STATI GENERALI DEL VERDE PUBBLICO

Milano, 20 novembre 2017 – Domani, martedì 21 novembre, alle 16, presso il Padiglione 3 dell’ex Fiera in Piazza VI Febbraio, l’assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura Pierfrancesco Maran interviene agli Stati Generali del Verde Pubblico, organizzati dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico – Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare in occasione della Giornata Nazionale degli Alberi. L’assessore Maran presenterà il Piano Piantumazioni 2017/2018 del Comune di Milano.

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INCONTRARE è La parola del giorno

Incontrare

[in-con-trà-re]

SIGN Giungere alla presenza di qualcuno o qualcosa, imbattersi, affrontaredal latino tardo [incontrare], derivato dell’avverbio [incontra].                                                                            Osservare parole come questa, che pare banale, permette di recuperare quello spirito di quando da bambino smonti un cuscinetto a sfera per capire come funziona. Sappiamo che cosa vuol dire questo verbo con una certa precisione, dopotutto lo usiamo ogni giorno. Ma trovarci la meraviglia non è difficile.Incontrare. Siamo davanti a due enti, due forze, di cui almeno una si muove verso l’altra (etimologicamente, ‘contro’), e che comunque l’una verso l’altra sono rivolte. Il bello è che non cozzano. Convergono in un luogo comune, si soffermano. Perciò quello che potrebbe parere un moto schiettamente aggressivo non lo diventa per forza, anzi. Perfino i pugili che si incontrano sul ring (e che in effetti se le danno sode) lo fanno in un contesto di sportività, quasi di cavalleria. Figuriamoci se poi ci allontaniamo da situazioni del genere: l’incontrare e l’incontrarsi esprimono nella maniera più trasparente il loro senso di confronto, di contatto, per quanto spesso accidentale, non programmato – abbracciando sfumature che vanno da quell’affrontare fino all’imbattersi. Pensiamo a quando incontriamo lo sguardo della persona che ci fa venire la testa leggera; pensiamo a quando ci incontriamo in spiaggia più o meno sempre alla stessa ora; pensiamo al piatto che incontra davvero il nostro gusto.Poi, se si guarda sui dizionari, l’analisi della casistica d’uso di questo verbo è sterminata – prende ora la forma del transitivo (incontro un cinghiale), ora dell’intransitivo pronominale (il sindaco si è incontrato con il comitato), ora del riflessivo reciproco (si sono incontrati al bar), ora dell’uso assoluto (il film incontra molto). Ciò che fa davvero la differenza è conservare la consapevolezza dell’immagine fondamentale del verbo, con tutta la sua grazia: una convergenza nell’istante.    a domani per la prossima parola del giorno,

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FARDELLO è La parola del giorno

Fardello

[far-dèl-lo] SIGN Involto grosso e pesante da portare a spalla; peso morale dall’arabo [fard] ‘mezzo carico del dromedario’.

Fardello: Grossomodo si sa che il fardello è un carico pesante, materiale o spirituale. Ma ai più sfugge lo smalto della sua immagine originale.Questa parola compare in italiano nel XIV secolo, però già nella prima metà del Duecento il latino medievale aveva recepito il termine fardellum, dall’arabo. È una voce che ha attraversato il mare per vie commerciali: essa descriveva ciascuna delle due balle che erano caricate ai lati della groppa del dromedario, di pelle o di foglie di palma intrecciate – per questo diciamo che indicava un mezzo carico. Un’unità di merce piuttosto immediata, buona per le compravendite. Ad ogni modo, le navi del deserto sono creature tostissime, e questi fardelli potevano (possono) essere anche di un quintale l’uno. E anche se da noi questa balla ha preso volentieri il profilo più gentile di involto di panni, di fagotto – tant’è che ci si presenta nella forma di un diminutivo – il fardello mantiene una vocazione bestiale.Alle battute finali del trasloco, con la forza della disperazione arranco per le scale col fardello dei tappeti che non stanno in ascensore, comprare molti libri di buon mattino significa doversi portare appresso per tutta la giornata un fardello maledetto; un compenso faraonico rende più leggero il fardello della responsabilità, per decenni ci portiamo in cuore il segreto fardello di una malefatta mai confessata, e ci fa sorridere l’ipocrisia di chi accetta un onore ambito come fosse un fardello.In tutti questi casi – comuni – tener presente che stiamo sostituendo figuratamente una persona con un dromedario dà a questa parola una franca piacevolezza.(Peraltro esiste anche il termine ‘fardo’, analogo anche se di minor successo. Invece il ‘fard’, il trucco per il viso, per quanto talvolta possa essere pesante non c’entra nulla: ha un’origine germanica, ed è affine al tedesco Farbe ‘colore’.)

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ZEBEDEO è La parola del giorno

La parola del giorno è

Zebedeo

[ze-be-dè-o]  SIGN Testicolo; persona stupida

dal nome di [Zebedeo], padre degli apostoli Giacomo e Giovanni, che nei Vangeli sono più volte chiamati [filii Zebedaei] ‘figli di Zebedeo’.Il dissacrante fa parte della nostra cultura quanto il sacro. Ed è sorprendente la fantasia intenta che ha portato il nome di un personaggio dei Vangeli a un significato del genere.Ora, fra i dodici apostoli scelti da Cristo c’erano coppie di fratelli di sangue: pensiamo a Pietro e Andrea, oppure – ed è il caso che ci interessa – a Giovanni (l’evangelista) e Giacomo il maggiore. Questi due erano figli di Zebedeo: oggi diremmo che costui era un imprenditore ittico, visto che lui stesso era pescatore ma aveva anche altri pescatori alle sue dipendenze; e con lui, sul lago di Tiberiade, lavoravano i suoi figli.Più volte nei Vangeli i due sono chiamati ‘figli di Zebedeo’, espressione che in latino è ‘filii Zebedaei’. All’orecchio di chi ascoltasse con continuità le letture del Vangelo suonavano quindi spesso questi zebedei. Due zebedei. Lo sforzo malizioso di coniare eufemismi sempre nuovi ha trovato nel luogo comune di questa coppia di fratelli un appiglio facile per significare i testicoli – significato attestato nella seconda metà dell’Ottocento.Classicamente questo termine è usato al plurale nell’espressione ‘rompere gli zebedei’, che credo non abbia bisogno di spiegazioni. Ma ovviamente non si esaurisce qui: posso invitare gli amici a togliersi dagli zebedei, o alludere a quanto una persona mi stia sugli zebedei. In maniera del tutto analoga all’uso di ‘coglione‘ ma con un gusto più ricercato, lo zebedeo indica volentieri anche la persona stupida: uno zebedeo si infila nella strada contromano, fraintendendo l’ interessedella bella faccio una figura da zebedeo, e da bravo zebedeo mi chiudo la porta alle spalle senza avere le chiavi.La forza di questa parola sta nell’eufemismo: per quanto resti trasparente il riferimento basso e non sia comunque adatta a usi non colloquiali, è piacevolmente pulita e garbata.

Il codice dell’anima..i bambini

I bambini costituiscono la migliore dimostrazione pratica di una psicologia della provvidenza.

E non mi riferisco tanto a quegli interventi miracolosi , alle storie incredibili di bambini che cadono da cornicioni altissimi senza farsi nemmeno un graffio,che vengono recuperati vivi da sotto le macerie dopo un terremoto.

Mi riferisco piuttosto al banalissimo miracolo in cui si rivela il marchio del carattere: tutto a un tratto,come dal nulla, il bambino o la bambina mostrano chi sono,la cosa che devono fare.

Queste urgenze del destino sono spesso frenate da percezioni distrorte e da un ambiente poco ricettivo,sicchè la vocazione si manifesta nelle miriade di sintomi del bambino difficile,del bambino autodistruttivo,portato agli incidenti,del bambino <<IPER->>, tutte espressini inventate dagli adulti in difesa della propria incapacità a comprendere.

Ebbene la teoria della ghinda offre un modo completamente nuovo di guardare i disturbi infantili, considerandoli dal punto di vista non tanto delle cause quanto dalle vocazioni,non tanto dalle influenze passate,quanto dalle rivelazioni di un futuro intuito.

Riguardo ai bambini e alla loro psicologia, voglio che ci togliamo il paraocchi dell’abitudine(con l’odio mascherato che l’abitudine porta con se).

Voglio che riusciamo a vedere come cio che fanno e che patiscono i bambini abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria vocazione in questo mondo.

I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente,la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo ai quali sono nati.

L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle.

E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente.

La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni,nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo che egli porta con sè e dal quale proviene.

Questo libro sta dalla parte dei bambini.

Vuole fornire una base teorica per comprendere la loro vita,una base che poggia sui miti,sulla filosofia,su culture diverse dalla nostra e sull’immaginazione.

Mira a dare un senso alle disfunzioni infantili prima di applicarvi le loro etichette letteralistiche e prima di spedire il bambino in terapia.

tratto da :

IL CODICE DELL’ANIMA di JAMES HILLMAN

ED: GLI ADELPHI

 

 

Nonnulla [non-nùl-la]

La parola del giorno è

Nonnulla

[non-nùl-la]

SIGN Cosa da nulla, minima, trascurabile

dal latino [nonnulla] ‘alcune cose’, neutro plurale di [nonnullus] ‘qualche’, composto di [non] e [nullus].

Una piccola ambiguità fa sorgere spontanea una domanda: il nonnulla è un niente, ma due negazioni (non-nulla) non dovrebbero affermare? In effetti è proprio così.

‘Nonnulla’ è un latinismo, e in latino significava proprio ‘alcune (cose)’. Insomma, letteralmente ‘non nulla’. E nel passaggio in italiano, allora, che cos’è successo? Niente di strano: il nonnulla, per quanto minimo e trascurabile continua ad essere qualcosa. Solo iperbolicamente diciamo che è un niente. Se quella testa calda del nostro amico si arrabbia per un nonnulla, vuol dire che si accende d’ira alla più innocente provocazione; se minimizzo il mio malanno dicendo che è un nonnulla, c’è ma non gli voglio dare peso; e per un nonnulla il cliente pretende di parlare col Megadirettore.

In questa parola osserviamo l’azione di un meccanismo psicologico e pragmatico estremamente importante. Nella nostra mente la negazione di un concetto si forma con l’immagine di quel concetto con una grossa croce sopra. Ma è un’immagine che resta, e che pesa.

Se dico che questa zuppa non è cattiva, evoco e nego un attributo negativo. Ma quel ‘cattiva’ risuona, e anche se poi la zuppa la mangio l’ho presentata male. Se dico che la mia casa non è una reggia, è quell’immagine di fasto che riecheggia – e per quanto sia piccola la sto comunque presentando positivamente. Così, anche se il nonnulla in effetti è qualcosa, è il nulla (negato) a dare il tono alla sua immagine.

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La parola del giorno è : Ceffo [céf-fo]

Ceffo SIGN Muso d’animale; volto umano deforme; persona di aspetto sinistro

dal francese [chef] ‘capo’.

«Un brutto c…..» Purtroppo questa parola si è cristallizzata in espressioni stereotipate, tanto che i suoi significati logicamente precedenti sono spesso ignorati. Che cosa vuol dire, in sé, ‘c……’?

Ebbene, il c…. – la cui ascendenza francese inizia a spiegarcelo come ‘capo, testa’ – prende in italiano il primo significato di muso d’animale, specie di cane. Questo riferimento bestiale continua a connotare il c….- anche quando viene riportato su un volto umano: è un viso deforme, brutto a vedersi, magari grottesco, mai rassicurante. Ci si augura che l’arcinemico non mostri il suo ceffo, nella foto per la patente veniamo puntualmente con un c…..  raccapricciante. Ed è proprio la cifra dell’inquietudine a emergere come determinante del c….: la sua aura sinistra si estende alla persona intera – ossia al proverbiale brutto c….. , che ovviamente ci sta seguendo con fare febbrile o ciondola all’incrocio pulendosi le unghie con la punta del coltello, ma beninteso può anche non essere brutto (magari può essere un ceffo alto, un ceffo puzzolente, o ironicamente un bel c….., perfino).

Ce lo stavamo domandando e la risposta è sì: da ceffo viene anche il ben noto ‘ceffone’, ossia il colpo dato a mano aperta sulla faccia – alias ‘lo schiaffo’. È proprio un colpo schioccante sul muso. E anche il verbo meno noto ‘acceffare’ vien da qui, ed è l’afferrare con la bocca, con muso ferino. Non si fa a tempo a tagliare la schiacciata che tutti la acceffano.

 

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L’Immagine Innata

…..perché è questo che in tante vite è andato smarrito e va recuperato: il senso della propria vocazione,

ovvero che c’è una ragione per cui si è vivi.

non la ragione per cui vivere; non il significato della vita in generale, o la filosofia di un credo religioso.

la sensazione che esista un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono

cose alle quali mi devo dedicare al di la del quotidiano

e che al quotidiano conferiscono la sua ragione d’essere;la  sensazione che il mondo, in qualche modo,vuole che io esista,

la sensazione che ciascuno è responsabile di fronte a un immagine innata, è responsabile di fronte a un immagine innata,

i cui contorni va riempiendo nella propria biografia.

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tratto da : il codice dell’anima  (J.Hillman)

 

Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

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Equitalia blocca il conto coi soldi per le cure mediche

Mi è stato notificato un pignoramento in banca per delle cartelle esattoriali non pagate: se dimostro che le somme mi servono per cure mediche salvavita e che sono invalido posso ottenere lo sblocco?

 

Purtroppo non è previsto alcun beneficio per chi non paga le cartelle esattoriali di Equitalia e, al contempo, utilizza i soldi del proprio conto corrente per pagarsi le cure mediche; ciò vale anche se si tratta di prestazioni sanitarie imprescindibili, come nel caso delle cure salvavita.

Incredibilmente, è più facile ottenere un “alleggerimento” del pignoramento se si è pensionati o lavoratori dipendenti piuttosto che se si è inabili al lavoro e, per via dell’invalidità, non si può percepire altri redditi.

Difatti, i redditi di lavoro dipendente e quelli da pensione possono essere pignorati nei limiti massimi di:

– un decimo, per pensioni e stipendi inferiori a 2.500 euro;

– un settimo, per pensioni e stipendi tra 2.5001 e 5.000 euro;

– un quinto, per pensioni e stipendi superiori.

Invece, se il pignoramento avviene sul conto del lavoratore dipendente o del pensionato, Equitalia può bloccare solo la somma ivi depositata superiore a 1.345,56 euro (ossia pari al triplo dell’assegno sociale). Dunque, se il conto rimane sempre entro tale soglia, il pignoramento “va a vuoto”. Per gli importi, invece, accreditati sul conto dopo il pignoramento (sempre a titolo di pensione o stipendio) resta il limite massimo di un quinto. Sul punto, leggi l’approfondimento “Pignoramento del conto corrente: nuovi limiti”.

Pertanto, dando dimostrazione che il denaro depositato sul conto corrente serve per cure mediche vitali non si ottiene lo sblocco, né il giudice può annullare il pignoramento. Si tratta di una delle tante storture del nostro sistema di riscossione tributaria.

La pensione di invalidità è pignorabile?

Per quanto riguarda, infine, il pignoramento dei sussidi assistenziali previsti per gli invalidi, in linea teorica anche tali importi sono pignorabili al pari di qualsiasi altro credito. La Cassazione ha però chiarito che la pensione di invalidità è pignorabile integralmente fatto salvo un limite impignorabile di somme necessarie a garantire al pensionato i mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. Fino alla recente riforma dell’esecuzione forzata, tali minimo impignorabile veniva determinato, caso per caso, dal giudice. Oggi si potrebbe avanzare la tesi (attraverso una interpretazione in via analogica dalle norme sul pignoramento della pensione) secondo cui il minimo vitale è pari al triplo dell’assegno sociale, ossia, per il 2016 a tre volte l’importo di 448,51 euro (ossia 1.345,53).

Articolo Completo : Equitalia blocca il conto coi soldi per le cure mediche