Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

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Case ipotecate e all’asta: più facile venderle, debitori subito fuori

Imposta di registro flat: dal Governo uno sconto a chi acquisterà una casa all’asta; 

la norma consentirà alle banche, che stanno eseguendo un pignoramento immobiliare, di vendere più facilmente le case ipotecate e su cui pende l’esecuzione forzata.   Acquistare una casa all’asta giudiziaria può essere un affare solo se il prezzo scende oltre il valore di mercato, ma adesso lo sarà in ogni caso, anche prima di tale momento. Una norma approvata ieri dal Governo, infatti, prevede un forte sconto per chi compra un immobile sottoposto a procedura esecutiva immobiliare sotto la direzione del tribunale: la misura – unica nel suo genere – prevede una sostanziosa agevolazione fiscale. Con il risultato che si venderanno più facilmente gli immobili pignorati dalle banche.   Il bonus in commento è contenuto nel tanto atteso “decreto banche”. In pratica, viene cancellata l’imposta di registro al 9%, calcolata sul valore dell’immobile: al suo posto ci sarà solo una “tassa piatta” da 200 euro. Ma ad una condizione ben precisa: il bene dovrà essere rivenduto nei 24 mesi successivi all’acquisto. Insomma, verrà premiato non chi intende aggiudicarsi la casa per le proprie esigenze abitative, ma chi è animato da fini speculativi: è il caso, per esempio, dell’investitore che, pur non avendo bisogno dell’immobile, intende acquistarlo all’asta per poi rivenderlo e lucrare sulla differenza. Il tutto, ovviamente, ai danni del debitore pignorato.   Il primo investitore interessato all’affare sarà la banca stessa che potrebbe, da oggi, acquistare le case pignorate risparmiando sull’imposta di registro: si pensi che un immobile del valore di 1 milione di euro sconta, di norma, un’imposta di registro di 90 mila euro. Oggi, invece, l’importo della tassa sarà di soli 200 euro: una boccata d’ossigeno immediata per i bilanci degli istituti che si vedono così di colpo rivalutare almeno del 9% il valore del “collaterale”. La stessa banca poi, nei due anni successivi, sarà costretta a rivendere il bene e nulla vieta che possa farlo nei confronti dello stesso debitore al quale gliel’ha già finanziata e sottratta una prima volta. Nessuna norma, infatti, pone un limite a questo circolo vizioso.   L’agevolazione spetta per i beni acquistati entro il 31 dicembre 2016 e riguarderà anche le persone fisiche le quali, come gli istituti di credito e le imprese, dovranno sempre rivendere il bene nei due anni successivi. Qualora l’immobile non dovesse essere rivenduto nei due anni, l’acquirente dovrà versare l’imposta di registro in misura proporzionale del 9%.   La norma è passata come una misura di defiscalizzazione, rivolta a ottenere due benefici: sbloccare le lunghe e aleatorie procedure di pignoramento da un lato e, nello stesso tempo, incentivare il mercato delle vendite immobiliari. In realtà, la misura porterà un immediato beneficio nelle casse delle banche riducendo la svalutazione almeno del 9% delle sofferenze bancarie legate agli immobili dati in garanzia per prestiti e mutui.   L’effetto dell’agevolazione fiscale consisterà anche in una forte riduzione dei tempi dei pignoramenti immobiliari: divenendo più conveniente comprare case tramite il tribunale, potrebbe non essere più necessario attendere diversi esperimenti d’asta prima di avanzare l’offerta di acquisto. Insomma, i debitori avranno più probabilità di dire addio alla propria abitazione e meno tempo per rimanervi prima che si venda.

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Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse

Avvocati: il procedimento volto a scontare i crediti dovuti al professionista per la difesa a spese dello Stato.

La legge di Stabilità per il 2016 [1] consente agli avvocati di compensare con le tasse gli onorari a loro spettanti per attività rese con il gratuito patrocinio. Si tratta di una delle misure accolte con maggior soddisfazione dal mondo forense, specie dopo gli ultimi interventi normativi che avevano drasticamente tagliato i compensi riconosciuti ai professionisti per tale forma di difesa. Ma procediamo con ordine.

Il gratuito patrocinio

Al gratuito patrocinio viene ammesso chi dimostra (anche con autocertificazione) di possedere un reddito non superiore a 11.528,41 euro, eventualmente elevato di 1.032,91 euro per ciascuno dei familiari conviventi. In tal modo, il beneficiario della misura può scegliere il proprio avvocato che, alla fine del processo, sarà pagato dallo Stato. Se però la causa termina con una sentenza che rigetta la domanda proposta dalla parte ammessa al gratuito patrocinio, quest’ultima può essere ugualmente condanna alle spese processuali, dovendo così pagare, di tasca propria, i costi del giudizio alla controparte. Tale previsione è finalizzata ad evitare che chi è ammesso al patrocinio a spese dello Stato possa avanzare richieste pretestuose, intasando la giustizia e, soprattutto, danneggiando terzi.

 La procedura

L’istanza di liquidazione viene presentata dal difensore al giudice che ha deciso il giudizio; quest’ultimo, con un decreto, calcola le spettanze dovute dall’erario all’avvocato e ne ordina il pagamento.

Quando tale decreto viene emesso, esso diventa titolo di pagamento della spesa e rende azionabile il credito dell’avvocato nei confronti dello Stato.

A questo punto, però, il professionista si scontra con i ritardi della pubblica amministrazione e, a volte, deve attendere numerosi anni prima di poter vedere il proprio compenso.

La compensazione

Proprio per venire incontro agli avvocati che abbiano sposato la causa “sociale” ed evitare la fuga generalizzata dall’istituto del gratuito patrocinio, la legge di Stabilità consente un facile rientro per il professionista che abbia maturato, tale titolo, crediti dall’erario per spese, diritti e onorari, consentendogli di portarli in compensazione con i propri debiti tributari di qualsiasi tipo, cioè per imposte e tasse (ivi compresa l’Iva), ma anche per il pagamento dei contributi previdenziali per i loro dipendenti. La norma non cita i contributi previdenziali dell’avvocato stesso, il che fa pensare a una esclusione volontaria del legislatore.

La compensazione avviene mediante la cessione di crediti, che siano maturati nel 2016 o anche precedentemente al 2016, purché non siano ancora saldati dall’amministrazione pubblica

La compensazione non è automatica, ma opera solo su richiesta dell’avvocato. Inoltre, quest’ultimo potrà optare anche per una compensazione parziale, cioè potrà riguardare solo una parte di quanto dovuto a titolo di imposta o tassa o contributi previdenziali per i dipendenti (si pensi al caso in cui il difensore abbia maturato crediti superiori ai propri obblighi fiscali).

Si tratta, dunque, di una forma di pagamento alternativo di tasse, imposte o contributi previdenziali; un pagamento che si effettua, anziché con il versamento del dovuto, con la cessione dei crediti derivanti dalla liquidazione dei compensi all’ente o all’articolazione dello Stato nei confronti del quale l’avvocato è debitore e che non è necessariamente quella tenuta a liquidargli la prestazione fornita al cittadino ammesso al gratuito patrocinio.

Tali cessioni di credito sono esenti da imposta di registro o di bollo.

La certificazione della cancelleria

Il credito del professionista deve essere definitivo. La legge di stabilità, infatti, stabilisce che non possono essere ceduti e quindi nemmeno compensati i crediti fondati su decreto di pagamento contro il quale sia stata proposta opposizione ai sensi dell’articolo 170 del testo unico sulle spese di giustizia [2]: ciò allo scopo di consentire la cessione solo quando l’ammontare del credito sia certo e definitivo. Il che fa pensare che, per ottenere la compensazione, il difensore dovrà munirsi di attestazione di cancelleria che attesti il decorso dei termini per la proposizione dell’opposizione; altrimenti il credito non potrà essere compensato.

L’opposizione al decreto di liquidazione può essere proposta anche dall’avvocato in favore del quale viene disposto il pagamento. Il che, di norma, avviene quando il legale ritiene che il calcolo dei compensi non sia congruo. Da oggi, però, prima di opporsi a un decreto che non lo soddisfa, l’avvocato dovrà tenere conto che ciò bloccherà la compensazione.

Anche se la legge non lo specifica vanno equiparati i crediti i per i quali l’opposizione sia stata respinta con provvedimento definitivo

 

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Tutti i conti correnti sono pignorabili

Vorrei sapere se esistono conti correnti pignorabili e altri, invece, che non possono essere bloccati dai creditori.

 

Non esistono conti correnti che non siano (almeno astrattamente) pignorabili: la legge, infatti, stabilisce che il debitore risponde, dei propri debiti, con tutto il suo patrimonio presente e futuro. Dunque, ogni rapporto di credito che il debitore vanta nei confronti di terzi – come appunto la banca, le Poste Italiane, o qualsiasi altro intermediario finanziario – è pignorabile attraverso la procedura esecutiva detta “pignoramento presso terzi”.

Tanto è vero che, quando il creditore notifica l’atto di pignoramento al debitore e alla sua banca, non cita il tipo di rapporto da pignorare, né lo individua concretamente, ma fa riferimento a qualsiasi tipo di somma, deposito, titoli, ecc. ivi presenti, prescindendo peraltro dalla natura del credito stesso (se, cioè, la fonte della disponibilità delle somme siano pensioni, stipendi, sussisti di invalidità, ecc.). Salvo – per quanto si dirà tra breve – alcuni limiti “quantitativi” al pignoramento delle somme depositate in banca, dunque, ogni tipo di rapporto di credito è pignorabile.

Come fa il creditore a sapere in quale banca il debitore ha il conto?

I problemi per il creditore, però, potrebbero essere di carattere pratico. Fino a qualche tempo fa, la difficoltà principale era individuare presso quale banca il debitore avesse depositato le somme. Il che costringeva spesso a una sorta di caccia al tesoro, ove il creditore notificava lo stesso atto di pignoramento a più istituti di credito fino a quando non avesse trovato quello giusto. Oggi, questo problema è superabile richiedendo l’autorizzazione, al Presidente del Tribunale, di effettuare una ricerca telematica – con l’ufficiale giudiziario – dell’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta “Anagrafe dei conti correnti”). Si tratta di un maxi database, in uso al fisco, che può essere accessibile a chi ha necessità di effettuare pignoramenti e, quindi, conoscere dove il debitore deposita i propri soldi e, soprattutto, la reale consistenza (saldo attivo o passivo).

Le carte prepagate con iban

Fino a pochi giorni fa, esistevano, comunque, dei rapporti di credito con le banche che uscivano fuori dall’Anagrafe tributaria e garantivano al debitore una sorta di invisibilità completa. Si trattava delle carte prepagate con Iban. Lo scorso mese, tuttavia, l’Agenzia delle Entrate ha definitivamente disposto che anche per tali rapporti le banche facciano la comunicazione annuale all’Anagrafe dei conti correnti, rendendo quindi visibili, e peraltro pignorabili, anche le carte con Iban (di tanto abbiamo parlato in “Carte prepagate con iban: ora pignorabili”).

Il pignoramento del conto Paypal

Sicuramente uno dei rapporti di conto corrente più difficilmente individuabili dai creditori è quello con Paypal, banca straniera con sede, per l’Europa, a Lussemburgo. In tal caso, oltre alle difficoltà pratiche di conoscenza dell’esistenza del conto, il problema diventa anche di carattere processuale, per via delle notifiche a un soggetto estero. Ciò comunque non toglie l’astratta pignorabilità anche di tali rapporti (di tanto abbiamo parlato in “Possibile il pignoramento del conto Paypal?”).

 

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Bonus disoccupati anche ai pensionati

Il Ministero del Lavoro riconosce il Bonus assunzione anche ai pensionati e chiarisce tutti i casi particolari in cui spetta.

Si allarga la platea del Bonus disoccupati: il Ministero del lavoro ha confermato la sua spettanza anche nel caso di assunzione di lavoratori pensionati, nonché in altre ipotesi particolari, come la trasformazione di collaboratori in lavoratori subordinati.

Il Ministero, ampliando la platea dei beneficiari, si è attenuto alla finalità della normativa, ossia quella di incentivare il ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato: non ha, comunque, effettuato alcuna forzatura interpretativa, in quanto si è limitato a confermare il Bonus solo per quei soggetti per i quali non fosse già esplicitamente escluso dalla legge.

Vediamo insieme, oltre agli ultimi chiarimenti, come funziona il Bonus disoccupati e come ottenerlo.

Bonus disoccupati: come funziona

Il Bonus disoccupati, conosciuto anche come Bonus assunzione, è stato originariamente previsto dalla Legge di Stabilità 2015 [1], poi confermato, ma con importanti modifiche, dalla Legge di Stabilità 2016 [2].

Il Bonus, difatti, consiste, per gli assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, di fruire di uno sgravio totale dei contributi Inps a carico del datore di lavoro, sino a un tetto massimo di 8060 euro, e per un periodo massimo di 36 mesi.

Per gli assunti nel corso del 2016, invece, il Bonus è ridotto a un tetto massimo di 3250 euro, e consente uno sgravio del 40% dei contributi a carico del datore.

In entrambi i casi, il bonus è riconosciuto per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori privi di occupazione stabile, sia da parte di aziende che di altri enti, o liberi professionisti: condizione necessaria per fruire dell’incentivo è il possesso del Durc (cioè della regolarità contributiva) e l’assenza di violazioni commesse relativamente alle norme essenziali di lavoro, nonché il rispetto dei contratti collettivi.

Requisiti del lavoratore

Per aver diritto al bonus, il lavoratore assunto non deve avere contratti a tempo indeterminato nei 6 mesi precedenti all’assunzione: ciò significa che si può fruire del bonus non solo per i soggetti completamente privi di un’occupazione nei 6 mesi precedenti, ma anche per gli occupati a tempo determinato, per le partite Iva, i co.co.co., nonché per i lavoratori autonomi ed i collaboratori occasionali e per gli stagionali.

Insomma, l’agevolazione vale per tutti quei contratti che non configurino un’occupazione stabile, intesa come rapporto a tempo indeterminato.

L’incentivo non spetta, invece, laddove il lavoratore abbia avuto, nei 6 mesi precedenti, un rapporto di apprendistato, in quanto configura comunque un contratto a tempo indeterminato, nonostante la possibilità di disdetta finale; per lo stesso motivo, non spetta nemmeno ai lavoratori che, nei 6 mesi precedenti, abbiano avuto un rapporto a tempo indeterminato, ma non abbiano superato il periodo di prova.

Infine, l’incentivo non spetta se il lavoratore, pur essendo non occupato nei 6 mesi precedenti, abbia già fruito del bonus, anche in un’altra azienda: a differenza dei benefici della Legge 407, spettanti al raggiungimento di 24 mesi di disoccupazione, i benefici del nuovo bonus spettano, per il lavoratore, una sola volta nella carriera.

Bonus disoccupati ai pensionati

La pensione, nonostante garantisca al lavoratore una certa stabilità di reddito, non è assimilabile al rapporto di lavoro a tempo indeterminato; inoltre, la normativa che ha istituito il Bonus assunzioni non esclude i pensionati dalla platea dei beneficiari.

Per questi motivi, nella risposta ad un recente interpello [3], Il Ministero del lavoro ha confermato la piena spettanza del Bonus ai lavoratori già in pensione, purché questi, ovviamente, non ne abbiano già fruito precedentemente, anche in un’altra azienda.

Il bonus è riconoscibile anche quando il pensionato risulti aver lavorato nei 6 mesi precedenti, sempre che non si sia trattato di un rapporto a tempo indeterminato.

Bonus per trasformazione del contratto

In ultimo, il Ministero ha chiarito anche la spettanza dell’incentivo in tutti i casi di trasformazione del precedente rapporto in un contratto a tempo indeterminato, laddove non siano state già riscontrate violazioni in materia di lavoro.

Via libera, allora, alla conversione di co.co.co., partite Iva e lavoratori autonomi occasionali, co.co.pro e collaborazioni occasionali in genere: come abbiamo visto, difatti, nessuno di questi rapporti configura un’occupazione stabile, pertanto non ci sono limiti alla fruizione del Bonus.

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Pensione con 30 anni di contributi, chi può andare?

Pensione di vecchiaia, pensione anticipata contributiva, pensione di vecchiaia 

anticipata,salvacondotto e salvaguardia: le “scorciatoie” per la pensione.

 

Ho 30 anni di contributi e oltre 60 anni di età: posso andare in pensione?

La carriera lavorativa è sempre più precaria e frammentaria, complice la crisi: così, capita sempre più spesso di ritrovarsi, oltre i 60 anni, con non più di 30 anni di contributi, nonostante si sia iniziato a lavorare da giovani.

Ma quali possibilità ci sono per chi è over 60 ed ha 30 anni di contributi? Esaminiamo tutte le “scorciatoie” per la pensione e cerchiamo di dare una risposta.

Pensione anticipata

Purtroppo, non è possibile avvalersi della pensione anticipata, istituita dalla Legge Fornero, che ha sostituito la vecchia pensione di anzianità: per questo nuovo tipo di trattamento, difatti, anche se si prescinde dal requisito di età (nessuna penalizzazione per chi ha meno di 62 anni, sino al 31 dicembre 2017), occorrono ben 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, e 41 anni e 10mesi per le donne.

Opzione donna

Niente da fare nemmeno con l’Opzione donna, una vecchia tipologia di pensione di anzianità sopravvissuta alla riforma previdenziale, che consente di pensionarsi con requisiti ridotti in cambio del calcolo contributivo dell’assegno: sebbene basti aver raggiunto 57 anni e 3 mesi al 31 dicembre 2015, difatti, alla stessa data è necessario aver conseguito 35 anni di contributi.

Purtroppo, l’Opzione non funziona come il sistema delle quote, e non è possibile compensare la maggiore età con i minori contributi.

Pensione anticipata contributiva

Una possibilità di pensionarsi anticipatamente, per chi ha 30 anni di contributi, può essere allora la pensione anticipata contributiva; per questa sono sufficienti:

63 anni e 7 mesi di età;

– un minimo di 20 anni di contributi;

– non oltre 18 anni di contributi posseduti alla data del 31 dicembre 1995;

– almeno 5 anni di contributi versati dal 1996 in poi;

– assegno ottenibile superiore a 2,8 volte l’assegno sociale.

Per optare per la pensione anticipata contributiva, è poi necessario avere almeno un accredito contributivo versato alla Gestione Separata(basta essere stati iscritti come collaboratori, liberi professionisti, o essere stati retribuiti coi voucher per possedere l’iscrizione, in quanto non si viene cancellati alla cessazione del rapporto): in pratica, essendo i contributi delle altre gestioni sommati a quelli della Gestione Separata, spetta un’unica pensione, interamente calcolata col metodo contributivo.

In merito alla convenienza di tale anticipo, però, ci sarebbe da discutere: il calcolo contributivo è, infatti, notevolmente penalizzante.

Totalizzazione

Lo stesso discorso in merito alla penalizzazione vale per la totalizzazione: essa permette di pensionarsi con 30 anni di contributi (ne bastano 20) a chi possiede almeno 65 anni e 7 mesi di età, sommando i versamenti effettuati in più gestioni gratuitamente; il trattamento è però calcolato col contributivo, a meno che non si raggiunga il diritto ad autonoma pensione in una delle gestioni.

Salvacondotto

Il Salvacondotto, previsto dalla Legge Fornero, permette di pensionarsi con 30 anni di contributi (ne bastano 20) alle sole donne lavoratrici del settore privato, qualora abbiano compiuto 60 anni entro il 31 dicembre 2012, al raggiungimento di 64 anni e 7 mesi di età.

Per gli uomini, invece, è necessario possedere almeno 35 anni di contributi alla stessa data.

Settima Salvaguardia

Anche la Settima Salvaguardia contempla un’ipotesi di pensionamento con 30 anni di età: è possibile, in effetti, raggiungere il trattamento di vecchiaia con i requisiti precedenti alla Fornero, cioè col possesso, entro il 31 dicembre 2015, di 65 anni e 3 mesi di età (60 anni e 6 mesiper le lavoratrici dipendenti del settore privato), assieme ad almeno 20 anni di contributi.

Le ipotesi di pensione d’anzianità in Salvaguardia, invece, richiedono almeno 35 anni di contributi, compresa quella delle quote (sommatoria di età e contribuzione).

Com’è noto, per accedere alla Settima Salvaguardia è anche necessario possedere particolari requisiti legati alla vita lavorativa ed alla cessazione del rapporto (mobilità, trattamento speciale edile, contributori volontari, cessati dal servizio, lavoratori a termine, dipendenti in congedo per assistenza a figli disabili).

Lavoro usurante e notturno

Per quanto concerne la pensione anticipata riconosciuta a chi è stato adibito a lavori particolarmente faticosi e pesanti, oppure a turni notturni (sopra le 64 giornate l’anno), per almeno 7 anni negli ultimi 10 della vita lavorativa, 30 anni di contributi non sono purtroppo sufficienti: oltre ai requisiti d’età ed alle quote sono difatti necessari almeno 35 anni di contributi.

Pensione di vecchiaia anticipata

30 anni di contribuzione sono invece sufficienti a chi può accedere allapensione di vecchiaia anticipata: infatti, per chi possiede un’invalidità superiore all’80% è possibile pensionarsi a 60 anni e 7 mesi di età (55 anni e 7 mesi per le donne), con almeno 20 anni di contributi. Sono purtroppo esclusi i dipendenti pubblici.

Anticipo per invalidità

Esiste poi un altro “sconto” sui requisiti della pensione, applicabile ha chi possiede un’invalidità superiore al 74%: chi possiede tale riduzione della capacità lavorativa ha diritto al riconoscimento di 2 mesi di contributi in più ogni anno (figurativi), sino ad un anticipo massimo di 5 anni.

In pratica, chi possiede 30 anni di contributi effettivi, assieme a un’invalidità che oltrepassa il 74%, ha in realtà 35 anni di contributi: bisogna però aver riguardo, per il computo della contribuzione figurativa, alla data di riconoscimento dell’invalidità superiore alla predetta soglia.

Pensione di vecchiaia

Esaminate tutte le eccezioni che danno diritto ad anticipare la pensione, resta purtroppo l’ultima possibilità, cioè la pensione di vecchiaia; bastano, difatti, 20 anni di contributi, unitamente ad un’età di:

66 anni e 7 mesi per gli uomini e le dipendenti pubbliche;

66 anni e 1 mese per le lavoratrici autonome;

65 anni e 7 mesi per le lavoratrici del settore privato.

Questo, a meno che non sia attuata la cosiddetta proposta Boeri, cioè la possibilità di anticipare la pensione di vecchiaia dai 63 anni e 7 mesi, con una penalizzazione percentuale: si spera che la proposta possa essere attuata al più presto, per dare un po’ d’ossigeno alle tante persone over 60 che rischiano di restare per anni e anni senza stipendio né pensione.

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Carte prepagate con Iban ora pignorabili

Nell’anagrafe dei conti correnti finiranno ora anche le carte ricaricabili con Iban, sicché l’Agenzia delle Entrate potrà controllare la giacenza media dei furbetti.

 

Finisce la possibilità di sfruttare le carte prepagate con Iban, per sfuggire ai controlli del fisco e far risultare la DSU (dichiarazione sostitutiva unica) più “leggera” ai fini del calcolo dell’Isee. Infatti, un provvedimento adottato ieri dall’Agenzia delle Entrate include, nei dati che le banche devono inviare all’Anagrafe dei conti correnti (o, meglio detta, Anagrafe dei rapporti finanziari) anche le ricaricabili dotate di un proprio Iban sulle quali – come già molti italiani sanno bene – è possibile ricevere pagamenti.

 

In particolare, gli istituti di credito dovranno ora comunicare al maxi cervellone dell’Agenzia delle Entrate, non solo gli estremi delle suddette carte (e, quindi, la loro esistenza), con il relativo deposito iniziale e finale, ma anche la giacenza media mantenuta nell’anno e il totale delle movimentazioni in entrata e uscita. Il tutto entro il 31 marzo 2016 e, successivamente, con cadenza periodica anche per il futuro.

Insomma, le carte prepagate con Iban vengono equiparate, a tutti gli effetti, ai tradizionali conti correnti, dei quali subiranno le stesse sorti sia per quanto attiene alle comunicazioni nell’Archivio dei rapporti finanziari, sia per quanto riguarda i calcoli per l’Isee. Questo significa che i contribuenti non potranno più falsare le proprie DSU, facendo risultare c/c “a zero” e, mantenendo così bassa il valore della “giacenza media”, ottenere indebitamente tutta una serie di servizi sociali che, altrimenti, sarebbero loro negati. Ricordiamo infatti che, con la recente riforma dell’Isee, la DSU contiene anche la giacenza media del conto corrente, che viene comunicata direttamente dalla banca (dopo un primo periodo transitorio in cui il calcolo doveva essere effettuato dal correntista).

Ma c’è un’altra importante implicazione che deriva dall’equiparazione delle carte prepagate con Iban ai conti correnti e riguarda i pignoramenti. Come noto, infatti, la riforma del processo esecutivo consente al creditore di affacciarsi, per il tramite dell’ufficiale giudiziario, alle banche dati online in uso alla pubblica amministrazione (prima tra tutte l’anagrafe tributaria), al fine di scovare conti, stipendi, pensioni, depositi, titoli, immobili, automobili da pignorare. È quella che viene chiamata “Ricerca telematica dei beni del debitore” e che dà la possibilità, al soggetto pignorante, di evitare la consueta caccia al tesoro grazie al semplice ausilio di un computer collegato a internet. Ebbene, tra queste banche dati liberamente consultabili vi è anche l’Anagrafe dei conti correnti che, come detto, ora conterrà anche i dati relativi alle carte prepagate con Iban. Dati che, così, non sfuggiranno ai creditori potendole così sottoporle a pignoramento presso terzi.

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Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Entra in vigore la stretta sulle prescrizioni di visite, prestazioni mediche ed esami, che, se non assolutamente necessari, dovranno essere interamente pagati dal cittadino.

 

È appena entrato in vigore il cosiddetto Decreto Appropriatezza, ossia la normativa che prevede il taglio del ticket per 203 prestazioni sanitarie.

Per le prestazioni comprese tra le 203 “incriminate”, in pratica, si può fruire del ticket soltanto dietro apposita prescrizione medica, in caso contrario il cittadino è obbligato a pagare di tasca l’intero costo: ottenere la prescrizione, peraltro, non è semplice, poiché sono previste delle sanzioni piuttosto salate per i medici, qualora prescrivano prestazioni non strettamente necessarie.

Com’è logico, il Decreto ha scatenato accese polemiche in tutt’Italia, poiché metterebbe, a detta di molti, a repentaglio la salute dei cittadini, negando l’accesso ad esami fondamentali e terapie.

Il Governo, invece, sostiene di non aver leso il diritto alla salute, poiché le prestazioni possono essere coperte dal ticket qualora siano rispettate le condizioni di erogabilità previste dal Decreto.

Per comprendere meglio la portata della normativa, analizziamo le principali prestazioni “fuori tutela” e le condizioni di erogabilità correlate.

 

Prestazioni escluse: quali settori

Innanzitutto, le aree a cui appartengono le 203 prestazioni “fuori ticket” sono:

odontoiatria;

– genetica;

– radiologia diagnostica;

– esami di laboratorio;

dermatologia allergologica;

– medicina nucleare.

Per ciascuna delle prestazioni riportate nel Decreto, appartenenti agli elencati settori, le condizioni di erogabilità devono essere valutate in base allo stato personale e clinico del beneficiario ed alla finalità terapeutica, diagnostica, prognostica o di monitoraggio.

Ma quali sono, nel concreto, le prestazioni sanitarie e le condizioni per ottenerle senza pagarne l’intero costo?

 

Prestazioni odontoiatriche

Iniziamo dalle prestazioni odontoiatriche; tra queste compaiono:

estrazione di denti permanenti, decidui o di altri denti;

interventi chirurgici ed asportazione di lesioni dentarie.

Tali prestazioni possono essere prescritte soltanto in condizioni di vulnerabilità sanitaria o sociale.

Per alcune prestazioni odontoiatriche, quali i trattamenti con apparecchi fissi e mobili, è richiesto un indice IOTN pari a 4/5: si tratta dell’indice di necessità del trattamento, che è espresso in una scala da 1 a 5, dove 5 esprime la maggiore gravità delle condizioni del paziente. Ciò significa che tali prestazioni potranno essere erogate solamente in “casi-limite”.

Condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale

Le condizioni di vulnerabilità sanitaria sono differenti a seconda delle specifiche patologie: in generale, si parla di vulnerabilità sanitaria laddove la cura sia assolutamente necessaria.

Le condizioni di vulnerabilità sociale sono invece intese quali situazioni di svantaggio economico correlate di norma al basso reddito e alla marginalità o all’esclusione sociale, che impediscono l’accesso alle cure a pagamento.

Le condizioni di svantaggio economico sono individuate dalle singole Regioni, nella maggioranza delle ipotesi in base all’indice Isee (il quale rileva la situazione economica del nucleo familiare anche in base al patrimonio mobiliare ed immobiliare).

Considerata l’esiguità degli stanziamenti regionali in materia sanitaria, nonché l’endemica mala gestione in tale ambito, è scontato che il cittadino possa rientrare nelle condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale soltanto in ipotesi “estreme”.

Prestazioni di radiologia diagnostica

Tra le prestazioni fuori tutela nell’ambito della radiologia, il Decreto enumera:

– diverse tipologie di tomografia computerizzata;

-diverse tipologie di risonanza magnetica nucleare;

– la densitometria ossea.

Tali esami (esclusa la densitometria ossea), nella maggioranza delle ipotesi, possono essere prescritti solo in presenza di patologia oncologica o sospetto oncologico.

Chiaramente, in caso di sospetto, sarà il medico a doversi prendere la responsabilità di prescrivere l’esame, ed a rischiare le sanzioni economiche previste per “prestazione inappropriata”.

Prestazioni di laboratorio e di genetica

È lungo ed articolato, poi, l’elenco delle prestazioni di laboratorio (in pratica, le analisi del sangue, delle urine e simili) tagliate fuori dalla tutela: ad esempio, le analisi relative al colesterolo ed ai trigliceridi possono essere prescritte solo ai soggetti con più di 40 anni, con malattie cardiovascolari, fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche, dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci.

Relativamente alle prestazioni di laboratorio e di genetica, le analisi “superflue”, secondo il Governo, sono 140: in alcuni casi, la prescrizione può essere effettuata solo qualora vi sia un carcinoma da monitorare, in altri casi qualora vi sia una malattia epatica in corso o a scopo di trapianto.

La costante, ad ogni modo, è quella di limitare al minimo le prestazioni preventive, e di tutelare il soggetto solo laddove sia già ammalato: una linea d’azione che certamente non rispetta il detto “è meglio prevenire che curare”, e che preferisce risparmiare nella prevenzione, senza pensare al rischio di moltiplicare le spese relative alle successive cure. Sempre che non s’intenda lasciare, in futuro, il cittadino totalmente sprovvisto di tutela anche laddove sia già malato: in un’ottica di tagli, pardon “razionalizzazioni”, è facile che si arrivi anche a questo, in un giorno non lontano.

 

Articolo Completo : Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Il garante del contribuente: come presentare ricorso.

Modalità di presentazione dell’istanza al Garante del Contribuente, gli indirizzi di tutte le sedi regionali presenti in Italia e nelle Province autonome.

 

Non necessariamente con l’autotutela o con il ricorso al giudice, il contribuente può difendersi contro gli atti dell’amministrazione finanziaria illegittimi: si pensi a una cartella di pagamento di Equitalia manifestamente viziata o un accertamento dell’Agenzia delle Entrate dal quale risulti evidente l’illegittimità. Esiste un organo monocratico amministrativo che consente la definizione agevole e spedita delle contestazioni: il Garante del Contribuente. Esso è presente presso ogni Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate e nelle province autonome di Trento e Bolzano.

È scelto e nominato dal presidente della commissione tributaria regionale o sua sezione distaccata nella cui circoscrizione è compresa la direzione regionale dell’Agenzia delle entrate fra le seguenti categorie di soggetti particolarmente vicine ai problemi fiscali:

– notai (tra i quali viene scelto il Presidente), magistrati, docenti universitari;

– avvocati, commercialisti, ragionieri, anch’essi a riposo e indicati dai rispettivi ordini professionali.

L’incarico è quadriennale ed è rinnovabile tenendo presenti professionalità, produttività ed attività già svolta.

Come si presenta il ricorso al Garante del Contribuente

Tutti i contribuenti possono rivolgersi al Garante inviando un’istanza in carta libera, senza bolli e senza la necessaria assistenza di un avvocato o di un commercialista. Non esistono neanche formule particolari per l’istanza. Per un fac-simile si rinvia all’articolo: “Fisco e cittadini: il garante del contribuente”.

L’istanza deve avere un contenuto minimo essenziale in modo da poter mettere il Garante nella condizione di decidere. Pertanto è importante indicare:

– i propri dati anagrafici, comprensivi di codice;

– l’atto oggetto della contestazione (allegandone copia);

– la segnalazione di eventuali disfunzioni, irregolarità, scorrettezze, prassi amministrative anomale o irragionevoli o qualsiasi altro comportamento suscettibile di pregiudicare il rapporto di fiducia tra i cittadini e l’Amministrazione finanziaria. Si pensi al caso di un pignoramento eseguito su cartelle esattoriali prescritte o un pignoramento notificato per crediti già portati in esecuzione forzata con un precedente pignoramento.

Ricevuto il riscorso, il Garante svolge un’attività istruttoria per verificarne la fondatezza. Al termine dell’attività svolta a seguito della segnalazione, ne comunica l’esito alla Direzione regionale o al comando di zona della Guardia di finanza competente nonché agli organi di controllo, mettendone a conoscenza anche l’autore della segnalazione.

Al termine di questo articoli riportiamo l’elenco degli Uffici del Garante presenti in ogni Regione e nelle province di Trento e Bolzano, con i recapiti telefonici e l’indirizzo per contattarli.

Come opera il Garante del contribuente

Il Garante opera in piena autonomia con l’obiettivo di tutelare i cittadini nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

In particolare, il Garante, anche sulla base di segnalazioni inoltrate per iscritto dai contribuenti:

– presenta richieste di documenti e chiarimenti agli uffici, i quali devono rispondere entro 30 giorni;

– rivolge raccomandazioni ai dirigenti degli uffici ai fini della tutela del contribuente e della migliore organizzazione dei servizi e li richiama al rispetto delle norme dello Statuto del contribuente o dei termini relativi ai rimborsi d’imposta;

– accede agli uffici stessi per controllare la loro agibilità al pubblico nonché la funzionalità dei servizi di informazione e assistenza;

– attiva le procedure di autotutela, volte a determinare l’annullamento d’ufficio, totale o parziale, di atti di accertamento o di riscossione che risultano illegittimi o infondati;

– segnala norme o comportamenti suscettibili di produrre pregiudizio per i contribuenti.

N.B. Nella pratica, il ricorso al Garante non sembra uno strumento penetrante, stante la sostanziale assenza di poteri rilevanti in capo a quest’ultimo, nel caso in cui, interessato dal contribuente, rilevi attività non conformi alla legge.

Gli indirizzi delle sedi del Garante del Contribuente

LOMBARDIA Telefono: 02/65504300-304-305 Fax: 02/65504899 

E-mail: [email protected]

 Indirizzo: presso l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Milano 1 Via della Moscova, 2 – 20121 Milano

 

Articolo CompletoIl garante del contribuente: come presentare ricorso.

 

Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’ Inps.

Giornate di malattia indennizzate dall’Inps e dal datore di lavoro:

 calcolo dell’indennità, trattamento operai e impiegati, casi particolari.

 

La malattia, pur essendo una causa di sospensione del lavoro, è tutelata dal nostro ordinamento, e come tale retribuita con un’indennità corrisposta dall’Inps ed integrata, secondo quanto disposto dai contratti collettivi, dal datore di lavoro. Sono esclusi dalla copertura retributiva dell’Inps determinati periodi, come quello di carenza e di comporto.

Indennità di malattia: quando spetta e a quanto ammonta

L’indennità di malattia corrisposta dall’Inps è pari ad una percentuale della retribuzione media giornaliera (Rmg), variabile a seconda della durata dell’evento e della situazione del lavoratore.

Per la generalità dei lavoratori, l’indennità di malattia:

– non spetta nei primi 3 giorni di assenza, detti periodo di carenza (ma, secondo i contratti collettivi, tali giornate sono retribuite dal datore di lavoro);

– spetta in misura pari alla metà della retribuzione media giornaliera dal al 20° giorno di assenza;

– spetta in misura pari al 66,66% della retribuzione media giornaliera dal 21° al 180° giorno  (entro il periodo di comporto).

Per i lavoratori dei pubblici esercizi e dei laboratori di pasticceria, l’indennità è pari all’80% per tutte le giornate di malattia, salvo il limite annuo massimo di 180 giorni.

Se la patologia, invece, insorge durante un periodo di sospensione dei lavoratori, entro 60 giorni dall’inizio, l’indennità spetta in misura pari ai due terzi rispetto alle normali previsioni.

Se, infine, il lavoratore è ricoverato in un luogo di cura, e non ha familiari a carico, l’indennità di malattia spettante è pari ai due quinti del normale.

Giornate indennizzabili

All’interno del periodo di malattia, esclusi i primi tre giorni di carenza, sono indennizzati dall’Inps:

– per gli operai, i giorni feriali;

– per gli impiegati e gli apprendisti, tutti i giorni compresi nel periodo di malattia.

Sono invece esclusi:

– per gli operai, la domenica festività nazionali ed infrasettimanali;

– per gli impiegati, le festività nazionali ed infrasettimanali cadenti di domenica.

Tali giornate, secondo le previsioni dei contratti collettivi, sono comunque coperte dal datore di lavoro.

Ci sono, poi delle giornate particolari, indennizzabili in quanto assimilate alle assenze per malattia.

Day hospital

Le giornate nelle quali il lavoratore si sottopone a prestazioni in regime di day hospital sono equiparate alle giornate di ricovero, ovviamente limitatamente al giorno in cui è effettuata la prestazione: pertanto, si applica la riduzione nella misura di 2/5 dell’indennità per i dipendenti che non hanno familiari a carico. Possono essere indennizzate anche le giornate successive, se il dipendente presenta un certificato medico di continuazione.

Dimissioni protette

Laddove il lavoratore sia sottoposto a una lunga degenza non continuativa, cioè con ricovero soltanto in giornate programmate, parliamo di dimissioni protette: se nei periodi intermedi il lavoratore possiede la piena capacità al lavoro, i periodi di dimissioni protette non sono indennizzati; qualora invece risulti da idonea certificazione che l’incapacità lavorativa permane anche nei periodi in cui il dipendente non è ricoverato , sono indennizzabili anche tali periodi intermedi.

Donazione d’organo e di midollo osseo

Il lavoratore che si sottopone a  una donazione d’organo ha diritto all’indennità di malattia per tutte le giornate di effettiva degenza e di convalescenza; è assimilata alla donazione d’organo la donazione del midollo osseo .

Trattamento di emodialisi

Le giornate in cui il lavoratore deve sottoporsi ad un trattamento di emodialisi sono considerate a tutti gli effetti come malattia. In particolare:

– le giornate di assenza per effettuare il trattamento di dialisi vanno considerate come un’unica patologia continuativa;

– il periodo di carenza e la riduzione percentuale dell’indennità devono essere applicati per anno solare;

– per calcolare l’indennità relativa a ciascun mese vanno considerate le retribuzioni corrisposte nel mese precedente.

Se durante una giornata di trattamento, però, il lavoratore ha prestato servizio, anche per poche ore, non ha diritto all’indennità.

Cicli di cura ricorrenti

Per quanto concerne i cicli di cura ricorrenti, cioè i trattamenti effettuati entro 30 giorni dai precedenti trattamenti, è possibile applicare quanto previsto per la ricaduta: è dunque consentito l’invio di un certificato unico prima dell’inizio della terapia , nel quale siano indicati i giorni previsti per il trattamento. Per ottenere l’indennità di malattia, oltre al certificato, sono necessaria le dichiarazioni della struttura sanitaria, contenenti il calendario delle prestazioni effettivamente eseguite.

Ex festività

Le ex festività, cioè le giornate infrasettimanali non più considerate festive, sono coperte dall’indennità, in quanto normalmente lavorate e retribuite: non sono invece indennizzabili laddove il datore preveda un emolumento aggiuntivo, alla pari delle festività, poiché già coperte, appunto, dal datore di lavoro.

Se l’ex festività coincide con la domenica,  non è indennizzabile per gli operai, mentre lo è per gli impiegati.

Part time verticale

Per i lavoratori part time che svolgono la prestazione soltanto in determinati periodi (giorni, settimane o mesi),l’indennità di malattia è dovuta soltanto nelle giornate in cui si sarebbe dovuta svolgere la prestazione.

Periodo massimo indennizzabile

La malattia è indennizzabile sino ad un certo numero massimo di giornate, a seconda della categoria, dell’inquadramento del lavoratore e del contratto collettivo applicato.

Per i lavoratori a tempo indeterminato l’indennità a carico dell’Inps è dovuta per un periodo massimo di 180 giorni nell’anno solare:

– devono essere contate tutte le giornate di malattia dell’anno solare, anche non indennizzate (come i giorni di carenza);

– non devono essere contati, invece, i periodi di astensione obbligatoria per maternità, quelli di malattia connessi con lo stato di gravidanza, di congedo parentale, d’infortunio sul lavoro e malattia professionale, nonché i periodi di malattia causata da terzi (contro i quali l’Inps abbia positivamente esperito l’azione di surroga).

Se la patologia è a cavallo di due anni solari, le giornate di malattia sono attribuite ai rispettivi anni e considerate come unico episodio morboso.

Per i lavoratori a termine, fermo restando il limite dei 180 giorni, il trattamento per malattia spetta per un periodo massimo pari all’attività lavorativa svolta nei 12 mesi immediatamente precedenti; nel caso in cui il periodo lavorato precedentemente sia inferiore a 30 giorni, sono comunque indennizzate 30 giornate.

Malattia dopo il rapporto di lavoro

Se un lavoratore subordinato a tempo indeterminato è licenziato o sospeso durante il periodo di malattia, il diritto all’indennità dell’Inps continua per i successivi 60 giorni.

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