Case ipotecate e all’asta: più facile venderle, debitori subito fuori

Imposta di registro flat: dal Governo uno sconto a chi acquisterà una casa all’asta; 

la norma consentirà alle banche, che stanno eseguendo un pignoramento immobiliare, di vendere più facilmente le case ipotecate e su cui pende l’esecuzione forzata.   Acquistare una casa all’asta giudiziaria può essere un affare solo se il prezzo scende oltre il valore di mercato, ma adesso lo sarà in ogni caso, anche prima di tale momento. Una norma approvata ieri dal Governo, infatti, prevede un forte sconto per chi compra un immobile sottoposto a procedura esecutiva immobiliare sotto la direzione del tribunale: la misura – unica nel suo genere – prevede una sostanziosa agevolazione fiscale. Con il risultato che si venderanno più facilmente gli immobili pignorati dalle banche.   Il bonus in commento è contenuto nel tanto atteso “decreto banche”. In pratica, viene cancellata l’imposta di registro al 9%, calcolata sul valore dell’immobile: al suo posto ci sarà solo una “tassa piatta” da 200 euro. Ma ad una condizione ben precisa: il bene dovrà essere rivenduto nei 24 mesi successivi all’acquisto. Insomma, verrà premiato non chi intende aggiudicarsi la casa per le proprie esigenze abitative, ma chi è animato da fini speculativi: è il caso, per esempio, dell’investitore che, pur non avendo bisogno dell’immobile, intende acquistarlo all’asta per poi rivenderlo e lucrare sulla differenza. Il tutto, ovviamente, ai danni del debitore pignorato.   Il primo investitore interessato all’affare sarà la banca stessa che potrebbe, da oggi, acquistare le case pignorate risparmiando sull’imposta di registro: si pensi che un immobile del valore di 1 milione di euro sconta, di norma, un’imposta di registro di 90 mila euro. Oggi, invece, l’importo della tassa sarà di soli 200 euro: una boccata d’ossigeno immediata per i bilanci degli istituti che si vedono così di colpo rivalutare almeno del 9% il valore del “collaterale”. La stessa banca poi, nei due anni successivi, sarà costretta a rivendere il bene e nulla vieta che possa farlo nei confronti dello stesso debitore al quale gliel’ha già finanziata e sottratta una prima volta. Nessuna norma, infatti, pone un limite a questo circolo vizioso.   L’agevolazione spetta per i beni acquistati entro il 31 dicembre 2016 e riguarderà anche le persone fisiche le quali, come gli istituti di credito e le imprese, dovranno sempre rivendere il bene nei due anni successivi. Qualora l’immobile non dovesse essere rivenduto nei due anni, l’acquirente dovrà versare l’imposta di registro in misura proporzionale del 9%.   La norma è passata come una misura di defiscalizzazione, rivolta a ottenere due benefici: sbloccare le lunghe e aleatorie procedure di pignoramento da un lato e, nello stesso tempo, incentivare il mercato delle vendite immobiliari. In realtà, la misura porterà un immediato beneficio nelle casse delle banche riducendo la svalutazione almeno del 9% delle sofferenze bancarie legate agli immobili dati in garanzia per prestiti e mutui.   L’effetto dell’agevolazione fiscale consisterà anche in una forte riduzione dei tempi dei pignoramenti immobiliari: divenendo più conveniente comprare case tramite il tribunale, potrebbe non essere più necessario attendere diversi esperimenti d’asta prima di avanzare l’offerta di acquisto. Insomma, i debitori avranno più probabilità di dire addio alla propria abitazione e meno tempo per rimanervi prima che si venda.

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Equitalia blocca il conto coi soldi per le cure mediche

Mi è stato notificato un pignoramento in banca per delle cartelle esattoriali non pagate: se dimostro che le somme mi servono per cure mediche salvavita e che sono invalido posso ottenere lo sblocco?

 

Purtroppo non è previsto alcun beneficio per chi non paga le cartelle esattoriali di Equitalia e, al contempo, utilizza i soldi del proprio conto corrente per pagarsi le cure mediche; ciò vale anche se si tratta di prestazioni sanitarie imprescindibili, come nel caso delle cure salvavita.

Incredibilmente, è più facile ottenere un “alleggerimento” del pignoramento se si è pensionati o lavoratori dipendenti piuttosto che se si è inabili al lavoro e, per via dell’invalidità, non si può percepire altri redditi.

Difatti, i redditi di lavoro dipendente e quelli da pensione possono essere pignorati nei limiti massimi di:

– un decimo, per pensioni e stipendi inferiori a 2.500 euro;

– un settimo, per pensioni e stipendi tra 2.5001 e 5.000 euro;

– un quinto, per pensioni e stipendi superiori.

Invece, se il pignoramento avviene sul conto del lavoratore dipendente o del pensionato, Equitalia può bloccare solo la somma ivi depositata superiore a 1.345,56 euro (ossia pari al triplo dell’assegno sociale). Dunque, se il conto rimane sempre entro tale soglia, il pignoramento “va a vuoto”. Per gli importi, invece, accreditati sul conto dopo il pignoramento (sempre a titolo di pensione o stipendio) resta il limite massimo di un quinto. Sul punto, leggi l’approfondimento “Pignoramento del conto corrente: nuovi limiti”.

Pertanto, dando dimostrazione che il denaro depositato sul conto corrente serve per cure mediche vitali non si ottiene lo sblocco, né il giudice può annullare il pignoramento. Si tratta di una delle tante storture del nostro sistema di riscossione tributaria.

La pensione di invalidità è pignorabile?

Per quanto riguarda, infine, il pignoramento dei sussidi assistenziali previsti per gli invalidi, in linea teorica anche tali importi sono pignorabili al pari di qualsiasi altro credito. La Cassazione ha però chiarito che la pensione di invalidità è pignorabile integralmente fatto salvo un limite impignorabile di somme necessarie a garantire al pensionato i mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. Fino alla recente riforma dell’esecuzione forzata, tali minimo impignorabile veniva determinato, caso per caso, dal giudice. Oggi si potrebbe avanzare la tesi (attraverso una interpretazione in via analogica dalle norme sul pignoramento della pensione) secondo cui il minimo vitale è pari al triplo dell’assegno sociale, ossia, per il 2016 a tre volte l’importo di 448,51 euro (ossia 1.345,53).

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Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse

Avvocati: il procedimento volto a scontare i crediti dovuti al professionista per la difesa a spese dello Stato.

La legge di Stabilità per il 2016 [1] consente agli avvocati di compensare con le tasse gli onorari a loro spettanti per attività rese con il gratuito patrocinio. Si tratta di una delle misure accolte con maggior soddisfazione dal mondo forense, specie dopo gli ultimi interventi normativi che avevano drasticamente tagliato i compensi riconosciuti ai professionisti per tale forma di difesa. Ma procediamo con ordine.

Il gratuito patrocinio

Al gratuito patrocinio viene ammesso chi dimostra (anche con autocertificazione) di possedere un reddito non superiore a 11.528,41 euro, eventualmente elevato di 1.032,91 euro per ciascuno dei familiari conviventi. In tal modo, il beneficiario della misura può scegliere il proprio avvocato che, alla fine del processo, sarà pagato dallo Stato. Se però la causa termina con una sentenza che rigetta la domanda proposta dalla parte ammessa al gratuito patrocinio, quest’ultima può essere ugualmente condanna alle spese processuali, dovendo così pagare, di tasca propria, i costi del giudizio alla controparte. Tale previsione è finalizzata ad evitare che chi è ammesso al patrocinio a spese dello Stato possa avanzare richieste pretestuose, intasando la giustizia e, soprattutto, danneggiando terzi.

 La procedura

L’istanza di liquidazione viene presentata dal difensore al giudice che ha deciso il giudizio; quest’ultimo, con un decreto, calcola le spettanze dovute dall’erario all’avvocato e ne ordina il pagamento.

Quando tale decreto viene emesso, esso diventa titolo di pagamento della spesa e rende azionabile il credito dell’avvocato nei confronti dello Stato.

A questo punto, però, il professionista si scontra con i ritardi della pubblica amministrazione e, a volte, deve attendere numerosi anni prima di poter vedere il proprio compenso.

La compensazione

Proprio per venire incontro agli avvocati che abbiano sposato la causa “sociale” ed evitare la fuga generalizzata dall’istituto del gratuito patrocinio, la legge di Stabilità consente un facile rientro per il professionista che abbia maturato, tale titolo, crediti dall’erario per spese, diritti e onorari, consentendogli di portarli in compensazione con i propri debiti tributari di qualsiasi tipo, cioè per imposte e tasse (ivi compresa l’Iva), ma anche per il pagamento dei contributi previdenziali per i loro dipendenti. La norma non cita i contributi previdenziali dell’avvocato stesso, il che fa pensare a una esclusione volontaria del legislatore.

La compensazione avviene mediante la cessione di crediti, che siano maturati nel 2016 o anche precedentemente al 2016, purché non siano ancora saldati dall’amministrazione pubblica

La compensazione non è automatica, ma opera solo su richiesta dell’avvocato. Inoltre, quest’ultimo potrà optare anche per una compensazione parziale, cioè potrà riguardare solo una parte di quanto dovuto a titolo di imposta o tassa o contributi previdenziali per i dipendenti (si pensi al caso in cui il difensore abbia maturato crediti superiori ai propri obblighi fiscali).

Si tratta, dunque, di una forma di pagamento alternativo di tasse, imposte o contributi previdenziali; un pagamento che si effettua, anziché con il versamento del dovuto, con la cessione dei crediti derivanti dalla liquidazione dei compensi all’ente o all’articolazione dello Stato nei confronti del quale l’avvocato è debitore e che non è necessariamente quella tenuta a liquidargli la prestazione fornita al cittadino ammesso al gratuito patrocinio.

Tali cessioni di credito sono esenti da imposta di registro o di bollo.

La certificazione della cancelleria

Il credito del professionista deve essere definitivo. La legge di stabilità, infatti, stabilisce che non possono essere ceduti e quindi nemmeno compensati i crediti fondati su decreto di pagamento contro il quale sia stata proposta opposizione ai sensi dell’articolo 170 del testo unico sulle spese di giustizia [2]: ciò allo scopo di consentire la cessione solo quando l’ammontare del credito sia certo e definitivo. Il che fa pensare che, per ottenere la compensazione, il difensore dovrà munirsi di attestazione di cancelleria che attesti il decorso dei termini per la proposizione dell’opposizione; altrimenti il credito non potrà essere compensato.

L’opposizione al decreto di liquidazione può essere proposta anche dall’avvocato in favore del quale viene disposto il pagamento. Il che, di norma, avviene quando il legale ritiene che il calcolo dei compensi non sia congruo. Da oggi, però, prima di opporsi a un decreto che non lo soddisfa, l’avvocato dovrà tenere conto che ciò bloccherà la compensazione.

Anche se la legge non lo specifica vanno equiparati i crediti i per i quali l’opposizione sia stata respinta con provvedimento definitivo

 

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Tutti i conti correnti sono pignorabili

Vorrei sapere se esistono conti correnti pignorabili e altri, invece, che non possono essere bloccati dai creditori.

 

Non esistono conti correnti che non siano (almeno astrattamente) pignorabili: la legge, infatti, stabilisce che il debitore risponde, dei propri debiti, con tutto il suo patrimonio presente e futuro. Dunque, ogni rapporto di credito che il debitore vanta nei confronti di terzi – come appunto la banca, le Poste Italiane, o qualsiasi altro intermediario finanziario – è pignorabile attraverso la procedura esecutiva detta “pignoramento presso terzi”.

Tanto è vero che, quando il creditore notifica l’atto di pignoramento al debitore e alla sua banca, non cita il tipo di rapporto da pignorare, né lo individua concretamente, ma fa riferimento a qualsiasi tipo di somma, deposito, titoli, ecc. ivi presenti, prescindendo peraltro dalla natura del credito stesso (se, cioè, la fonte della disponibilità delle somme siano pensioni, stipendi, sussisti di invalidità, ecc.). Salvo – per quanto si dirà tra breve – alcuni limiti “quantitativi” al pignoramento delle somme depositate in banca, dunque, ogni tipo di rapporto di credito è pignorabile.

Come fa il creditore a sapere in quale banca il debitore ha il conto?

I problemi per il creditore, però, potrebbero essere di carattere pratico. Fino a qualche tempo fa, la difficoltà principale era individuare presso quale banca il debitore avesse depositato le somme. Il che costringeva spesso a una sorta di caccia al tesoro, ove il creditore notificava lo stesso atto di pignoramento a più istituti di credito fino a quando non avesse trovato quello giusto. Oggi, questo problema è superabile richiedendo l’autorizzazione, al Presidente del Tribunale, di effettuare una ricerca telematica – con l’ufficiale giudiziario – dell’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta “Anagrafe dei conti correnti”). Si tratta di un maxi database, in uso al fisco, che può essere accessibile a chi ha necessità di effettuare pignoramenti e, quindi, conoscere dove il debitore deposita i propri soldi e, soprattutto, la reale consistenza (saldo attivo o passivo).

Le carte prepagate con iban

Fino a pochi giorni fa, esistevano, comunque, dei rapporti di credito con le banche che uscivano fuori dall’Anagrafe tributaria e garantivano al debitore una sorta di invisibilità completa. Si trattava delle carte prepagate con Iban. Lo scorso mese, tuttavia, l’Agenzia delle Entrate ha definitivamente disposto che anche per tali rapporti le banche facciano la comunicazione annuale all’Anagrafe dei conti correnti, rendendo quindi visibili, e peraltro pignorabili, anche le carte con Iban (di tanto abbiamo parlato in “Carte prepagate con iban: ora pignorabili”).

Il pignoramento del conto Paypal

Sicuramente uno dei rapporti di conto corrente più difficilmente individuabili dai creditori è quello con Paypal, banca straniera con sede, per l’Europa, a Lussemburgo. In tal caso, oltre alle difficoltà pratiche di conoscenza dell’esistenza del conto, il problema diventa anche di carattere processuale, per via delle notifiche a un soggetto estero. Ciò comunque non toglie l’astratta pignorabilità anche di tali rapporti (di tanto abbiamo parlato in “Possibile il pignoramento del conto Paypal?”).

 

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Gli invalidi possono anticipare la pensione?

Pensione anticipata per invalidità e contributi figurativi aggiuntivi: 

come funziona, a chi spettano le agevolazioni, come richiederle.

 

I lavoratori che possiedono un’invaliditàsuperiore a determinati limiti possonoanticipare la pensione di vecchiaia, o vedersi riconoscere dei contributi aggiuntivi, in base alla riduzione della capacità lavorativa posseduta.

Vediamo, nel dettaglio, quali sono i benefici riconosciuti in materia previdenziale per invalidità, ed i requisiti richiesti.

Pensione anticipata per invalidità

Se al lavoratore è stato riconosciuto almeno l’80% d’invalidità, questi ha diritto alla pensione di vecchiaia anticipata [1].

I requisiti necessari, oltre alla predetta riduzione della capacità lavorativa, sono:

– almeno 20 anni di contributi;

– almeno 55 anni e 7 mesi di età per le donne;

– almeno 60 anni e 7 mesi per gli uomini.

La decorrenza della pensione non è immediata, ma è necessario che trascorra una finestra di 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti.

Il beneficio, purtroppo, non può essere fruito dai dipendenti pubblici, che versano la propria contribuzione all’Inpdap: sebbene l’Ente sia stato formalmente assorbito dall’Inps, difatti, le due gestioni continuano ad essere separate.

Pertanto, se il lavoratore risulta dipendente pubblico, questo tipo di pensionamento è precluso, in quanto per tali soggetti è prevista la sola pensione d’inabilità.

Pensione d’inabilità

La pensione d’inabilità può essere ottenuta da chi possiede un’invalidità del 100%.

Nel dettaglio, i requisiti necessari al trattamento sono:

– preventivo riconoscimento dello status di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa;

– possesso di almeno 5 anni di anzianità contributiva (vuol dire che il primo contributo deve essere stato versato precedentemente ai 5 anni anteriori alla domanda), e di almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio.

In assenza del requisito contributivo, l’interessato può comunque aver diritto alla pensione per invalidi civili totali, sussistendo i limiti di reddito; quest’ultima pensione è compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa. Si tratta, però, di una prestazione assistenziale, e non previdenziale.

Contributi figurativi aggiuntivi

Per ogni anno di possesso d’invalidità superiore al 74%, sono riconosciuti 2 mesi di contributi aggiuntivi figurativi, sino ad un massimo di 5 anni nella vita lavorativa.

In pratica, se un lavoratore possiede la predetta invalidità da 30 anni e oltre, ha diritto a 5 anni di contribuzione in più, utili ad anticipare la pensione (esclusi i trattamenti per i quali non possono essere computati i contributi figurativi, come la pensione anticipata contributiva e la vecchia pensione di anzianità).

Il riconoscimento dell’invalidità

Per ottenere i trattamenti previdenziali elencati, non basta auto-dichiarare l’invalidità, ma la riduzione della capacità lavorativa deve essere certificata.

dettaglio, per accertare il possesso dell’invalidità, il procedimento è abbastanza articolato:

– in primo luogo, il proprio medico curante deve inoltrare all’Inps uncertificato introduttivo e fornire all’interessato il protocollo di trasmissione telematica;

– l’interessato deve poi inoltrare domanda all’Inps di riconoscimento del suo status (tramite servizi online, contact center o patronato);

– l’Istituto, poi, convoca l’interessato davanti all’apposita commissione medica integrata;

– l’esito della visita determinerà la sussistenza, e la percentuale, d’invalidità dell’interessato;

– contro il verbale è possibile fare ricorso, ma è necessario esperire un accertamento tecnico preventivo, prima dell’instaurazione del giudizio.

Per ulteriori approfondimenti, si veda la nostra mini-guida: come ottenere il riconoscimento dell’invalidità.

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Il garante del contribuente: come presentare ricorso.

Modalità di presentazione dell’istanza al Garante del Contribuente, gli indirizzi di tutte le sedi regionali presenti in Italia e nelle Province autonome.

 

Non necessariamente con l’autotutela o con il ricorso al giudice, il contribuente può difendersi contro gli atti dell’amministrazione finanziaria illegittimi: si pensi a una cartella di pagamento di Equitalia manifestamente viziata o un accertamento dell’Agenzia delle Entrate dal quale risulti evidente l’illegittimità. Esiste un organo monocratico amministrativo che consente la definizione agevole e spedita delle contestazioni: il Garante del Contribuente. Esso è presente presso ogni Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate e nelle province autonome di Trento e Bolzano.

È scelto e nominato dal presidente della commissione tributaria regionale o sua sezione distaccata nella cui circoscrizione è compresa la direzione regionale dell’Agenzia delle entrate fra le seguenti categorie di soggetti particolarmente vicine ai problemi fiscali:

– notai (tra i quali viene scelto il Presidente), magistrati, docenti universitari;

– avvocati, commercialisti, ragionieri, anch’essi a riposo e indicati dai rispettivi ordini professionali.

L’incarico è quadriennale ed è rinnovabile tenendo presenti professionalità, produttività ed attività già svolta.

Come si presenta il ricorso al Garante del Contribuente

Tutti i contribuenti possono rivolgersi al Garante inviando un’istanza in carta libera, senza bolli e senza la necessaria assistenza di un avvocato o di un commercialista. Non esistono neanche formule particolari per l’istanza. Per un fac-simile si rinvia all’articolo: “Fisco e cittadini: il garante del contribuente”.

L’istanza deve avere un contenuto minimo essenziale in modo da poter mettere il Garante nella condizione di decidere. Pertanto è importante indicare:

– i propri dati anagrafici, comprensivi di codice;

– l’atto oggetto della contestazione (allegandone copia);

– la segnalazione di eventuali disfunzioni, irregolarità, scorrettezze, prassi amministrative anomale o irragionevoli o qualsiasi altro comportamento suscettibile di pregiudicare il rapporto di fiducia tra i cittadini e l’Amministrazione finanziaria. Si pensi al caso di un pignoramento eseguito su cartelle esattoriali prescritte o un pignoramento notificato per crediti già portati in esecuzione forzata con un precedente pignoramento.

Ricevuto il riscorso, il Garante svolge un’attività istruttoria per verificarne la fondatezza. Al termine dell’attività svolta a seguito della segnalazione, ne comunica l’esito alla Direzione regionale o al comando di zona della Guardia di finanza competente nonché agli organi di controllo, mettendone a conoscenza anche l’autore della segnalazione.

Al termine di questo articoli riportiamo l’elenco degli Uffici del Garante presenti in ogni Regione e nelle province di Trento e Bolzano, con i recapiti telefonici e l’indirizzo per contattarli.

Come opera il Garante del contribuente

Il Garante opera in piena autonomia con l’obiettivo di tutelare i cittadini nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

In particolare, il Garante, anche sulla base di segnalazioni inoltrate per iscritto dai contribuenti:

– presenta richieste di documenti e chiarimenti agli uffici, i quali devono rispondere entro 30 giorni;

– rivolge raccomandazioni ai dirigenti degli uffici ai fini della tutela del contribuente e della migliore organizzazione dei servizi e li richiama al rispetto delle norme dello Statuto del contribuente o dei termini relativi ai rimborsi d’imposta;

– accede agli uffici stessi per controllare la loro agibilità al pubblico nonché la funzionalità dei servizi di informazione e assistenza;

– attiva le procedure di autotutela, volte a determinare l’annullamento d’ufficio, totale o parziale, di atti di accertamento o di riscossione che risultano illegittimi o infondati;

– segnala norme o comportamenti suscettibili di produrre pregiudizio per i contribuenti.

N.B. Nella pratica, il ricorso al Garante non sembra uno strumento penetrante, stante la sostanziale assenza di poteri rilevanti in capo a quest’ultimo, nel caso in cui, interessato dal contribuente, rilevi attività non conformi alla legge.

Gli indirizzi delle sedi del Garante del Contribuente

LOMBARDIA Telefono: 02/65504300-304-305 Fax: 02/65504899 

E-mail: [email protected]

 Indirizzo: presso l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Milano 1 Via della Moscova, 2 – 20121 Milano

 

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Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.

                                                 Permessi e congedi per l’assistenza di un familiare disabile:                                                   quando il lavoratore ha diritto ad anticipare la pensione?

 

La legge italiana, nonostante preveda diverse disposizioni a favore dei disabili, ha tralasciato un aspetto molto importante a tutela delle esigenze dei portatori di handicap: non è infatti prevista alcuna possibilità di pensionamento anticipato per i lavoratori che assistono familiari con disabilità. Un vuoto normativo rilevante, che ignora le gravissime difficoltà esistenti, in tali situazioni, nella conciliazione tra le esigenze familiari e lavorative.

Sono numerosi i comitati che richiedono, da lungo tempo, una maggiore tutela per questi soggetti, ma, nonostante gli annunci e le promesse al riguardo, da parte di diversi esponenti politici, con la “scusante” della crisi e della mancanza di risorse nulla è stato realizzato, e la pensione anticipata è ancora un miraggio.

Congedo per assistenza di figli disabili e Settima Salvaguardia

Una piccola tutela previdenziale, invero, ci sarebbe, ma non riguarda tutti i lavoratori che fruiscono dei permessi Legge 104 [1] per l’assistenza di portatori di handicap, ma soltanto quei dipendenti che nel 2011 hanno fruito di congedi familiari per la stessa finalità[2]: si tratta della possibilità di pensionarsi con i requisiti previsti antecedentemente alla Legge Fornero [3] tramite la Settima Salvaguardia.

L’ultimo provvedimento di Salvaguardia, disposto con la Legge di Stabilità 2016, difatti, apre alla pensione con i requisiti pre-Fornero per i lavoratori che hanno fruito, nel 2011, del congedo straordinario per l’assistenza di disabili: peraltro, non tutti coloro che hanno utilizzato i congedi nel 2011 sono tutelati, ma la salvaguardia è limitata a sole 3.000 unità.

Permessi Legge 104 e penalizzazione pensione anticipata

Sino a luglio 2014, per di più, coloro che avessero fruito dei permessi Legge 104 avrebbero dovuto recuperare tali periodi: in mancanza, sarebbe stata loro applicata la penalizzazione percentuale sulla pensione anticipata (il trattamento che ha sostituito la pensione di anzianità, i cui requisiti si basano sugli anni di contributi versati e non sull’età pensionabile). La decurtazione, difatti, sino a tale anno, era esclusa solo per chi possedeva unicamente periodi di effettivo lavoro, maternità, malattia, cassintegrazione ordinaria, ferie e leva.

Ad ogni modo, grazie alle modifiche intervenute con la Legge di Stabilità 2015, per chi matura i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2017 non vi sarà alcuna decurtazione, a prescindere dalla tipologia di contribuzione versata.

Per chi, invece, matura i requisiti successivamente, la decurtazione per il pensionamento anticipato è prevista in ogni caso, senza eccezioni, anche se si possiedono soltanto periodi di lavoro effettivo.

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Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

Integrazione al trattamento pensionistico minimo, perequazione automatica, contributo di solidarietà, permanenza in servizio e collocamento a riposo.

 

In presenza di una scarsa anzianità contributiva, la pensione può risultare di importo tale da non garantire un’adeguata capacità di sostentamento. È stato perciò fissato il cd. importo minimo di pensione, che dovrebbe, almeno in teoria, equivalere alla somma necessaria a soddisfare i bisogni vitali del pensionato, e che è rivalutato periodicamente (art. 11 D.Lgs. 503/1992).

Tutte le pensioni, anche quelle percepite dai pubblici dipendenti, che risultano inferiori al trattamento minimo sono aumentate fino a tale importo (cd. pensioni integrate al minimo).

Al fine di determinare il diritto all’integrazione sono fissate soglie di reddito, aggiornate ogni anno, che non devono essere superate dal pensionato (dal 1995, ai fini del diritto all’integrazione al trattamento minimo assume rilievo, oltre al reddito del pensionato, anche il reddito del coniuge non legalmente ed effettivamente separato).

La perequazione automatica delle pensioni

L’esigenza di garantire la capacità di sostentamento dei pensionati ha reso necessario il ricorso a strumenti atti a salvaguardare il potere d’acquisto delle pensioni, eroso gradualmente dalla svalutazione monetaria.

È stata così istituita la cd. perequazione automatica delle pensioni (L. 153/1969 e art. 11 D.Lgs. 503/1992): tutte le pensioni vengonorivalutate annualmente sulla base della variazione del costo della vita intervenuta nell’anno precedente.

La rivalutazione delle pensioni è applicata, per ogni singolo beneficiario, in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti dall’INPS o da altri enti (art. 34, comma 1, L. 448/1998).

Le necessità di contenimento della spesa pubblica hanno determinato, nel tempo, una modifica dei criteri di applicazione della perequazione automatica con l’effetto di ridurre la rivalutazione, fino ad escluderla del tutto, per i trattamenti più elevati. Va detto, comunque, che a causa della contingente situazione finanziaria del Paese e della necessità di ripristinare condizioni di stabilità e di equilibrio, si è nel tempo circoscritto il novero delle pensioni rivalutabili.

In particolare, per il triennio 2014-2016, essa spetta per intero (100%) soltanto per i trattamenti di importo complessivo pari o inferiore a tre volte il trattamento minimo INPS (art. 1, comma 483, L. 147/2013).

Per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica, l’aumento di rivalutazione è attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Per il 2012-2014 era stato previsto un ulteriore irrigidimento del meccanismo di perequazione, che, però, è stato dichiarato illegittimo dalia Corte Costituzionale (sent. 70/2015), con successivo obbligo per lo Stato di corresponsione degli aumenti non versati (D.L. 65/2015 conv. in L. 109/2015).

Il contributo di solidarietà sulle pensioni di importo elevato e il limite massimo di trattamento

A decorrere dal 1°-1-2014 e fino a tutto il 2016 si applica, a carico delle pensioni di importo elevato, un contributo di solidarietà destinato ad alimentare le risorse delle gestioni previdenziali obbligatorie (art. 1, co. 486, L. 147/2013).

Il contributo è applicato sui trattamenti pensionistici percepiti dal pensionato che risultino complessivamente superiori a 14 volte il trattamento minimo INPS.

Ai fini dell’applicazione del contributo di solidarietà si considera il trattamento pensionistico lordo spettante nell’anno considerato. Se il pensionato è titolare di più trattamenti, si considera l’importo complessivo dei trattamenti percepiti. In tal caso, l’INPS, sulla base dei dati che risultano dal Casellario centrale dei pensionati, fornisce a tutti gli enti interessati i dati per l’effettuazione della trattenuta del contributo di solidarietà, che sarà applicato, da ciascun ente, in proporzione ai trattamenti erogati.

Il contributo di solidarietà è strutturato su diverse aliquote ed in particolare:

— 6% sulla quota di pensione superiore a 14 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 20 volte il predetto trattamento;

— 12% sulla quota di pensione superiore a 20 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 30 volte il predetto trattamento;

— 18% sulla quota di pensione superiore a 30 volte il trattamento minimo INPS.

Ricordiamo, inoltre, che anche ai trattamenti pensionistici, si applica il limite costituito dal livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo, valido per tutti i soggetti che ricevono emolumenti e prestazioni a carico delle finanze pubbliche, nell’ambito di rapporti di lavoro con le P.A. (artt. 23bis e 23ter D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011 e art. 13, comma 1, D.L. 66/2014 conv. in L. 89/2014). Il limite in questione coincide con il trattamento economico del primo Presidente della Corte di Cassazione.

Il limite in questione incide anche sul calcolo della pensione, applicandosi alla retribuzione da prendere come base di calcolo della pensione.

Articolo Completo : Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

 

Le modalità dell’estorsione in Puglia

Minaccia, omicidio, proiettili, benzina, estorsione “ambientale”.  

Si è dunque visto come l’attività estorsiva abbia, per grandi linee, una duplice funzione: legittimare da un lato, arricchire dall’altro; rafforzando così, complessivamente, il potere dell’organizzazione. Tali finalità, possiamo dirlo, non vengono mai meno, nel senso che nel momento in cui il soggetto paga il pizzo – che sia la prima, che sia l’ennesima volta, poco importa – crea un immediato profitto in capo all’estorsore e genera altresì una implicita legittimazione nello stesso a chiedere – e richiedere – ancora. Le ricerche empiriche ci dimostrano che raramente a una richiesta non ne segua poi un’altra, di egual tenore o addirittura più onerosa.   All’univocità dei fini corrisponde però una gamma variegata di concrete modalità estorsive. Ragionando analiticamente, e prendendo spunto da quanto si è avuto modo di osservare «sul campo», potremmo suddividere le estorsioni – al netto, s’intende, delle confortanti tendenze in atto di rifiuto del pizzo da parte dei commercianti, che si scorgeranno numerose lungo tutta la trattazione – in violente, «ambientali» e «condivise». Questo schema, peraltro, ha un pregio: permette di osservare la digradazione delle note modali, da un magis a un minus di coartazione del soggetto passivo.   Le estorsioni violente sono le più immediatamente percepibili in quanto tali, poiché si realizzano mediante atti di violenza reale (sulle cose) o personale (sulle vittime o, più raramente, su soggetti a essa vicini). Del resto, è ben noto come la violenza costituisca una delle forme socialmente più diffuse di intimidazione e di coartazione della altrui libertà di autodeterminazione. Una violenza che può essere declinata in mille modi. Anzitutto, nei gesti eclatanti, come lo scoppio di un ordigno nei pressi di un locale commerciale. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, così come in altre regioni meridionali, nei capoluoghi pugliesi le esplosioni notturne cadenzavano il trascorrere delle notti. Si era raggiunto, in quegli anni, il picco della violenza interpersonale. Alcune statistiche dimostrano che nel decennio 1980-1990 Bari e l’intera Puglia erano percepiti come luoghi insicuri [1], devastati da una altissima media di episodi omicidiari ed estorsivi, oltreché di rapine e di atti di violenza «comune». Saltavano in aria gli esercizi commerciali a danno di chi non intendeva cedere alle richieste estorsive delle cosche, il controllo del territorio era soffocante, e il pagamento coercitivo del pizzo era considerata dal commerciante un’eventualità tutt’altro che remota.   Erano gli anni in cui la Sacra corona unita disponeva di una grande potenza di fuoco: non mancavano né mezzi né uomini, tramite cui poter esercitare una violenza feroce. Non soltanto per determinare una pressione psicologica nei confronti dell’estorto; la violenza era esercitata come strumento «pedagogico» nei confronti della società locale, giacché a tutti doveva apparire chiaro chi poteva dettare legge e imporre quella forma di tassazione occulta. Oggi, dopo aver attraversato gli anni Duemila, che hanno segnato l’inizio ed il consumarsi della crisi dell’associazionismo mafioso in Puglia (a eccezione di alcune aree), i gesti di eclatante violenza sono sempre più rari, e si concentrano per lo più – come si vedrà nel prosieguo – in alcune zone del tarantino e del foggiano. Del resto, far saltare in aria un ristorante o un supermercato nel centro cittadino vuol dire suscitare attenzione e sdegno, destare l’allarme sociale. Vuol dire, soprattutto, correre il rischio di essere arrestati, in un momento in cui l’attenzione dell’autorità giudiziaria è massima.   Questo, però, non significa che le estorsioni violente siano cessate; semplicemente, hanno assunto una forma di- versa, meno spettacolare. È molto più frequente – e molto meno rischioso – rinvenire davanti l’ingresso degli esercizi commerciali taniche piene di benzina, oppure scorgere fori di proiettile sulle saracinesche. Modalità di coartazione della volontà comunque violenta (meglio dire: che prospettano un’attività violenta), ma a costo (e rischio) «zero».   Nei contesti ad alta densità mafiosa si rinviene anche la fattispecie di estorsione «ambientale». Venendo dunque ad essa, va detto che la riflessione che fa il commerciante o l’imprenditore è semplice quanto perversa: qui tutti hanno sempre pagato, e per evitare problemi pago anch’io. In altre parole, si paga sulla base di una prassi diffusa nel contesto locale. È pertanto colui che esercita un’attività economica che vuole «evitare problemi» a recarsi dal boss della zona o da un suo referente per versargli il «pensiero» (così, ad esempio, nell’area salentina viene definita la tangente estorsiva), senza che sia in qualche modo sollecitato. Si può anche trattare di una piccola somma (addirittura, è stato appurato, anche 50 o 100 euro nel settore del commercio al minuto), che si paga spontaneamente anche perché non troppo onerosa.   In queste aree, peraltro, sempre più spesso si nota che è il mafioso a indurre il commerciante a cercare protezione agendo «preventivamente» sul piano dell’intimidazione: spari contro la vetrina, blocco della serranda, telefonate anonime ecc., senza che questi gesti possano trovare un’apparente giustificazione. È così il commerciante a cercare il referente, quello a cui «ci si deve rivolgere», determinando un ulteriore vantaggio per gli uomini del racket: se anche il commerciante non intendesse pagare, in questi casi non sarebbe possibile alcuna denuncia. La tecnica è stata così raccontata da un estorsore pugliese nel processo che lo riguardava: «che si doveva fare un po’ diciamo di rumore a varie persone che avevano attività, per modo che noi quando andavamo a sparare poi direttamente loro dovevano andare da loro per il pizzo, per l’estorsione, come si può chiamare». A parte la forma totalmente sgrammaticata, la sostanza non necessita di ulteriori specificazioni.

ARTICOLO COMPLETO :Le modalità dell’estorsione in Puglia

ASSUNZIONI 2016, GLI INCENTIVI DISPONIBILI.

Agevolazioni all’assunzione operative nel 2016: benefici fruibili, modalità di richiesta e adempimenti, dal Bonus Disoccupati alla Garanzia Giovani.

 Nel 2016,oltre ad essere stata confermata l’operatività del Bonus per l’assunzione di disoccupati da oltre 6 mesi, restano in vigore i principali incentivi all’assunzione introdotti negli scorsi anni. Queste agevolazioni, parzialmente dimenticate nel 2015 in virtù della maggiore convenienza del Bonus disoccupati, sono ora state rivalutate, a causa della riduzione del predetto Bonus al 40%.

Vediamo quali sono le agevolazioni all’assunzione attive nel 2016 e quali gli adempimenti necessari per poterle utilizzare.

 
Incentivi all’assunzione: cause ostative

Innanzitutto, ci sono delle regole generali che bloccano gli incentivi all’assunzione per i datori di lavoro in determinate situazioni. In particolare, non si potrà godere di bonus assunzionali in questi casi:

 

– assunzione che costituisce l’attuazione di un obbligo preesistente, stabilito da norme di legge o della contrattazione collettiva: in questo caso, l’azienda, o il professionista, non potrà fruire di alcun incentivo, anche se l’assunzione avviene mediante contratto di somministrazione;

 

– assunzione che viola il diritto di precedenza, stabilito dalla legge o dal contratto collettivo, alla riassunzione di un altro lavoratore licenziato da un rapporto a tempo indeterminato o cessato da un rapporto a termine;

 

sospensioni dal lavoro in atto, connesse ad una crisi o riorganizzazione aziendale: in questa ipotesi, si avrà diritto agli incentivi solo se i nuovi lavoratori sono inquadrati in un livello diverso rispetto ai lavoratori sospesi, o sono impiegati in diverse unità produttive;

 

– datore di lavoro con assetti proprietari sostanzialmente coincidenti con quelli dell’azienda che ha licenziato il dipendente nei 6 mesi precedenti, oppure in rapporti di collegamento o controllo;

 

– solo in alcuni casi, l’incentivo all’assunzione non è poi concesso qualora il nuovo inserimento non determini un incremento occupazionale aziendale (come accade per il Bonus donne e over 50).

Bonus disoccupati

Il Bonus per l’assunzione di disoccupati da almeno 6 mesi, sino al 31 dicembre 2015, prevedeva uno sgravio totale dei contributi Inps a carico del datore, per 3 anni: il tetto massimo di sgravio era pari a 8.060 euro. Dal primo gennaio 2016, l’incentivo è stato ridotto al 40% dei contributi a carico del datore, il tetto massimo di sgravio è sceso a 3.250 euro annui, mentre l’operatività della decontribuzione è stata ridotta a soli 2 anni.

Apprendistato

Molto più convenienti le agevolazioni per l’assunzione di apprendisti, che comportano vantaggi di tipo contributivo, economico e fiscale.

I vantaggi economici consistono in un inquadramento sino a due livelli inferiori, o nel riconoscimento di una retribuzione in misura percentuale rispetto a quella prevista per i lavoratori già qualificati nelle stesse mansioni.

Per quanto concerne gli sgravi contributivi, i contributi a carico del datore di lavoro sono stabiliti nella misura dell’11,61%, dal 1° gennaio 2013, mentre a carico dell’apprendista è prevista un’aliquota pari al 5,84%. Per le aziende con meno di 9 dipendenti, è previsto lo sgravio contributivo pari al 100% per il datore di lavoro (che, però, in base alla Legge Fornero di riforma del Mercato del lavoro, paga la sola aliquota Aspi- ora Naspi-dell’1,61%): tale agevolazione è valida per gli apprendisti assunti dal 1 gennaio 2012 al 31 dicembre 2016 [1], nel rispetto delle regole “De Minimis”.

I vantaggi fiscali, infine, consistono nell’esclusione delle spese sostenute per la formazione degli apprendisti sono escluse dalla base per il calcolo dell’IRAP; inoltre, per i contratti sottoscritti a partire dal 1° gennaio 2015, l’intero costo sostenuto dall’azienda è deducibile dalla base imponibile IRAP.

Bonus Donne e Over 50

È ancora operativa l’agevolazione, prevista dalla riforma Fornero del Mercato del lavoro [2], valida per l’assunzione, anche a termine, di donne disoccupate e disoccupati (uomini e donne) ultracinquantenni. In particolare, il beneficio si applica alle seguenti categorie di soggetti:

 

ultracinquantenni disoccupati da oltre 12 mesi;

– lavoratrici residenti in aree svantaggiate o operanti in settori con elevata disparità occupazionale uomo-donna, disoccupate da oltre 6 mesi;

– donne ovunque residenti disoccupate da oltre 24 mesi.

 

I vantaggi legati all’inserimento di tali soggetti sono:

 

sgravio contributivo del 50% dei contributi Inps e Inail, per un massimo di 12 mesi, in caso di assunzione a tempo determinato;

sgravio contributivo del 50% dei contributi Inps e Inail, per un massimo di 18 mesi, in caso di assunzione a tempo indeterminato, o di trasformazione del contratto.

Lo sgravio deve essere richiesto all’Inps mediante cassetto previdenziale: l’Istituto, però, lo potrà concedere solo qualora si realizzi, con la nuova assunzione, un effettivo incremento occupazionale.

Bonus Garanzia Giovani

Il Programma Garanzia Giovani , un progetto operativo dal 2014, volto a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani tra 18 e 29 anni, prevede, tra i diversi benefici, anche un incentivo all’assunzione, fruibile sia per gli inserimenti a tempo determinato (con contratti di durata superiore a 6 mesi) che indeterminato, compresi i contratti di apprendistato: è però necessario che i dipendenti assunti siano soggetti under 29 iscritti alla banca dati Garanzia Giovani.

L’agevolazione è fruibile, da aziende e professionisti, anche per i contratti part-time, purchè l’orario sia superiore al 60%.

Il Bonus Garanzia Giovani, nel dettaglio, è pari ad un massimo di:

2.000 euro, per i giovani con profilazione molto alta assunti con contratti a tempo determinato dai 6 ai 12 mesi (in caso di profilazione alta l’importo scende a 1.500 euro);

4.000 euro, per i giovani con profilazione molto alta assunti con contratti a tempo determinato oltre i 12 mesi (in caso di profilazione alta l’importo scende a 3.000 euro);

6.000 euro, per i giovani con profilazione molto alta assunti con contratti a tempo indeterminato (in caso di profilazione alta l’importo scende a 4.500 euro).

Le assunzioni di giovani con profilazione media danno diritto ad un bonus massimo di 3.000 euro, ma soltanto per inserimenti a tempo indeterminato, mentre, per quelli aventi profilazione bassa, l’incentivo è pari a 1500 euro.

Chi è assunto con contratto di apprendistato può sommare i benefici previsti per gli apprendisti col bonus Garanzia Giovani, che può giungere, in questa ipotesi, a 10.000 euro (bisogna però considerare che Garanzia Giovani incentiva i soli contratti di apprendistato per il conseguimento della qualifica o del diploma professionale).

Assunzione di lavoratori in Cigs o in Mobilità

Sono ancora operative anche le agevolazioni per l’assunzione a tempo indeterminato di dipendenti collocati in Cassa integrazione straordinaria o in Mobilità.

In particolare, i dipendenti in Cigs devono possedere i seguenti requisiti:

– essere stati collocati in Cigs per almeno 3 mesi, anche non continuativi;

– da un’azienda che si trovi in CIGS da almeno 6 mesi.

Il datore, per gli inserimenti, ha diritto ai seguenti incentivi:

– sgravio contributivo pari a quello previsto per gli apprendisti (a favore del solo datore), per 12 mesi.

contributo mensile pari alla metà dell’indennità di mobilità che sarebbe spettata al lavoratore, sino ad un massimo di 36 mesi, per lavoratori over 50 residenti nel Sud Italia e nelle aree ad alto tasso di disoccupazione.

Assunzione percettori di Naspi

L’assunzione di percettori di disoccupazione Naspi (l’indennità che sostituisce Aspi e Mini- Aspi) è incentivata col riconoscimento al datore di lavoro di un incentivo pari al 20% dei sussidi ancora spettanti al neoassunto.

Bonus giovani genitori

Si tratta di un incentivo per l’assunzione a tempo indeterminato di genitori disoccupati o precari sino a 35 anni di età, con figli minori di età, iscritti in nella banca dati Giovani genitori dell’Inps: l’incentivo, sotto forma di conguaglio contributivo, è pari a 5.000 Euro per lavoratore.

Assunzione di persone in esecuzione di pena o misure di sicurezza

La normativa riconosce delle agevolazioni ai datori che assumono, anche a tempo determinato, lavoratori detenuti o internati, anche ammessi al lavoro esterno, oppure lavoratori semiliberi provenienti dalla detenzione o internati semiliberi.

Gli incentivi consistono, per la prima categoria, in un credito d’imposta di 520 euro mensili, mentre, per la seconda categoria, consistono in un credito d’imposta di 300 euro mensili. Per entrambe le categorie, poi, i contributi dovuti sono ridotti del 95%. Il beneficio è valido (ovviamente nei limiti della durata del contratto) sino a 18 mesi dalla cessazione dello stato detentivo, o a 24 mesi, qualora i lavoratori non abbiano beneficiato della semilibertà.

Assunzione disabili

I datori di lavoro che assumono disabili destinatari della normativa sul collocamento mirato [3], hanno diritto, dal 2016, ai seguenti incentivi per un totale di 36 mesi:

– contributo pari al 70% dell’imponibile previdenziale, se l’assunzione a tempo indeterminato riguarda un lavoratore con invalidità superiore al 79% o con minorazioni dalla prima alla terza categoria;

– contributo pari al 35% dell’imponibile previdenziale, per lavoratori con invalidità tra il 67% ed il 79% o con minorazioni comprese tra la quarta e la sesta categoria;

– contributo pari al 70% dell’imponibile per assunzioni di disabili intellettivi o psichici con una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45% (l’agevolazione in questo caso spetta per 60 mesi).

I benefici, per le assunzioni a termine di durata pari ad almeno 12 mesi, spettano per tutta la durata del contratto.

Articolo Completo : ASSUNZIONI 2016, GLI INCENTIVI DISPONIBILI.