Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

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Case ipotecate e all’asta: più facile venderle, debitori subito fuori

Imposta di registro flat: dal Governo uno sconto a chi acquisterà una casa all’asta; 

la norma consentirà alle banche, che stanno eseguendo un pignoramento immobiliare, di vendere più facilmente le case ipotecate e su cui pende l’esecuzione forzata.   Acquistare una casa all’asta giudiziaria può essere un affare solo se il prezzo scende oltre il valore di mercato, ma adesso lo sarà in ogni caso, anche prima di tale momento. Una norma approvata ieri dal Governo, infatti, prevede un forte sconto per chi compra un immobile sottoposto a procedura esecutiva immobiliare sotto la direzione del tribunale: la misura – unica nel suo genere – prevede una sostanziosa agevolazione fiscale. Con il risultato che si venderanno più facilmente gli immobili pignorati dalle banche.   Il bonus in commento è contenuto nel tanto atteso “decreto banche”. In pratica, viene cancellata l’imposta di registro al 9%, calcolata sul valore dell’immobile: al suo posto ci sarà solo una “tassa piatta” da 200 euro. Ma ad una condizione ben precisa: il bene dovrà essere rivenduto nei 24 mesi successivi all’acquisto. Insomma, verrà premiato non chi intende aggiudicarsi la casa per le proprie esigenze abitative, ma chi è animato da fini speculativi: è il caso, per esempio, dell’investitore che, pur non avendo bisogno dell’immobile, intende acquistarlo all’asta per poi rivenderlo e lucrare sulla differenza. Il tutto, ovviamente, ai danni del debitore pignorato.   Il primo investitore interessato all’affare sarà la banca stessa che potrebbe, da oggi, acquistare le case pignorate risparmiando sull’imposta di registro: si pensi che un immobile del valore di 1 milione di euro sconta, di norma, un’imposta di registro di 90 mila euro. Oggi, invece, l’importo della tassa sarà di soli 200 euro: una boccata d’ossigeno immediata per i bilanci degli istituti che si vedono così di colpo rivalutare almeno del 9% il valore del “collaterale”. La stessa banca poi, nei due anni successivi, sarà costretta a rivendere il bene e nulla vieta che possa farlo nei confronti dello stesso debitore al quale gliel’ha già finanziata e sottratta una prima volta. Nessuna norma, infatti, pone un limite a questo circolo vizioso.   L’agevolazione spetta per i beni acquistati entro il 31 dicembre 2016 e riguarderà anche le persone fisiche le quali, come gli istituti di credito e le imprese, dovranno sempre rivendere il bene nei due anni successivi. Qualora l’immobile non dovesse essere rivenduto nei due anni, l’acquirente dovrà versare l’imposta di registro in misura proporzionale del 9%.   La norma è passata come una misura di defiscalizzazione, rivolta a ottenere due benefici: sbloccare le lunghe e aleatorie procedure di pignoramento da un lato e, nello stesso tempo, incentivare il mercato delle vendite immobiliari. In realtà, la misura porterà un immediato beneficio nelle casse delle banche riducendo la svalutazione almeno del 9% delle sofferenze bancarie legate agli immobili dati in garanzia per prestiti e mutui.   L’effetto dell’agevolazione fiscale consisterà anche in una forte riduzione dei tempi dei pignoramenti immobiliari: divenendo più conveniente comprare case tramite il tribunale, potrebbe non essere più necessario attendere diversi esperimenti d’asta prima di avanzare l’offerta di acquisto. Insomma, i debitori avranno più probabilità di dire addio alla propria abitazione e meno tempo per rimanervi prima che si venda.

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Come calcolare quando andare in pensione

Pensione anticipata, pensione di vecchiaia, deroghe con riduzione dei requisiti: come calcolare quando si può uscire dal lavoro.

 

Dal 2012, con l’entrata in vigore della Legge Fornero, i requisiti per la pensione si sono notevolmente inaspriti, e sono cambiate le tipologie di pensionamento accessibili: in particolare, non è più possibile conseguire la pensione di anzianità, cioè quella raggiungibile con 40 anni di contributi, o in base alle quote (sommatoria di età e contributi), in quanto tale prestazione è subentrata la pensione anticipata, basata sui soli anni di contributi.

Anche la pensione di vecchiaia ha subito importanti cambiamenti, a causa del brusco innalzamento dei requisiti anagrafici.

Restano, però, alcune vecchie eccezioni che danno diritto al collocamento a riposo con requisiti ridotti, accompagnate da nuove deroghe poco conosciute.

Vediamo, in questa guida, come si calcolano i requisiti per andare in pensione, e come sapere qual è la tipologia di trattamento accessibile con le tempistiche più brevi.

Calcolo dei requisiti

A seconda della tipologia di pensione (anticipata, di vecchiaia, etc.) sono stabiliti differenti requisiti, che possono riguardare sia l’età, che gli anni di contributi.

Per quanto riguarda il calcolo dell’età, è necessario fare riferimento alle tabelle da noi riportate nella guida, che segnano l’età pensionabile prevista per ogni anno, in base agli incrementi periodici legati all’aumento della speranza di vita.

Il discorso è più complesso per il calcolo dei contributi, in quanto generalmente, nell’estratto conto dell’Inps, la contribuzione è segnata in settimane, ma a volte anche in mesi o in giorni, a seconda della gestione alla quale appartiene il dipendente.

Bisogna dunque considerare i seguenti coefficienti di trasformazione, per capire quanti anni di contributi si possiedono:

– 1 anno= 52 settimane;

– 1 mese= 4,333 settimane;

– 1 giornata= 0,19259 settimane.

I periodi di contribuzione appartenenti a diverse gestioni possono essere sommati:

– gratuitamente, nel caso in cui si richieda la totalizzazione dei contributi, il cumulo, il computo, o la totalizzazione retributiva;

– a titolo oneroso, qualora si richieda la ricongiunzione dei contributi presso un’unica gestione.

In caso contrario, i contributi di ogni gestione devono essere computati separatamente, per verificare il diritto ad un’autonoma pensione, o a un’eventuale pensione supplementare o supplemento di pensione (per approfondire: pensione supplementare, supplemento della pensione, ricalcolo e ricostituzione della pensione).

Per quanto concerne il calcolo della pensione, ricordiamo che questo è:

retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

– retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo (il cosiddetto misto), per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995;

interamente contributivo, per chi non ha contributi precedenti al 1996.

Coloro a cui spetta il calcolo interamente contributivo, o che optano per il computo nella Gestione Separata, hanno diritto, a determinate condizioni, a requisiti più leggeri per accedere alla pensione anticipata (63 anni e 7 mesi di età con 20 anni di contributi) ed a quella di vecchiaia (70 anni e 7 mesi, ma con soli 5 anni di contributi).

Per maggiori approfondimenti sul calcolo della pensione, vi invitiamo a leggere il nostro vademecum: come calcolare l’assegno di pensione.

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Equitalia blocca il conto coi soldi per le cure mediche

Mi è stato notificato un pignoramento in banca per delle cartelle esattoriali non pagate: se dimostro che le somme mi servono per cure mediche salvavita e che sono invalido posso ottenere lo sblocco?

 

Purtroppo non è previsto alcun beneficio per chi non paga le cartelle esattoriali di Equitalia e, al contempo, utilizza i soldi del proprio conto corrente per pagarsi le cure mediche; ciò vale anche se si tratta di prestazioni sanitarie imprescindibili, come nel caso delle cure salvavita.

Incredibilmente, è più facile ottenere un “alleggerimento” del pignoramento se si è pensionati o lavoratori dipendenti piuttosto che se si è inabili al lavoro e, per via dell’invalidità, non si può percepire altri redditi.

Difatti, i redditi di lavoro dipendente e quelli da pensione possono essere pignorati nei limiti massimi di:

– un decimo, per pensioni e stipendi inferiori a 2.500 euro;

– un settimo, per pensioni e stipendi tra 2.5001 e 5.000 euro;

– un quinto, per pensioni e stipendi superiori.

Invece, se il pignoramento avviene sul conto del lavoratore dipendente o del pensionato, Equitalia può bloccare solo la somma ivi depositata superiore a 1.345,56 euro (ossia pari al triplo dell’assegno sociale). Dunque, se il conto rimane sempre entro tale soglia, il pignoramento “va a vuoto”. Per gli importi, invece, accreditati sul conto dopo il pignoramento (sempre a titolo di pensione o stipendio) resta il limite massimo di un quinto. Sul punto, leggi l’approfondimento “Pignoramento del conto corrente: nuovi limiti”.

Pertanto, dando dimostrazione che il denaro depositato sul conto corrente serve per cure mediche vitali non si ottiene lo sblocco, né il giudice può annullare il pignoramento. Si tratta di una delle tante storture del nostro sistema di riscossione tributaria.

La pensione di invalidità è pignorabile?

Per quanto riguarda, infine, il pignoramento dei sussidi assistenziali previsti per gli invalidi, in linea teorica anche tali importi sono pignorabili al pari di qualsiasi altro credito. La Cassazione ha però chiarito che la pensione di invalidità è pignorabile integralmente fatto salvo un limite impignorabile di somme necessarie a garantire al pensionato i mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. Fino alla recente riforma dell’esecuzione forzata, tali minimo impignorabile veniva determinato, caso per caso, dal giudice. Oggi si potrebbe avanzare la tesi (attraverso una interpretazione in via analogica dalle norme sul pignoramento della pensione) secondo cui il minimo vitale è pari al triplo dell’assegno sociale, ossia, per il 2016 a tre volte l’importo di 448,51 euro (ossia 1.345,53).

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Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Uso personale: assoluzione perché il fatto non sussiste; 

la modesta quantità della sostanza conferma l’assenza di intenzione di vendere a terzi.

 

Troppo poche due piantine di hashish per dire che l’imputato, sorpreso nella coltivazione sul proprio terrazzo, aveva intenzione di estrarre la sostanza stupefacente per venderla a terzi. La condotta è praticamente inoffensiva per gli altri; viene confermato l’assenza di reato stante l’uso personale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

È ormai un principio consolidatosi in giurisprudenza quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti (cannabis e hashish innanzitutto), la coltivazione diretta di piante piccole o di numero ridotto esclude la possibilità di parlare di reato. La “piantagione domestica”, se rivolta a estrarre una minima parte di principio attivo, non è un attentato alla salute pubblica.

La verifica deve essere fatta non solo riguardo alla dimensione delle piantine, ma anche al numero. In una sentenza dello scorso agosto, la Corte ritenne che cinque fosse un numero irrilevante per il procedimento penale [2]. Nella pronuncia odierna il numero in contestazione all’imputato era invece di due. Coltivare solo un piao piantine di hashish – si legge in sentenza – non è una condotta offensiva e come tale non va punita.

La vicenda

Protagonisti della vicenda sono due imputati, condannati in secondo grado per produzione, spaccio e detenzione di stupefacenti per aver coltivato a casa loro, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana. Secondo la Corte territoriale, essendo irrilevante la destinazione della sostanza se a uso personale o meno, afferma che la condotta sia sempre punibile sul presupposto della “soglia drogante” del prodotto. La Cassazione, di tutt’altro avviso, ritiene che la sentenza di appello vada annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. La quantità modesta di droga conferma che si tratta di un prodotto destinato al consumo personale dei due imputati.

La giurisprudenza

La distinzione che opera la giurisprudenza è quella tra il reato di coltivazione e quello di detenzione dello stupefacente:

– quanto al reato di coltivazione, esso non può essere “direttamente ricollegato all’uso personale ed è punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”;

– quanto invece alla detenzione essa è condotta strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione: pertanto è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi. Se destinata, invece, all’uso personale, è prevista solo una sanzione amministrativa.

È la destinazione della sostanza stupefacente a decretare l’esistenza o meno del reato: non basta il semplice pericolo, ma è necessario che la condotta sia in concreto offensiva.

Pertanto, tutte quelle condotte che dimostrino una levità tale da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione, allora si può parlare di inoffensività e di assenza del reato. Resta ferma, come detto, la sanzione amministrativa.

La Cassazione, in sintesi, sostiene che l’aver coltivato due piantine, “senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta pericolosa e quindi offensiva per la collettività.

 

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I nuovi affari delle banche: la vendita di beni di largo consumo

I business della banca: la ricerca di nuovi profitti per risanare la situazione di crisi.  

Continuiamo il viaggio nei nuovi business delle banche affrontando questa settimana, dopo l’articolo sull’attività del bancario-agente immobiliare, il nuovo incarico del consulente di un istituto di credito: il commesso in un negozio di beni di consumo.   Dal momento che i conti economici risentono di circa 210 miliardi di crediti di dubbio recupero, a cui si aggiungono i bassi margini di manovra sui tassi di interesse e gli eccessivi costi del personale, le banche sono ora alla ricerca disperata di nuovi profitti per risanare la propria situazione finanziaria. L’attività su cui si concentrano e grazie alla quale riescono ad ottenere ingenti somme, è quella della vendita di nuovi prodotti (televisori, tablet, cellulari, tapis roulant, ecc) attraverso pressioni, soprattutto nei confronti dei piccoli imprenditori.   La scelta di focalizzarsi sulla vendita di questo tipo di prodotti e non su quelli riguardanti il mondo finanziario (polizze assicurative, obbligazioni strutturate, fondi immobiliari chiusi, azioni rinvenimenti da aumenti di capitale) dipende, in buona parte, dalla differenza di redditività generata dalla natura diversa di questi prodotti. Infatti, per quanto riguarda un finanziamento, nel nostro Paese la banca ha mediamente un margine finanziario netto di circa l’8% a fronte di un «fattore di rischio» altissimo. Quei soldi, pertanto, potrebbero anche andare perduti nel caso in cui il cliente fosse insolvente. Se la vendita, invece, è incentrata su prodotti quali televisori o prodotti simili, essa ha «rischio zero» e, inoltre, ha un rendimento di almeno il 20% sul prezzo a cui viene venduto al correntista. Un prezzo vantaggiosissimo, poiché l’istituto di credito acquista uno stock enorme per sfruttare la sua imponente e capillare rete di vendita. In questo modo, i piccoli rivenditori di elettrodomestici (magari clienti di quella banca!) finiscono per essere «fuori mercato» a causa della concorrenza spietata e sleale praticata dall’istituto stesso. Sta di fatto che, da circa un anno, una delle principali banche del Paese ha ampliato la gamma di prodotti offerti diversificando il suo core business. Si tratta, nello specifico, di televisori, computer, cellulari, tablet, scooter, tapis roulant, impianti home theatre che vengono venduti da questa banca a prezzi scontati, in un’unica soluzione o con finanziamenti ad hoc. Sulla scrivania di un consulente di  banca oggi ci sono più depliant e brochure pubblicitarie che moduli bancari.   Per capire però le dimensioni del fenomeno non possiamo esimerci dal mostrare alcune statistiche forniteci da una “voce interna”. “Quella banca” nel primo semestre 2015 ha dato un obiettivo alla rete di vendita di circa 35 milioni di euro in prodotti di “Banca Store“, cioè in televisori, ecc. Il che significa, secondo la logica che gli obiettivi del primo semestre devono essere quantomeno replicati, circa 70 milioni in un anno! Cifre che anche Trony e Mediaworld hanno difficoltà a raggiungere. Per il top management della banca i ricavi da “servizi”, ottenuti grazie allo store dei prodotti di largo consumo, sono una voce talmente importante per la sopravvivenza della stessa banca che il report viene stilato addirittura giornalmente. Una sfida quotidiana all’ultimo televisore o frigorifero piazzato al correntista.

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Cartelle di pagamento per Irpef e IVA: prescrizione in 10 anni

Per le imposte erariali come Iva, Irpef e Iva la cartella di pagamento e l’avviso di accertamento hanno prescrizione decennale.

 

La cartella di pagamento notificata da Equitalia o l’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, quando si riferiscono a crediti erariali come quelli dovuti per Irpef, IVA o Irap si prescrivono in 10 anni. Lo stesso termine vale per le sanzioni ad esse conseguenti. Lo ha precisato la Commissione Tributaria Provinciale di Caltanissetta [1]. A tali atti, divenuti ormai definitivi per mancata impugnazione, e quindi ormai certi, liquidi ed esigibili, si applica il termine di prescrizione generale previsto dal codice civile [2].

Viene così respinta l’opposta tesi secondo cui la prescrizione dovrebbe essere di cinque anni, così come previsto dalla legge per gli interessi e, in generale, per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi [3].

È vero che tanto l’avviso di accertamento esecutivo dell’Agenzia delle Entrate quanto la cartella esattoriale hanno natura di atto amministrativo, ma non c’è dubbio che, una volta emanati e divenuti definitivi per mancata impugnazione, il credito erariale è giuridicamente “certo, liquido ed esigibile” proprio in virtù della sua definitività e inoppugnabilità nel merito. In questo modo, si applica la prescrizione decennale, “perché la relativa prestazione strutturalmente diviene eseguibile in quanto prestazione unitaria, con la conseguenza della inapplicabilità della prescrizione quinquennale”.

Questa posizione è ormai condivisa da tutta la giurisprudenza e, in particolar modo dalla Cassazione [4]. Per le imposte erariali (Irpef, Ires, Irap, Iva, imposta di registro, imposte sulle successioni e donazioni) si applica il termine di prescrizione di 10 anni; da un lato, infatti, la legge non prevede un termine inferiore, dall’altro l’obbligo tributario del contribuente, stante l’autonomia di ogni periodo di imposta, non può considerarsi una prestazione periodica, derivando il credito, anno per anno, da una nuova e autonoma valutazione riguardo alla sussistenza dei presupposti impositivi.

Diverso il discorso per i tributi locali come Tari, Ici, Imu, Tosap, Tarsu e Tasi: per questi la prescrizione è di 5 anni.

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Risarcimento del danno: tabelle di Milano la regola

Sinistri stradali e quantificazione del danno non patrimoniale: il giudice deve motivare le ragioni dello scostamento dalle tabelle di Milano.  

Nel caso in cui l’assicurazione debba risarcire il danno da sinistro stradale deve tenere conto, ai fini del danno non patrimoniale, delle quantificazioni operate dalle tabelle del Tribunale di Milano. Secondo, infatti, una recente sentenza della Cassazione [1], tali tabelle hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio nazionale. Se anche il giudice ritiene di discostarsi dai parametri offerti dal foro meneghino, deve comunque darne una congrua motivazione.   Risulta, dunque, sempre più difficile derogare ai criteri di liquidazione del danno stabiliti dal Tribunale di Milano. Essi servono quantomeno (e necessariamente) “quale criterio di riscontro e verifica” della quantificazione diversamente ottenuta.   La sentenza in commento ricorda innanzitutto che il risarcimento del danno non patrimoniale deve essere “integrale”, senza possibilità di sconfinare in indennizzi puramente simbolici o irrisori, o comunque non correlati all’effettiva entità del danno subìto dal danneggiato.   Il giudice deve poi rispettare criteri di “elasticità e flessibilità” in modo da garantire, nel contempo, sia il rispetto di liquidazioni uniformi (senza, cioè, creare disparità tra i cittadini), sia la possibilità di quantificazioni “personalizzate” del danno, in modo da non tralasciare nessuna delle conseguenze (fisiche o morali) che siano ricadute sul danneggiato.   In definitiva, la valutazione del giudice deve essere “equa”, ossia adeguata e proporzionata alle circostanze concrete del caso specifico.   L’applicazione concreta di tali principi ha portato a utilizzare sempre più le cosiddette tabelle di liquidazione elaborate dalla prassi. Tra queste, sicuramente il primato lo rivestono le tabelle dei Tribunale di Milano, che appunto diventano parametro per ogni valutazione del danno in qualsiasi parte d’Italia.   Qualora il giudice intenda dare preferenza ad altri sistemi di quantificazione deve argomentarlo in modo preciso e puntuale: un difetto di motivazione renderebbe la sentenza viziata.

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Tutti i conti correnti sono pignorabili

Vorrei sapere se esistono conti correnti pignorabili e altri, invece, che non possono essere bloccati dai creditori.

 

Non esistono conti correnti che non siano (almeno astrattamente) pignorabili: la legge, infatti, stabilisce che il debitore risponde, dei propri debiti, con tutto il suo patrimonio presente e futuro. Dunque, ogni rapporto di credito che il debitore vanta nei confronti di terzi – come appunto la banca, le Poste Italiane, o qualsiasi altro intermediario finanziario – è pignorabile attraverso la procedura esecutiva detta “pignoramento presso terzi”.

Tanto è vero che, quando il creditore notifica l’atto di pignoramento al debitore e alla sua banca, non cita il tipo di rapporto da pignorare, né lo individua concretamente, ma fa riferimento a qualsiasi tipo di somma, deposito, titoli, ecc. ivi presenti, prescindendo peraltro dalla natura del credito stesso (se, cioè, la fonte della disponibilità delle somme siano pensioni, stipendi, sussisti di invalidità, ecc.). Salvo – per quanto si dirà tra breve – alcuni limiti “quantitativi” al pignoramento delle somme depositate in banca, dunque, ogni tipo di rapporto di credito è pignorabile.

Come fa il creditore a sapere in quale banca il debitore ha il conto?

I problemi per il creditore, però, potrebbero essere di carattere pratico. Fino a qualche tempo fa, la difficoltà principale era individuare presso quale banca il debitore avesse depositato le somme. Il che costringeva spesso a una sorta di caccia al tesoro, ove il creditore notificava lo stesso atto di pignoramento a più istituti di credito fino a quando non avesse trovato quello giusto. Oggi, questo problema è superabile richiedendo l’autorizzazione, al Presidente del Tribunale, di effettuare una ricerca telematica – con l’ufficiale giudiziario – dell’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta “Anagrafe dei conti correnti”). Si tratta di un maxi database, in uso al fisco, che può essere accessibile a chi ha necessità di effettuare pignoramenti e, quindi, conoscere dove il debitore deposita i propri soldi e, soprattutto, la reale consistenza (saldo attivo o passivo).

Le carte prepagate con iban

Fino a pochi giorni fa, esistevano, comunque, dei rapporti di credito con le banche che uscivano fuori dall’Anagrafe tributaria e garantivano al debitore una sorta di invisibilità completa. Si trattava delle carte prepagate con Iban. Lo scorso mese, tuttavia, l’Agenzia delle Entrate ha definitivamente disposto che anche per tali rapporti le banche facciano la comunicazione annuale all’Anagrafe dei conti correnti, rendendo quindi visibili, e peraltro pignorabili, anche le carte con Iban (di tanto abbiamo parlato in “Carte prepagate con iban: ora pignorabili”).

Il pignoramento del conto Paypal

Sicuramente uno dei rapporti di conto corrente più difficilmente individuabili dai creditori è quello con Paypal, banca straniera con sede, per l’Europa, a Lussemburgo. In tal caso, oltre alle difficoltà pratiche di conoscenza dell’esistenza del conto, il problema diventa anche di carattere processuale, per via delle notifiche a un soggetto estero. Ciò comunque non toglie l’astratta pignorabilità anche di tali rapporti (di tanto abbiamo parlato in “Possibile il pignoramento del conto Paypal?”).

 

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Bonus disoccupati anche ai pensionati

Il Ministero del Lavoro riconosce il Bonus assunzione anche ai pensionati e chiarisce tutti i casi particolari in cui spetta.

Si allarga la platea del Bonus disoccupati: il Ministero del lavoro ha confermato la sua spettanza anche nel caso di assunzione di lavoratori pensionati, nonché in altre ipotesi particolari, come la trasformazione di collaboratori in lavoratori subordinati.

Il Ministero, ampliando la platea dei beneficiari, si è attenuto alla finalità della normativa, ossia quella di incentivare il ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato: non ha, comunque, effettuato alcuna forzatura interpretativa, in quanto si è limitato a confermare il Bonus solo per quei soggetti per i quali non fosse già esplicitamente escluso dalla legge.

Vediamo insieme, oltre agli ultimi chiarimenti, come funziona il Bonus disoccupati e come ottenerlo.

Bonus disoccupati: come funziona

Il Bonus disoccupati, conosciuto anche come Bonus assunzione, è stato originariamente previsto dalla Legge di Stabilità 2015 [1], poi confermato, ma con importanti modifiche, dalla Legge di Stabilità 2016 [2].

Il Bonus, difatti, consiste, per gli assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, di fruire di uno sgravio totale dei contributi Inps a carico del datore di lavoro, sino a un tetto massimo di 8060 euro, e per un periodo massimo di 36 mesi.

Per gli assunti nel corso del 2016, invece, il Bonus è ridotto a un tetto massimo di 3250 euro, e consente uno sgravio del 40% dei contributi a carico del datore.

In entrambi i casi, il bonus è riconosciuto per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori privi di occupazione stabile, sia da parte di aziende che di altri enti, o liberi professionisti: condizione necessaria per fruire dell’incentivo è il possesso del Durc (cioè della regolarità contributiva) e l’assenza di violazioni commesse relativamente alle norme essenziali di lavoro, nonché il rispetto dei contratti collettivi.

Requisiti del lavoratore

Per aver diritto al bonus, il lavoratore assunto non deve avere contratti a tempo indeterminato nei 6 mesi precedenti all’assunzione: ciò significa che si può fruire del bonus non solo per i soggetti completamente privi di un’occupazione nei 6 mesi precedenti, ma anche per gli occupati a tempo determinato, per le partite Iva, i co.co.co., nonché per i lavoratori autonomi ed i collaboratori occasionali e per gli stagionali.

Insomma, l’agevolazione vale per tutti quei contratti che non configurino un’occupazione stabile, intesa come rapporto a tempo indeterminato.

L’incentivo non spetta, invece, laddove il lavoratore abbia avuto, nei 6 mesi precedenti, un rapporto di apprendistato, in quanto configura comunque un contratto a tempo indeterminato, nonostante la possibilità di disdetta finale; per lo stesso motivo, non spetta nemmeno ai lavoratori che, nei 6 mesi precedenti, abbiano avuto un rapporto a tempo indeterminato, ma non abbiano superato il periodo di prova.

Infine, l’incentivo non spetta se il lavoratore, pur essendo non occupato nei 6 mesi precedenti, abbia già fruito del bonus, anche in un’altra azienda: a differenza dei benefici della Legge 407, spettanti al raggiungimento di 24 mesi di disoccupazione, i benefici del nuovo bonus spettano, per il lavoratore, una sola volta nella carriera.

Bonus disoccupati ai pensionati

La pensione, nonostante garantisca al lavoratore una certa stabilità di reddito, non è assimilabile al rapporto di lavoro a tempo indeterminato; inoltre, la normativa che ha istituito il Bonus assunzioni non esclude i pensionati dalla platea dei beneficiari.

Per questi motivi, nella risposta ad un recente interpello [3], Il Ministero del lavoro ha confermato la piena spettanza del Bonus ai lavoratori già in pensione, purché questi, ovviamente, non ne abbiano già fruito precedentemente, anche in un’altra azienda.

Il bonus è riconoscibile anche quando il pensionato risulti aver lavorato nei 6 mesi precedenti, sempre che non si sia trattato di un rapporto a tempo indeterminato.

Bonus per trasformazione del contratto

In ultimo, il Ministero ha chiarito anche la spettanza dell’incentivo in tutti i casi di trasformazione del precedente rapporto in un contratto a tempo indeterminato, laddove non siano state già riscontrate violazioni in materia di lavoro.

Via libera, allora, alla conversione di co.co.co., partite Iva e lavoratori autonomi occasionali, co.co.pro e collaborazioni occasionali in genere: come abbiamo visto, difatti, nessuno di questi rapporti configura un’occupazione stabile, pertanto non ci sono limiti alla fruizione del Bonus.

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