BRADO è La parola del giorno

Brado

[brà-do]

SIGN Non addomesticato, selvatico, libero

Brado etimo incerto. Probabilmente variante di [bravo], che anticamente riferito all’animale significava ‘selvaggio, indomito’, derivato di [barbarus].

Questa parola non è solo esatta ed elegante, è eccezionalmente vivida. Lo stesso discorso sulla sua etimologia è acceso, e non presenta soluzioni pacifiche: la sintesi più accreditata è tutta un’articolazione di incroci e dissolvenze fra termini e significati. Possiamo dire che molto probabilmente è una variante di ‘bravo’, una delle parole più caratteristiche e complesse della nostra lingua. Questo ci richiama in origine il barbarus latino, giunto dal greco, e in riferimento agli animaliquella nuvola di significati di rozzezza e ferocia che lo accompagnavano si è coagulata nel non addomesticato, nel selvaggio. Ma è del tutto palusibile che per arrivare al ‘brado’ sia stata necessaria l’influenza del longobardo braida ‘pianura aperta’. Quadro non limpido ma suggestivo. Nel brado troviamo quindi il selvatico: lo vediamo trascorrere le pianure, lontano dalle città e dall’uomo, e dalle sue convenzioni. Non è addomesticato: e se questo da un lato ce lo presenta in uno stato grezzo, dall’altro lo manifesta come assolutamente libero. Questo è il nocciolo dell’ambivalenza del brado. Lasciamo perdere lo ‘stato brado’, locuzione fin troppo usata: possiamo parlare dei pensieri bradi, non irreggimentati in una forma ma fertili; possiamo parlare di uno stile brado, tutt’altro che fine ma forte di una libertà euforica; della vita brada dello studente fuorisede, che fa alzare più di un sopracciglio e che però è turbinosamente piena.

Risorsa fine, risorsa gagliarda. E per la cronaca, non ha niente a che vedere col bradi-, primo elemento di parole composte, che viene dal greco bradys ‘lento’, e che per esempio troviamo nella bradicardia (rallentamento del battito cardiaco) e nei movimenti bradisismici della terra.

(Ma torniamo ancora un momento sull’etimologia, in generale. È quella più complessa e discussa, quella che ci lascia senza una risposta che si possa scrivere in una riga di dizionario, a renderci meglio ragione del fenomeno della lingua; è proprio quella lì che ci evoca alla mente le centinaia di migliaia di vite di parlanti che si sono susseguite, in un continuo, indomabile – brado – scambio di parole incrociate, poi sedimentate nelle nostre parole.)

Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Uso personale: assoluzione perché il fatto non sussiste; 

la modesta quantità della sostanza conferma l’assenza di intenzione di vendere a terzi.

 

Troppo poche due piantine di hashish per dire che l’imputato, sorpreso nella coltivazione sul proprio terrazzo, aveva intenzione di estrarre la sostanza stupefacente per venderla a terzi. La condotta è praticamente inoffensiva per gli altri; viene confermato l’assenza di reato stante l’uso personale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

È ormai un principio consolidatosi in giurisprudenza quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti (cannabis e hashish innanzitutto), la coltivazione diretta di piante piccole o di numero ridotto esclude la possibilità di parlare di reato. La “piantagione domestica”, se rivolta a estrarre una minima parte di principio attivo, non è un attentato alla salute pubblica.

La verifica deve essere fatta non solo riguardo alla dimensione delle piantine, ma anche al numero. In una sentenza dello scorso agosto, la Corte ritenne che cinque fosse un numero irrilevante per il procedimento penale [2]. Nella pronuncia odierna il numero in contestazione all’imputato era invece di due. Coltivare solo un piao piantine di hashish – si legge in sentenza – non è una condotta offensiva e come tale non va punita.

La vicenda

Protagonisti della vicenda sono due imputati, condannati in secondo grado per produzione, spaccio e detenzione di stupefacenti per aver coltivato a casa loro, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana. Secondo la Corte territoriale, essendo irrilevante la destinazione della sostanza se a uso personale o meno, afferma che la condotta sia sempre punibile sul presupposto della “soglia drogante” del prodotto. La Cassazione, di tutt’altro avviso, ritiene che la sentenza di appello vada annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. La quantità modesta di droga conferma che si tratta di un prodotto destinato al consumo personale dei due imputati.

La giurisprudenza

La distinzione che opera la giurisprudenza è quella tra il reato di coltivazione e quello di detenzione dello stupefacente:

– quanto al reato di coltivazione, esso non può essere “direttamente ricollegato all’uso personale ed è punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”;

– quanto invece alla detenzione essa è condotta strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione: pertanto è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi. Se destinata, invece, all’uso personale, è prevista solo una sanzione amministrativa.

È la destinazione della sostanza stupefacente a decretare l’esistenza o meno del reato: non basta il semplice pericolo, ma è necessario che la condotta sia in concreto offensiva.

Pertanto, tutte quelle condotte che dimostrino una levità tale da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione, allora si può parlare di inoffensività e di assenza del reato. Resta ferma, come detto, la sanzione amministrativa.

La Cassazione, in sintesi, sostiene che l’aver coltivato due piantine, “senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta pericolosa e quindi offensiva per la collettività.

 

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Autotutela: come farsi annullare gratis un atto illegittimo.

Ricorso in autotutela all’Agenzia delle Entrate, Inps, Comune, Equitalia: 

il contenuto, il facsimile, gli effetti, il ricorso al giudice, il modello di istanza.

 

Grazie all’istanza in autotutela (anche detto ricorso in autotutela) il contribuente può segnalare agli uffici finanziari eventuali errori o illegittimità presenti negli atti a questi notificati, consentendo loro di revocarli e di correggere eventuali inesattezze.

Qualsiasi amministrazione può essere destinataria di un ricorso in autotutela: si pensi all’Agenzia delle Entrate, l’Inps, il Comune, anche la stessa Equitalia che, sebbene formalmente non sia un ente pubblico, opera come tale ed è soggetto alla stessa normativa per quanto almeno riguarda i rapporti con il cittadino (obblighi di trasparenza e collaborazione).

Il ricorso in autotutela si presenta in carta libera, esente da bolli, contributo unificato (che vale solo per gli atti giudiziari) e da formule particolari. Può firmare l’istanza anche lo stesso interessato senza dover ricorrere a un avvocato o un commercialista.

L’eventuale annullamento in autotutela dell’atto illegittimo o infondato non toglie però che l’ufficio possa rinnovare l’atto se non è già scaduto il termine di decadenza previsto dalla legge.

Nel frattempo che intervenga la decisione sull’autotutela, comunque, è possibile chiedere la sospensione degli effetti dell’atto che appaia illegittimo o infondato. La richiesta di sospensiva deve essere indicata in modo espresso nella stessa istanza.

Effetti dell’autotutela

L’annullamento o la revoca dell’atto travolge automaticamente tutti gli altri atti ad esso conseguenti e comportano l’obbligo di restituzione al contribuente delle somme indebitamente riscosse: ad esempio, il ritiro di un avviso di accertamento determina automaticamente la nullità delle cartelle di pagamento emesse in base all’avviso stesso. Se, invece, è in corso una causa di impugnazione dell’atto innanzi alle Commissioni tributarie o alla Cassazione, si ha la sua estinzione per cessata materia del contendere.

L’autotutela può essere realizzata su iniziativa dell’ufficio o su istanza del contribuente interessato.

Autotutela su iniziativa degli uffici

Poiché il principio ispiratore dell’autotutela è che “chi ha il potere di fare ha anche il potere e dovere di disfare e correggere il proprio errore”, il potere di annullare, revocare o rinunciare spetta all’ufficio che ha emanato l’atto illegittimo o che è competente per gli accertamenti d’ufficio.

In caso di grave inerzia, può intervenire anche la Direzione regionale o compartimentale dalla quale l’ufficio stesso dipende. Tale situazione si verifica quando l’ufficio non provvede neppure a seguito di sollecito.

Se l’importo della pretesa fiscale fatta valere con l’atto che si intende annullare risulta superiore a € 516.456,90, l’ufficio titolare del potere di annullamento deve acquisire il preventivo parere della Direzione delle entrate.

L’Amministrazione finanziaria, senza necessità che vi sia un’istanza da parte del contribuente, può procedere all’annullamento o alla rinuncia all’imposizione quando sussista una delle seguenti ipotesi; va sottolineato che l’elenco è puramente indicativo perché qualsiasi atto sbagliato va comunque annullato in ogni caso.

 

Ipotesi di autotutela

L’ufficio può procedere all’autotutela nei seguenti casi:

– errore di persona;

– evidente errore logico o di calcolo;

– errore sul presupposto dell’imposta;

– doppia imposizione;

– mancata considerazione di pagamenti di imposta, regolarmente eseguiti;

– mancanza di documentazione successivamente sanata, non oltre i termini di decadenza;

– sussistenza dei requisiti per fruire di deduzioni, detrazioni, regimi agevolativi precedentemente negati;

– errore materiale del contribuente, facilmente riconoscibile dall’Amministrazione;

– modifica normativa che prevede disposizioni più favorevoli per il contribuente e concede la loro applicazione anche in relazione a fatti posti in essere precedentemente l’entrata in vigore delle nuove norme.

 

Autotutela d’ufficio se pende il ricorso al giudice

L’Amministrazione può ricorrere al potere di autotutela anche se pende un ricorso in tribunale contro l’atto, promosso dal contribuente. In tal caso l’amministrazione finanziaria rinuncia alla pretesa fiscale originaria e la causa si chiude per “cessazione della materia del contendere”.

Non si può procedere, invece, all’annullamento d’ufficio o alla rinuncia all’imposizione, per i soli casi sui quali sia intervenuta una sentenza passata in giudicato che sia favorevole all’Amministrazione finanziaria e che si sia pronunciata sul merito del rapporto tributario cui inerisce l’atto che si vorrebbe annullare.Pertanto, si può procedere all’annullamento in autotutela quando:

-la sentenza passata in giudicato che abbia accertato solo l’esistenza di ragioni pregiudiziali (irricevibilità, difetto di giurisdizione, incompetenza, inammissibilità, improcedibilità), le quali hanno precluso al giudice ogni esame sul merito del rapporto tributario e, quindi, ogni pronuncia sul punto;

– l’intervenuta definitività dell’atto per effetto dell’inutile decorso dei termini previsti per la relativa impugnazione;

– il tempo, più o meno lungo, trascorso dall’emanazione dell’atto.

Autotutela su istanza del contribuente

L’autotutela può essere richiesta anche dai contribuenti senza particolari vincoli formali, attraverso apposita istanza. Inoltre, in alcuni casi, al fine di agevolare i contribuenti stessi, è possibile avvalersi degli appositi centri di assistenza telefonica (c.d. call center) che possono provvedere direttamente, ove possibile, ad annullare o rettificare determinati atti.

Essa può essere chiesta anche in via preventiva, cioè prima dell’emanazione di un atto formale, per contestare le rilevazioni dei verificatori contenute nei processi verbali.

 

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Offrire 100 € al poliziotto non è corruzione

Per evitare la multa stradale, un’offerta di un compenso di 100 euro fatto all’ agente di turno: ma l’offerta è troppo bassa per creare turbamento all’agente.

 

Non commette corruzione chi offre solo 100 euro al poliziotto per evitare la multa: se corruzione deve essere, è necessario che l’offerta sia consistente e non irrisoria. Un biglietto da “cento” non può determinare agitazione e confusione nel pubblico ufficiale tanto da costituire, per questi, una seria tentazione. È questa la convinzione dei giudici della Cassazione [1].

Il denaro ha un valore relativo in funzione delle capacità di reddito del soggetto? Non così per i giudici supremi, secondo i quali 100 euro sono, per chiunque, troppo pochi per parlare di un’offerta di corruzione seria, tale cioè da provocare nel pubblico ufficiale un concreto ed effettivo turbamento e spingerlo a chiudere un occhio ed accettare l’importo.

Con questa originale motivazione la Corte ha assolto dalle accuse di corruzione un conducente trovato alla guida in stato di ebbrezza e che, per evitare la sanzione penale massima, aveva estratto un bigliettone dal portafogli esibendolo alle autorità.

Sebbene tale motivo sia stato ritenuto già sufficiente per evitare il carcere all’eccentrico automobilista, la sentenza opera anche un’altra valutazione. Quand’anche l’offerta fosse stata consistente (e, a questo punto, sarebbe lecito chiedersi quale somma, secondo la Cassazione, non sia risibile), le condizioni psicofisiche dell’uomo, in evidente stato di alterazione, non consentivano di ritenerlo capace di intendere e di volere e, quindi, in grado di capire il significato del gesto.

Per i magistrati del “Palazzaccio” è quindi carente la “offensività” nella condotta – pur deprecabile – tenuta dal conducente.

L’imputato evita così il penale per la corruzione, ma non certo la condanna per guida in stato di ebbrezza.

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Il servizio militare obbligatorio non è stato abolito

La leva ha rilevanza costituzionale ed è solo sospesa: per cui il reato di renitenza alla leva non è totalmente abolito.

 

Che vi piaccia o no, cari maschietti, il servizio militare obbligatorio non è stato affatto abolito. Si tratta di una semplice sospensione, che peraltro non opera sempre; infatti la legge [1] prevede l’operatività della chiamata obbligatoria a specifiche situazioni e a ipotesi eccezionali, rilevanti sia in tempo di guerra che in tempo di pace. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di due giorni fa [2]. Una notizia affatto confortante di questi tempi, dove i venti di guerra spirano a pochi chilometri dalle nostre coste. Né, del resto, potrebbe essere diversamente: infatti l’obbligo del servizio militare è un principio costituzionale [3], che una legge ordinaria non potrebbe mai abrogare definitivamente.

 

La Costituzione stabilisce che “il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge …”. Questo significa che la legge può solo regolarne l’esecuzione – ed eventualmente sospenderlo per un periodo di tempo determinato o indeterminato – ma non può certo abrogarlo definitivamente; per tale compito sarebbe necessaria solo una legge costituzionale o una modifica della stessa Costituzione.

 

Il risultato è che non è neanche completamente abolito il reato di renitenza alla leva ma ne è solo ridotta l’operatività [4]: con la conseguenza che, per le condanne avvenute in passato e divenute ormai irrevocabili, non c’è più nulla da fare. Solo i procedimenti pendenti potrebbero ricevere il trattamento di favore (cosiddetto “favor rei”) derivante dall’applicazione della legge penale più lieve che, in questo caso, è l’assenza di punizione.

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Come non ereditare i debiti dei genitori.

Rinuncia all’eredità a accettazione con beneficio di inventario: effetti, vantaggi, termini, adempimenti e procedimento.

 

Nel caso di successione, gli eredi acquistano, in base alla rispettiva quota percentuale, tanto i debiti quanto i crediti del defunto. Quindi, per esempio, nel caso di decesso del padre che lascia una moglie e un figlio, la donna acquisterà il 50% dei crediti e dei debiti, mentre il figlio il restante 50%.

Solo il legatario – ossia colui che ottiene dal testatore solo uno o più specifici beni, senza perciò essere erede di una quota ideale dell’intero patrimonio – non acquista i debiti.

 

La valutazione circa la convenienza dell’accettazione dell’eredità è assai delicata: questo perché, se il patrimonio attivo del defunto è di solito quasi sempre noto (una casa, un conto corrente, una pensione), non sempre lo sono i debiti. Esistono dei sistemi per verificare se il compianto parente ha lasciato passività, specie con il fisco (leggi “Come scoprire se il defunto ha debiti con Equitalia”), ma, anche conoscendo tali dati, non sempre è possibile farsi un’idea precisa di ciò che si rischia divenendo eredi.

Quando l’incertezza è particolarmente elevata o si ha la consapevolezza di essere divenuti eredi di un patrimonio con più debiti che crediti, la legge consente di lasciar “morire” i debiti insieme al parente e, quindi, evitare le aggressioni dei suoi creditori.

Come non ereditare i debiti dei genitori?

Il figlio è un erede “necessario” dei propri genitori: non può essere, cioè, né diseredato né dimenticato. Questo, in pratica, significa che, tanto nell’ipotesi in cui il defunto abbia fatto testamento, tanto nell’ipotesi contraria, alla prole spetta sempre una percentuale variabile dell’eredità e quindi, anche dei debiti.

 

Per chi, però, non vuol correre il rischio di succedere alle passività del padre o della madre la legge appresta due strumenti differenti: la rinuncia all’eredità o l’accettazione con beneficio di inventario. Vediamo come funzionano.

LA RINUNCIA ALL’EREDITÀ

 

Cos’è la rinuncia all’eredità

Con la cosiddetta rinunzia all’eredità il chiamato dichiara di non voler acquistare l’eredità del parente (nel caso di specie, il genitore). Con quest’atto egli fa cessare gli effetti della delazione verificatasi nei suoi confronti a seguito dell’apertura della successione e rimane, pertanto, completamente estraneo alla stessa, con la conseguenza che nessun creditore potrà rivolgersi a lui per il pagamento di debiti ereditari, né egli potrà esercitare alcuna azione ereditaria o acquisire alcun bene dell’asse.

Non si può rinunciare all’eredità prima che il genitore muoia, ma solo dopo l’apertura della successione.

La rinuncia è un atto solenne e, come tale, va fatta rispettando determinate forme. Essa cioè si può fare con una dichiarazione espressa resa dal chiamato (o da un suo rappresentante)

– ad un notaio

– oppure al cancelliere del tribunale ove si è aperta la successione. La dichiarazione viene inserita nel registro delle successioni.

Non si può sottoporre la rinuncia a condizioni o a termini: per esempio, sarebbe nulla la rinuncia condizionata al fatto che si facciano vivi i creditori. In tal caso, il soggetto diverrebbe erede a tutti gli effetti e perderebbe il beneficio della rinuncia.

Non si può rinunciare solo a una parte di eredità: la rinuncia, infatti, investe tutta la quota spettante all’erede.

Una volta fatta la rinuncia non si può più tornare indietro, in quanto tale dichiarazione non è revocabile.

Entro quanto tempo si può rinunciare all’eredità?

La rinuncia può essere fatta entro 10 anni dall’apertura della successione.

Tuttavia, se l’erede era, al momento del decesso del parente, nel possesso dei beni costituenti l’asse ereditario (si pensi al figlio convivente con la madre), non si applica più il termine di 10 anni, ma uno molto più breve. A riguardo la legge impone all’erede di fare un inventario entro quattro mesi e, nei successivi 40 giorni, decidere se rinunciare all’eredità o accettarla con beneficio di inventario (v. dopo); in mancanza di tali dichiarazioni l’erede acquista automaticamente la sua quota di eredità comprensiva di debiti e crediti.

Gli effetti della rinunzia

La rinuncia ha effetto retroattivo: pertanto il rinunziante si considera come mai chiamato all’ eredità.

I creditori e l’impugnazione della rinuncia

La rinuncia dell’eredità può essere impugnata dai creditori dell’erede se tale atto di rinuncia può pregiudicare le loro ragioni. Costoro, entro 5 anni dalla rinunzia, possono farsi autorizzare dal giudice ad accettare l’eredità in nome ed in luogo dell’erede, al solo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari fino alla concorrenza dei loro crediti. L’accettazione compiuta dai creditori consente quindi al creditore di soddisfarsi sul contenuto dell’eredità che per il chiamato è già perduto in conseguenza della rinuncia.

Per esempio: si pensi al caso in cui Tizio, nullatenente senza redditi e debitore di Sempronio di 5.000 euro, rinunzia all’eredità di Caio. Sempronio può farsi autorizzare ad accettare l’eredità di Caio in nome e in luogo del rinunciante Tizio, per soddisfarsi sui beni ereditari fino a concorrenza del suo credito.

Decadenza dalla rinuncia dell’eredità

L’eredità non può essere più rinunziata e si intende accettata puramente e semplicemente quando il chiamato:

– abbia sottratto o nascosto beni ereditari;

– sia nel possesso di beni ereditari, trascorsi i 3 mesi dall’ apertura della successione, senza aver fatto l’inventario e la dichiarazione di rinunzia o di accettazione nei 40 giorni successivi.

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Canone RAI, le conseguenze per chi non paga

Le conseguenze amministrative e penali per chi non paga il canone RAI o dichiara falsamente all’Agenzia delle Entrate di non avere una tv secondo la nuova legge di stabilità 2016   

Come ormai noto, dal 2016 cambiano le modalità di riscossione del canone RAI. Chi ha la bolletta della luce intestata a sé nella propria abitazione di residenza dovrà pagare la prima rata di canone nella prima fattura successiva al 1 luglio 2016. L’importo della fattura della corrente elettrica sarà quindi maggiorato di almeno 60 euro (rate di canone da gennaio a giugno). Ma cosa succede a chi non paga il canone? Andiamo ad esaminare i singoli casi.   Ho la bolletta della luce intestata a me nel luogo di residenza ma non ho una tv Chi ha la bolletta della luce intestata a sé nella propria abitazione di residenza ma non detiene una tv, dovrà inviare ogni anno – all’Agenzia delle Entrate – Direzione provinciale I di Torino – Ufficio territoriale di Torino – Sportello S.A.T., una dichiarazione di “non detenzione della tv”. L’Agenzia delle Entrate potrà effettuare controlli sulla veridicità delle dichiarazioni inviate. Se, in caso di controllo, emergesse la falsità della dichiarazione inviata, il dichiarante sarebbe soggetto a una doppia sanzione, amministrativa e penale.   La sanzione amministrativa per l’evasione del canone va da due a sei volte l’importo evaso (si tratta quindi di una sanzione fra i 200 e i 600 euro) oltre al pagamento del canone stesso [1]. La falsa dichiarazione comporta anche dei risvolti penali. Secondo la nuova legge di stabilità 2016, le false dichiarazioni relative alla “non detenzione” di una tv sono punite ai sensi del codice penale. Chi dunque dichiara falsamente all’Agenzi delle Entrate di non detenere una tv commette il reato di falsità ideologica del privato in atto pubblico, reato punibile con la reclusione fino a due anni.   Mi è arrivato da pagare il canone in bolletta e non l’ho pagato È il caso di chi riceve la bolletta della luce successiva al 1 luglio 2016 maggiorata del canone RAI ma non lo paga, perchè non paga la bolletta o perchè paga la bolletta “scorporando” gli importi relativi al canone RAI. In questo caso, le compagnie elettriche dovranno comunicare all’Agenzia delle Entrate che l’utente non ha pagato il canone. Le modalità e i tempi di queste comunicazioni verranno stabilite con un decreto di prossima approvazione, ma la legge di stabilità ha già previsto pesanti sanzioni amministrative per le compagnie che omettono di inviare la comunicazione – per un importo che va dal 120% al 240% dell’importo non dichiarato, per ogni dichiarazione omessa [2].   Va da sé quindi che i fornitori di energia elettrica avranno tutto l’interesse a comunicare i dati relativi agli evasori. L’evasore sarà invece colpito, come sopra, da una sanzione amministrativa da due a sei volte l’importo evaso (si tratta quindi di una sanzione fra i 200 e i 600 euro) oltre al pagamento del canone.   Non ho la bolletta intestata nel luogo di residenza ma ho una tv Chi detiene una tv ma non ha la bolletta della luce intestata a sé nel luogo di residenza dovrà pagare il canone, come prima, con il tradizionale bollettino postale. Come già detto, l’evasione è punita con una sanzione amministrativa fra i 200 e i 600 euro (da due a sei volte l’importo del canone), oltre chiaramente al pagamento del canone.   Non ho più una tv e non ho la bolletta della luce intestata Chi fino al 2015 ha pagato regolarmente il canone, non ha la bolletta della luce intestata a sé nel luogo di residenza e vuole chiedere il suggellamento, non potrà più farlo, perché la legge di stabilità 2016 lo vieta espressamente. Non sarà quindi più possibile tenere la propria tv in cantina o in soffitta inutilizzata per non pagare il canone, ma occorrerà disfarsene fisicamente e, anche in questo caso, inviare all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di non detenzione di una tv, con le modalità già indicate. In caso contrario, l’imposta risulterà non pagata e quindi si avvierà l’ordinario procedimento di recupero del credito tributario. Anche in questo caso, qualora l’Agenzia delle Entrate, a seguito della ricezione della dichiarazione di non detenzione, verificasse la falsità della dichiarazione stessa, il dichiarante incorrerebbe sia nella sanzione amministrativa che in quella penale.

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Affittare un appartamento a una prostituta non è reato –

Locazione alla escort, favoreggiamento della prostituzione, canone di locazione secondo i prezzi di mercato: non c’è reato.

 

Ancora una volta la Cassazione si pronuncia sulle possibili estensioni del reato di favoreggiamento della prostituzione nei confronti di chi affitta un appartamento a una prostituta; già in passato la Suprema Corte era passata sull’argomento precisando che, se manca un utile vero e proprio, da parte del locatore, sull’attività della prostituta, a questi non può essere attribuita alcuna responsabilità. Non rileva il fatto che il padrone di casa sia consapevole dell’attività che svolge la donna all’interno dell’immobile. La semplice percezione del canone di locazione, infatti, non è diretta dipendenza di una partecipazione all’attività della escort, in quanto piuttosto finalizzata a garantire a quest’ultima un tetto, e quindi funzionale al diverso diritto all’abitazione. Laddove però il canone di locazione sia di gran lunga superiore ai prezzi di mercato, sì da far intuire che dietro tale sproporzione vi sia una partecipazione al business della donna, allora scatta il reato.

 

Con una sentenza di pochi giorni fa [1] i giudici supremi hanno ulteriormente chiarito che non integra il reato di favoreggiamento della prostituzione la condotta di chi conceda, anche in sublocazione, ad una prostituta dietro corrispettivo della quota parte del canone di un immobile nella propria disponibilità ove i due convivano, sebbene in esso la donna vi eserciti per proprio conto la prostituzione.

 

Inoltre, precisano dal Palazzaccio, qualora la locazione avvenga a prezzo di mercato, la cessione del godimento di un appartamento ad un soggetto che vi eserciti la prostituzione non integra gli estremi del reato di favoreggiamento della prostituzione, nonostante il conduttore sia consapevole dell’uso cui l’immobile è destinato, dal momento che la stipulazione del contratto e la messa a disposizione del locale non rappresentano un effettivo ausilio al meretricio [2], essendo necessario, ove si voglia rilevare l’esistenza del reato, il riscontro della prestazione da parte del locatore anche di altri servizi in favore della prostituta che siano idonei di per sé ad agevolare l’attività di costei, quali la ricezione dei clienti, la fornitura di profilattivi o la predisposizione dei testi per le inserzioni pubblicitarie [3].

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L’autocertificazione per non pagare il canone Rai

Il modulo fac simile di dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà per disdetta abbonamento Rai, suggellamento, dichiarazione di non possesso del televisore, decesso dell’intestatario, cessione o alienazione del televisore.

 

Canone Rai, come non pagare: in questa pagina troverete un fac simile per ogni possibile situazione di non debenza del Canone Rai, dalla disdetta del canone alla dichiarazione di non possesso del televisore, dalla comunicazione di avvenuto pagamento alla richiesta di suggellamento.

Si tratta di quella che comunemente viene detta autocertificazione (più propriamente dichiarazione sostitutiva di certificazione o dell’atto notorio). Nel caso di false dichiarazioni si deve tenere a mente che potranno scattare sanzioni penali posta la falsità rilasciata in un atto destinato a un pubblico ufficiale (l’Agenzia delle Entrate).

 

Una volta compilato, il modulo (qualsiasi esso sia di quelli qui di seguito riportati) andrà spedito in busta chiusa mediante raccomandata A.R., all’indirizzo:

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Canone Rai in bolletta luce: se non hai la televisione come non pagare?

Non possiedo un televisore per mia scelta: come posso non pagare il canone Rai?

Con la nuova norma inserita nella Legge di Stabilità 2016, il canone Rai si paga per il semplice fatto di avere siglato un contratto di fornitura di energia elettrica per l’abitazione di residenza ed essere quindi intestatario dell’utenza: in pratica, con la bolletta della luce verranno addebitate (in nei primi cinque bimestri dell’anno, stando all’ultima modifica del testo di legge) 20 euro, per un totale di 100 euro all’anno.   Scatta, insomma, quella che si chiama una “presunzione relativa”: la legge cioè “presume” che l’intestatario dell’utenza abbia anche una televisione, ma gli consente di dimostrare il contrario. Tale dimostrazione può essere effettuata con una semplice autocertificazione da inviare all’Agenzia delle Entrate, sede di Torino, a mezzo di raccomandata a.r., oppure con consegna a mani presso l’ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate. Nell’autocertificazione il contribuente dovrà dichiarare, in carta semplice e senza bolli, di non possedere alcun apparecchio televisivo all’interno del proprio immobile di residenza o in altri immobili di sua proprietà.   La nuova norma collega il pagamento del canone solo al contratto della luce legato all’immobile di residenza e, quindi, sono ricompresi anche tutti gli altri eventuali immobili. Il canone di abbonamento – recita la legge – è dovuto una sola volta in relazione agli apparecchi adatti a ricevere il segnale radio-tv, detenuti o utilizzati, “nei luoghi adibiti a propria residenza o dimora, dallo stesso soggetto e dai soggetti appartenenti alla stessa famiglia anagrafica. Per i titolari di utenza per la fornitura di energia elettrica il pagamento del canone avviene mediante addebito sulle relative fatture, di cui costituisce una distinta voce, non imponibile ai fini fiscali, emesse dalle aziende di vendita di energia elettrica”.

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