminato.

Bonus per trasformazione del contratto

In ultimo, il Ministero ha chiarito anche la spettanza dell’incentivo in tutti i casi di trasformazione del precedente rapporto in un contratto a tempo indeterminato, laddove non siano state già riscontrate violazioni in materia di lavoro.

Via libera, allora, alla conversione di co.co.co., partite Iva e lavoratori autonomi occasionali, co.co.pro e collaborazioni occasionali in genere: come abbiamo visto, difatti, nessuno di questi rapporti configura un’occupazione stabile, pertanto non ci sono limiti alla fruizione del Bonus.

Articolo Completo :Bonus disoccupati anche ai pensionati

Decreto flussi 2016: 30.000 quote disponibili

È uscito ieri il decreto flussi 2016 per lavoratori stagionali, non stagionali e conversione di permessi di soggiorno: 30.000 quote in totale.

 

Il nuovo decreto flussi per l’anno 2016 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Esso prevede la disponibilità di circa 30.000 quote, distribuite tra lavoratori stagionali, non stagionali e conversione di permessi di soggiorno.

Lavoro subordinato non stagionale e lavoro autonomo

17.850 quote sono destinate a lavoratori extracomunitari per lavoro subordinato non stagionale e lavoro autonomo. Tra queste sono comprese:

1.000 quote per cittadini stranieri extracomunitari residenti all’estero, che abbiano completato programmi di formazione ed istruzione nei Paesi d’origine [1];

2.400 quote per cittadini non comunitari residenti all’estero per motivi di lavoro autonomo, appartenenti alle seguenti categorie:

imprenditori che intendono investire in Italia una somma minima di 500.000 euro, con la creazione almeno di tre nuovi posti di lavoro;

liberi professionisti che intendono esercitare professioni regolamentate o vigilate, oppure non regolamentate ma rappresentate a livello nazionale da associazioni iscritte in elenchi tenuti da pubbliche amministrazioni;

titolari di cariche societarie di amministrazione e di controllo [2];

artisti di chiara fama o di alta e nota qualificazione professionale, ingaggiati da enti pubblici o privati [3];

stranieri che vogliano costituire imprese start-up innovative.

100 quote per lavoratori di origine italiana per parte di almeno uno dei genitori fino al terzo grado in linea diretta di ascendenza, residenti in Argentina, Uruguay, Venezuela e Brasile;

100 quote per lavoratori extracomunitari che hanno partecipato all’Esposizione Universale di Milano 2015;

– le quote da riservare alla conversione in permessi di soggiorno per lavoro subordinato (4.600 permessi di soggiorno per lavoro stagionale, 6.500 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale e 1.300 permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato UE) e per lavoro autonomo (1.500 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale e 350 permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato UE) di permessi di soggiorno rilasciati ad altro titolo;

Lavoro subordinato stagionale

 

Sono inoltre ammessi in Italia, per motivi di lavoro subordinato stagionale, i cittadini non comunitari residenti all’estero entro una quota di 13.000 unità delle seguenti nazionalità: Albania, Algeria, Bosnia-Herzegovina, Corea (Repubblica di Corea), Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Filippine, Gambia, Ghana, Giappone, India, Kosovo, Marocco, Mauritius, Moldova, Montenegro, Niger, Nigeria, Pakistan, Senegal, Serbia, Sri Lanka, Sudan, Ucraina, Tunisia.

Di queste 13.000 quote, 1.500 sono riservate a lavoratori extracomunitari dei Paesi sopra indicati, entrati in Italia per prestare lavoro subordinato stagionale per almeno due anni consecutivi e per i quali il datore di lavoro presenti richiesta di nulla osta pluriennale per lavoro subordinato stagionale.

I termini per la presentazione della domanda

In merito alla presentazione delle domande:

– per ingressi non stagionali e conversioni del permesso di soggiorno, le domande potranno essere preparate dal 3 febbraio e spedite dal ore 9:00 del 9 febbraio 2016;

– per ingressi stagionali, le domande potranno essere preparate dal 10 febbraio e spedite dalle ore 9:00 del 17 febbraio 2016.

La redistribuzione delle quote inutilizzate

Trascorsi novanta giorni dalla data di pubblicazione del decreto flussi in Gazzetta Ufficiale, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali si riserva la facoltà di ripartire le quote eventualmente inutilizzate in modo tale da impiegarle nella loro interezza.

Articolo Completo :Decreto flussi 2016: 30.000 quote disponibili

Pensione con 30 anni di contributi, chi può andare?

Pensione di vecchiaia, pensione anticipata contributiva, pensione di vecchiaia 

anticipata,salvacondotto e salvaguardia: le “scorciatoie” per la pensione.

 

Ho 30 anni di contributi e oltre 60 anni di età: posso andare in pensione?

La carriera lavorativa è sempre più precaria e frammentaria, complice la crisi: così, capita sempre più spesso di ritrovarsi, oltre i 60 anni, con non più di 30 anni di contributi, nonostante si sia iniziato a lavorare da giovani.

Ma quali possibilità ci sono per chi è over 60 ed ha 30 anni di contributi? Esaminiamo tutte le “scorciatoie” per la pensione e cerchiamo di dare una risposta.

Pensione anticipata

Purtroppo, non è possibile avvalersi della pensione anticipata, istituita dalla Legge Fornero, che ha sostituito la vecchia pensione di anzianità: per questo nuovo tipo di trattamento, difatti, anche se si prescinde dal requisito di età (nessuna penalizzazione per chi ha meno di 62 anni, sino al 31 dicembre 2017), occorrono ben 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, e 41 anni e 10mesi per le donne.

Opzione donna

Niente da fare nemmeno con l’Opzione donna, una vecchia tipologia di pensione di anzianità sopravvissuta alla riforma previdenziale, che consente di pensionarsi con requisiti ridotti in cambio del calcolo contributivo dell’assegno: sebbene basti aver raggiunto 57 anni e 3 mesi al 31 dicembre 2015, difatti, alla stessa data è necessario aver conseguito 35 anni di contributi.

Purtroppo, l’Opzione non funziona come il sistema delle quote, e non è possibile compensare la maggiore età con i minori contributi.

Pensione anticipata contributiva

Una possibilità di pensionarsi anticipatamente, per chi ha 30 anni di contributi, può essere allora la pensione anticipata contributiva; per questa sono sufficienti:

63 anni e 7 mesi di età;

– un minimo di 20 anni di contributi;

– non oltre 18 anni di contributi posseduti alla data del 31 dicembre 1995;

– almeno 5 anni di contributi versati dal 1996 in poi;

– assegno ottenibile superiore a 2,8 volte l’assegno sociale.

Per optare per la pensione anticipata contributiva, è poi necessario avere almeno un accredito contributivo versato alla Gestione Separata(basta essere stati iscritti come collaboratori, liberi professionisti, o essere stati retribuiti coi voucher per possedere l’iscrizione, in quanto non si viene cancellati alla cessazione del rapporto): in pratica, essendo i contributi delle altre gestioni sommati a quelli della Gestione Separata, spetta un’unica pensione, interamente calcolata col metodo contributivo.

In merito alla convenienza di tale anticipo, però, ci sarebbe da discutere: il calcolo contributivo è, infatti, notevolmente penalizzante.

Totalizzazione

Lo stesso discorso in merito alla penalizzazione vale per la totalizzazione: essa permette di pensionarsi con 30 anni di contributi (ne bastano 20) a chi possiede almeno 65 anni e 7 mesi di età, sommando i versamenti effettuati in più gestioni gratuitamente; il trattamento è però calcolato col contributivo, a meno che non si raggiunga il diritto ad autonoma pensione in una delle gestioni.

Salvacondotto

Il Salvacondotto, previsto dalla Legge Fornero, permette di pensionarsi con 30 anni di contributi (ne bastano 20) alle sole donne lavoratrici del settore privato, qualora abbiano compiuto 60 anni entro il 31 dicembre 2012, al raggiungimento di 64 anni e 7 mesi di età.

Per gli uomini, invece, è necessario possedere almeno 35 anni di contributi alla stessa data.

Settima Salvaguardia

Anche la Settima Salvaguardia contempla un’ipotesi di pensionamento con 30 anni di età: è possibile, in effetti, raggiungere il trattamento di vecchiaia con i requisiti precedenti alla Fornero, cioè col possesso, entro il 31 dicembre 2015, di 65 anni e 3 mesi di età (60 anni e 6 mesiper le lavoratrici dipendenti del settore privato), assieme ad almeno 20 anni di contributi.

Le ipotesi di pensione d’anzianità in Salvaguardia, invece, richiedono almeno 35 anni di contributi, compresa quella delle quote (sommatoria di età e contribuzione).

Com’è noto, per accedere alla Settima Salvaguardia è anche necessario possedere particolari requisiti legati alla vita lavorativa ed alla cessazione del rapporto (mobilità, trattamento speciale edile, contributori volontari, cessati dal servizio, lavoratori a termine, dipendenti in congedo per assistenza a figli disabili).

Lavoro usurante e notturno

Per quanto concerne la pensione anticipata riconosciuta a chi è stato adibito a lavori particolarmente faticosi e pesanti, oppure a turni notturni (sopra le 64 giornate l’anno), per almeno 7 anni negli ultimi 10 della vita lavorativa, 30 anni di contributi non sono purtroppo sufficienti: oltre ai requisiti d’età ed alle quote sono difatti necessari almeno 35 anni di contributi.

Pensione di vecchiaia anticipata

30 anni di contribuzione sono invece sufficienti a chi può accedere allapensione di vecchiaia anticipata: infatti, per chi possiede un’invalidità superiore all’80% è possibile pensionarsi a 60 anni e 7 mesi di età (55 anni e 7 mesi per le donne), con almeno 20 anni di contributi. Sono purtroppo esclusi i dipendenti pubblici.

Anticipo per invalidità

Esiste poi un altro “sconto” sui requisiti della pensione, applicabile ha chi possiede un’invalidità superiore al 74%: chi possiede tale riduzione della capacità lavorativa ha diritto al riconoscimento di 2 mesi di contributi in più ogni anno (figurativi), sino ad un anticipo massimo di 5 anni.

In pratica, chi possiede 30 anni di contributi effettivi, assieme a un’invalidità che oltrepassa il 74%, ha in realtà 35 anni di contributi: bisogna però aver riguardo, per il computo della contribuzione figurativa, alla data di riconoscimento dell’invalidità superiore alla predetta soglia.

Pensione di vecchiaia

Esaminate tutte le eccezioni che danno diritto ad anticipare la pensione, resta purtroppo l’ultima possibilità, cioè la pensione di vecchiaia; bastano, difatti, 20 anni di contributi, unitamente ad un’età di:

66 anni e 7 mesi per gli uomini e le dipendenti pubbliche;

66 anni e 1 mese per le lavoratrici autonome;

65 anni e 7 mesi per le lavoratrici del settore privato.

Questo, a meno che non sia attuata la cosiddetta proposta Boeri, cioè la possibilità di anticipare la pensione di vecchiaia dai 63 anni e 7 mesi, con una penalizzazione percentuale: si spera che la proposta possa essere attuata al più presto, per dare un po’ d’ossigeno alle tante persone over 60 che rischiano di restare per anni e anni senza stipendio né pensione.

Articolo Completo :Pensione con 30 anni di contributi, chi può andare?

Come andare in pensione a 63 anni

Pensione anticipata contributiva col cumulo a 63 anni: chi può richiederla, quali sono i requisiti, come si calcola il trattamento.

 

I requisiti per ottenere la pensione, com’è noto, sono stati molto inaspriti dalla Legge Fornero: per uscire dal lavoro nel 2016, nella generalità dei casi, sono necessari 66 anni e 7 mesi per la pensione di vecchiaia (per le donne “bastano” 65 anni e 7 mesi, ma il requisito sarà pari a quello degli uomini nel 2018), e 42 anni e 10 mesi per gli uomini per la pensione anticipata (41 anni e 10 mesi per le donne).

Dei requisiti certamente non semplici da raggiungere, considerando anche il fatto che, per la pensione di vecchiaia, oltre al requisito d’età devono essere posseduti 20 anni di contributi, e l’assegno di pensione deve essere pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale.

Quello che molti non sanno è che esiste una “terza via” per ottenere la pensione: si tratta della pensione anticipata contributiva, che può essere raggiunta a 63 anni di età (con l’aggiunta di 7 mesi, dovuta agli adeguamenti alla speranza di vita).

Pensione anticipata contributiva: requisiti

Gli altri requisiti da rispettare, oltre all’età, per raggiungere la pensione anticipata contributiva sono:

– il possesso di almeno 20 anni di contributi;

– l’ammontare dell’assegno ottenibile, che deve essere superiore a 2,8 volte l’assegno sociale (in pratica, la pensione deve risultare pari ad almeno 1255 euro).

Pensione anticipata contributiva: chi può richiederla

La pensione anticipata contributiva non ha destato molto interesse, sinora, poiché si riteneva che fosse riservata soltanto ai lavoratori con diritto al calcolo della pensione interamente contributivo: in pratica, si pensava che questo tipo di pensione fosse riservata a chi fosse privo di contributi versati prima del 1996.

Una recente circolare dell’Inps [1], tuttavia, ha chiarito che la pensione anticipata contributiva può essere richiesta anche da chi possiede contributi versati precedentemente al 1996, qualora sia iscritto alla Gestione separata e opti per il computo nella gestione stessa della contribuzione posseduta in altre gestioni.

In pratica, è data, agli iscritti alla Gestione separata (liberi professionisti e lavoratori autonomi, parasubordinati- co.co.co., o soggetti che hanno fruito dei voucher per lavoro accessorio), la possibilità di cumulare i contributi appartenenti a casse diverse in tale gestione, in modo da ottenere un’unica pensione, anche se la contribuzione da computare è stata versata anteriormente al 1° gennaio 1996.

Poiché tutta la contribuzione versata o cumulata nella Gestione separata deve essere calcolata col metodo contributivo, in quanto la gestione può dare unicamente luogo ad un trattamento soggetto a tale sistema di calcolo, la pensione anticipata contributiva può dunque essere domandata anche da chi, al 31 dicembre 1995, risulta avere dei contributi già versati (che quindi sarebbero dovuti essere calcolati col metodo retributivo).

Pensione anticipata contributiva e cumulo nella Gestione Separata: requisiti

Nel dettaglio, per richiedere il computo nella Gestione Separata, al fine di accedere alla pensione a 63 anni, bisogna possedere i seguenti requisiti:

– anzianità contributiva inferiore a 18 anni, sino al 31 dicembre1995: possono essere contati tutti i contributi, compresi quelli volontari e figurativi;

– anzianità contributiva complessiva pari ad almeno 15 anni, di cui almeno 5 posteriori al 31 dicembre 1995.

In pratica, possono richiedere il cumulo, e conseguentemente la pensione anticipata contributiva, tutti coloro che avrebbero avuto diritto al calcolo col metodo misto (retributivo sino al 1995, poi contributivo), qualora ovviamente siano iscritti alla Gestione Separata.

Pensione anticipata contributiva: iscrizione alla Gestione Separata

Iscrizione alla Gestione Separata che, oggi come oggi, possiedono già in tanti: è sufficiente, per essere iscritti, aver svolto lavoro occasionale accessorio (in pratica, si tratta del lavoro pagato con i voucher), oppure un rapporto di collaborazione (co.co.co., co.co.pro., mini co.co.co.), o aver esercitato come lavoratore autonomo- libero professionista.

Lo status di iscritto, poi, non si perde con la cessazione dell’attività, poiché non è previsto l’obbligo di cancellazione dalla gestione [2]. Quindi si può chiedere il cumulo per la pensione anticipata anche se l’attività che ha dato luogo alla contribuzione è terminata da tanto tempo.

Peraltro, per ottenere la pensione a 63 anni cumulando i contributi di diverse gestioni, non esiste una contribuzione minima da possedere nella Gestione Separata, ma è sufficiente che gli accrediti contributivi, sommati, raggiungano i 20 anni (e diano luogo a un trattamento, come abbiamo detto, superiore a 2,8 volte l’assegno sociale).

È possibile computare la contribuzione versata presso:

– l’assicurazione generale obbligatoria (Ago)per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti (IVS)dei lavoratori dipendenti;

– i fondi esclusivi o esonerativi dell’Ago;

– le gestioni dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, agricoli).

Sono invece escluse dalla facoltà di computo le casse dei liberi professionisti.

Pensione anticipata contributiva: come si richiede

Per ottenere la pensione anticipata contributiva col cumulo deve essere esercitata la facoltà di computo al momento della presentazione della domanda di pensione: in pratica, è necessario richiedere la pensione nella Gestione Separata ed optare esplicitamente, nella stessa istanza di pensione, per il computo dei contributi accumulati nelle altre gestioni.

Questo, invece, non è necessario per i “contributivi puri”, cioè per chi non possiede contributi versati prima del 1996, laddove possiedano almeno 20 anni di contributi, perché possono accedere comunque alla pensione anticipata a 63 anni, anche senza computo.

Pensione anticipata contributiva: calcolo

La facoltà di pensionarsi anticipatamente a 63 anni deve essere ponderata attentamente, in quanto il calcolo col metodo contributivo può comportare, a seconda dei casi, forti penalizzazioni.

Il sistema contributivo, infatti, non si basa sugli ultimi stipendi, ma sulla somma dei contributi accantonati e rivalutati (montante contributivo) e sul coefficiente di trasformazione, che converte i contributi in pensione, in modo tanto più favorevole, quanto più è alta l’età pensionabile.

La penalizzazione è dunque minore per quei soggetti che possedevano già, prima del computo, contributi non utili al calcolo retributivo, o che comunque sarebbero dovuti essere assoggettati alla totalizzazione, per ottenere una pensione (ugualmente calcolata col contributivo).

Per un approfondimento su tale sistema di calcolo, vi invitiamo a leggere la nostra guida al calcolo contributivo.

Articolo Completo : Come andare in pensione a 63 anni