Coltivare in casa due piantine di hashish non è reato

Uso personale: assoluzione perché il fatto non sussiste; 

la modesta quantità della sostanza conferma l’assenza di intenzione di vendere a terzi.

 

Troppo poche due piantine di hashish per dire che l’imputato, sorpreso nella coltivazione sul proprio terrazzo, aveva intenzione di estrarre la sostanza stupefacente per venderla a terzi. La condotta è praticamente inoffensiva per gli altri; viene confermato l’assenza di reato stante l’uso personale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

È ormai un principio consolidatosi in giurisprudenza quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti (cannabis e hashish innanzitutto), la coltivazione diretta di piante piccole o di numero ridotto esclude la possibilità di parlare di reato. La “piantagione domestica”, se rivolta a estrarre una minima parte di principio attivo, non è un attentato alla salute pubblica.

La verifica deve essere fatta non solo riguardo alla dimensione delle piantine, ma anche al numero. In una sentenza dello scorso agosto, la Corte ritenne che cinque fosse un numero irrilevante per il procedimento penale [2]. Nella pronuncia odierna il numero in contestazione all’imputato era invece di due. Coltivare solo un piao piantine di hashish – si legge in sentenza – non è una condotta offensiva e come tale non va punita.

La vicenda

Protagonisti della vicenda sono due imputati, condannati in secondo grado per produzione, spaccio e detenzione di stupefacenti per aver coltivato a casa loro, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana. Secondo la Corte territoriale, essendo irrilevante la destinazione della sostanza se a uso personale o meno, afferma che la condotta sia sempre punibile sul presupposto della “soglia drogante” del prodotto. La Cassazione, di tutt’altro avviso, ritiene che la sentenza di appello vada annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. La quantità modesta di droga conferma che si tratta di un prodotto destinato al consumo personale dei due imputati.

La giurisprudenza

La distinzione che opera la giurisprudenza è quella tra il reato di coltivazione e quello di detenzione dello stupefacente:

– quanto al reato di coltivazione, esso non può essere “direttamente ricollegato all’uso personale ed è punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”;

– quanto invece alla detenzione essa è condotta strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione: pertanto è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi. Se destinata, invece, all’uso personale, è prevista solo una sanzione amministrativa.

È la destinazione della sostanza stupefacente a decretare l’esistenza o meno del reato: non basta il semplice pericolo, ma è necessario che la condotta sia in concreto offensiva.

Pertanto, tutte quelle condotte che dimostrino una levità tale da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione, allora si può parlare di inoffensività e di assenza del reato. Resta ferma, come detto, la sanzione amministrativa.

La Cassazione, in sintesi, sostiene che l’aver coltivato due piantine, “senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta pericolosa e quindi offensiva per la collettività.

 

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Tutti i conti correnti sono pignorabili

Vorrei sapere se esistono conti correnti pignorabili e altri, invece, che non possono essere bloccati dai creditori.

 

Non esistono conti correnti che non siano (almeno astrattamente) pignorabili: la legge, infatti, stabilisce che il debitore risponde, dei propri debiti, con tutto il suo patrimonio presente e futuro. Dunque, ogni rapporto di credito che il debitore vanta nei confronti di terzi – come appunto la banca, le Poste Italiane, o qualsiasi altro intermediario finanziario – è pignorabile attraverso la procedura esecutiva detta “pignoramento presso terzi”.

Tanto è vero che, quando il creditore notifica l’atto di pignoramento al debitore e alla sua banca, non cita il tipo di rapporto da pignorare, né lo individua concretamente, ma fa riferimento a qualsiasi tipo di somma, deposito, titoli, ecc. ivi presenti, prescindendo peraltro dalla natura del credito stesso (se, cioè, la fonte della disponibilità delle somme siano pensioni, stipendi, sussisti di invalidità, ecc.). Salvo – per quanto si dirà tra breve – alcuni limiti “quantitativi” al pignoramento delle somme depositate in banca, dunque, ogni tipo di rapporto di credito è pignorabile.

Come fa il creditore a sapere in quale banca il debitore ha il conto?

I problemi per il creditore, però, potrebbero essere di carattere pratico. Fino a qualche tempo fa, la difficoltà principale era individuare presso quale banca il debitore avesse depositato le somme. Il che costringeva spesso a una sorta di caccia al tesoro, ove il creditore notificava lo stesso atto di pignoramento a più istituti di credito fino a quando non avesse trovato quello giusto. Oggi, questo problema è superabile richiedendo l’autorizzazione, al Presidente del Tribunale, di effettuare una ricerca telematica – con l’ufficiale giudiziario – dell’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta “Anagrafe dei conti correnti”). Si tratta di un maxi database, in uso al fisco, che può essere accessibile a chi ha necessità di effettuare pignoramenti e, quindi, conoscere dove il debitore deposita i propri soldi e, soprattutto, la reale consistenza (saldo attivo o passivo).

Le carte prepagate con iban

Fino a pochi giorni fa, esistevano, comunque, dei rapporti di credito con le banche che uscivano fuori dall’Anagrafe tributaria e garantivano al debitore una sorta di invisibilità completa. Si trattava delle carte prepagate con Iban. Lo scorso mese, tuttavia, l’Agenzia delle Entrate ha definitivamente disposto che anche per tali rapporti le banche facciano la comunicazione annuale all’Anagrafe dei conti correnti, rendendo quindi visibili, e peraltro pignorabili, anche le carte con Iban (di tanto abbiamo parlato in “Carte prepagate con iban: ora pignorabili”).

Il pignoramento del conto Paypal

Sicuramente uno dei rapporti di conto corrente più difficilmente individuabili dai creditori è quello con Paypal, banca straniera con sede, per l’Europa, a Lussemburgo. In tal caso, oltre alle difficoltà pratiche di conoscenza dell’esistenza del conto, il problema diventa anche di carattere processuale, per via delle notifiche a un soggetto estero. Ciò comunque non toglie l’astratta pignorabilità anche di tali rapporti (di tanto abbiamo parlato in “Possibile il pignoramento del conto Paypal?”).

 

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Bonus disoccupati anche ai pensionati

Il Ministero del Lavoro riconosce il Bonus assunzione anche ai pensionati e chiarisce tutti i casi particolari in cui spetta.

Si allarga la platea del Bonus disoccupati: il Ministero del lavoro ha confermato la sua spettanza anche nel caso di assunzione di lavoratori pensionati, nonché in altre ipotesi particolari, come la trasformazione di collaboratori in lavoratori subordinati.

Il Ministero, ampliando la platea dei beneficiari, si è attenuto alla finalità della normativa, ossia quella di incentivare il ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato: non ha, comunque, effettuato alcuna forzatura interpretativa, in quanto si è limitato a confermare il Bonus solo per quei soggetti per i quali non fosse già esplicitamente escluso dalla legge.

Vediamo insieme, oltre agli ultimi chiarimenti, come funziona il Bonus disoccupati e come ottenerlo.

Bonus disoccupati: come funziona

Il Bonus disoccupati, conosciuto anche come Bonus assunzione, è stato originariamente previsto dalla Legge di Stabilità 2015 [1], poi confermato, ma con importanti modifiche, dalla Legge di Stabilità 2016 [2].

Il Bonus, difatti, consiste, per gli assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, di fruire di uno sgravio totale dei contributi Inps a carico del datore di lavoro, sino a un tetto massimo di 8060 euro, e per un periodo massimo di 36 mesi.

Per gli assunti nel corso del 2016, invece, il Bonus è ridotto a un tetto massimo di 3250 euro, e consente uno sgravio del 40% dei contributi a carico del datore.

In entrambi i casi, il bonus è riconosciuto per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori privi di occupazione stabile, sia da parte di aziende che di altri enti, o liberi professionisti: condizione necessaria per fruire dell’incentivo è il possesso del Durc (cioè della regolarità contributiva) e l’assenza di violazioni commesse relativamente alle norme essenziali di lavoro, nonché il rispetto dei contratti collettivi.

Requisiti del lavoratore

Per aver diritto al bonus, il lavoratore assunto non deve avere contratti a tempo indeterminato nei 6 mesi precedenti all’assunzione: ciò significa che si può fruire del bonus non solo per i soggetti completamente privi di un’occupazione nei 6 mesi precedenti, ma anche per gli occupati a tempo determinato, per le partite Iva, i co.co.co., nonché per i lavoratori autonomi ed i collaboratori occasionali e per gli stagionali.

Insomma, l’agevolazione vale per tutti quei contratti che non configurino un’occupazione stabile, intesa come rapporto a tempo indeterminato.

L’incentivo non spetta, invece, laddove il lavoratore abbia avuto, nei 6 mesi precedenti, un rapporto di apprendistato, in quanto configura comunque un contratto a tempo indeterminato, nonostante la possibilità di disdetta finale; per lo stesso motivo, non spetta nemmeno ai lavoratori che, nei 6 mesi precedenti, abbiano avuto un rapporto a tempo indeterminato, ma non abbiano superato il periodo di prova.

Infine, l’incentivo non spetta se il lavoratore, pur essendo non occupato nei 6 mesi precedenti, abbia già fruito del bonus, anche in un’altra azienda: a differenza dei benefici della Legge 407, spettanti al raggiungimento di 24 mesi di disoccupazione, i benefici del nuovo bonus spettano, per il lavoratore, una sola volta nella carriera.

Bonus disoccupati ai pensionati

La pensione, nonostante garantisca al lavoratore una certa stabilità di reddito, non è assimilabile al rapporto di lavoro a tempo indeterminato; inoltre, la normativa che ha istituito il Bonus assunzioni non esclude i pensionati dalla platea dei beneficiari.

Per questi motivi, nella risposta ad un recente interpello [3], Il Ministero del lavoro ha confermato la piena spettanza del Bonus ai lavoratori già in pensione, purché questi, ovviamente, non ne abbiano già fruito precedentemente, anche in un’altra azienda.

Il bonus è riconoscibile anche quando il pensionato risulti aver lavorato nei 6 mesi precedenti, sempre che non si sia trattato di un rapporto a tempo indeterminato.

Bonus per trasformazione del contratto

In ultimo, il Ministero ha chiarito anche la spettanza dell’incentivo in tutti i casi di trasformazione del precedente rapporto in un contratto a tempo indeterminato, laddove non siano state già riscontrate violazioni in materia di lavoro.

Via libera, allora, alla conversione di co.co.co., partite Iva e lavoratori autonomi occasionali, co.co.pro e collaborazioni occasionali in genere: come abbiamo visto, difatti, nessuno di questi rapporti configura un’occupazione stabile, pertanto non ci sono limiti alla fruizione del Bonus.

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Decreto flussi 2016: 30.000 quote disponibili

È uscito ieri il decreto flussi 2016 per lavoratori stagionali, non stagionali e conversione di permessi di soggiorno: 30.000 quote in totale.

 

Il nuovo decreto flussi per l’anno 2016 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Esso prevede la disponibilità di circa 30.000 quote, distribuite tra lavoratori stagionali, non stagionali e conversione di permessi di soggiorno.

Lavoro subordinato non stagionale e lavoro autonomo

17.850 quote sono destinate a lavoratori extracomunitari per lavoro subordinato non stagionale e lavoro autonomo. Tra queste sono comprese:

1.000 quote per cittadini stranieri extracomunitari residenti all’estero, che abbiano completato programmi di formazione ed istruzione nei Paesi d’origine [1];

2.400 quote per cittadini non comunitari residenti all’estero per motivi di lavoro autonomo, appartenenti alle seguenti categorie:

imprenditori che intendono investire in Italia una somma minima di 500.000 euro, con la creazione almeno di tre nuovi posti di lavoro;

liberi professionisti che intendono esercitare professioni regolamentate o vigilate, oppure non regolamentate ma rappresentate a livello nazionale da associazioni iscritte in elenchi tenuti da pubbliche amministrazioni;

titolari di cariche societarie di amministrazione e di controllo [2];

artisti di chiara fama o di alta e nota qualificazione professionale, ingaggiati da enti pubblici o privati [3];

stranieri che vogliano costituire imprese start-up innovative.

100 quote per lavoratori di origine italiana per parte di almeno uno dei genitori fino al terzo grado in linea diretta di ascendenza, residenti in Argentina, Uruguay, Venezuela e Brasile;

100 quote per lavoratori extracomunitari che hanno partecipato all’Esposizione Universale di Milano 2015;

– le quote da riservare alla conversione in permessi di soggiorno per lavoro subordinato (4.600 permessi di soggiorno per lavoro stagionale, 6.500 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale e 1.300 permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato UE) e per lavoro autonomo (1.500 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale e 350 permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato UE) di permessi di soggiorno rilasciati ad altro titolo;

Lavoro subordinato stagionale

 

Sono inoltre ammessi in Italia, per motivi di lavoro subordinato stagionale, i cittadini non comunitari residenti all’estero entro una quota di 13.000 unità delle seguenti nazionalità: Albania, Algeria, Bosnia-Herzegovina, Corea (Repubblica di Corea), Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Filippine, Gambia, Ghana, Giappone, India, Kosovo, Marocco, Mauritius, Moldova, Montenegro, Niger, Nigeria, Pakistan, Senegal, Serbia, Sri Lanka, Sudan, Ucraina, Tunisia.

Di queste 13.000 quote, 1.500 sono riservate a lavoratori extracomunitari dei Paesi sopra indicati, entrati in Italia per prestare lavoro subordinato stagionale per almeno due anni consecutivi e per i quali il datore di lavoro presenti richiesta di nulla osta pluriennale per lavoro subordinato stagionale.

I termini per la presentazione della domanda

In merito alla presentazione delle domande:

– per ingressi non stagionali e conversioni del permesso di soggiorno, le domande potranno essere preparate dal 3 febbraio e spedite dal ore 9:00 del 9 febbraio 2016;

– per ingressi stagionali, le domande potranno essere preparate dal 10 febbraio e spedite dalle ore 9:00 del 17 febbraio 2016.

La redistribuzione delle quote inutilizzate

Trascorsi novanta giorni dalla data di pubblicazione del decreto flussi in Gazzetta Ufficiale, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali si riserva la facoltà di ripartire le quote eventualmente inutilizzate in modo tale da impiegarle nella loro interezza.

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Il garante del contribuente: come presentare ricorso.

Modalità di presentazione dell’istanza al Garante del Contribuente, gli indirizzi di tutte le sedi regionali presenti in Italia e nelle Province autonome.

 

Non necessariamente con l’autotutela o con il ricorso al giudice, il contribuente può difendersi contro gli atti dell’amministrazione finanziaria illegittimi: si pensi a una cartella di pagamento di Equitalia manifestamente viziata o un accertamento dell’Agenzia delle Entrate dal quale risulti evidente l’illegittimità. Esiste un organo monocratico amministrativo che consente la definizione agevole e spedita delle contestazioni: il Garante del Contribuente. Esso è presente presso ogni Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate e nelle province autonome di Trento e Bolzano.

È scelto e nominato dal presidente della commissione tributaria regionale o sua sezione distaccata nella cui circoscrizione è compresa la direzione regionale dell’Agenzia delle entrate fra le seguenti categorie di soggetti particolarmente vicine ai problemi fiscali:

– notai (tra i quali viene scelto il Presidente), magistrati, docenti universitari;

– avvocati, commercialisti, ragionieri, anch’essi a riposo e indicati dai rispettivi ordini professionali.

L’incarico è quadriennale ed è rinnovabile tenendo presenti professionalità, produttività ed attività già svolta.

Come si presenta il ricorso al Garante del Contribuente

Tutti i contribuenti possono rivolgersi al Garante inviando un’istanza in carta libera, senza bolli e senza la necessaria assistenza di un avvocato o di un commercialista. Non esistono neanche formule particolari per l’istanza. Per un fac-simile si rinvia all’articolo: “Fisco e cittadini: il garante del contribuente”.

L’istanza deve avere un contenuto minimo essenziale in modo da poter mettere il Garante nella condizione di decidere. Pertanto è importante indicare:

– i propri dati anagrafici, comprensivi di codice;

– l’atto oggetto della contestazione (allegandone copia);

– la segnalazione di eventuali disfunzioni, irregolarità, scorrettezze, prassi amministrative anomale o irragionevoli o qualsiasi altro comportamento suscettibile di pregiudicare il rapporto di fiducia tra i cittadini e l’Amministrazione finanziaria. Si pensi al caso di un pignoramento eseguito su cartelle esattoriali prescritte o un pignoramento notificato per crediti già portati in esecuzione forzata con un precedente pignoramento.

Ricevuto il riscorso, il Garante svolge un’attività istruttoria per verificarne la fondatezza. Al termine dell’attività svolta a seguito della segnalazione, ne comunica l’esito alla Direzione regionale o al comando di zona della Guardia di finanza competente nonché agli organi di controllo, mettendone a conoscenza anche l’autore della segnalazione.

Al termine di questo articoli riportiamo l’elenco degli Uffici del Garante presenti in ogni Regione e nelle province di Trento e Bolzano, con i recapiti telefonici e l’indirizzo per contattarli.

Come opera il Garante del contribuente

Il Garante opera in piena autonomia con l’obiettivo di tutelare i cittadini nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

In particolare, il Garante, anche sulla base di segnalazioni inoltrate per iscritto dai contribuenti:

– presenta richieste di documenti e chiarimenti agli uffici, i quali devono rispondere entro 30 giorni;

– rivolge raccomandazioni ai dirigenti degli uffici ai fini della tutela del contribuente e della migliore organizzazione dei servizi e li richiama al rispetto delle norme dello Statuto del contribuente o dei termini relativi ai rimborsi d’imposta;

– accede agli uffici stessi per controllare la loro agibilità al pubblico nonché la funzionalità dei servizi di informazione e assistenza;

– attiva le procedure di autotutela, volte a determinare l’annullamento d’ufficio, totale o parziale, di atti di accertamento o di riscossione che risultano illegittimi o infondati;

– segnala norme o comportamenti suscettibili di produrre pregiudizio per i contribuenti.

N.B. Nella pratica, il ricorso al Garante non sembra uno strumento penetrante, stante la sostanziale assenza di poteri rilevanti in capo a quest’ultimo, nel caso in cui, interessato dal contribuente, rilevi attività non conformi alla legge.

Gli indirizzi delle sedi del Garante del Contribuente

LOMBARDIA Telefono: 02/65504300-304-305 Fax: 02/65504899 

E-mail: [email protected]

 Indirizzo: presso l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Milano 1 Via della Moscova, 2 – 20121 Milano

 

Articolo CompletoIl garante del contribuente: come presentare ricorso.

 

Autotutela: come farsi annullare gratis un atto illegittimo.

Ricorso in autotutela all’Agenzia delle Entrate, Inps, Comune, Equitalia: 

il contenuto, il facsimile, gli effetti, il ricorso al giudice, il modello di istanza.

 

Grazie all’istanza in autotutela (anche detto ricorso in autotutela) il contribuente può segnalare agli uffici finanziari eventuali errori o illegittimità presenti negli atti a questi notificati, consentendo loro di revocarli e di correggere eventuali inesattezze.

Qualsiasi amministrazione può essere destinataria di un ricorso in autotutela: si pensi all’Agenzia delle Entrate, l’Inps, il Comune, anche la stessa Equitalia che, sebbene formalmente non sia un ente pubblico, opera come tale ed è soggetto alla stessa normativa per quanto almeno riguarda i rapporti con il cittadino (obblighi di trasparenza e collaborazione).

Il ricorso in autotutela si presenta in carta libera, esente da bolli, contributo unificato (che vale solo per gli atti giudiziari) e da formule particolari. Può firmare l’istanza anche lo stesso interessato senza dover ricorrere a un avvocato o un commercialista.

L’eventuale annullamento in autotutela dell’atto illegittimo o infondato non toglie però che l’ufficio possa rinnovare l’atto se non è già scaduto il termine di decadenza previsto dalla legge.

Nel frattempo che intervenga la decisione sull’autotutela, comunque, è possibile chiedere la sospensione degli effetti dell’atto che appaia illegittimo o infondato. La richiesta di sospensiva deve essere indicata in modo espresso nella stessa istanza.

Effetti dell’autotutela

L’annullamento o la revoca dell’atto travolge automaticamente tutti gli altri atti ad esso conseguenti e comportano l’obbligo di restituzione al contribuente delle somme indebitamente riscosse: ad esempio, il ritiro di un avviso di accertamento determina automaticamente la nullità delle cartelle di pagamento emesse in base all’avviso stesso. Se, invece, è in corso una causa di impugnazione dell’atto innanzi alle Commissioni tributarie o alla Cassazione, si ha la sua estinzione per cessata materia del contendere.

L’autotutela può essere realizzata su iniziativa dell’ufficio o su istanza del contribuente interessato.

Autotutela su iniziativa degli uffici

Poiché il principio ispiratore dell’autotutela è che “chi ha il potere di fare ha anche il potere e dovere di disfare e correggere il proprio errore”, il potere di annullare, revocare o rinunciare spetta all’ufficio che ha emanato l’atto illegittimo o che è competente per gli accertamenti d’ufficio.

In caso di grave inerzia, può intervenire anche la Direzione regionale o compartimentale dalla quale l’ufficio stesso dipende. Tale situazione si verifica quando l’ufficio non provvede neppure a seguito di sollecito.

Se l’importo della pretesa fiscale fatta valere con l’atto che si intende annullare risulta superiore a € 516.456,90, l’ufficio titolare del potere di annullamento deve acquisire il preventivo parere della Direzione delle entrate.

L’Amministrazione finanziaria, senza necessità che vi sia un’istanza da parte del contribuente, può procedere all’annullamento o alla rinuncia all’imposizione quando sussista una delle seguenti ipotesi; va sottolineato che l’elenco è puramente indicativo perché qualsiasi atto sbagliato va comunque annullato in ogni caso.

 

Ipotesi di autotutela

L’ufficio può procedere all’autotutela nei seguenti casi:

– errore di persona;

– evidente errore logico o di calcolo;

– errore sul presupposto dell’imposta;

– doppia imposizione;

– mancata considerazione di pagamenti di imposta, regolarmente eseguiti;

– mancanza di documentazione successivamente sanata, non oltre i termini di decadenza;

– sussistenza dei requisiti per fruire di deduzioni, detrazioni, regimi agevolativi precedentemente negati;

– errore materiale del contribuente, facilmente riconoscibile dall’Amministrazione;

– modifica normativa che prevede disposizioni più favorevoli per il contribuente e concede la loro applicazione anche in relazione a fatti posti in essere precedentemente l’entrata in vigore delle nuove norme.

 

Autotutela d’ufficio se pende il ricorso al giudice

L’Amministrazione può ricorrere al potere di autotutela anche se pende un ricorso in tribunale contro l’atto, promosso dal contribuente. In tal caso l’amministrazione finanziaria rinuncia alla pretesa fiscale originaria e la causa si chiude per “cessazione della materia del contendere”.

Non si può procedere, invece, all’annullamento d’ufficio o alla rinuncia all’imposizione, per i soli casi sui quali sia intervenuta una sentenza passata in giudicato che sia favorevole all’Amministrazione finanziaria e che si sia pronunciata sul merito del rapporto tributario cui inerisce l’atto che si vorrebbe annullare.Pertanto, si può procedere all’annullamento in autotutela quando:

-la sentenza passata in giudicato che abbia accertato solo l’esistenza di ragioni pregiudiziali (irricevibilità, difetto di giurisdizione, incompetenza, inammissibilità, improcedibilità), le quali hanno precluso al giudice ogni esame sul merito del rapporto tributario e, quindi, ogni pronuncia sul punto;

– l’intervenuta definitività dell’atto per effetto dell’inutile decorso dei termini previsti per la relativa impugnazione;

– il tempo, più o meno lungo, trascorso dall’emanazione dell’atto.

Autotutela su istanza del contribuente

L’autotutela può essere richiesta anche dai contribuenti senza particolari vincoli formali, attraverso apposita istanza. Inoltre, in alcuni casi, al fine di agevolare i contribuenti stessi, è possibile avvalersi degli appositi centri di assistenza telefonica (c.d. call center) che possono provvedere direttamente, ove possibile, ad annullare o rettificare determinati atti.

Essa può essere chiesta anche in via preventiva, cioè prima dell’emanazione di un atto formale, per contestare le rilevazioni dei verificatori contenute nei processi verbali.

 

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Stepchild adoption: ma è proprio necessaria?

La stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio del partner:     

una delle norme più controverse della proposta di legge sulle unioni civili; di che si tratta?   

Il disegno di legge per le unioni civili corre il rischio di arenarsi a causa della stepchild adoption: la possibilità, inserita nella proposta di legge Cirinnà, di adozione del figlio del partner. Farne una questione di principio non sembra utile né per i sostenitori della normativa in discussione, né per gli oppositori. E se il discorso sulle adozioni subisse un’inversione di ottica? Se si guardasse all’interesse dei minori, piuttosto che a quello degli adulti?   1) Unioni civili ed adozione sono entrate in un unico dibattito. È proprio indispensabile? Perché non pensare, con l’occasione offerta dal disegno di legge sulle unioni civili e sulle convivenze di fatto, a riprendere in modo organico la materia delle adozioni e del diritto del bambino ad avere una famiglia, spogliando questa esigenza fondamentale e di civiltà, dalle prospettive degli adulti? Un problema annoso come quello della difficoltà delle coppie prive di figli di avere in tempi accettabili la possibilità di adottarne uno, rimane ai margini di un dibattito politico in corso sulle unioni civili. Ciò appare a chi scrive, il frutto di strumentalizzazioni ideologiche e di schieramento. E’ necessario, in definitiva ed a prescindere dalle soluzioni suggerite dalle diverse concezioni etiche, regolamentare senza ulteriori ritardi le unioni civili: è proprio indispensabile, in questo momento, rischiare di arenare il dibattito sulla questione delle adozioni? Se si vuole, si può dare soluzione ad entrambe le problematiche spogliandole da riflessioni filosofiche e religiose; sembra però opportuno che ciascuno dei due temi vada affrontato separatamente e nell’ambito di una visione organica dei fenomeni che si vuole disciplinare legislativamente.   2) Cos’è l’adozione? Il Codice Civile del 1942 prevedeva l’adozione come istituto destinato a consentire a chi ha un’età superiore ai 50 anni ed è priva di figli, di assumere come figlio una persona di almeno 18 anni di età inferiore, cui trasmettere il proprio cognome ed il proprio patrimonio. [1] La norma guardava con più attenzione all’interesse dell’adottante, che a quello dell’adottato. L’ottica si è contrapposta successivamente, quando la legislazione ha dato rilievo piuttosto all’interesse del bambino privo di genitori di avere una famiglia. L’adozione “speciale” secondo questa nuova ottica è stata introdotta nel 1983 con una legge ulteriormente riformata nel 2001, che oggi porta il titolo: “Diritto del minore ad una famiglia”. [2]   3) Cos’è l’affidamento dei minori? L’affidamento consiste in un rimedio di carattere temporaneo teso a superare una situazione di difficoltà del minore perché “privo di un ambiente familiare idoneo” ad assicurargli il mantenimento, l’istruzione, l’educazione e le relazioni affettive di cui ha bisogno. Prevede che il minore sia custodito da qualcuno che si prenda cura di lui e provveda alle sue necessità morali e materiali. La sua caratteristica è che si tratta di una situazione provvisoria e non definitiva, a differenza dell’adozione.   4) Qual è la funzione dell’adozione di minori? Lo scopo primario dell’adozione nella sua nuova accezione è quello di procurare una famiglia ai minori che ne siano privi o che non ne hanno una idonea. La possibilità di crescere ed essere educato nella famiglia naturale è visto come un vero e proprio diritto a prescindere dal sesso, dall’etnia, dalla lingua, dalla religione. L’adozione è nella legislazione vigente, in seconda battuta, come lo strumento per superare situazioni valutate come “patologiche” da cui sollevare il minore, sostituendo alla famiglia d’origine inesistente o impossibilitata ad assecondare le esigenze del figlio, una nuova famiglia. L’adottabilità presuppone uno “stato di abbandono”.   5) Stepchild adoption, cosa vuol dire? Letteralmente si traduce: “adozione del figliastro”. Nel dibattito in corso sul progetto di legge Cirinnà sulle unioni civili, indica la possibilità, per uno dei componenti di una coppia, di divenire genitore riconosciuto del figlio del partner, a prescindere dal tipo di unione, etero od omo sessuale. La possibilità di adottare il figlio del partner esiste, nell’attuale ordinamento, solo per le coppie sposate da almento tre anni o che convivono da almeno tre anni, purchè abbiano contratto matrimonio prima della richiesta.   6) Qual è la posizione degli oppositori della stepchild adoption? Una parte dei parlamentari, specie di quelli di orientamento cattolico, propone di sostituire l’adozione del figlio del partner con l’affido del minore: o fino al raggiungimento della maggiore età , ed a quel punto egli sarà in grado di decidere, o per un tempo abbastanza lungo tale da consentire ad un Tribunale di valutare se l’adozione sia utile per il minore.   7) Perché la questione delle adozioni gay richiama quella del cosiddetto “utero in affitto”? La pratica per cui una donna porta avanti una gravidanza per conto d’altri, a volte a pagamento, è vietata dall’ordinamento italiano. Gli oppositori all’adozione per le coppie gay temono che essa possa indurre molte persone a recarsi all’estero per avere un figlio o mediante inseminazione artificiale, o mediante utilizzo dell’utero di un’estranea, per poi riportarlo in Italia e farlo diventare figlio della coppia gay.

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Detassazione premi produttività, come funziona?

Salari di produttività, del welfare aziendale e della partecipazione agli utili, sostituzione degli incentivi con beni e servizi: come funziona la detassazione.

 

Grazie alla Legge di Stabilità 2016, è tornata ladetassazione dei premi per la produttività, delle partecipazioni e del welfare aziendale: i benefici fiscali saranno, d’ora in poi, previsti stabilmente, per i dipendenti che possiedono redditi non superiori a 50.000 Euro.

Vediamo come funzionano le nuove misure agevolative nel dettaglio.

 Detassazione: quando è riconosciuta

La detassazione in favore di dipendenti è riconosciuta, sino a un massimo di 2.000 euroannui, sui seguenti emolumenti:

salari di produttività;

– quote di partecipazione agli utili aziendali;

welfare derivante dalla contrattazione aziendale.

Il tetto di 2.000 euro detassabili, sui quali si applica un imposta sostitutiva pari al 10%, è ampliato a 2.500 euro, ma soltanto per le quote di partecipazione agli utili aziendali. Inoltre, perché sia riconosciuto il beneficio fiscale, le somme erogate devono essere previste all’interno di accordi aziendali o territoriali, firmati da organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Questo, poiché sono state escluse dalla detassazione tutte le voci già previste obbligatoriamente come emolumenti spettanti nei contratti collettivi nazionali; inoltre non sono agevolabili i cosiddettisuperminimi (si tratta di aumenti dello stipendio rispetto ai minimi contrattuali previsti per ogni livello) e gli assegni ad personam (ossia importi aggiuntivi contrattati o assegnati individualmente).

Detassazione salari di produttività

Come poc’anzi esposto, una prima voce inclusa nella detassazione è il salario, o premio di produttività: si tratta, in pratica, di compensi aggiuntivi erogati ai dipendenti per incrementi di produttività, qualità, redditività, innovazione o efficienza organizzativa.

Gli straordinari, secondo una nota risoluzione dell’Agenzia delle Entrate[1], rientrano nella detassazione solo qualora siano riconducibili a incrementi di produttività, innovazione, efficienza organizzativa e ad altri elementi di redditività e competitività legati all’andamento economico aziendale. Dunque risultano detassabili solo se possono essere collegati a parametri di produttività: è il caso, ad esempio, dello straordinario forfettizzato, per i dipendenti non vincolati all’orario di lavoro. L’azienda ha la facoltà di documentare il legame straordinario- produttività, anche con degli scritti indirizzati al dipendente che motivino l’erogazione della somma.

Lo stesso criterio può essere applicato, ai fini del beneficio fiscale, allavoro supplementare (oltre l’orario part time contrattuale, ma entro il normale orario di 40 ore settimanali), al lavoro notturno ed alle turnazioni.

Detassazione welfare aziendale

Sotto la voce welfare aziendale rientrano diverse misure, comebenefits e servizi aggiuntivi ai dipendenti, che le aziende riconoscono per migliorare la vita lavorativa e privata del personale, e conseguentemente migliorare i risultati dell’impresa.

Le misure possono consistere in:

assistenza sanitaria integrativa;

previdenza complementare;

– sostegno allo sviluppo familiare (asili nido aziendali, colonie, convenzioni con istituti ed associazioni sportive…);

– incentivi alla mobilità sostenibile;

– misure inerenti il benessere dell’individuo nel suo complesso;

conciliazione famiglia-lavoro (work life balance).

Se le misure di welfare riconosciute sotto forma di erogazioni in denaro sono convertite direttamente in beni e servizi, la detassazione è totale, e non si limita all’imposta sostitutiva del 10%.

Ad ogni modo, le misure di welfare che rientrano tra quelle già considerate esenti secondo il Testo Unico Imposte sui Redditi (Tuir) [2], mantengono l’ esenzione completa, anche se riconosciute in alternativa ai premi aziendali.

Detassazione partecipazione agli utili

Le quote di partecipazione agli utili aziendali sono degli emolumenti concessi ai dipendenti in aggiunta alla normale retribuzione, collegati all’andamento dell’azienda, come le azioni.

La partecipazione agli utili è finalizzata a motivare i lavoratori al miglioramento della produttività dell’impresa, favorendone un maggiore coinvolgimento attivo.

Le partecipazioni sono detassate sino a un tetto massimo di 2.500 euro a dipendente.

Articolo Completo : Detassazione premi produttività, come funziona?

Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici

Pensione di anzianità, trattamenti di inabilità e invalidità, pensione superstiti: regole, calcolo e requisiti.

 

Fino all’emanazione della riforma Dini (L. 335/1995), per la generalità dei lavoratori, il calcolo del trattamento pensionistico avveniva in base al sistema retributivo, che tiene conto essenzialmente della media delle ultime retribuzioni percepite dall’assicurato in costanza del rapporto di lavoro (cd. pensione retributiva).

In particolare, il calcolo della pensione avviene moltiplicando la retribuzione annua pensionabile (ottenuta come media delle retribuzioni percepite in un certo numero di anni antecedente la data di decorrenza della pensione) per l’aliquota di rendimento e per l’anzianità contributiva (quest’ultima è pari al numero di settimane coperte da contributi, fino ad un massimo di 40 anni).

Nel sistema di calcolo retributivo, la retribuzione pensionabile e le aliquote di rendimento per il settore del pubblico impiego differiscono rispetto agli stessi parametri nel settore privato.

La riforma Dini ha modificato il sistema di calcolo dei trattamenti pensionistici ed ha introdotto il sistema contributivo, in cui l’importo della pensione è determinato in base alla media dei contributi versati in tutta la vita lavorativa (cd. pensione contributiva).

In particolare, nel sistema di calcolo contributivo, l’importo della pensione si determina moltiplicando il montante individuale (dato dalla somma rivalutata di tutti i contributi accantonati per ogni anno di lavoro fino alla data della pensione) per il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato al momento del pensionamento.

I parametri di tale sistema di calcolo sono omogenei nel settore pubblico e privato.

L’entrata in vigore della riforma Dini non ha comportato, però, l’automatico passaggio di tutti gli assicurati al nuovo sistema di calcolo contributivo, più penalizzante rispetto al precedente sistema retributivo, poiché si è inteso salvaguardare coloro che avessero già versato un certo numero di contributi in tale sistema.

Pertanto è stato adottato il seguente criterio:

1) applicazione integrale del sistema contributivo a tutti i lavoratori assunti per la prima volta dal 1°-1-1996 in poi, privi pertanto di contributi versati anteriormente a tale data. La pensione per tali lavoratori è calcolata esclusivamente con il metodo di calcolo contributivo (art. 1, comma 6, L. 335/1995);

2) applicazione del sistema di calcolo misto, anche detto in pro rata, ai lavoratori che, al 31-12-1995, avevano già contributi versati, ma in misura inferiore a 18 anni. Per tali lavoratori la pensione è determinata sommando due quote di anzianità contributiva, quella maturata fino al 31-12-1995, calcolata secondo il sistema retributivo, e quella maturata successivamente e fino alla data della pensione, calcolata secondo il sistema contributivo;

3) applicazione del sistema di calcolo retributivo ai lavoratori in possesso al 31-12-1995 di almeno 18 anni di contributi.

Pertanto, anche all’indomani della riforma Dini, hanno continuato a coesistere entrambi i sistemi di calcolo, quello retributivo e quello contributivo.

Sennonché dal 1°-1-2012 la situazione è radicalmente mutata. Il cd. Decreto Salva Italia ha, infatti, disposto, con effetto da tale data, il passaggio di tutti gli assicurati al sistema di calcolo contributivo (art. 24, comma 3, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011).

L’innovazione riguarda, quindi, i lavoratori di cui al n. 3, cioè coloro che, all’epoca della riforma Dini, avevano potuto conservare il sistema di calcolo esclusivamente retributivo.

A tali lavoratori il sistema di calcolo contributivo si applica con il metodo pro rata, in quanto riguarda soltanto i contributi versati dal 1°-1-2012 e fino alla fine della vita lavorativa.

La pensione è determinata in base a due quote (art. 1, comma 12, L. 335/1995):

— una quota corrispondente ai contributi maturati fino al 31-12-2011, calcolata secondo il sistema retributivo;

— una quota corrispondente ai contributi maturati successivamente al 31-12-2011 e fino alla data del pensionamento, calcolata secondo il sistema contributivo.

Qualora dall’applicazione del metodo pro rata dovesse risultare un importo superiore a quello che sarebbe derivato dal solo metodo retributivo, la pensione viene calcolata con il metodo che determina l’importo più basso (art. 1, commi 707-709, L. 190/2014 e circ. INPS 154/2015).

È possibile, comunque, esercitare un’opzione a che il calcolo della pensione avvenga interamente con il sistema contributivo (che viene così applicato anche ai contributi maturati fino al 31-12-2011).

Articolo Completo : Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici

 

Il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori pubblici

Pubblico impiego: la riforma del sistema previdenziale e la soppressione dell’INPDAP.

 

I regimi pensionistici dei pubblici dipendenti sono stati assoggettati per molto tempo a discipline — completamente diverse da quelle in vigore nell’assicurazione generale obbligatoria (AGO) facente capo all’INPS, valide per la generalità dei lavoratori dipendenti del settore privato — si ricorda, in questo contesto, il D.P.R. 29-12-1973, n. 1092, recante il T.U. delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato.

La dottrina aveva interpretato tale difformità imputandola sia al particolare status giuridico dei pubblici dipendenti, che si differenziava notevolmente dal rapporto di lavoro privatistico, sia alle caratteristiche tecniche degli stessi regimi pensionistici, difficilmente assimilabili alle ordinarie forme di assicurazione sociale.

La previdenza dei dipendenti pubblici si connotava, così, per i seguenti aspetti:

— assenza di una normativa previdenziale unificata;

— mancanza di autonomia finanziaria;

— marcata differenziazione dei regimi pensionistici dei dipendenti dello Stato e degli enti locali.

Solo i dipendenti dei cd. enti pubblici economici (e degli stessi enti di previdenza) erano soggetti al regime generale e venivano perciò iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD) dell’INPS o, eventualmente, ai fondi speciali di previdenza per il settore di attività esercitata (es. credito).

Una decisiva svolta fu, però, segnata dalla L. 23-10-1992, n. 421 che prevedeva l’emanazione di uno o più decreti legislativi per il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici allo scopo di garantire, tra l’altro, trattamenti pensionistici obbligatori omogenei, nonché di favorire lo sviluppo della previdenza complementare.

Tale legge prevedeva, tra i criteri direttivi che avrebbero segnato l’evoluzione del nostro sistema previdenziale, anche alcuni punti determinanti per l’armonizzazione della previdenza del settore pubblico a quella del settore privato ed in particolare l’elevazione graduale dell’età pensionabile (art. 3 L. 421/1992), poi attuata con il D.Lgs. 503/1992 (art. 5).

La legge delega n. 421, tuttavia, faceva salva tutta una serie di preesistenti prerogative per alcune categorie di pubblici dipendenti, quali, ad esempio, i limiti di età per il pensionamento previsti per professori universitari, magistrati etc. Inoltre, veniva salvaguardata la facoltà del dipendente di permanere in servizio oltre i limiti di età (per un ulteriore biennio per i dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici) (v. infra).

Il riordino operato dal D.Lgs. 503/1992 (art. 6) ha riguardato anche i requisiti assicurativi e contributivi, che venivano equiparati a quelli previsti per i lavoratori privati.

Il processo di riordino è proseguito poi con la L. 335/1995 (art. 2) che ha esteso anche ai trattamenti dei dipendenti pubblici una serie di misure, tra cui:

— l’integrazione al minimo;

— la disciplina dell’inabilità prevista per il settore privato;

— i criteri per la determinazione della retribuzione da prendere come base contributiva e pensionabile (identici a quelli fissati per il settore privato).

La L. 335/1995, nell’introdurre la pensione di vecchiaia contributiva, prevedeva che i relativi requisiti pensionistici fossero applicati a tutti i pubblici dipendenti neoassunti al 1°-1-1996, senza alcun tipo di differenziazione rispetto ai lavoratori privati (art. 1, commi 25, 26).

Inoltre, la L. 335/1995 (art. 2, comma 1) affidava ad un unico ente previdenziale, l’Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica (INPDAP), la gestione dei trattamenti pensionistici per i dipendenti dello Stato e di altre categorie di personale i cui trattamenti di pensione sono a carico del bilancio dello Stato.

Si fa sin da ora presente, tuttavia, che tale ente previdenziale è stato poi soppresso.

L’armonizzazione è proseguita con ulteriori provvedimenti legislativi che hanno recepito ed attuato, nell’ambito del lavoro pubblico, i principi della

L. 335/1995, sia razionalizzando l’assetto assicurativo di diverse categorie di lavoratori pubblici (statali e non statali), sia continuando ad estendere ai pubblici dipendenti disposizioni già in atto per gli assicurati al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD).

Sotto il primo aspetto, è possibile ricordare:

— il D.Lgs. 30-4-1997, n. 165 relativo al personale militare delle Forze armate (compresa l’Arma dei Carabinieri), del Corpo della Guardia di Finanza nonché personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile e del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, nonché al personale non contrattualizzato del pubblico impiego (magistrati ordinari, amministrativi e contabili, avvocati e procuratori dello Stato, personale della carriera diplomatica e prefettizia, dirigenti generali, professori e ricercatori universitari);

— il D.Lgs. 16-9-1996, n. 563, riguardante il personale degli enti che svolgono la loro attività nel settore bancario e creditizio;

— il D.Lgs. 30-4-1997, n. 149, concernente il personale dipendente dall’Ente nazionale assistenza al volo (i cd. uomini radar).

Per quanto concerne, invece, il secondo aspetto, si ricorda l’estensione:

— con il D.Lgs. 16-9-1996, n. 564, delle norme in materia di contribuzione figurativa e di riscatto per periodi non coperti da contribuzione;

— con il D.Lgs. 30-4-1997, n. 184, delle norme in materia di ricongiunzione di periodi assicurativi e prosecuzione volontaria ai fini pensionistici.

Sul piano dei requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici, dopo l’intervento di uniformazione della L. 335/1995, la L. 449/1997 aveva nuovamente introdotto, per i pubblici dipendenti, una differenziazione dei requisiti, rispetto ai lavoratori del settore privato, relativamente alla pensione di anzianità.

La L. 449/1997 (art. 59, comma 6, e tabelle C e D) prevedeva che, a decorrere dal 1°-1-1998, i dipendenti pubblici potevano accedere alla pensione di anzianità, a qualsiasi età, purché in possesso di un’anzianità contributiva che partiva da più di 35 anni ed andava aumentando nel periodo 1998-2008 (per arrivare a 40 anni nel 2008). Con almeno 35 anni di contribuzione, si poteva accedere alla pensione ad un’età che partiva dai 53 anni nel 1998 per raggiungere nel 2004 l’età di 57 anni.

La successiva evoluzione della normativa in materia di previdenza per i pubblici dipendenti si è intrecciata, poi, con la molteplicità di interventi di riforma del sistema pensionistico.

Con la L. 28-3-2004, n. 243 e la L. 24-12-2007, n. 247, emanata in attuazione del cd. Protocollo Welfare, si è ritornati nuovamente su un piano di equiparazione in quanto i relativi requisiti per l’accesso al trattamento pensionistico, entrati in vigore il 1°-1-2008, hanno trovato applicazione anche per i lavoratori pubblici, pur «tenendo conto delle specificità dei singoli settori e dell’interesse pubblico connesso all’organizzazione del lavoro e all’esigenza di efficienza dell’apparato amministrativo pubblico» (art. 1, comma 2, lett. p), L. 243/2004) (1).

L’equiparazione operata dalla L. 243/2004 e L. 247/2007 ha subito, però, una nuova incrinatura per effetto del D.L. 78/2009, conv. in L. 3-8-2009, n. 102 (art. 22ter, comma 1) e del D.L. 78/2010, conv. in L. 30-7-2010, n. 122 (art. 12, comma 12sexies, lett. a), con i quali si è stabilito, per le lavoratrici del settore pubblico, un incremento dell’età anagrafica per l’accesso alla pensione di vecchiaia. Tale modifica è avvenuta sotto l’impulso delle istituzioni dell’UE, che hanno giudicato discriminatoria la normativa dello Stato italiano ed in particolare la menzionata L. 335/1995 (art. 2, comma 21) che aveva introdotto una differenza di età anagrafica tra uomini (65 anni) e donne (60 anni) per la pensione di vecchiaia.

Pertanto si è provveduto ad equiparare, gradualmente, l’età pensionabile delle donne del settore pubblico a quella degli uomini (65 anni), determinando però una nuova differenziazione del settore pubblico rispetto a quello privato ove, per le lavoratrici, era rimasto il requisito anagrafico (60 anni) diverso da quello degli uomini.

Con quale motivazione la Corte di giustizia europea ha ritenuto discriminatoria la normativa italiana sui trattamenti previdenziali dei pubblici dipendenti?

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