Reversibilità e assegno sociale solo a chi ha un Isee basso

Il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali prevede l’erogazione dei trattamenti solo per le famiglie che possiedono un indice Isee basso.

 

Il nuovo disegno di legge sulla lotta alla povertà e sul riordino delle prestazioni assistenziali, appena approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora in Commissione Lavoro, se da un lato offre alcuni aiuti in più alle famiglie, dall’altro lato comporta dei notevoli tagli a diverse prestazioniCon la razionalizzazione degli interventi assistenziali, difatti, è previsto il legame di tutte le prestazioni (assegno sociale, maggiorazione, quattordicesima…) all’indice Isee, compresa la pensione ai superstiti (di reversibilità e indiretta), che sarà qualificata come una prestazione di assistenza, e non di previdenza.

Detto così, non sembra affatto che il ddl comporti chissà quali cambiamenti; in realtà, la riconduzione della reversibilità alle prestazioni assistenziali, e la subordinazione di tutti gli interventi a una certa soglia Isee, potrebbero anche comportare il taglio della maggior parte dei trattamenti, a seconda di come verrà attuata la nuova normativa.

L’allarme sulle gravi conseguenze delle disposizioni in approvazione non costituisce un’ipotesi fantasiosa, ma è stato lanciato anche dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Cerchiamo, ora, di capire come la nuova legge potrebbe determinare la forte diminuzione delle prestazioni sociali.

Indice Isee

Innanzitutto, dobbiamo capire che cos’è l’indice Isee, al quale si dovrà fare riferimento per erogare i trattamenti di assistenza: spiegato in parole povere, si tratta di un indicatore che “misura” la ricchezza di una famiglia.

Tuttavia, per quantificare questa “ricchezza”, l’Isee non prende come riferimento i soli redditi dei componenti del nucleo familiare, ma anche il patrimonio di ciascun soggetto: aumentano la ricchezza, dunque, gli immobili posseduti (case, terreni), anche se non fruttano un euro, nonché i soldi depositati in un libretto o in un conto corrente.

Non importa che il denaro in banca sia il frutto di una vita di lavoro e sacrifici, e non importa se l’immobile che possiedi è la casa ereditata da tua nonna nel paese di Vattelapesca, un borgo di 100 anime sperduto nelle campagne più remote, invendibile e inaffittabile: per lo Stato è un indicatore di ricchezza, anche se non ti renderà mai niente.

Attenzione, poi, anche ai componenti della famiglia: rientrano nel nucleo ai fini Isee tutti coloro che appaiono nello stato di famiglia, in quanto conviventi nella stessa abitazione; pertanto, si potranno avere nuclei diversi solo laddove sia possibile chiedere stati di famiglia separati al proprio Comune, cioè nel caso in cui non vi siano legami affettivi o di parentela. In certe ipotesi rientrano nel nucleo Isee anche soggetti non conviventi (studenti non autonomi, coniugi separati di fatto, genitori di figli minorenni).

Prestazioni legate all’Isee

Come abbiamo accennato, il ddl prevede un parametro unico per erogare le prestazioni sociali, cioè l’indice Isee: ciò vuol dire che coloro i quali supereranno una determinata soglia Isee dovranno dire addio, ad esempio, all’assegno sociale, alla quattordicesima, all’integrazione al minimo della pensione.

Mentre ad oggi, difatti, tali trattamenti sono legati al possesso di un determinato reddito, con l’entrata in vigore del riordino delle prestazioni assistenziali, queste saranno precluse anche a chi possiede case, terreni, o denaro in banca o investito, anche se le disponibilità non rendono nulla.

Reversibilità come prestazione assistenziale

È allora facile comprendere come il passaggio della pensione ai superstiti da trattamento previdenziale a prestazione assistenziale non sia un semplice cambio di definizione, ma causi, di fatto, un significativo taglio della prestazione: a seconda della soglia Isee che sarà scelta come limite per la fruizione delle erogazioni, in effetti, si potrebbe negare il diritto alla reversibilità anche a chi possiede qualche risparmio in banca, o una quota di un immobile oltre all’abitazione principale, anche se non comportanti alcun reddito.

O, ancora, la pensione potrebbe essere negata alla vedova, o al vedovo, che convive con un figlio, se questo possiede un minimo di redditi o di patrimonio.

Insomma, le conseguenze di un riordino delle prestazioni assistenziali basato sull’Isee potrebbero essere davvero devastanti, qualora le soglie per accedere ai trattamenti non siano adeguatamente ponderate: non basta a tranquillizzare quanto affermato da alcuni fautori della riforma, e cioè che le prestazioni già in essere non saranno toccate, ma soltanto quelle concesse dall’entrata in vigore della norma. Anzi, in questo modo, paradossalmente, si andrebbero a ledere proprio i soggetti più bisognosi, le vittime del sistema di calcolo contributivo della pensione, che, quand’anche mantengano il diritto al trattamento, potranno percepire solamente dei magri assegni.

Si spera dunque in una marcia indietro sul ddl, che tenga conto del reddito effettivo e non dei possedimenti infruttuosi.

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Case ipotecate e all’asta: più facile venderle, debitori subito fuori

Imposta di registro flat: dal Governo uno sconto a chi acquisterà una casa all’asta; 

la norma consentirà alle banche, che stanno eseguendo un pignoramento immobiliare, di vendere più facilmente le case ipotecate e su cui pende l’esecuzione forzata.   Acquistare una casa all’asta giudiziaria può essere un affare solo se il prezzo scende oltre il valore di mercato, ma adesso lo sarà in ogni caso, anche prima di tale momento. Una norma approvata ieri dal Governo, infatti, prevede un forte sconto per chi compra un immobile sottoposto a procedura esecutiva immobiliare sotto la direzione del tribunale: la misura – unica nel suo genere – prevede una sostanziosa agevolazione fiscale. Con il risultato che si venderanno più facilmente gli immobili pignorati dalle banche.   Il bonus in commento è contenuto nel tanto atteso “decreto banche”. In pratica, viene cancellata l’imposta di registro al 9%, calcolata sul valore dell’immobile: al suo posto ci sarà solo una “tassa piatta” da 200 euro. Ma ad una condizione ben precisa: il bene dovrà essere rivenduto nei 24 mesi successivi all’acquisto. Insomma, verrà premiato non chi intende aggiudicarsi la casa per le proprie esigenze abitative, ma chi è animato da fini speculativi: è il caso, per esempio, dell’investitore che, pur non avendo bisogno dell’immobile, intende acquistarlo all’asta per poi rivenderlo e lucrare sulla differenza. Il tutto, ovviamente, ai danni del debitore pignorato.   Il primo investitore interessato all’affare sarà la banca stessa che potrebbe, da oggi, acquistare le case pignorate risparmiando sull’imposta di registro: si pensi che un immobile del valore di 1 milione di euro sconta, di norma, un’imposta di registro di 90 mila euro. Oggi, invece, l’importo della tassa sarà di soli 200 euro: una boccata d’ossigeno immediata per i bilanci degli istituti che si vedono così di colpo rivalutare almeno del 9% il valore del “collaterale”. La stessa banca poi, nei due anni successivi, sarà costretta a rivendere il bene e nulla vieta che possa farlo nei confronti dello stesso debitore al quale gliel’ha già finanziata e sottratta una prima volta. Nessuna norma, infatti, pone un limite a questo circolo vizioso.   L’agevolazione spetta per i beni acquistati entro il 31 dicembre 2016 e riguarderà anche le persone fisiche le quali, come gli istituti di credito e le imprese, dovranno sempre rivendere il bene nei due anni successivi. Qualora l’immobile non dovesse essere rivenduto nei due anni, l’acquirente dovrà versare l’imposta di registro in misura proporzionale del 9%.   La norma è passata come una misura di defiscalizzazione, rivolta a ottenere due benefici: sbloccare le lunghe e aleatorie procedure di pignoramento da un lato e, nello stesso tempo, incentivare il mercato delle vendite immobiliari. In realtà, la misura porterà un immediato beneficio nelle casse delle banche riducendo la svalutazione almeno del 9% delle sofferenze bancarie legate agli immobili dati in garanzia per prestiti e mutui.   L’effetto dell’agevolazione fiscale consisterà anche in una forte riduzione dei tempi dei pignoramenti immobiliari: divenendo più conveniente comprare case tramite il tribunale, potrebbe non essere più necessario attendere diversi esperimenti d’asta prima di avanzare l’offerta di acquisto. Insomma, i debitori avranno più probabilità di dire addio alla propria abitazione e meno tempo per rimanervi prima che si venda.

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Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’ Inps.

Giornate di malattia indennizzate dall’Inps e dal datore di lavoro:

 calcolo dell’indennità, trattamento operai e impiegati, casi particolari.

 

La malattia, pur essendo una causa di sospensione del lavoro, è tutelata dal nostro ordinamento, e come tale retribuita con un’indennità corrisposta dall’Inps ed integrata, secondo quanto disposto dai contratti collettivi, dal datore di lavoro. Sono esclusi dalla copertura retributiva dell’Inps determinati periodi, come quello di carenza e di comporto.

Indennità di malattia: quando spetta e a quanto ammonta

L’indennità di malattia corrisposta dall’Inps è pari ad una percentuale della retribuzione media giornaliera (Rmg), variabile a seconda della durata dell’evento e della situazione del lavoratore.

Per la generalità dei lavoratori, l’indennità di malattia:

– non spetta nei primi 3 giorni di assenza, detti periodo di carenza (ma, secondo i contratti collettivi, tali giornate sono retribuite dal datore di lavoro);

– spetta in misura pari alla metà della retribuzione media giornaliera dal al 20° giorno di assenza;

– spetta in misura pari al 66,66% della retribuzione media giornaliera dal 21° al 180° giorno  (entro il periodo di comporto).

Per i lavoratori dei pubblici esercizi e dei laboratori di pasticceria, l’indennità è pari all’80% per tutte le giornate di malattia, salvo il limite annuo massimo di 180 giorni.

Se la patologia, invece, insorge durante un periodo di sospensione dei lavoratori, entro 60 giorni dall’inizio, l’indennità spetta in misura pari ai due terzi rispetto alle normali previsioni.

Se, infine, il lavoratore è ricoverato in un luogo di cura, e non ha familiari a carico, l’indennità di malattia spettante è pari ai due quinti del normale.

Giornate indennizzabili

All’interno del periodo di malattia, esclusi i primi tre giorni di carenza, sono indennizzati dall’Inps:

– per gli operai, i giorni feriali;

– per gli impiegati e gli apprendisti, tutti i giorni compresi nel periodo di malattia.

Sono invece esclusi:

– per gli operai, la domenica festività nazionali ed infrasettimanali;

– per gli impiegati, le festività nazionali ed infrasettimanali cadenti di domenica.

Tali giornate, secondo le previsioni dei contratti collettivi, sono comunque coperte dal datore di lavoro.

Ci sono, poi delle giornate particolari, indennizzabili in quanto assimilate alle assenze per malattia.

Day hospital

Le giornate nelle quali il lavoratore si sottopone a prestazioni in regime di day hospital sono equiparate alle giornate di ricovero, ovviamente limitatamente al giorno in cui è effettuata la prestazione: pertanto, si applica la riduzione nella misura di 2/5 dell’indennità per i dipendenti che non hanno familiari a carico. Possono essere indennizzate anche le giornate successive, se il dipendente presenta un certificato medico di continuazione.

Dimissioni protette

Laddove il lavoratore sia sottoposto a una lunga degenza non continuativa, cioè con ricovero soltanto in giornate programmate, parliamo di dimissioni protette: se nei periodi intermedi il lavoratore possiede la piena capacità al lavoro, i periodi di dimissioni protette non sono indennizzati; qualora invece risulti da idonea certificazione che l’incapacità lavorativa permane anche nei periodi in cui il dipendente non è ricoverato , sono indennizzabili anche tali periodi intermedi.

Donazione d’organo e di midollo osseo

Il lavoratore che si sottopone a  una donazione d’organo ha diritto all’indennità di malattia per tutte le giornate di effettiva degenza e di convalescenza; è assimilata alla donazione d’organo la donazione del midollo osseo .

Trattamento di emodialisi

Le giornate in cui il lavoratore deve sottoporsi ad un trattamento di emodialisi sono considerate a tutti gli effetti come malattia. In particolare:

– le giornate di assenza per effettuare il trattamento di dialisi vanno considerate come un’unica patologia continuativa;

– il periodo di carenza e la riduzione percentuale dell’indennità devono essere applicati per anno solare;

– per calcolare l’indennità relativa a ciascun mese vanno considerate le retribuzioni corrisposte nel mese precedente.

Se durante una giornata di trattamento, però, il lavoratore ha prestato servizio, anche per poche ore, non ha diritto all’indennità.

Cicli di cura ricorrenti

Per quanto concerne i cicli di cura ricorrenti, cioè i trattamenti effettuati entro 30 giorni dai precedenti trattamenti, è possibile applicare quanto previsto per la ricaduta: è dunque consentito l’invio di un certificato unico prima dell’inizio della terapia , nel quale siano indicati i giorni previsti per il trattamento. Per ottenere l’indennità di malattia, oltre al certificato, sono necessaria le dichiarazioni della struttura sanitaria, contenenti il calendario delle prestazioni effettivamente eseguite.

Ex festività

Le ex festività, cioè le giornate infrasettimanali non più considerate festive, sono coperte dall’indennità, in quanto normalmente lavorate e retribuite: non sono invece indennizzabili laddove il datore preveda un emolumento aggiuntivo, alla pari delle festività, poiché già coperte, appunto, dal datore di lavoro.

Se l’ex festività coincide con la domenica,  non è indennizzabile per gli operai, mentre lo è per gli impiegati.

Part time verticale

Per i lavoratori part time che svolgono la prestazione soltanto in determinati periodi (giorni, settimane o mesi),l’indennità di malattia è dovuta soltanto nelle giornate in cui si sarebbe dovuta svolgere la prestazione.

Periodo massimo indennizzabile

La malattia è indennizzabile sino ad un certo numero massimo di giornate, a seconda della categoria, dell’inquadramento del lavoratore e del contratto collettivo applicato.

Per i lavoratori a tempo indeterminato l’indennità a carico dell’Inps è dovuta per un periodo massimo di 180 giorni nell’anno solare:

– devono essere contate tutte le giornate di malattia dell’anno solare, anche non indennizzate (come i giorni di carenza);

– non devono essere contati, invece, i periodi di astensione obbligatoria per maternità, quelli di malattia connessi con lo stato di gravidanza, di congedo parentale, d’infortunio sul lavoro e malattia professionale, nonché i periodi di malattia causata da terzi (contro i quali l’Inps abbia positivamente esperito l’azione di surroga).

Se la patologia è a cavallo di due anni solari, le giornate di malattia sono attribuite ai rispettivi anni e considerate come unico episodio morboso.

Per i lavoratori a termine, fermo restando il limite dei 180 giorni, il trattamento per malattia spetta per un periodo massimo pari all’attività lavorativa svolta nei 12 mesi immediatamente precedenti; nel caso in cui il periodo lavorato precedentemente sia inferiore a 30 giorni, sono comunque indennizzate 30 giornate.

Malattia dopo il rapporto di lavoro

Se un lavoratore subordinato a tempo indeterminato è licenziato o sospeso durante il periodo di malattia, il diritto all’indennità dell’Inps continua per i successivi 60 giorni.

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Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.

                                                 Permessi e congedi per l’assistenza di un familiare disabile:                                                   quando il lavoratore ha diritto ad anticipare la pensione?

 

La legge italiana, nonostante preveda diverse disposizioni a favore dei disabili, ha tralasciato un aspetto molto importante a tutela delle esigenze dei portatori di handicap: non è infatti prevista alcuna possibilità di pensionamento anticipato per i lavoratori che assistono familiari con disabilità. Un vuoto normativo rilevante, che ignora le gravissime difficoltà esistenti, in tali situazioni, nella conciliazione tra le esigenze familiari e lavorative.

Sono numerosi i comitati che richiedono, da lungo tempo, una maggiore tutela per questi soggetti, ma, nonostante gli annunci e le promesse al riguardo, da parte di diversi esponenti politici, con la “scusante” della crisi e della mancanza di risorse nulla è stato realizzato, e la pensione anticipata è ancora un miraggio.

Congedo per assistenza di figli disabili e Settima Salvaguardia

Una piccola tutela previdenziale, invero, ci sarebbe, ma non riguarda tutti i lavoratori che fruiscono dei permessi Legge 104 [1] per l’assistenza di portatori di handicap, ma soltanto quei dipendenti che nel 2011 hanno fruito di congedi familiari per la stessa finalità[2]: si tratta della possibilità di pensionarsi con i requisiti previsti antecedentemente alla Legge Fornero [3] tramite la Settima Salvaguardia.

L’ultimo provvedimento di Salvaguardia, disposto con la Legge di Stabilità 2016, difatti, apre alla pensione con i requisiti pre-Fornero per i lavoratori che hanno fruito, nel 2011, del congedo straordinario per l’assistenza di disabili: peraltro, non tutti coloro che hanno utilizzato i congedi nel 2011 sono tutelati, ma la salvaguardia è limitata a sole 3.000 unità.

Permessi Legge 104 e penalizzazione pensione anticipata

Sino a luglio 2014, per di più, coloro che avessero fruito dei permessi Legge 104 avrebbero dovuto recuperare tali periodi: in mancanza, sarebbe stata loro applicata la penalizzazione percentuale sulla pensione anticipata (il trattamento che ha sostituito la pensione di anzianità, i cui requisiti si basano sugli anni di contributi versati e non sull’età pensionabile). La decurtazione, difatti, sino a tale anno, era esclusa solo per chi possedeva unicamente periodi di effettivo lavoro, maternità, malattia, cassintegrazione ordinaria, ferie e leva.

Ad ogni modo, grazie alle modifiche intervenute con la Legge di Stabilità 2015, per chi matura i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2017 non vi sarà alcuna decurtazione, a prescindere dalla tipologia di contribuzione versata.

Per chi, invece, matura i requisiti successivamente, la decurtazione per il pensionamento anticipato è prevista in ogni caso, senza eccezioni, anche se si possiedono soltanto periodi di lavoro effettivo.

Articolo Completo : Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.

Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici

Pensione di anzianità, trattamenti di inabilità e invalidità, pensione superstiti: regole, calcolo e requisiti.

 

Fino all’emanazione della riforma Dini (L. 335/1995), per la generalità dei lavoratori, il calcolo del trattamento pensionistico avveniva in base al sistema retributivo, che tiene conto essenzialmente della media delle ultime retribuzioni percepite dall’assicurato in costanza del rapporto di lavoro (cd. pensione retributiva).

In particolare, il calcolo della pensione avviene moltiplicando la retribuzione annua pensionabile (ottenuta come media delle retribuzioni percepite in un certo numero di anni antecedente la data di decorrenza della pensione) per l’aliquota di rendimento e per l’anzianità contributiva (quest’ultima è pari al numero di settimane coperte da contributi, fino ad un massimo di 40 anni).

Nel sistema di calcolo retributivo, la retribuzione pensionabile e le aliquote di rendimento per il settore del pubblico impiego differiscono rispetto agli stessi parametri nel settore privato.

La riforma Dini ha modificato il sistema di calcolo dei trattamenti pensionistici ed ha introdotto il sistema contributivo, in cui l’importo della pensione è determinato in base alla media dei contributi versati in tutta la vita lavorativa (cd. pensione contributiva).

In particolare, nel sistema di calcolo contributivo, l’importo della pensione si determina moltiplicando il montante individuale (dato dalla somma rivalutata di tutti i contributi accantonati per ogni anno di lavoro fino alla data della pensione) per il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato al momento del pensionamento.

I parametri di tale sistema di calcolo sono omogenei nel settore pubblico e privato.

L’entrata in vigore della riforma Dini non ha comportato, però, l’automatico passaggio di tutti gli assicurati al nuovo sistema di calcolo contributivo, più penalizzante rispetto al precedente sistema retributivo, poiché si è inteso salvaguardare coloro che avessero già versato un certo numero di contributi in tale sistema.

Pertanto è stato adottato il seguente criterio:

1) applicazione integrale del sistema contributivo a tutti i lavoratori assunti per la prima volta dal 1°-1-1996 in poi, privi pertanto di contributi versati anteriormente a tale data. La pensione per tali lavoratori è calcolata esclusivamente con il metodo di calcolo contributivo (art. 1, comma 6, L. 335/1995);

2) applicazione del sistema di calcolo misto, anche detto in pro rata, ai lavoratori che, al 31-12-1995, avevano già contributi versati, ma in misura inferiore a 18 anni. Per tali lavoratori la pensione è determinata sommando due quote di anzianità contributiva, quella maturata fino al 31-12-1995, calcolata secondo il sistema retributivo, e quella maturata successivamente e fino alla data della pensione, calcolata secondo il sistema contributivo;

3) applicazione del sistema di calcolo retributivo ai lavoratori in possesso al 31-12-1995 di almeno 18 anni di contributi.

Pertanto, anche all’indomani della riforma Dini, hanno continuato a coesistere entrambi i sistemi di calcolo, quello retributivo e quello contributivo.

Sennonché dal 1°-1-2012 la situazione è radicalmente mutata. Il cd. Decreto Salva Italia ha, infatti, disposto, con effetto da tale data, il passaggio di tutti gli assicurati al sistema di calcolo contributivo (art. 24, comma 3, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011).

L’innovazione riguarda, quindi, i lavoratori di cui al n. 3, cioè coloro che, all’epoca della riforma Dini, avevano potuto conservare il sistema di calcolo esclusivamente retributivo.

A tali lavoratori il sistema di calcolo contributivo si applica con il metodo pro rata, in quanto riguarda soltanto i contributi versati dal 1°-1-2012 e fino alla fine della vita lavorativa.

La pensione è determinata in base a due quote (art. 1, comma 12, L. 335/1995):

— una quota corrispondente ai contributi maturati fino al 31-12-2011, calcolata secondo il sistema retributivo;

— una quota corrispondente ai contributi maturati successivamente al 31-12-2011 e fino alla data del pensionamento, calcolata secondo il sistema contributivo.

Qualora dall’applicazione del metodo pro rata dovesse risultare un importo superiore a quello che sarebbe derivato dal solo metodo retributivo, la pensione viene calcolata con il metodo che determina l’importo più basso (art. 1, commi 707-709, L. 190/2014 e circ. INPS 154/2015).

È possibile, comunque, esercitare un’opzione a che il calcolo della pensione avvenga interamente con il sistema contributivo (che viene così applicato anche ai contributi maturati fino al 31-12-2011).

Articolo Completo : Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici

 

Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

Integrazione al trattamento pensionistico minimo, perequazione automatica, contributo di solidarietà, permanenza in servizio e collocamento a riposo.

 

In presenza di una scarsa anzianità contributiva, la pensione può risultare di importo tale da non garantire un’adeguata capacità di sostentamento. È stato perciò fissato il cd. importo minimo di pensione, che dovrebbe, almeno in teoria, equivalere alla somma necessaria a soddisfare i bisogni vitali del pensionato, e che è rivalutato periodicamente (art. 11 D.Lgs. 503/1992).

Tutte le pensioni, anche quelle percepite dai pubblici dipendenti, che risultano inferiori al trattamento minimo sono aumentate fino a tale importo (cd. pensioni integrate al minimo).

Al fine di determinare il diritto all’integrazione sono fissate soglie di reddito, aggiornate ogni anno, che non devono essere superate dal pensionato (dal 1995, ai fini del diritto all’integrazione al trattamento minimo assume rilievo, oltre al reddito del pensionato, anche il reddito del coniuge non legalmente ed effettivamente separato).

La perequazione automatica delle pensioni

L’esigenza di garantire la capacità di sostentamento dei pensionati ha reso necessario il ricorso a strumenti atti a salvaguardare il potere d’acquisto delle pensioni, eroso gradualmente dalla svalutazione monetaria.

È stata così istituita la cd. perequazione automatica delle pensioni (L. 153/1969 e art. 11 D.Lgs. 503/1992): tutte le pensioni vengonorivalutate annualmente sulla base della variazione del costo della vita intervenuta nell’anno precedente.

La rivalutazione delle pensioni è applicata, per ogni singolo beneficiario, in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti dall’INPS o da altri enti (art. 34, comma 1, L. 448/1998).

Le necessità di contenimento della spesa pubblica hanno determinato, nel tempo, una modifica dei criteri di applicazione della perequazione automatica con l’effetto di ridurre la rivalutazione, fino ad escluderla del tutto, per i trattamenti più elevati. Va detto, comunque, che a causa della contingente situazione finanziaria del Paese e della necessità di ripristinare condizioni di stabilità e di equilibrio, si è nel tempo circoscritto il novero delle pensioni rivalutabili.

In particolare, per il triennio 2014-2016, essa spetta per intero (100%) soltanto per i trattamenti di importo complessivo pari o inferiore a tre volte il trattamento minimo INPS (art. 1, comma 483, L. 147/2013).

Per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica, l’aumento di rivalutazione è attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Per il 2012-2014 era stato previsto un ulteriore irrigidimento del meccanismo di perequazione, che, però, è stato dichiarato illegittimo dalia Corte Costituzionale (sent. 70/2015), con successivo obbligo per lo Stato di corresponsione degli aumenti non versati (D.L. 65/2015 conv. in L. 109/2015).

Il contributo di solidarietà sulle pensioni di importo elevato e il limite massimo di trattamento

A decorrere dal 1°-1-2014 e fino a tutto il 2016 si applica, a carico delle pensioni di importo elevato, un contributo di solidarietà destinato ad alimentare le risorse delle gestioni previdenziali obbligatorie (art. 1, co. 486, L. 147/2013).

Il contributo è applicato sui trattamenti pensionistici percepiti dal pensionato che risultino complessivamente superiori a 14 volte il trattamento minimo INPS.

Ai fini dell’applicazione del contributo di solidarietà si considera il trattamento pensionistico lordo spettante nell’anno considerato. Se il pensionato è titolare di più trattamenti, si considera l’importo complessivo dei trattamenti percepiti. In tal caso, l’INPS, sulla base dei dati che risultano dal Casellario centrale dei pensionati, fornisce a tutti gli enti interessati i dati per l’effettuazione della trattenuta del contributo di solidarietà, che sarà applicato, da ciascun ente, in proporzione ai trattamenti erogati.

Il contributo di solidarietà è strutturato su diverse aliquote ed in particolare:

— 6% sulla quota di pensione superiore a 14 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 20 volte il predetto trattamento;

— 12% sulla quota di pensione superiore a 20 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 30 volte il predetto trattamento;

— 18% sulla quota di pensione superiore a 30 volte il trattamento minimo INPS.

Ricordiamo, inoltre, che anche ai trattamenti pensionistici, si applica il limite costituito dal livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo, valido per tutti i soggetti che ricevono emolumenti e prestazioni a carico delle finanze pubbliche, nell’ambito di rapporti di lavoro con le P.A. (artt. 23bis e 23ter D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011 e art. 13, comma 1, D.L. 66/2014 conv. in L. 89/2014). Il limite in questione coincide con il trattamento economico del primo Presidente della Corte di Cassazione.

Il limite in questione incide anche sul calcolo della pensione, applicandosi alla retribuzione da prendere come base di calcolo della pensione.

Articolo Completo : Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

 

Donazione indiretta: che significa

So che la donazione deve essere fatta sempre con un notaio e due testimoni: esistono modi per evitare questo sistema?

Non tutte le donazioni richiedono la forma dell’atto pubblico (rogito notarile e presenza di due testimoni), ma solo quelle di “non modico valore[1]. Dunque, la liberalità di un bene di scarso valore economico (per esempio, un televisore, un quadro non particolarmente pregiato, un computer, un cellulare) può avvenire anche attraverso la consegna materiale del bene e la dichiarazione (verbale) del donante.

La forma solenne dell’atto notarile, invece, è necessaria per quelle donazioni, ad esempio, aventi ad oggetto beni immobili, automobili di marca prestigiosa, un quadro di valore, ecc. Solo in questi ultimi casi, la conseguenza del mancato rispetto della forma imposta dalla legge rende nulla la donazione. La donazione nulla potrebbe essere impugnata dallo stesso donante (nell’ipotesi in cui, eventualmente, ci ripensi in un momento successivo) o, alla sua morte, da uno degli eredi.

Quando una donazione è di modico valore?

La legge non fissa un criterio prestabilito, ma solo una clausola generica che il giudice deve, in relazione al caso concreto, determinare di volta in volta. La giurisprudenza ha, comunque, elaborato un parametro generale per distinguere le donazioni di modico valore (che quindi non richiedono l’atto notarile) dalle altre. In particolare, per stabilire se una donazione è di modico valore bisogna considerare due elementi:

– il valore del bene oggetto della donazione in sé considerato

– le condizioni economiche del donante: per esempio, se quest’ultimo dona un bene che rappresenta quasi la totalità del suo patrimonio, anche un bene di scarso valore potrebbe richiedere l’atto notarile; viceversa l’elargizione di 100 mila euro da parte di un soggetto con un patrimonio di milioni di euro può essere considerata “di modico valore”.

In secondo luogo non sono soggetti alla forma dell’atto pubblico le liberalità d’uso: ad esempio, il regalo dei genitori al figlio, i gioielli del marito o del convivente alla propria donna , l’arredo regalato dai genitori alla figlia che si sposa, ecc.

La donazione indiretta

Un’ultima alternativa è costituita dalla possibilità di effettuare una donazione indiretta: il donante che intenda donare un bene ad un soggetto, anziché acquistarlo e poi donarlo al beneficiario, potrebbe pagare direttamente il venditore in modo tale che quest’ultimo poi trasferisca il bene al donatario. In tal modo, anche se il prezzo viene pagato dal donante, l’acquirente è il donatario. Si pensi anche al caso del padre che, anziché comprare una casa e poi donarla al figlio, paghi direttamente il costruttore affinché quest’ultimo intesti l’immobile al beneficiario. Un ulteriore esempio è quello del soggetto che paga un debito del figlio rinunciando alla rivalsa o anche dell’aumento di capitale di una società al valore nominale, con cui chi lo sottoscrive acquisisce una quota che vale molto di più del versamento effettuato.

 

La donazione indiretta, oltre a non scontare le tasse sulla donazione, non richiede neanche l’atto pubblico notarile. Abbiamo elencato tutti i casi di donazione indiretta nell’articolo “Donazione indiretta: che significa”.

Tali liberalità sono soggette all’imposta di donazione [2] in caso di:

– accertamento dell’Agenzia delle Entrate secondo particolari condizioni (v. dopo);

– registrazione volontaria delle parti (v. dopo);

Accertamento dell’Agenzia delle Entrate

La liberalità è tassabile se emerge nell’ambito di un procedimento di accertamento dell’AE e se ricorrono, congiuntamente, le seguenti 2 condizioni:

– l’esistenza di liberalità risulta da dichiarazioni rese dall’interessato nell’ambito di procedimenti diretti all’accertamento di tributi (es. nel caso di accertamento sintetico per incrementi patrimoniali, o “redditometro”);

– le liberalità così emerse abbiano determinato (anche cumulativamente se più di una) un incremento patrimoniale superiore all’eventuale franchigia con riferimento ad un unico beneficiario.

In questo caso l’Agenzia delle Entrate liquida l’imposta calcolata, per la prassi, con aliquota dell’8% e applicazione delle franchigie ordinariamente previste; per parte della dottrina, si applica invece l’aliquota del 7% sulla parte eccedente l’importo di € 180.759,91 in base alla norma originaria non espressamente modificata.

Registrazione volontaria

Le parti possono richiedere la registrazione volontaria della liberalità indiretta (prima che venga accertata dall’Agenzia delle entrate), utilizzando il modello 2 – Tasse e II.AA.

In tal caso, l’imposta, liquidata dall’Agenzia delle Entrate, dovrebbe essere determinata in base delle aliquote e delle franchigie ordinarie ma vi è il dubbio se siano invece applicabili le aliquote del 3%, 5% e 7% già previste dall’art. 56 D.Lgs. 346/90.

Articolo Completo : Donazione indiretta: che significa

 

ISEE 2016, CHE COSA CAMBIA

Novità Isee per l’anno 2016: giacenza media carte di credito, trasferimenti tra familiari, studenti universitari e minorenni con genitori non conviventi.

 Dopo la prima “rivoluzione” relativa al modello Isee 2015, che ha introdotto delle innovazioni radicali, il modello Isee 2016 ha apportato altri significativi cambiamenti nella dichiarazione sostitutiva unica: si va dall’indicazione della giacenza media delle carte di credito, ai trasferimenti di denaro all’interno del nucleo familiare, sino alle modifiche del modello Isee Universitario. Vediamo insieme che cos’è cambiato.

Isee 2016, come funziona

Innanzitutto ricordiamo che cos’è e come funziona l’Isee: col termine Isee si intende la dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), necessaria per richiedere quasi tutte le prestazioni sociali e le agevolazioni, con la quale è “misurata” la situazione economica della famiglia.

A seconda della prestazione richiesta, o della situazione in cui versa il nucleo familiare, variano i modelli da utilizzare:

Isee ordinario o Isee Mini, utile per la generalità dei casi;

Isee Minorenni, utile per alcuni nuclei monoparentali;

Isee Università, utile per la richiesta di prestazioni di diritto allo studio;

– Isee sociosanitario, utile per richiedere prestazioni di natura sociale e sanitaria;

– Isee corrente, basato sui redditi degli ultimi dodici mesi;

– Isee integrativo, modello da compilare in caso di situazioni eccezionali o per integrazioni.

Nella dichiarazione devono essere indicati, oltre alla situazione personale e familiare, i seguenti dati, relativi ad ogni componente del nucleo:

– patrimonio immobiliare;

– patrimonio mobiliare (conti correnti, carte di credito, depositi, titoli…);

– redditi (per la maggior parte reperiti direttamente dall’anagrafe tributaria);

– possesso di veicoli.

Isee 2016: giacenza media delle carte di credito

Le carte di credito prepagate con Iban, dal 2016, devono essere indicate tra i rapporti finanziari da inserire nel Quadro FC2 sez. I del modello. Questo comporta, in pratica, che le carte prepagate, da quest’anno, siano assimilate al possesso di un ordinario conto corrente: relativamente a queste carte, difatti, l’istituto di credito emittente deve fornire la giacenza media, per la relativa indicazione nell’Isee. Nell’Isee 2015, invece, era sufficiente inserire il valore al 31 dicembre dell’anno precedente.

La modifica è volta ad evitare comportamenti elusori, come l’azzeramento del saldo della carta al 31 dicembre, e si è resa necessaria anche in virtù del fatto che le prepagate con iban si stiano diffondendo sempre di più, e siano utilizzate in sostituzione dei conti tradizionali.

L’introduzione della giacenza media anche per le carte con Iban, però, può comportare dei problemi, qualora l’istituto di credito non rilasci il dato; in tal caso, sarà il contribuente a doverla quantificare, tramite il seguente procedimento:

– somma di tutti i numeri creditori annuali reperiti negli estratti conto, relativamente a ciascun rapporto;

– divisione della cifra totale per 365.

Ai fini del calcolo dell’Isee, può essere preso in considerazione il saldo al 31 dicembre se:

 la differenza tra il totale di tutti i saldi dei conti correnti indicati e il totale di tutte le giacenze medie è positiva;

 nel corso dell’anno precedente sono stati acquistati beni immobili, altre componenti del patrimonio mobiliare, o sono stati effettuati trasferimenti ad altri componenti del nucleo familiare.

È invece presa in considerazione la giacenza media se la differenza tra il totale di tutti i saldi dei conti correnti indicati e il totale di tutte le giacenze medie è negativa.

Isee 2016: trasferimenti ai familiari

All’interno del modello Isee 2016, come poc’anzi accennato, è specificato che anche i trasferimenti tra familiari rientrano negli incrementi del patrimonio mobiliare: questo, in quanto il calcolo del valore del patrimonio mobiliare in presenza di tale variazione risulterebbe falsato, al pari di quanto accadrebbe per l’acquisto di immobili o di titoli.

Isee 2016 Università

Ha subito delle recenti modifiche anche il modello Isee Università, con l’introduzione della casistica dello studente universitario con unico genitore separato, che deve essere indicata nella prima casella del Quadro C del modulo MB.2. La specifica della situazione è necessaria per valutare economicamente, in maniera differente dalla generalità delle ipotesi, il caso in cui nel nucleo sia presente un solo genitore, mentre l’altro risulta separato legalmente e non convivente.

Inoltre, nello stesso modello è specificato che, sebbene lo studente sia generalmente considerato autonomo quando possieda, in prima persona, un’adeguata capacità di reddito, qualora risulti sposato il requisito reddituale deve essere valutato tenendo conto anche dei redditi del coniuge. La specifica si è resa necessaria in quanto, se lo studente non possiede un reddito tale da renderlo indipendente, ma tale reddito è posseduto dal coniuge di quest’ultimo, si realizza comunque l’autonomia dal nucleo familiare originario.

Isee 2016: rimborsi spese

Mentre all’interno dei precedenti modelli Isee non dovevano essere riportati i contributi percepiti a titolo di rimborso spese, qualora le spese fossero rendicontate, nell’Isee 2016 alcuni contributi rendicontati devono essere inseriti comunque. In particolare, devono essere indicati i contributi percepiti quali rimborso spese per collaboratori domestici e addetti all’assistenza personale, in quanto si tratta di costi detratti dall’INPS in via automatica. L’indicazione deve essere effettuata nel Quadro FC8, alla sezione III.

 

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Isee corrente 2016, come funziona?

Isee corrente 2016: casi in cui può essere utilizzato, variazioni, documenti da presentare, vantaggi, validità del modello.

 

Il modello Isee, cioè la dichiarazione tramite la quale si determina la situazione economica di una famiglia, normalmente si basa sui dati reddituali relativi al secondo anno precedente rispetto alla data di presentazione del documento.

In alcuni casi, però, l’utilizzo di tali dati non rispecchia la reale situazione del nucleo familiare: questo può accadere, ad esempio, laddove uno dei componenti perda l’occupazione. Si è resa necessaria, per rimediare a tale iniquità, l’istituzione di una particolare tipologia di modello Isee, detto Isee corrente, che effettua il calcolo della situazione economica basandosi su dati più recenti.

Vediamo, in questo breve vademecum, quando può essere utilizzato l’Isee corrente, quali documenti devono essere presentati, a chi richiederlo, e per quanto tempo è valido.

 

Isee corrente 2016: chi può richiederlo

Il modello Isee corrente può essere utilizzato nelle seguenti situazioni, solo qualora esista già, per lo stesso nucleo familiare, un Isee in corso di validità:

risoluzione del rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

sospensione dell’attività lavorativa dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

riduzione dell’orario dell’attività lavorativa dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

perdita di un’occupazione a tempo determinato o di un’occupazione comportante una tipologia contrattuale flessibile, per uno dei componenti del nucleo, purché possa dimostrare di essere stato occupato per almeno 120 giorni nei 12 mesi precedenti la conclusione dell’ultimo rapporto di lavoro;

cessazione, per uno dei componenti del nucleo, dell’attività di lavoro autonomo, qualora sia stata svolta in via continuativa per un minimo di 12 mesi.

In queste situazioni, l’indicatore della situazione economica corrente deve aver subito uno scostamento pari almeno al 25% rispetto all’indicatore  calcolato in via ordinaria.

Isee corrente 2016: calcolo

L’Isee corrente è determinato dall’aggiornamento dei redditi di ciascun componente che rientra nelle casistiche di perdita dell’occupazione o di cessazione dell’attività sopra descritte. A tal fine, deve essere compilato il modulo sostitutivo, ossia il modello MS, con i seguenti redditi:

-redditi da lavoro dipendente, pensione ed assimilati, percepiti nei 12 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione;

-redditi da lavoro dipendente percepiti nei 2 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione, solo qualora il componente sia stato lavoratore dipendente a tempo indeterminato (normalizzati moltiplicando tale valore per 6);

– redditi d’impresa o di lavoro autonomo, compresi i redditi di partecipazione, percepiti nei 12 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione ed individuati secondo il principio di cassa;

trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari percepiti da enti pubblici, incluse le carte di debito, conseguiti nei dodici mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione.

Isee corrente 2016: documenti necessari

Per ottenere l’ISEE corrente, il richiedente deve dunque presentare:

– il modulo sostitutivo della dichiarazione ( modulo MS);

– i documenti che attestano la variazione della situazione lavorativa;

– le componenti di reddito aggiornate (ad esempio le ultime buste paga).

Isee corrente 2016: benefici

L’Isee corrente sostituisce l’Isee ordinario, con l’indicatore ottenuto aggiornando i redditi ed i trattamenti relativi ai componenti la cui occupazione o attività sia terminata. Questo consente di misurare la ricchezza reale della famiglia, ovviamente diminuita in ragione della perdita di reddito, e conseguentemente agevola l’accesso a prestazioni alle quali, con tutta probabilità, gli interessati non avrebbero avuto diritto utilizzando l’Isee ordinario.

Isee corrente 2016: validità

La validità dell’Isee corrente è pari a due mesi, e decorre dal momento della presentazione del modulo sostitutivo della dichiarazione.

 

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Le modalità dell’estorsione in Puglia

Minaccia, omicidio, proiettili, benzina, estorsione “ambientale”.  

Si è dunque visto come l’attività estorsiva abbia, per grandi linee, una duplice funzione: legittimare da un lato, arricchire dall’altro; rafforzando così, complessivamente, il potere dell’organizzazione. Tali finalità, possiamo dirlo, non vengono mai meno, nel senso che nel momento in cui il soggetto paga il pizzo – che sia la prima, che sia l’ennesima volta, poco importa – crea un immediato profitto in capo all’estorsore e genera altresì una implicita legittimazione nello stesso a chiedere – e richiedere – ancora. Le ricerche empiriche ci dimostrano che raramente a una richiesta non ne segua poi un’altra, di egual tenore o addirittura più onerosa.   All’univocità dei fini corrisponde però una gamma variegata di concrete modalità estorsive. Ragionando analiticamente, e prendendo spunto da quanto si è avuto modo di osservare «sul campo», potremmo suddividere le estorsioni – al netto, s’intende, delle confortanti tendenze in atto di rifiuto del pizzo da parte dei commercianti, che si scorgeranno numerose lungo tutta la trattazione – in violente, «ambientali» e «condivise». Questo schema, peraltro, ha un pregio: permette di osservare la digradazione delle note modali, da un magis a un minus di coartazione del soggetto passivo.   Le estorsioni violente sono le più immediatamente percepibili in quanto tali, poiché si realizzano mediante atti di violenza reale (sulle cose) o personale (sulle vittime o, più raramente, su soggetti a essa vicini). Del resto, è ben noto come la violenza costituisca una delle forme socialmente più diffuse di intimidazione e di coartazione della altrui libertà di autodeterminazione. Una violenza che può essere declinata in mille modi. Anzitutto, nei gesti eclatanti, come lo scoppio di un ordigno nei pressi di un locale commerciale. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, così come in altre regioni meridionali, nei capoluoghi pugliesi le esplosioni notturne cadenzavano il trascorrere delle notti. Si era raggiunto, in quegli anni, il picco della violenza interpersonale. Alcune statistiche dimostrano che nel decennio 1980-1990 Bari e l’intera Puglia erano percepiti come luoghi insicuri [1], devastati da una altissima media di episodi omicidiari ed estorsivi, oltreché di rapine e di atti di violenza «comune». Saltavano in aria gli esercizi commerciali a danno di chi non intendeva cedere alle richieste estorsive delle cosche, il controllo del territorio era soffocante, e il pagamento coercitivo del pizzo era considerata dal commerciante un’eventualità tutt’altro che remota.   Erano gli anni in cui la Sacra corona unita disponeva di una grande potenza di fuoco: non mancavano né mezzi né uomini, tramite cui poter esercitare una violenza feroce. Non soltanto per determinare una pressione psicologica nei confronti dell’estorto; la violenza era esercitata come strumento «pedagogico» nei confronti della società locale, giacché a tutti doveva apparire chiaro chi poteva dettare legge e imporre quella forma di tassazione occulta. Oggi, dopo aver attraversato gli anni Duemila, che hanno segnato l’inizio ed il consumarsi della crisi dell’associazionismo mafioso in Puglia (a eccezione di alcune aree), i gesti di eclatante violenza sono sempre più rari, e si concentrano per lo più – come si vedrà nel prosieguo – in alcune zone del tarantino e del foggiano. Del resto, far saltare in aria un ristorante o un supermercato nel centro cittadino vuol dire suscitare attenzione e sdegno, destare l’allarme sociale. Vuol dire, soprattutto, correre il rischio di essere arrestati, in un momento in cui l’attenzione dell’autorità giudiziaria è massima.   Questo, però, non significa che le estorsioni violente siano cessate; semplicemente, hanno assunto una forma di- versa, meno spettacolare. È molto più frequente – e molto meno rischioso – rinvenire davanti l’ingresso degli esercizi commerciali taniche piene di benzina, oppure scorgere fori di proiettile sulle saracinesche. Modalità di coartazione della volontà comunque violenta (meglio dire: che prospettano un’attività violenta), ma a costo (e rischio) «zero».   Nei contesti ad alta densità mafiosa si rinviene anche la fattispecie di estorsione «ambientale». Venendo dunque ad essa, va detto che la riflessione che fa il commerciante o l’imprenditore è semplice quanto perversa: qui tutti hanno sempre pagato, e per evitare problemi pago anch’io. In altre parole, si paga sulla base di una prassi diffusa nel contesto locale. È pertanto colui che esercita un’attività economica che vuole «evitare problemi» a recarsi dal boss della zona o da un suo referente per versargli il «pensiero» (così, ad esempio, nell’area salentina viene definita la tangente estorsiva), senza che sia in qualche modo sollecitato. Si può anche trattare di una piccola somma (addirittura, è stato appurato, anche 50 o 100 euro nel settore del commercio al minuto), che si paga spontaneamente anche perché non troppo onerosa.   In queste aree, peraltro, sempre più spesso si nota che è il mafioso a indurre il commerciante a cercare protezione agendo «preventivamente» sul piano dell’intimidazione: spari contro la vetrina, blocco della serranda, telefonate anonime ecc., senza che questi gesti possano trovare un’apparente giustificazione. È così il commerciante a cercare il referente, quello a cui «ci si deve rivolgere», determinando un ulteriore vantaggio per gli uomini del racket: se anche il commerciante non intendesse pagare, in questi casi non sarebbe possibile alcuna denuncia. La tecnica è stata così raccontata da un estorsore pugliese nel processo che lo riguardava: «che si doveva fare un po’ diciamo di rumore a varie persone che avevano attività, per modo che noi quando andavamo a sparare poi direttamente loro dovevano andare da loro per il pizzo, per l’estorsione, come si può chiamare». A parte la forma totalmente sgrammaticata, la sostanza non necessita di ulteriori specificazioni.

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