Equitalia blocca il conto coi soldi per le cure mediche

Mi è stato notificato un pignoramento in banca per delle cartelle esattoriali non pagate: se dimostro che le somme mi servono per cure mediche salvavita e che sono invalido posso ottenere lo sblocco?

 

Purtroppo non è previsto alcun beneficio per chi non paga le cartelle esattoriali di Equitalia e, al contempo, utilizza i soldi del proprio conto corrente per pagarsi le cure mediche; ciò vale anche se si tratta di prestazioni sanitarie imprescindibili, come nel caso delle cure salvavita.

Incredibilmente, è più facile ottenere un “alleggerimento” del pignoramento se si è pensionati o lavoratori dipendenti piuttosto che se si è inabili al lavoro e, per via dell’invalidità, non si può percepire altri redditi.

Difatti, i redditi di lavoro dipendente e quelli da pensione possono essere pignorati nei limiti massimi di:

– un decimo, per pensioni e stipendi inferiori a 2.500 euro;

– un settimo, per pensioni e stipendi tra 2.5001 e 5.000 euro;

– un quinto, per pensioni e stipendi superiori.

Invece, se il pignoramento avviene sul conto del lavoratore dipendente o del pensionato, Equitalia può bloccare solo la somma ivi depositata superiore a 1.345,56 euro (ossia pari al triplo dell’assegno sociale). Dunque, se il conto rimane sempre entro tale soglia, il pignoramento “va a vuoto”. Per gli importi, invece, accreditati sul conto dopo il pignoramento (sempre a titolo di pensione o stipendio) resta il limite massimo di un quinto. Sul punto, leggi l’approfondimento “Pignoramento del conto corrente: nuovi limiti”.

Pertanto, dando dimostrazione che il denaro depositato sul conto corrente serve per cure mediche vitali non si ottiene lo sblocco, né il giudice può annullare il pignoramento. Si tratta di una delle tante storture del nostro sistema di riscossione tributaria.

La pensione di invalidità è pignorabile?

Per quanto riguarda, infine, il pignoramento dei sussidi assistenziali previsti per gli invalidi, in linea teorica anche tali importi sono pignorabili al pari di qualsiasi altro credito. La Cassazione ha però chiarito che la pensione di invalidità è pignorabile integralmente fatto salvo un limite impignorabile di somme necessarie a garantire al pensionato i mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. Fino alla recente riforma dell’esecuzione forzata, tali minimo impignorabile veniva determinato, caso per caso, dal giudice. Oggi si potrebbe avanzare la tesi (attraverso una interpretazione in via analogica dalle norme sul pignoramento della pensione) secondo cui il minimo vitale è pari al triplo dell’assegno sociale, ossia, per il 2016 a tre volte l’importo di 448,51 euro (ossia 1.345,53).

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Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Entra in vigore la stretta sulle prescrizioni di visite, prestazioni mediche ed esami, che, se non assolutamente necessari, dovranno essere interamente pagati dal cittadino.

 

È appena entrato in vigore il cosiddetto Decreto Appropriatezza, ossia la normativa che prevede il taglio del ticket per 203 prestazioni sanitarie.

Per le prestazioni comprese tra le 203 “incriminate”, in pratica, si può fruire del ticket soltanto dietro apposita prescrizione medica, in caso contrario il cittadino è obbligato a pagare di tasca l’intero costo: ottenere la prescrizione, peraltro, non è semplice, poiché sono previste delle sanzioni piuttosto salate per i medici, qualora prescrivano prestazioni non strettamente necessarie.

Com’è logico, il Decreto ha scatenato accese polemiche in tutt’Italia, poiché metterebbe, a detta di molti, a repentaglio la salute dei cittadini, negando l’accesso ad esami fondamentali e terapie.

Il Governo, invece, sostiene di non aver leso il diritto alla salute, poiché le prestazioni possono essere coperte dal ticket qualora siano rispettate le condizioni di erogabilità previste dal Decreto.

Per comprendere meglio la portata della normativa, analizziamo le principali prestazioni “fuori tutela” e le condizioni di erogabilità correlate.

 

Prestazioni escluse: quali settori

Innanzitutto, le aree a cui appartengono le 203 prestazioni “fuori ticket” sono:

odontoiatria;

– genetica;

– radiologia diagnostica;

– esami di laboratorio;

dermatologia allergologica;

– medicina nucleare.

Per ciascuna delle prestazioni riportate nel Decreto, appartenenti agli elencati settori, le condizioni di erogabilità devono essere valutate in base allo stato personale e clinico del beneficiario ed alla finalità terapeutica, diagnostica, prognostica o di monitoraggio.

Ma quali sono, nel concreto, le prestazioni sanitarie e le condizioni per ottenerle senza pagarne l’intero costo?

 

Prestazioni odontoiatriche

Iniziamo dalle prestazioni odontoiatriche; tra queste compaiono:

estrazione di denti permanenti, decidui o di altri denti;

interventi chirurgici ed asportazione di lesioni dentarie.

Tali prestazioni possono essere prescritte soltanto in condizioni di vulnerabilità sanitaria o sociale.

Per alcune prestazioni odontoiatriche, quali i trattamenti con apparecchi fissi e mobili, è richiesto un indice IOTN pari a 4/5: si tratta dell’indice di necessità del trattamento, che è espresso in una scala da 1 a 5, dove 5 esprime la maggiore gravità delle condizioni del paziente. Ciò significa che tali prestazioni potranno essere erogate solamente in “casi-limite”.

Condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale

Le condizioni di vulnerabilità sanitaria sono differenti a seconda delle specifiche patologie: in generale, si parla di vulnerabilità sanitaria laddove la cura sia assolutamente necessaria.

Le condizioni di vulnerabilità sociale sono invece intese quali situazioni di svantaggio economico correlate di norma al basso reddito e alla marginalità o all’esclusione sociale, che impediscono l’accesso alle cure a pagamento.

Le condizioni di svantaggio economico sono individuate dalle singole Regioni, nella maggioranza delle ipotesi in base all’indice Isee (il quale rileva la situazione economica del nucleo familiare anche in base al patrimonio mobiliare ed immobiliare).

Considerata l’esiguità degli stanziamenti regionali in materia sanitaria, nonché l’endemica mala gestione in tale ambito, è scontato che il cittadino possa rientrare nelle condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale soltanto in ipotesi “estreme”.

Prestazioni di radiologia diagnostica

Tra le prestazioni fuori tutela nell’ambito della radiologia, il Decreto enumera:

– diverse tipologie di tomografia computerizzata;

-diverse tipologie di risonanza magnetica nucleare;

– la densitometria ossea.

Tali esami (esclusa la densitometria ossea), nella maggioranza delle ipotesi, possono essere prescritti solo in presenza di patologia oncologica o sospetto oncologico.

Chiaramente, in caso di sospetto, sarà il medico a doversi prendere la responsabilità di prescrivere l’esame, ed a rischiare le sanzioni economiche previste per “prestazione inappropriata”.

Prestazioni di laboratorio e di genetica

È lungo ed articolato, poi, l’elenco delle prestazioni di laboratorio (in pratica, le analisi del sangue, delle urine e simili) tagliate fuori dalla tutela: ad esempio, le analisi relative al colesterolo ed ai trigliceridi possono essere prescritte solo ai soggetti con più di 40 anni, con malattie cardiovascolari, fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche, dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci.

Relativamente alle prestazioni di laboratorio e di genetica, le analisi “superflue”, secondo il Governo, sono 140: in alcuni casi, la prescrizione può essere effettuata solo qualora vi sia un carcinoma da monitorare, in altri casi qualora vi sia una malattia epatica in corso o a scopo di trapianto.

La costante, ad ogni modo, è quella di limitare al minimo le prestazioni preventive, e di tutelare il soggetto solo laddove sia già ammalato: una linea d’azione che certamente non rispetta il detto “è meglio prevenire che curare”, e che preferisce risparmiare nella prevenzione, senza pensare al rischio di moltiplicare le spese relative alle successive cure. Sempre che non s’intenda lasciare, in futuro, il cittadino totalmente sprovvisto di tutela anche laddove sia già malato: in un’ottica di tagli, pardon “razionalizzazioni”, è facile che si arrivi anche a questo, in un giorno non lontano.

 

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Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.

                                                 Permessi e congedi per l’assistenza di un familiare disabile:                                                   quando il lavoratore ha diritto ad anticipare la pensione?

 

La legge italiana, nonostante preveda diverse disposizioni a favore dei disabili, ha tralasciato un aspetto molto importante a tutela delle esigenze dei portatori di handicap: non è infatti prevista alcuna possibilità di pensionamento anticipato per i lavoratori che assistono familiari con disabilità. Un vuoto normativo rilevante, che ignora le gravissime difficoltà esistenti, in tali situazioni, nella conciliazione tra le esigenze familiari e lavorative.

Sono numerosi i comitati che richiedono, da lungo tempo, una maggiore tutela per questi soggetti, ma, nonostante gli annunci e le promesse al riguardo, da parte di diversi esponenti politici, con la “scusante” della crisi e della mancanza di risorse nulla è stato realizzato, e la pensione anticipata è ancora un miraggio.

Congedo per assistenza di figli disabili e Settima Salvaguardia

Una piccola tutela previdenziale, invero, ci sarebbe, ma non riguarda tutti i lavoratori che fruiscono dei permessi Legge 104 [1] per l’assistenza di portatori di handicap, ma soltanto quei dipendenti che nel 2011 hanno fruito di congedi familiari per la stessa finalità[2]: si tratta della possibilità di pensionarsi con i requisiti previsti antecedentemente alla Legge Fornero [3] tramite la Settima Salvaguardia.

L’ultimo provvedimento di Salvaguardia, disposto con la Legge di Stabilità 2016, difatti, apre alla pensione con i requisiti pre-Fornero per i lavoratori che hanno fruito, nel 2011, del congedo straordinario per l’assistenza di disabili: peraltro, non tutti coloro che hanno utilizzato i congedi nel 2011 sono tutelati, ma la salvaguardia è limitata a sole 3.000 unità.

Permessi Legge 104 e penalizzazione pensione anticipata

Sino a luglio 2014, per di più, coloro che avessero fruito dei permessi Legge 104 avrebbero dovuto recuperare tali periodi: in mancanza, sarebbe stata loro applicata la penalizzazione percentuale sulla pensione anticipata (il trattamento che ha sostituito la pensione di anzianità, i cui requisiti si basano sugli anni di contributi versati e non sull’età pensionabile). La decurtazione, difatti, sino a tale anno, era esclusa solo per chi possedeva unicamente periodi di effettivo lavoro, maternità, malattia, cassintegrazione ordinaria, ferie e leva.

Ad ogni modo, grazie alle modifiche intervenute con la Legge di Stabilità 2015, per chi matura i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2017 non vi sarà alcuna decurtazione, a prescindere dalla tipologia di contribuzione versata.

Per chi, invece, matura i requisiti successivamente, la decurtazione per il pensionamento anticipato è prevista in ogni caso, senza eccezioni, anche se si possiedono soltanto periodi di lavoro effettivo.

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Tari, arriva una tassa uguale per tutti

In via d’adozione un regolamento unico in tutt’Italia per determinare le tariffe sui rifiuti solidi urbani e superare le enormi differenze esistenti tra città.

Dopo anni di attesa, pare che sia finalmente in dirittura d’arrivo il tanto agognato regolamento unico sulla Tari, ossia la Tassa sui Rifiuti: attualmente la disposizione è soltanto una bozza, ma, se le linee guida restassero simili, si determinerebbe sicuramente l’illegittimità della maggior parte delle tariffe oggi applicate dai Comuni e dagli Enti gestori. Tariffe che cambiano notevolmente, sia nell’ammontare che nelle modalità di applicazione, da Comune a Comune: ad esempio, mentre a Cagliari la Tari media è pari a 450 euro a famiglia, ad Ascoli Piceno scende a 160 euro: una differenza molto alta, che dipende dalle modalità di tariffazione adottate dai singoli regolamenti comunali. Difatti, ogni Ente gestore, visto il vuoto normativo in merito, ha creato un proprio sistema di misurazione, per determinare i corrispettivi dovuti per il servizio di smaltimento rifiuti: purtroppo, il più delle volte questi sistemi sono lontani dal basarsi su un’effettiva corrispettività, ed in alcuni casi anche da un minimo di equità.

Ma come si è arrivati a questo punto e, soprattutto, il nuovo regolamento unico potrà riuscire a ripristinare una situazione uniforme in tutt’Italia, con tariffe effettivamente corrispondenti al servizio offerto? Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro, alle prime leggi che hanno disciplinato il servizio di smaltimento rifiuti.

Tari: tassa o imposta?

La configurazione della Tari, come imposta o come tassa, vede ancora oggi in disaccordo diverse correnti dottrinali: il pagamento, difatti, è stato prima considerato una tassa [1], poi una tariffa dal noto Decreto Ronchi [2], che, oltre a determinare le modalità di applicazione dei compensi, prevedeva l’attuazione di un piano finanziario, in realtà mai realizzato da nessun Comune. Così la mancata attuazione del decreto ha fatto sì che si formasse una giungla di disposizioni in materia: in alcune città il “balzello” sui rifiuti era noto col nome di Tarsu, in altre come Tia; si è poi giunti, in un primo tentativo di unificazione, nel 2013, alla Tares, ed in seguito, con la Legge di Stabilità 2014, alla Iuc (Imposta Unica Comunale), formata da Imu, Tasi e Tari, quest’ultima, appunto, la componente relativa ai rifiuti. Ma ancora si è lontani da una disciplina unica, soprattutto in quanto non è stata ancora chiarita la vera natura della Tari, di tassa o d’imposta: se considerata come imposta, sarebbe, in effetti, contraria ai criteri diproporzionalità e progressività affermati dalla Costituzione [3]; se configurata, invece, come tassa, certamente i corrispettivi richiesti appaiono sproporzionati, poiché, se il servizio funzionasse in maniera corretta e non “distorta”, dovrebbero essere i cittadini a ricevere del denaro per il conferimento dei rifiuti riciclabili(pensiamo alle cosiddette discariche verdi, dei punti di raccolta di materiale riciclabile, che fruttano in media 250 euro l’anno a famiglia).

Tari: come funziona

La Tari è applicata a chiunque possieda o detenga, a qualunque titolo, locali o aree esterne, che possono produrre rifiuti urbani (sono comunque escluse le aree condominiali, e quelle accessorie o pertinenziali di un immobile tassato). La tariffazione, come poc’anzi accennato, cambia a seconda del Comune di ubicazione dell’immobile: all’interno dello stesso Comune, vi sono poi delle differenze tra le utenze domestiche e non domestiche, a seconda della superficie e del numero di occupantidell’immobile. Sono previste, in ragione di particolari situazioni, o per talune tipologie di aree o fabbricati, esenzioni o riduzioni, sia dalla normativa generale che da quella comunale.

Regolamento unico e commisurazione della Tari ai rifiuti prodotti

Tutte le problematiche sopra esposte, dal dubbio sulla configurazione della Tari come imposta o tassa, sino all’effettiva proporzionalità del corrispettivo pagato ai rifiuti realmente prodotti, dovrebbero trovare soluzione nel Regolamento unico di prossima realizzazione: questo regolamento, secondo la Legge di Stabilità 2014 [4] istitutiva della Tari, sarebbe dovuto essere emanato già dal 1° luglio 2014.

 

Solo in questi giorni, dopo oltre 2 anni di attesa, il ministero dell’Ambiente ha finalmente prodotto una bozza della disposizione, che prevedrà criteri di tariffazione uguali in tutt’Italia, che risponderanno in parte alla grandezza dell’immobile, ed in parte all’effettiva produzione di rifiuti indifferenziati (al fine di premiare chi invece produce prevalentemente materiale riciclabile).

 

Nel decreto saranno, difatti, dettati i criteri di misurazione del rifiuto indifferenziato, che avverrà mediante pesatura o col sistema dello svuotamento “vuoto per pieno”, realizzabile collegando i volumi ai kg prodotti.

Inoltre, anche la commisurazione dei corrispettivi basata sulla superficie dell’immobile sarà effettiva, e non per classi di superficie.

 

Insomma, il Decreto di prossima adozione pare mettere la parola fine ai decenni di disposizioni inique ed ingarbugliate: si spera dunque in una veloce operatività della normativa unica.

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Canone RAI, le conseguenze per chi non paga

Le conseguenze amministrative e penali per chi non paga il canone RAI o dichiara falsamente all’Agenzia delle Entrate di non avere una tv secondo la nuova legge di stabilità 2016   

Come ormai noto, dal 2016 cambiano le modalità di riscossione del canone RAI. Chi ha la bolletta della luce intestata a sé nella propria abitazione di residenza dovrà pagare la prima rata di canone nella prima fattura successiva al 1 luglio 2016. L’importo della fattura della corrente elettrica sarà quindi maggiorato di almeno 60 euro (rate di canone da gennaio a giugno). Ma cosa succede a chi non paga il canone? Andiamo ad esaminare i singoli casi.   Ho la bolletta della luce intestata a me nel luogo di residenza ma non ho una tv Chi ha la bolletta della luce intestata a sé nella propria abitazione di residenza ma non detiene una tv, dovrà inviare ogni anno – all’Agenzia delle Entrate – Direzione provinciale I di Torino – Ufficio territoriale di Torino – Sportello S.A.T., una dichiarazione di “non detenzione della tv”. L’Agenzia delle Entrate potrà effettuare controlli sulla veridicità delle dichiarazioni inviate. Se, in caso di controllo, emergesse la falsità della dichiarazione inviata, il dichiarante sarebbe soggetto a una doppia sanzione, amministrativa e penale.   La sanzione amministrativa per l’evasione del canone va da due a sei volte l’importo evaso (si tratta quindi di una sanzione fra i 200 e i 600 euro) oltre al pagamento del canone stesso [1]. La falsa dichiarazione comporta anche dei risvolti penali. Secondo la nuova legge di stabilità 2016, le false dichiarazioni relative alla “non detenzione” di una tv sono punite ai sensi del codice penale. Chi dunque dichiara falsamente all’Agenzi delle Entrate di non detenere una tv commette il reato di falsità ideologica del privato in atto pubblico, reato punibile con la reclusione fino a due anni.   Mi è arrivato da pagare il canone in bolletta e non l’ho pagato È il caso di chi riceve la bolletta della luce successiva al 1 luglio 2016 maggiorata del canone RAI ma non lo paga, perchè non paga la bolletta o perchè paga la bolletta “scorporando” gli importi relativi al canone RAI. In questo caso, le compagnie elettriche dovranno comunicare all’Agenzia delle Entrate che l’utente non ha pagato il canone. Le modalità e i tempi di queste comunicazioni verranno stabilite con un decreto di prossima approvazione, ma la legge di stabilità ha già previsto pesanti sanzioni amministrative per le compagnie che omettono di inviare la comunicazione – per un importo che va dal 120% al 240% dell’importo non dichiarato, per ogni dichiarazione omessa [2].   Va da sé quindi che i fornitori di energia elettrica avranno tutto l’interesse a comunicare i dati relativi agli evasori. L’evasore sarà invece colpito, come sopra, da una sanzione amministrativa da due a sei volte l’importo evaso (si tratta quindi di una sanzione fra i 200 e i 600 euro) oltre al pagamento del canone.   Non ho la bolletta intestata nel luogo di residenza ma ho una tv Chi detiene una tv ma non ha la bolletta della luce intestata a sé nel luogo di residenza dovrà pagare il canone, come prima, con il tradizionale bollettino postale. Come già detto, l’evasione è punita con una sanzione amministrativa fra i 200 e i 600 euro (da due a sei volte l’importo del canone), oltre chiaramente al pagamento del canone.   Non ho più una tv e non ho la bolletta della luce intestata Chi fino al 2015 ha pagato regolarmente il canone, non ha la bolletta della luce intestata a sé nel luogo di residenza e vuole chiedere il suggellamento, non potrà più farlo, perché la legge di stabilità 2016 lo vieta espressamente. Non sarà quindi più possibile tenere la propria tv in cantina o in soffitta inutilizzata per non pagare il canone, ma occorrerà disfarsene fisicamente e, anche in questo caso, inviare all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di non detenzione di una tv, con le modalità già indicate. In caso contrario, l’imposta risulterà non pagata e quindi si avvierà l’ordinario procedimento di recupero del credito tributario. Anche in questo caso, qualora l’Agenzia delle Entrate, a seguito della ricezione della dichiarazione di non detenzione, verificasse la falsità della dichiarazione stessa, il dichiarante incorrerebbe sia nella sanzione amministrativa che in quella penale.

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Bonus affitti: deduzione per chi compra casa e poi la dà in locazione –

Acquisto di immobili, ristrutturazione e costruzione: la deduzione del 20% delle spese fino a un tetto di 30mila euro entro il 2017.

 

Parte la nuova deduzione fiscale del 20% per chi acquista una casa o la ristruttura o la costruisce e poi la dà in locazione: il bonus verrà scomputato sul prezzo di acquisto o sulle spese sostenute per la costruzioni o ristrutturazione. È quanto prevede il decreto del Ministero delle Infrastrutture appena pubblicato nella Gazzetta Ufficiale [1], avente a oggetto appunto le nuove deduzioni per l’acquisto, la costruzione o la ristrutturazione di unità immobiliari abitative da destinare alla locazione.

Il contribuente potrà ottenere il bonus fino a massimo 300 mila euro di spesa (comprensivo di IVA) alle seguenti condizioni.

1 | Requisiti del beneficiario della deduzione fiscale: si deve trattare di

– persona fisica non imprenditore.

2 | Caratteristiche del cedente: si deve trattare

– per le nuove abitazioni, di imprese di costruzione o di cooperative edilizie;

– per le abitazioni ristrutturate, di imprese di ristrutturazione immobiliare o di cooperative edilizie;

3 | Caratteristiche dell’immobile: si deve trattare di

– unità immobiliare a destinazione residenziale (escluse quelle classificate o classificabili nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9), di nuova costruzione, invendute al 12 novembre 2014, oppure oggetto di interventi di ristrutturazione edilizia o di restauro e di risanamento conservativo (escluse quindi le manutenzioni ordinarie e straordinarie);

– non ubicata in parti del territorio destinate a usi agricoli (cioè nelle zone omogenee classificate E);

– con prestazioni energetiche certificate in classe A o B.

4 | Requisiti relativi ai lavori: è necessario che

– la casa sia acquistata, ristrutturata o costruita tra il 1° gennaio 2014 e il 31 dicembre 2017;

– nel caso di spese di costruzione, l’abitazione sia ultimata entro il 31 dicembre 2017;

– nel caso di ristrutturazione o costruzione, sia accertata la conformità delle opere.

5 | Tipo di contratto di locazione: è necessario che

– la casa, entro 6 mesi dall’ acquisto, sia data in locazione per almeno 8 anni (purché tale periodo abbia carattere continuativo). Se, per motivi non imputabili al locatore, il contratto di locazione si risolve prima del decorso del suddetto periodo il diritto alla deduzione permane a condizione che venga stipulato un altro contratto entro un anno (dalla data della suddetta risoluzione). Il termine di sei mesi decorre, per le unità immobiliari acquistate, dalla data dello stesso acquisto mentre, per quelle ristrutturate e/o costruite, dal rilascio del certificato di agibilità o dalla data in cui si è consolidato il silenzio-assenso;

– la locazione non deve avvenire tra parenti entro il primo grado (padre, figlio);

– il canone di locazione non deve essere superiore a quello indicato nella “convenzione comunale” stipulata ai fini del rilascio del permesso di costruire relativo agli “interventi di edilizia abitativa convenzionata” oppure al minore importo tra il canone definito per i contratti a canone concordato e quello stabilito per le unità abitative realizzate o recuperate nei Comuni ad alta tensione abitativa.

 

In caso di usufrutto

La deduzione non si perde nemmeno se l’abitazione è ceduta in usufrutto (anche contestualmente all’atto di acquisto e anche prima della scadenza degli 8 anni), a soggetti giuridici pubblici o privati operanti da almeno 10 anni nel settore dell’alloggio sociale, a condizione che venga mantenuto il vincolo alla locazione alle medesime condizioni sopra illustrate, e che il corrispettivo di usufrutto, calcolato su base annua, non sia superiore all’importo dei canoni di locazione.

 

La deduzione

Le deduzioni indicate spettano per una sola volta e per ogni singolo immobile e non sono cumulabili con altre agevolazioni del comparto edile (per esempio, ristrutturazione e/o risparmio energetico).

La deduzione è pari al 20% del prezzo di acquisto dell’immobile (risultante dall’atto di compravendita), nel limite massimo complessivo di spesa di € 300.000 (anche nel caso di acquisto di più immobili); a tale limite si possono sommare gli interessi passivi dipendenti da mutui contratti per l’acquisto delle unità immobiliari medesime.

La deduzione ammessa è ripartita in 8 quote annuali di pari importo, a partire dal periodo d’imposta nel quale avviene la stipula del contratto di locazione.

Per esempio: Per un acquisto effettuato a novembre 2017 e un contratto di locazione stipulato a marzo 2018, la deduzione spetta dal 2018 fino al 2025. La spesa massima complessiva di € 300.000 genera una deduzione di € 60.000 (20%) che va ripartita in 8 quote annuali di € 7.500 ciascuna.

 

Costruzione di abitazioni

La deduzione citata spetta, nella medesima misura e nel medesimo limite massimo complessivo, anche per le spese sostenute dal contribuente persona fisica non esercente attività commerciale per prestazioni di servizi, dipendenti da contratti d’appalto, per la costruzione di un’unità immobiliare a destinazione residenziale su aree edificabili già possedute dal contribuente stesso prima dell’inizio dei lavori o sulle quali sono già riconosciuti diritti edificatori.

Ai fini della deduzione le predette spese di costruzione sono attestate dall’ impresa che esegue i lavori.

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L’autocertificazione per non pagare il canone Rai

Il modulo fac simile di dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà per disdetta abbonamento Rai, suggellamento, dichiarazione di non possesso del televisore, decesso dell’intestatario, cessione o alienazione del televisore.

 

Canone Rai, come non pagare: in questa pagina troverete un fac simile per ogni possibile situazione di non debenza del Canone Rai, dalla disdetta del canone alla dichiarazione di non possesso del televisore, dalla comunicazione di avvenuto pagamento alla richiesta di suggellamento.

Si tratta di quella che comunemente viene detta autocertificazione (più propriamente dichiarazione sostitutiva di certificazione o dell’atto notorio). Nel caso di false dichiarazioni si deve tenere a mente che potranno scattare sanzioni penali posta la falsità rilasciata in un atto destinato a un pubblico ufficiale (l’Agenzia delle Entrate).

 

Una volta compilato, il modulo (qualsiasi esso sia di quelli qui di seguito riportati) andrà spedito in busta chiusa mediante raccomandata A.R., all’indirizzo:

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Canone Rai: per il 2016 c’è rischio di pagare due volte

Legge di Stabilità 2016 e pagamento del canone Rai con la bolletta della luce:

le due scadenze diverse e il rischio di una doppia imposizione sul possessore di televisione.   Non smettono di susseguirsi le modifiche apportate al testo della Legge di Stabilità 2016 in merito al pagamento del canone Rai con la bolletta della luce: sembra infatti che, fuor di dubbio che l’intesa da parte della maggioranza sull’introduzione della misura anti evasiva, ci siano invece forti divergenze sul momento in cui tale obbligo inizierà a decorrere. Questa confusione, però, porta con sé il serio rischio di disguidi tecnici, difficoltà organizzative da parte delle compagnie elettriche e, ora, anche il pericolo di una duplicazione di pagamenti. Ecco perché.   Con gli ultimi emendamenti approvati dal Senato al testo della manovra di fine anno, dati i tempi tecnici necessari per adeguare i sistemi di fatturazione, il canone Rai potrà essere inserito nella bolletta della luce solo dalla prima fattura successiva al 1° luglio 2016. Pertanto, le rate già scadute a tale data saranno addebitate tutte in una volta. Per gli anni successivi, il canone si pagherà a rate, con le prime cinque bollette bimestrali dell’anno, per un importo di 10 euro a mensilità (ossia 20 euro a bimestre).   Per il 2016, tuttavia, fino all’arrivo della fattura di luglio-agosto, il possessore della televisione non saprà se sarà interessato dal nuovo metodo di riscossione o se dovrà pagare il canone autonomamente entro la consueta scadenza del 31 gennaio 2016. Ciò rischia di comportare una duplicazione di pagamenti per il 2016, in quanto la nuova modalità di riscossione in bolletta, applicabile solo dove c’è la presunzione di detenzione o utilizzo di un apparecchio, collegata alla fornitura elettrica nel luogo di residenza anagrafica, sarà utilizzata in alternativa a quella tradizionale.   Facciamo l’esempio di Mario Rossi che, sino ad oggi, ha sempre pagato il canone Rai entro la scadenza di gennaio. In questo caso, non trovando ancora, a tale data, l’importo addebitato in bolletta, potrebbe decidere – per non incappare nelle sanzioni (pari a cinque volte il canone stesso) – di versare l’imposta come ha sempre fatto, ossia con l’inizio dell’anno attraverso il bollettino postale. Ma che succederà se poi l’utente troverà nella bolletta di luglio l’addebito del canone? Dovrà fare un’istanza di sgravio, con tutti gli intoppi burocratici che sono ormai classici nel nostro Paese.   Inoltre non è stato chiarito che cosa accade se l’utente aspetta l’addebito in bolletta e questo non arriva. Scatterà anche in questo caso la sanzione?   Si spera che il passaggio alla Camera possa chiarire questi dubbi operativi. 

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Nuova disoccupazione, patto di servizio obbligatorio per l’assegno

Naspi, Dis-Coll e Asdi: patto di servizio e ricerca attiva di un’occupazione per fruire dell’indennità.

 

La recente disposizione che consente ai lavoratori, quando presentano domanda di disoccupazione all’Inps (direttamente, tramite i servizi online, oppure tramite patronato), di rendere contestualmente la dichiarazione d’immediata disponibilità, evita senz’altro le file interminabili ai Centri per l’Impiego, dove prima era necessario recarsi per effettuare tale dichiarazione.

Senza la dichiarazione d’immediata disponibilità, infatti, non è possibile ottenere lo stato di disoccupazione, e, conseguentemente l’indennità, sia che si tratti di Naspi (che ha sostituito Aspi e mini Aspi, che a loro volta avevano sostituito la disoccupazione ordinaria e quella a requisiti ridotti), che di Dis-Coll (la disoccupazione per Co.co.co. e Co.co.pro), che dell’Asdi (nuovo assegno per chi resta disoccupato dopo aver terminato la fruizione Naspi, legato a particolari condizioni di bisogno del soggetto).

Tuttavia, chi ha annunciato l’addio permanente alle file nei Centri per l’Impiego ha cantato troppo presto vittoria: il disoccupato, infatti, dal 24 settembre 2015, è comunque costretto a tornarvi, per sottoscrivere il patto di servizio.

Il patto di servizio

 Il patto di servizio è un accordo che deve essere obbligatoriamente sottoscritto dal lavoratore, per poter usufruire dell’indennità di disoccupazione. Il decreto attuativo del Jobs Act in materia di riordino dei servizi di Collocamento [1], infatti, ha previsto questo nuovo obbligo per favorire la partecipazione attiva del disoccupato alla ricerca di un impiego, riqualificandolo (offrendo occasioni di formazione, iniziative, laboratori) e provvedendo alla sua profilazione (il profilo personale del lavoratore, infatti, entrerà nella nuova banca dati dell’Anpal, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro).

Per stipulare il patto di servizio, nel dettaglio, entro 15 giorni dall’inoltro della domanda di disoccupazione, il lavoratore dovrà contattare il proprio Centro per l’Impiego ( o Centro Servizi per il lavoro) competente; nel caso in cui non lo faccia, dovrà essere lo stesso centro a convocarlo, entro un termine che dovrà essere stabilito da un apposito decreto ministeriale.

 

Patto di servizio personalizzato: contenuto

Il patto di servizio dovrà indicare la disponibilità del richiedente alle seguenti attività:

partecipazione a iniziative e laboratori utili a rafforzare le competenze finalizzate alla ricerca attiva d’impiego: in quest’ambito, il lavoratore sarà dunque aiutato nella stesura del proprio curriculum, nella preparazione per affrontare un colloquio di lavoro, e dovrà partecipare a incontri di orientamento;

– partecipazione a iniziative di carattere formativo o di riqualificazione o altra iniziativa di politica attiva del lavoro;

– accettazione di congrue offerte di lavoro.

Per quanto riguarda la nozione di “offerta di lavoro congrua“, in attesa della nuova definizione, che dovrà essere formulata con decreto ministeriale , continua ad essere utilizzata la definizione della Legge Fornero [2], che indica come adeguata l’offerta di un lavoro:

– per il quale l’inquadramento risulti con un livello retributivo superiore almeno del 20% rispetto all’importo lordo dell’indennità di disoccupazione;

– che debba essere svolto in un luogo che dista entro 50 km dalla residenza del lavoratore, o raggiungibile entro 80 minuti con i mezzi di trasporto pubblici.

 

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Denuncia per abuso edilizio: diritto a sapere il nome con l’accesso

Esposto per illecito urbanistico

e accesso agli atti amministrativi: il proprietario dell’opera abusiva ha diritto di conoscere nome e cognome di chi lo ha denunciato ai vigili.   Abuso edilizio: chi ha subito una denuncia, da parte del vicino, per illecito urbanistico ha diritto a conoscerne nome e cognome, tramite accesso agli atti amministrativi del procedimento. La polizia Municipale non può rifiutarsi di comunicare le generalità di chi ha presentato l’esposto anche se rischia il processo per abuso edilizio. Lo ha chiarito il Tar Lazio con una recente sentenza [1].   Risultato: il comando della polizia locale non può negare l’accesso appellandosi al fatto [2] che è stata ormai comunicata una notizia di reato e, quindi, vi sarebbe il segreto istruttorio. In realtà, invece, il responsabile dei lavori ha diritto a leggere l’esposto anche se rischia l’incriminazione penale: in questo caso la comunicazione dei vigili in Procura non rientra fra le attività di polizia giudiziaria, mentre chi è soggetto a un controllo o a un’ispezione ha l’interesse qualificato a conoscere tutti i documenti dai quali scaturisce l’iniziativa.

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