RACKET è La parola del giorno

Racket

[ràchet] SIGN Organizzazione della malavita diretta all’estorsione intimidatoria e violenta di denaro o di altri vantaggi a persone apparentemente consenzienti voce inglese, col primo significato di ‘chiasso, forte rumore’. Il più antico e principale significato di questa parola, nella lingua inglese, è quello di “chiasso”, “frastuono”, “suono molto forte e sgradevole”, ed ha probabilmente un’origine onomatopeica. Ma il senso che viene preso in prestito dall’italiano è quello che tutti conosciamo, utilizzato per riferirsi ad una attività illegale di estorsione di denaro, entrato nella lingua inglese alla fine del Diciottesimo secolo e la cui origine non è del tutto trasparente: un’ipotesi è che derivi da racquet, ovvero la racchetta per giocare a tennis o, ancora prima, un gioco simile al tennis da svolgersi con le mani completamente aperte. A questo riferimento al gioco che diventa sporco, che mira a raggirare e truffare le vittime, si unirebbe anche, come base rafforzativa, il termine rack-rent, ossia un pagamento (rent) “esagerato”, “esorbitante”, “superiore al dovuto” (letteralmente “allungato”, “disteso”), senza dimenticare che rack indicava, nel Medioevo, anche un vero e proprio strumento di tortura (da noi detto ‘cavalletto’, sostanzialmente un banco per dare scudisciate) che molto sembrerebbe ricordare i metodi violenti ed intimidatori tipici delle organizzazioni malavitose di cui parliamo. Un’altra ipotesi è che sia proprio il significato originario di “forte rumore” ad essersi ampliato, andando a designare un suono disturbativo sfruttato dai borseggiatori per distrarre le proprie vittime. In ogni caso, la voce passerà ad indicare, negli Stati Uniti, qualsiasi forma di estorsione di denaro, e lo stesso accadrà in italiano, che affianca questo anglicismo alle già numerose risorse possedute per denominare tali associazioni a delinquere ed i loro atti criminosi (i dizionari ricordano, ad esempio, malavita, mafia, camorra, organizzazione criminale, associazione criminale; ricatto, estorsione), prima per indicare una forma di estorsione attuata specialmente dai malviventi nordamericani con intimidazioni e violenze e poi con una accezione molto più generica, fino ad arrivare a sfruttarlo per individuare qualunque monopolio intransigente e spietato. Colui che svolge operazioni di racket è detto, in inglese, racketeer, parola inizialmente accolta da alcuni dizionari di italiano assieme al blando tentativo di adattamento costituito da racchettiere, entrambi ormai scomparsi e per cui vengono invece usati i vari corrispettivi italiani.

Gratuito patrocinio: compensazione del credito con IVA e tasse

Avvocati: il procedimento volto a scontare i crediti dovuti al professionista per la difesa a spese dello Stato.

La legge di Stabilità per il 2016 [1] consente agli avvocati di compensare con le tasse gli onorari a loro spettanti per attività rese con il gratuito patrocinio. Si tratta di una delle misure accolte con maggior soddisfazione dal mondo forense, specie dopo gli ultimi interventi normativi che avevano drasticamente tagliato i compensi riconosciuti ai professionisti per tale forma di difesa. Ma procediamo con ordine.

Il gratuito patrocinio

Al gratuito patrocinio viene ammesso chi dimostra (anche con autocertificazione) di possedere un reddito non superiore a 11.528,41 euro, eventualmente elevato di 1.032,91 euro per ciascuno dei familiari conviventi. In tal modo, il beneficiario della misura può scegliere il proprio avvocato che, alla fine del processo, sarà pagato dallo Stato. Se però la causa termina con una sentenza che rigetta la domanda proposta dalla parte ammessa al gratuito patrocinio, quest’ultima può essere ugualmente condanna alle spese processuali, dovendo così pagare, di tasca propria, i costi del giudizio alla controparte. Tale previsione è finalizzata ad evitare che chi è ammesso al patrocinio a spese dello Stato possa avanzare richieste pretestuose, intasando la giustizia e, soprattutto, danneggiando terzi.

 La procedura

L’istanza di liquidazione viene presentata dal difensore al giudice che ha deciso il giudizio; quest’ultimo, con un decreto, calcola le spettanze dovute dall’erario all’avvocato e ne ordina il pagamento.

Quando tale decreto viene emesso, esso diventa titolo di pagamento della spesa e rende azionabile il credito dell’avvocato nei confronti dello Stato.

A questo punto, però, il professionista si scontra con i ritardi della pubblica amministrazione e, a volte, deve attendere numerosi anni prima di poter vedere il proprio compenso.

La compensazione

Proprio per venire incontro agli avvocati che abbiano sposato la causa “sociale” ed evitare la fuga generalizzata dall’istituto del gratuito patrocinio, la legge di Stabilità consente un facile rientro per il professionista che abbia maturato, tale titolo, crediti dall’erario per spese, diritti e onorari, consentendogli di portarli in compensazione con i propri debiti tributari di qualsiasi tipo, cioè per imposte e tasse (ivi compresa l’Iva), ma anche per il pagamento dei contributi previdenziali per i loro dipendenti. La norma non cita i contributi previdenziali dell’avvocato stesso, il che fa pensare a una esclusione volontaria del legislatore.

La compensazione avviene mediante la cessione di crediti, che siano maturati nel 2016 o anche precedentemente al 2016, purché non siano ancora saldati dall’amministrazione pubblica

La compensazione non è automatica, ma opera solo su richiesta dell’avvocato. Inoltre, quest’ultimo potrà optare anche per una compensazione parziale, cioè potrà riguardare solo una parte di quanto dovuto a titolo di imposta o tassa o contributi previdenziali per i dipendenti (si pensi al caso in cui il difensore abbia maturato crediti superiori ai propri obblighi fiscali).

Si tratta, dunque, di una forma di pagamento alternativo di tasse, imposte o contributi previdenziali; un pagamento che si effettua, anziché con il versamento del dovuto, con la cessione dei crediti derivanti dalla liquidazione dei compensi all’ente o all’articolazione dello Stato nei confronti del quale l’avvocato è debitore e che non è necessariamente quella tenuta a liquidargli la prestazione fornita al cittadino ammesso al gratuito patrocinio.

Tali cessioni di credito sono esenti da imposta di registro o di bollo.

La certificazione della cancelleria

Il credito del professionista deve essere definitivo. La legge di stabilità, infatti, stabilisce che non possono essere ceduti e quindi nemmeno compensati i crediti fondati su decreto di pagamento contro il quale sia stata proposta opposizione ai sensi dell’articolo 170 del testo unico sulle spese di giustizia [2]: ciò allo scopo di consentire la cessione solo quando l’ammontare del credito sia certo e definitivo. Il che fa pensare che, per ottenere la compensazione, il difensore dovrà munirsi di attestazione di cancelleria che attesti il decorso dei termini per la proposizione dell’opposizione; altrimenti il credito non potrà essere compensato.

L’opposizione al decreto di liquidazione può essere proposta anche dall’avvocato in favore del quale viene disposto il pagamento. Il che, di norma, avviene quando il legale ritiene che il calcolo dei compensi non sia congruo. Da oggi, però, prima di opporsi a un decreto che non lo soddisfa, l’avvocato dovrà tenere conto che ciò bloccherà la compensazione.

Anche se la legge non lo specifica vanno equiparati i crediti i per i quali l’opposizione sia stata respinta con provvedimento definitivo

 

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Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Entra in vigore la stretta sulle prescrizioni di visite, prestazioni mediche ed esami, che, se non assolutamente necessari, dovranno essere interamente pagati dal cittadino.

 

È appena entrato in vigore il cosiddetto Decreto Appropriatezza, ossia la normativa che prevede il taglio del ticket per 203 prestazioni sanitarie.

Per le prestazioni comprese tra le 203 “incriminate”, in pratica, si può fruire del ticket soltanto dietro apposita prescrizione medica, in caso contrario il cittadino è obbligato a pagare di tasca l’intero costo: ottenere la prescrizione, peraltro, non è semplice, poiché sono previste delle sanzioni piuttosto salate per i medici, qualora prescrivano prestazioni non strettamente necessarie.

Com’è logico, il Decreto ha scatenato accese polemiche in tutt’Italia, poiché metterebbe, a detta di molti, a repentaglio la salute dei cittadini, negando l’accesso ad esami fondamentali e terapie.

Il Governo, invece, sostiene di non aver leso il diritto alla salute, poiché le prestazioni possono essere coperte dal ticket qualora siano rispettate le condizioni di erogabilità previste dal Decreto.

Per comprendere meglio la portata della normativa, analizziamo le principali prestazioni “fuori tutela” e le condizioni di erogabilità correlate.

 

Prestazioni escluse: quali settori

Innanzitutto, le aree a cui appartengono le 203 prestazioni “fuori ticket” sono:

odontoiatria;

– genetica;

– radiologia diagnostica;

– esami di laboratorio;

dermatologia allergologica;

– medicina nucleare.

Per ciascuna delle prestazioni riportate nel Decreto, appartenenti agli elencati settori, le condizioni di erogabilità devono essere valutate in base allo stato personale e clinico del beneficiario ed alla finalità terapeutica, diagnostica, prognostica o di monitoraggio.

Ma quali sono, nel concreto, le prestazioni sanitarie e le condizioni per ottenerle senza pagarne l’intero costo?

 

Prestazioni odontoiatriche

Iniziamo dalle prestazioni odontoiatriche; tra queste compaiono:

estrazione di denti permanenti, decidui o di altri denti;

interventi chirurgici ed asportazione di lesioni dentarie.

Tali prestazioni possono essere prescritte soltanto in condizioni di vulnerabilità sanitaria o sociale.

Per alcune prestazioni odontoiatriche, quali i trattamenti con apparecchi fissi e mobili, è richiesto un indice IOTN pari a 4/5: si tratta dell’indice di necessità del trattamento, che è espresso in una scala da 1 a 5, dove 5 esprime la maggiore gravità delle condizioni del paziente. Ciò significa che tali prestazioni potranno essere erogate solamente in “casi-limite”.

Condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale

Le condizioni di vulnerabilità sanitaria sono differenti a seconda delle specifiche patologie: in generale, si parla di vulnerabilità sanitaria laddove la cura sia assolutamente necessaria.

Le condizioni di vulnerabilità sociale sono invece intese quali situazioni di svantaggio economico correlate di norma al basso reddito e alla marginalità o all’esclusione sociale, che impediscono l’accesso alle cure a pagamento.

Le condizioni di svantaggio economico sono individuate dalle singole Regioni, nella maggioranza delle ipotesi in base all’indice Isee (il quale rileva la situazione economica del nucleo familiare anche in base al patrimonio mobiliare ed immobiliare).

Considerata l’esiguità degli stanziamenti regionali in materia sanitaria, nonché l’endemica mala gestione in tale ambito, è scontato che il cittadino possa rientrare nelle condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale soltanto in ipotesi “estreme”.

Prestazioni di radiologia diagnostica

Tra le prestazioni fuori tutela nell’ambito della radiologia, il Decreto enumera:

– diverse tipologie di tomografia computerizzata;

-diverse tipologie di risonanza magnetica nucleare;

– la densitometria ossea.

Tali esami (esclusa la densitometria ossea), nella maggioranza delle ipotesi, possono essere prescritti solo in presenza di patologia oncologica o sospetto oncologico.

Chiaramente, in caso di sospetto, sarà il medico a doversi prendere la responsabilità di prescrivere l’esame, ed a rischiare le sanzioni economiche previste per “prestazione inappropriata”.

Prestazioni di laboratorio e di genetica

È lungo ed articolato, poi, l’elenco delle prestazioni di laboratorio (in pratica, le analisi del sangue, delle urine e simili) tagliate fuori dalla tutela: ad esempio, le analisi relative al colesterolo ed ai trigliceridi possono essere prescritte solo ai soggetti con più di 40 anni, con malattie cardiovascolari, fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche, dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci.

Relativamente alle prestazioni di laboratorio e di genetica, le analisi “superflue”, secondo il Governo, sono 140: in alcuni casi, la prescrizione può essere effettuata solo qualora vi sia un carcinoma da monitorare, in altri casi qualora vi sia una malattia epatica in corso o a scopo di trapianto.

La costante, ad ogni modo, è quella di limitare al minimo le prestazioni preventive, e di tutelare il soggetto solo laddove sia già ammalato: una linea d’azione che certamente non rispetta il detto “è meglio prevenire che curare”, e che preferisce risparmiare nella prevenzione, senza pensare al rischio di moltiplicare le spese relative alle successive cure. Sempre che non s’intenda lasciare, in futuro, il cittadino totalmente sprovvisto di tutela anche laddove sia già malato: in un’ottica di tagli, pardon “razionalizzazioni”, è facile che si arrivi anche a questo, in un giorno non lontano.

 

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Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’ Inps.

Giornate di malattia indennizzate dall’Inps e dal datore di lavoro:

 calcolo dell’indennità, trattamento operai e impiegati, casi particolari.

 

La malattia, pur essendo una causa di sospensione del lavoro, è tutelata dal nostro ordinamento, e come tale retribuita con un’indennità corrisposta dall’Inps ed integrata, secondo quanto disposto dai contratti collettivi, dal datore di lavoro. Sono esclusi dalla copertura retributiva dell’Inps determinati periodi, come quello di carenza e di comporto.

Indennità di malattia: quando spetta e a quanto ammonta

L’indennità di malattia corrisposta dall’Inps è pari ad una percentuale della retribuzione media giornaliera (Rmg), variabile a seconda della durata dell’evento e della situazione del lavoratore.

Per la generalità dei lavoratori, l’indennità di malattia:

– non spetta nei primi 3 giorni di assenza, detti periodo di carenza (ma, secondo i contratti collettivi, tali giornate sono retribuite dal datore di lavoro);

– spetta in misura pari alla metà della retribuzione media giornaliera dal al 20° giorno di assenza;

– spetta in misura pari al 66,66% della retribuzione media giornaliera dal 21° al 180° giorno  (entro il periodo di comporto).

Per i lavoratori dei pubblici esercizi e dei laboratori di pasticceria, l’indennità è pari all’80% per tutte le giornate di malattia, salvo il limite annuo massimo di 180 giorni.

Se la patologia, invece, insorge durante un periodo di sospensione dei lavoratori, entro 60 giorni dall’inizio, l’indennità spetta in misura pari ai due terzi rispetto alle normali previsioni.

Se, infine, il lavoratore è ricoverato in un luogo di cura, e non ha familiari a carico, l’indennità di malattia spettante è pari ai due quinti del normale.

Giornate indennizzabili

All’interno del periodo di malattia, esclusi i primi tre giorni di carenza, sono indennizzati dall’Inps:

– per gli operai, i giorni feriali;

– per gli impiegati e gli apprendisti, tutti i giorni compresi nel periodo di malattia.

Sono invece esclusi:

– per gli operai, la domenica festività nazionali ed infrasettimanali;

– per gli impiegati, le festività nazionali ed infrasettimanali cadenti di domenica.

Tali giornate, secondo le previsioni dei contratti collettivi, sono comunque coperte dal datore di lavoro.

Ci sono, poi delle giornate particolari, indennizzabili in quanto assimilate alle assenze per malattia.

Day hospital

Le giornate nelle quali il lavoratore si sottopone a prestazioni in regime di day hospital sono equiparate alle giornate di ricovero, ovviamente limitatamente al giorno in cui è effettuata la prestazione: pertanto, si applica la riduzione nella misura di 2/5 dell’indennità per i dipendenti che non hanno familiari a carico. Possono essere indennizzate anche le giornate successive, se il dipendente presenta un certificato medico di continuazione.

Dimissioni protette

Laddove il lavoratore sia sottoposto a una lunga degenza non continuativa, cioè con ricovero soltanto in giornate programmate, parliamo di dimissioni protette: se nei periodi intermedi il lavoratore possiede la piena capacità al lavoro, i periodi di dimissioni protette non sono indennizzati; qualora invece risulti da idonea certificazione che l’incapacità lavorativa permane anche nei periodi in cui il dipendente non è ricoverato , sono indennizzabili anche tali periodi intermedi.

Donazione d’organo e di midollo osseo

Il lavoratore che si sottopone a  una donazione d’organo ha diritto all’indennità di malattia per tutte le giornate di effettiva degenza e di convalescenza; è assimilata alla donazione d’organo la donazione del midollo osseo .

Trattamento di emodialisi

Le giornate in cui il lavoratore deve sottoporsi ad un trattamento di emodialisi sono considerate a tutti gli effetti come malattia. In particolare:

– le giornate di assenza per effettuare il trattamento di dialisi vanno considerate come un’unica patologia continuativa;

– il periodo di carenza e la riduzione percentuale dell’indennità devono essere applicati per anno solare;

– per calcolare l’indennità relativa a ciascun mese vanno considerate le retribuzioni corrisposte nel mese precedente.

Se durante una giornata di trattamento, però, il lavoratore ha prestato servizio, anche per poche ore, non ha diritto all’indennità.

Cicli di cura ricorrenti

Per quanto concerne i cicli di cura ricorrenti, cioè i trattamenti effettuati entro 30 giorni dai precedenti trattamenti, è possibile applicare quanto previsto per la ricaduta: è dunque consentito l’invio di un certificato unico prima dell’inizio della terapia , nel quale siano indicati i giorni previsti per il trattamento. Per ottenere l’indennità di malattia, oltre al certificato, sono necessaria le dichiarazioni della struttura sanitaria, contenenti il calendario delle prestazioni effettivamente eseguite.

Ex festività

Le ex festività, cioè le giornate infrasettimanali non più considerate festive, sono coperte dall’indennità, in quanto normalmente lavorate e retribuite: non sono invece indennizzabili laddove il datore preveda un emolumento aggiuntivo, alla pari delle festività, poiché già coperte, appunto, dal datore di lavoro.

Se l’ex festività coincide con la domenica,  non è indennizzabile per gli operai, mentre lo è per gli impiegati.

Part time verticale

Per i lavoratori part time che svolgono la prestazione soltanto in determinati periodi (giorni, settimane o mesi),l’indennità di malattia è dovuta soltanto nelle giornate in cui si sarebbe dovuta svolgere la prestazione.

Periodo massimo indennizzabile

La malattia è indennizzabile sino ad un certo numero massimo di giornate, a seconda della categoria, dell’inquadramento del lavoratore e del contratto collettivo applicato.

Per i lavoratori a tempo indeterminato l’indennità a carico dell’Inps è dovuta per un periodo massimo di 180 giorni nell’anno solare:

– devono essere contate tutte le giornate di malattia dell’anno solare, anche non indennizzate (come i giorni di carenza);

– non devono essere contati, invece, i periodi di astensione obbligatoria per maternità, quelli di malattia connessi con lo stato di gravidanza, di congedo parentale, d’infortunio sul lavoro e malattia professionale, nonché i periodi di malattia causata da terzi (contro i quali l’Inps abbia positivamente esperito l’azione di surroga).

Se la patologia è a cavallo di due anni solari, le giornate di malattia sono attribuite ai rispettivi anni e considerate come unico episodio morboso.

Per i lavoratori a termine, fermo restando il limite dei 180 giorni, il trattamento per malattia spetta per un periodo massimo pari all’attività lavorativa svolta nei 12 mesi immediatamente precedenti; nel caso in cui il periodo lavorato precedentemente sia inferiore a 30 giorni, sono comunque indennizzate 30 giornate.

Malattia dopo il rapporto di lavoro

Se un lavoratore subordinato a tempo indeterminato è licenziato o sospeso durante il periodo di malattia, il diritto all’indennità dell’Inps continua per i successivi 60 giorni.

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Autotutela: come farsi annullare gratis un atto illegittimo.

Ricorso in autotutela all’Agenzia delle Entrate, Inps, Comune, Equitalia: 

il contenuto, il facsimile, gli effetti, il ricorso al giudice, il modello di istanza.

 

Grazie all’istanza in autotutela (anche detto ricorso in autotutela) il contribuente può segnalare agli uffici finanziari eventuali errori o illegittimità presenti negli atti a questi notificati, consentendo loro di revocarli e di correggere eventuali inesattezze.

Qualsiasi amministrazione può essere destinataria di un ricorso in autotutela: si pensi all’Agenzia delle Entrate, l’Inps, il Comune, anche la stessa Equitalia che, sebbene formalmente non sia un ente pubblico, opera come tale ed è soggetto alla stessa normativa per quanto almeno riguarda i rapporti con il cittadino (obblighi di trasparenza e collaborazione).

Il ricorso in autotutela si presenta in carta libera, esente da bolli, contributo unificato (che vale solo per gli atti giudiziari) e da formule particolari. Può firmare l’istanza anche lo stesso interessato senza dover ricorrere a un avvocato o un commercialista.

L’eventuale annullamento in autotutela dell’atto illegittimo o infondato non toglie però che l’ufficio possa rinnovare l’atto se non è già scaduto il termine di decadenza previsto dalla legge.

Nel frattempo che intervenga la decisione sull’autotutela, comunque, è possibile chiedere la sospensione degli effetti dell’atto che appaia illegittimo o infondato. La richiesta di sospensiva deve essere indicata in modo espresso nella stessa istanza.

Effetti dell’autotutela

L’annullamento o la revoca dell’atto travolge automaticamente tutti gli altri atti ad esso conseguenti e comportano l’obbligo di restituzione al contribuente delle somme indebitamente riscosse: ad esempio, il ritiro di un avviso di accertamento determina automaticamente la nullità delle cartelle di pagamento emesse in base all’avviso stesso. Se, invece, è in corso una causa di impugnazione dell’atto innanzi alle Commissioni tributarie o alla Cassazione, si ha la sua estinzione per cessata materia del contendere.

L’autotutela può essere realizzata su iniziativa dell’ufficio o su istanza del contribuente interessato.

Autotutela su iniziativa degli uffici

Poiché il principio ispiratore dell’autotutela è che “chi ha il potere di fare ha anche il potere e dovere di disfare e correggere il proprio errore”, il potere di annullare, revocare o rinunciare spetta all’ufficio che ha emanato l’atto illegittimo o che è competente per gli accertamenti d’ufficio.

In caso di grave inerzia, può intervenire anche la Direzione regionale o compartimentale dalla quale l’ufficio stesso dipende. Tale situazione si verifica quando l’ufficio non provvede neppure a seguito di sollecito.

Se l’importo della pretesa fiscale fatta valere con l’atto che si intende annullare risulta superiore a € 516.456,90, l’ufficio titolare del potere di annullamento deve acquisire il preventivo parere della Direzione delle entrate.

L’Amministrazione finanziaria, senza necessità che vi sia un’istanza da parte del contribuente, può procedere all’annullamento o alla rinuncia all’imposizione quando sussista una delle seguenti ipotesi; va sottolineato che l’elenco è puramente indicativo perché qualsiasi atto sbagliato va comunque annullato in ogni caso.

 

Ipotesi di autotutela

L’ufficio può procedere all’autotutela nei seguenti casi:

– errore di persona;

– evidente errore logico o di calcolo;

– errore sul presupposto dell’imposta;

– doppia imposizione;

– mancata considerazione di pagamenti di imposta, regolarmente eseguiti;

– mancanza di documentazione successivamente sanata, non oltre i termini di decadenza;

– sussistenza dei requisiti per fruire di deduzioni, detrazioni, regimi agevolativi precedentemente negati;

– errore materiale del contribuente, facilmente riconoscibile dall’Amministrazione;

– modifica normativa che prevede disposizioni più favorevoli per il contribuente e concede la loro applicazione anche in relazione a fatti posti in essere precedentemente l’entrata in vigore delle nuove norme.

 

Autotutela d’ufficio se pende il ricorso al giudice

L’Amministrazione può ricorrere al potere di autotutela anche se pende un ricorso in tribunale contro l’atto, promosso dal contribuente. In tal caso l’amministrazione finanziaria rinuncia alla pretesa fiscale originaria e la causa si chiude per “cessazione della materia del contendere”.

Non si può procedere, invece, all’annullamento d’ufficio o alla rinuncia all’imposizione, per i soli casi sui quali sia intervenuta una sentenza passata in giudicato che sia favorevole all’Amministrazione finanziaria e che si sia pronunciata sul merito del rapporto tributario cui inerisce l’atto che si vorrebbe annullare.Pertanto, si può procedere all’annullamento in autotutela quando:

-la sentenza passata in giudicato che abbia accertato solo l’esistenza di ragioni pregiudiziali (irricevibilità, difetto di giurisdizione, incompetenza, inammissibilità, improcedibilità), le quali hanno precluso al giudice ogni esame sul merito del rapporto tributario e, quindi, ogni pronuncia sul punto;

– l’intervenuta definitività dell’atto per effetto dell’inutile decorso dei termini previsti per la relativa impugnazione;

– il tempo, più o meno lungo, trascorso dall’emanazione dell’atto.

Autotutela su istanza del contribuente

L’autotutela può essere richiesta anche dai contribuenti senza particolari vincoli formali, attraverso apposita istanza. Inoltre, in alcuni casi, al fine di agevolare i contribuenti stessi, è possibile avvalersi degli appositi centri di assistenza telefonica (c.d. call center) che possono provvedere direttamente, ove possibile, ad annullare o rettificare determinati atti.

Essa può essere chiesta anche in via preventiva, cioè prima dell’emanazione di un atto formale, per contestare le rilevazioni dei verificatori contenute nei processi verbali.

 

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730 fai-da-te, problemi con le spese sanitarie

730 precompilato a metà nel 2016: grosse difficoltà col caricamento degli scontrini delle farmacie e con le spese mediche.

 

La direttrice dell’agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, ha annunciato l’altro ieri la presenza di seri problemi nel caricamento, all’interno del 730 precompilato, delle spese sanitarie. I problemi sono stati causati dalla mancata trasmissione degli scontrini per l’acquisto di medicinali da parte della farmacie, e dalle difficoltà tecniche, per i medici, nella trasmissione dei dati relativi alle parcelle emesse per l’effettuazione di prestazioni sanitarie (visite, terapie, etc.).Mentre questo secondo problema potrebbe essere risolto con una proroga di un paio di settimane, per la mancata trasmissione degli scontrini da parte delle farmacie non ci sarebbe più nulla da fare, poiché gran parte dei dati sarebbero già stati distrutti.

Ciò comunque non significa che i contribuenti non potranno detrarre le spese per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, ma soltanto che dette spese dovranno essere inserite a mano, e che i relativi scontrini dovranno essere conservati per il controllo formale: aspettative deluse ancora una volta, dunque, per tutti quei contribuenti che speravano di trovare una dichiarazione già pronta e completa.

730 precompilato: quali spese sono indicate

Anche se il giorno in cui il 730 sarà completo di tutti i dati utili alla dichiarazione appare ancora lontano, questo non vuol dire che non siano stati fatti dei notevoli passi avanti.

Nel 730 precompilato è, difatti, già possibile trovare:

– gli interessi del mutuo per l’acquisto della prima casa: è prevista una detrazione pari al 19% degli interessi pagati nell’anno, riferibili al prezzo di acquisto dell’abitazione principale e degli oneri accessori, sino ad un tetto massimo di 4000 euro;

– i contributi versati alla previdenza complementare: la contribuzione può essere dedotta dal reddito sino a un tetto massimo di 5.164,57 euro; l’eventuale devoluzione del Tfr ad un fondo di previdenza complementare, invece, non è né deducibile né detraibile;

– la detrazione relativa alle spese funebri;

– le spese relative alle polizze assicurative;

– le detrazioni relative ai familiari a carico;

– la detrazione relativa alla prima rata dei pagamenti per la riqualificazione del patrimonio immobiliare (bonus ristrutturazione ed ecobonus).

730 precompilato: i redditi già inclusi

Ricordiamo, poi, che nel 730 precompilato sono già inclusi i redditi di lavoro dipendente e di pensione, assieme ad alcuni redditi diversi, comprensivi delle ritenute e delle detrazioni effettuate, ed il noto Bonus Renzi da 80 euro eventualmente fruito.

Sono poi inclusi i redditi di terreni e fabbricati.

730 precompilato: come modificarlo

Come abbiamo detto, nel 2016 ancora non vedremo un 730 precompilato comprensivo di tutti i redditi e di tutte le spese, deducibili o detraibili, del contribuente: proprio per questo l’Agenzia delle Entrate dà la possibilità di correggere e integrare la dichiarazione.

Il contribuente può effettuare le dovute correzioni direttamente dal sito dell’Agenzia delle Entrate, qualora decida di presentare autonomamente il 730 precompilato, oppure può far effettuare le correzioni da un Caf, conferendo delega per l’accesso al precompilato.

In caso di modifiche al 730 precompilato:

– se la dichiarazione è trasmessa dal contribuente, gli accertamenti graveranno su di lui;

– se la dichiarazione è trasmessa da un intermediario abilitato, controlli e sanzioni (per visto infedele) saranno a suo carico.

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Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

Integrazione al trattamento pensionistico minimo, perequazione automatica, contributo di solidarietà, permanenza in servizio e collocamento a riposo.

 

In presenza di una scarsa anzianità contributiva, la pensione può risultare di importo tale da non garantire un’adeguata capacità di sostentamento. È stato perciò fissato il cd. importo minimo di pensione, che dovrebbe, almeno in teoria, equivalere alla somma necessaria a soddisfare i bisogni vitali del pensionato, e che è rivalutato periodicamente (art. 11 D.Lgs. 503/1992).

Tutte le pensioni, anche quelle percepite dai pubblici dipendenti, che risultano inferiori al trattamento minimo sono aumentate fino a tale importo (cd. pensioni integrate al minimo).

Al fine di determinare il diritto all’integrazione sono fissate soglie di reddito, aggiornate ogni anno, che non devono essere superate dal pensionato (dal 1995, ai fini del diritto all’integrazione al trattamento minimo assume rilievo, oltre al reddito del pensionato, anche il reddito del coniuge non legalmente ed effettivamente separato).

La perequazione automatica delle pensioni

L’esigenza di garantire la capacità di sostentamento dei pensionati ha reso necessario il ricorso a strumenti atti a salvaguardare il potere d’acquisto delle pensioni, eroso gradualmente dalla svalutazione monetaria.

È stata così istituita la cd. perequazione automatica delle pensioni (L. 153/1969 e art. 11 D.Lgs. 503/1992): tutte le pensioni vengonorivalutate annualmente sulla base della variazione del costo della vita intervenuta nell’anno precedente.

La rivalutazione delle pensioni è applicata, per ogni singolo beneficiario, in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti dall’INPS o da altri enti (art. 34, comma 1, L. 448/1998).

Le necessità di contenimento della spesa pubblica hanno determinato, nel tempo, una modifica dei criteri di applicazione della perequazione automatica con l’effetto di ridurre la rivalutazione, fino ad escluderla del tutto, per i trattamenti più elevati. Va detto, comunque, che a causa della contingente situazione finanziaria del Paese e della necessità di ripristinare condizioni di stabilità e di equilibrio, si è nel tempo circoscritto il novero delle pensioni rivalutabili.

In particolare, per il triennio 2014-2016, essa spetta per intero (100%) soltanto per i trattamenti di importo complessivo pari o inferiore a tre volte il trattamento minimo INPS (art. 1, comma 483, L. 147/2013).

Per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica, l’aumento di rivalutazione è attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Per il 2012-2014 era stato previsto un ulteriore irrigidimento del meccanismo di perequazione, che, però, è stato dichiarato illegittimo dalia Corte Costituzionale (sent. 70/2015), con successivo obbligo per lo Stato di corresponsione degli aumenti non versati (D.L. 65/2015 conv. in L. 109/2015).

Il contributo di solidarietà sulle pensioni di importo elevato e il limite massimo di trattamento

A decorrere dal 1°-1-2014 e fino a tutto il 2016 si applica, a carico delle pensioni di importo elevato, un contributo di solidarietà destinato ad alimentare le risorse delle gestioni previdenziali obbligatorie (art. 1, co. 486, L. 147/2013).

Il contributo è applicato sui trattamenti pensionistici percepiti dal pensionato che risultino complessivamente superiori a 14 volte il trattamento minimo INPS.

Ai fini dell’applicazione del contributo di solidarietà si considera il trattamento pensionistico lordo spettante nell’anno considerato. Se il pensionato è titolare di più trattamenti, si considera l’importo complessivo dei trattamenti percepiti. In tal caso, l’INPS, sulla base dei dati che risultano dal Casellario centrale dei pensionati, fornisce a tutti gli enti interessati i dati per l’effettuazione della trattenuta del contributo di solidarietà, che sarà applicato, da ciascun ente, in proporzione ai trattamenti erogati.

Il contributo di solidarietà è strutturato su diverse aliquote ed in particolare:

— 6% sulla quota di pensione superiore a 14 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 20 volte il predetto trattamento;

— 12% sulla quota di pensione superiore a 20 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 30 volte il predetto trattamento;

— 18% sulla quota di pensione superiore a 30 volte il trattamento minimo INPS.

Ricordiamo, inoltre, che anche ai trattamenti pensionistici, si applica il limite costituito dal livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo, valido per tutti i soggetti che ricevono emolumenti e prestazioni a carico delle finanze pubbliche, nell’ambito di rapporti di lavoro con le P.A. (artt. 23bis e 23ter D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011 e art. 13, comma 1, D.L. 66/2014 conv. in L. 89/2014). Il limite in questione coincide con il trattamento economico del primo Presidente della Corte di Cassazione.

Il limite in questione incide anche sul calcolo della pensione, applicandosi alla retribuzione da prendere come base di calcolo della pensione.

Articolo Completo : Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

 

Il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori pubblici

Pubblico impiego: la riforma del sistema previdenziale e la soppressione dell’INPDAP.

 

I regimi pensionistici dei pubblici dipendenti sono stati assoggettati per molto tempo a discipline — completamente diverse da quelle in vigore nell’assicurazione generale obbligatoria (AGO) facente capo all’INPS, valide per la generalità dei lavoratori dipendenti del settore privato — si ricorda, in questo contesto, il D.P.R. 29-12-1973, n. 1092, recante il T.U. delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato.

La dottrina aveva interpretato tale difformità imputandola sia al particolare status giuridico dei pubblici dipendenti, che si differenziava notevolmente dal rapporto di lavoro privatistico, sia alle caratteristiche tecniche degli stessi regimi pensionistici, difficilmente assimilabili alle ordinarie forme di assicurazione sociale.

La previdenza dei dipendenti pubblici si connotava, così, per i seguenti aspetti:

— assenza di una normativa previdenziale unificata;

— mancanza di autonomia finanziaria;

— marcata differenziazione dei regimi pensionistici dei dipendenti dello Stato e degli enti locali.

Solo i dipendenti dei cd. enti pubblici economici (e degli stessi enti di previdenza) erano soggetti al regime generale e venivano perciò iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD) dell’INPS o, eventualmente, ai fondi speciali di previdenza per il settore di attività esercitata (es. credito).

Una decisiva svolta fu, però, segnata dalla L. 23-10-1992, n. 421 che prevedeva l’emanazione di uno o più decreti legislativi per il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici allo scopo di garantire, tra l’altro, trattamenti pensionistici obbligatori omogenei, nonché di favorire lo sviluppo della previdenza complementare.

Tale legge prevedeva, tra i criteri direttivi che avrebbero segnato l’evoluzione del nostro sistema previdenziale, anche alcuni punti determinanti per l’armonizzazione della previdenza del settore pubblico a quella del settore privato ed in particolare l’elevazione graduale dell’età pensionabile (art. 3 L. 421/1992), poi attuata con il D.Lgs. 503/1992 (art. 5).

La legge delega n. 421, tuttavia, faceva salva tutta una serie di preesistenti prerogative per alcune categorie di pubblici dipendenti, quali, ad esempio, i limiti di età per il pensionamento previsti per professori universitari, magistrati etc. Inoltre, veniva salvaguardata la facoltà del dipendente di permanere in servizio oltre i limiti di età (per un ulteriore biennio per i dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici) (v. infra).

Il riordino operato dal D.Lgs. 503/1992 (art. 6) ha riguardato anche i requisiti assicurativi e contributivi, che venivano equiparati a quelli previsti per i lavoratori privati.

Il processo di riordino è proseguito poi con la L. 335/1995 (art. 2) che ha esteso anche ai trattamenti dei dipendenti pubblici una serie di misure, tra cui:

— l’integrazione al minimo;

— la disciplina dell’inabilità prevista per il settore privato;

— i criteri per la determinazione della retribuzione da prendere come base contributiva e pensionabile (identici a quelli fissati per il settore privato).

La L. 335/1995, nell’introdurre la pensione di vecchiaia contributiva, prevedeva che i relativi requisiti pensionistici fossero applicati a tutti i pubblici dipendenti neoassunti al 1°-1-1996, senza alcun tipo di differenziazione rispetto ai lavoratori privati (art. 1, commi 25, 26).

Inoltre, la L. 335/1995 (art. 2, comma 1) affidava ad un unico ente previdenziale, l’Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica (INPDAP), la gestione dei trattamenti pensionistici per i dipendenti dello Stato e di altre categorie di personale i cui trattamenti di pensione sono a carico del bilancio dello Stato.

Si fa sin da ora presente, tuttavia, che tale ente previdenziale è stato poi soppresso.

L’armonizzazione è proseguita con ulteriori provvedimenti legislativi che hanno recepito ed attuato, nell’ambito del lavoro pubblico, i principi della

L. 335/1995, sia razionalizzando l’assetto assicurativo di diverse categorie di lavoratori pubblici (statali e non statali), sia continuando ad estendere ai pubblici dipendenti disposizioni già in atto per gli assicurati al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD).

Sotto il primo aspetto, è possibile ricordare:

— il D.Lgs. 30-4-1997, n. 165 relativo al personale militare delle Forze armate (compresa l’Arma dei Carabinieri), del Corpo della Guardia di Finanza nonché personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile e del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, nonché al personale non contrattualizzato del pubblico impiego (magistrati ordinari, amministrativi e contabili, avvocati e procuratori dello Stato, personale della carriera diplomatica e prefettizia, dirigenti generali, professori e ricercatori universitari);

— il D.Lgs. 16-9-1996, n. 563, riguardante il personale degli enti che svolgono la loro attività nel settore bancario e creditizio;

— il D.Lgs. 30-4-1997, n. 149, concernente il personale dipendente dall’Ente nazionale assistenza al volo (i cd. uomini radar).

Per quanto concerne, invece, il secondo aspetto, si ricorda l’estensione:

— con il D.Lgs. 16-9-1996, n. 564, delle norme in materia di contribuzione figurativa e di riscatto per periodi non coperti da contribuzione;

— con il D.Lgs. 30-4-1997, n. 184, delle norme in materia di ricongiunzione di periodi assicurativi e prosecuzione volontaria ai fini pensionistici.

Sul piano dei requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici, dopo l’intervento di uniformazione della L. 335/1995, la L. 449/1997 aveva nuovamente introdotto, per i pubblici dipendenti, una differenziazione dei requisiti, rispetto ai lavoratori del settore privato, relativamente alla pensione di anzianità.

La L. 449/1997 (art. 59, comma 6, e tabelle C e D) prevedeva che, a decorrere dal 1°-1-1998, i dipendenti pubblici potevano accedere alla pensione di anzianità, a qualsiasi età, purché in possesso di un’anzianità contributiva che partiva da più di 35 anni ed andava aumentando nel periodo 1998-2008 (per arrivare a 40 anni nel 2008). Con almeno 35 anni di contribuzione, si poteva accedere alla pensione ad un’età che partiva dai 53 anni nel 1998 per raggiungere nel 2004 l’età di 57 anni.

La successiva evoluzione della normativa in materia di previdenza per i pubblici dipendenti si è intrecciata, poi, con la molteplicità di interventi di riforma del sistema pensionistico.

Con la L. 28-3-2004, n. 243 e la L. 24-12-2007, n. 247, emanata in attuazione del cd. Protocollo Welfare, si è ritornati nuovamente su un piano di equiparazione in quanto i relativi requisiti per l’accesso al trattamento pensionistico, entrati in vigore il 1°-1-2008, hanno trovato applicazione anche per i lavoratori pubblici, pur «tenendo conto delle specificità dei singoli settori e dell’interesse pubblico connesso all’organizzazione del lavoro e all’esigenza di efficienza dell’apparato amministrativo pubblico» (art. 1, comma 2, lett. p), L. 243/2004) (1).

L’equiparazione operata dalla L. 243/2004 e L. 247/2007 ha subito, però, una nuova incrinatura per effetto del D.L. 78/2009, conv. in L. 3-8-2009, n. 102 (art. 22ter, comma 1) e del D.L. 78/2010, conv. in L. 30-7-2010, n. 122 (art. 12, comma 12sexies, lett. a), con i quali si è stabilito, per le lavoratrici del settore pubblico, un incremento dell’età anagrafica per l’accesso alla pensione di vecchiaia. Tale modifica è avvenuta sotto l’impulso delle istituzioni dell’UE, che hanno giudicato discriminatoria la normativa dello Stato italiano ed in particolare la menzionata L. 335/1995 (art. 2, comma 21) che aveva introdotto una differenza di età anagrafica tra uomini (65 anni) e donne (60 anni) per la pensione di vecchiaia.

Pertanto si è provveduto ad equiparare, gradualmente, l’età pensionabile delle donne del settore pubblico a quella degli uomini (65 anni), determinando però una nuova differenziazione del settore pubblico rispetto a quello privato ove, per le lavoratrici, era rimasto il requisito anagrafico (60 anni) diverso da quello degli uomini.

Con quale motivazione la Corte di giustizia europea ha ritenuto discriminatoria la normativa italiana sui trattamenti previdenziali dei pubblici dipendenti?

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ISEE 2016, CHE COSA CAMBIA

Novità Isee per l’anno 2016: giacenza media carte di credito, trasferimenti tra familiari, studenti universitari e minorenni con genitori non conviventi.

 Dopo la prima “rivoluzione” relativa al modello Isee 2015, che ha introdotto delle innovazioni radicali, il modello Isee 2016 ha apportato altri significativi cambiamenti nella dichiarazione sostitutiva unica: si va dall’indicazione della giacenza media delle carte di credito, ai trasferimenti di denaro all’interno del nucleo familiare, sino alle modifiche del modello Isee Universitario. Vediamo insieme che cos’è cambiato.

Isee 2016, come funziona

Innanzitutto ricordiamo che cos’è e come funziona l’Isee: col termine Isee si intende la dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), necessaria per richiedere quasi tutte le prestazioni sociali e le agevolazioni, con la quale è “misurata” la situazione economica della famiglia.

A seconda della prestazione richiesta, o della situazione in cui versa il nucleo familiare, variano i modelli da utilizzare:

Isee ordinario o Isee Mini, utile per la generalità dei casi;

Isee Minorenni, utile per alcuni nuclei monoparentali;

Isee Università, utile per la richiesta di prestazioni di diritto allo studio;

– Isee sociosanitario, utile per richiedere prestazioni di natura sociale e sanitaria;

– Isee corrente, basato sui redditi degli ultimi dodici mesi;

– Isee integrativo, modello da compilare in caso di situazioni eccezionali o per integrazioni.

Nella dichiarazione devono essere indicati, oltre alla situazione personale e familiare, i seguenti dati, relativi ad ogni componente del nucleo:

– patrimonio immobiliare;

– patrimonio mobiliare (conti correnti, carte di credito, depositi, titoli…);

– redditi (per la maggior parte reperiti direttamente dall’anagrafe tributaria);

– possesso di veicoli.

Isee 2016: giacenza media delle carte di credito

Le carte di credito prepagate con Iban, dal 2016, devono essere indicate tra i rapporti finanziari da inserire nel Quadro FC2 sez. I del modello. Questo comporta, in pratica, che le carte prepagate, da quest’anno, siano assimilate al possesso di un ordinario conto corrente: relativamente a queste carte, difatti, l’istituto di credito emittente deve fornire la giacenza media, per la relativa indicazione nell’Isee. Nell’Isee 2015, invece, era sufficiente inserire il valore al 31 dicembre dell’anno precedente.

La modifica è volta ad evitare comportamenti elusori, come l’azzeramento del saldo della carta al 31 dicembre, e si è resa necessaria anche in virtù del fatto che le prepagate con iban si stiano diffondendo sempre di più, e siano utilizzate in sostituzione dei conti tradizionali.

L’introduzione della giacenza media anche per le carte con Iban, però, può comportare dei problemi, qualora l’istituto di credito non rilasci il dato; in tal caso, sarà il contribuente a doverla quantificare, tramite il seguente procedimento:

– somma di tutti i numeri creditori annuali reperiti negli estratti conto, relativamente a ciascun rapporto;

– divisione della cifra totale per 365.

Ai fini del calcolo dell’Isee, può essere preso in considerazione il saldo al 31 dicembre se:

 la differenza tra il totale di tutti i saldi dei conti correnti indicati e il totale di tutte le giacenze medie è positiva;

 nel corso dell’anno precedente sono stati acquistati beni immobili, altre componenti del patrimonio mobiliare, o sono stati effettuati trasferimenti ad altri componenti del nucleo familiare.

È invece presa in considerazione la giacenza media se la differenza tra il totale di tutti i saldi dei conti correnti indicati e il totale di tutte le giacenze medie è negativa.

Isee 2016: trasferimenti ai familiari

All’interno del modello Isee 2016, come poc’anzi accennato, è specificato che anche i trasferimenti tra familiari rientrano negli incrementi del patrimonio mobiliare: questo, in quanto il calcolo del valore del patrimonio mobiliare in presenza di tale variazione risulterebbe falsato, al pari di quanto accadrebbe per l’acquisto di immobili o di titoli.

Isee 2016 Università

Ha subito delle recenti modifiche anche il modello Isee Università, con l’introduzione della casistica dello studente universitario con unico genitore separato, che deve essere indicata nella prima casella del Quadro C del modulo MB.2. La specifica della situazione è necessaria per valutare economicamente, in maniera differente dalla generalità delle ipotesi, il caso in cui nel nucleo sia presente un solo genitore, mentre l’altro risulta separato legalmente e non convivente.

Inoltre, nello stesso modello è specificato che, sebbene lo studente sia generalmente considerato autonomo quando possieda, in prima persona, un’adeguata capacità di reddito, qualora risulti sposato il requisito reddituale deve essere valutato tenendo conto anche dei redditi del coniuge. La specifica si è resa necessaria in quanto, se lo studente non possiede un reddito tale da renderlo indipendente, ma tale reddito è posseduto dal coniuge di quest’ultimo, si realizza comunque l’autonomia dal nucleo familiare originario.

Isee 2016: rimborsi spese

Mentre all’interno dei precedenti modelli Isee non dovevano essere riportati i contributi percepiti a titolo di rimborso spese, qualora le spese fossero rendicontate, nell’Isee 2016 alcuni contributi rendicontati devono essere inseriti comunque. In particolare, devono essere indicati i contributi percepiti quali rimborso spese per collaboratori domestici e addetti all’assistenza personale, in quanto si tratta di costi detratti dall’INPS in via automatica. L’indicazione deve essere effettuata nel Quadro FC8, alla sezione III.

 

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Isee corrente 2016, come funziona?

Isee corrente 2016: casi in cui può essere utilizzato, variazioni, documenti da presentare, vantaggi, validità del modello.

 

Il modello Isee, cioè la dichiarazione tramite la quale si determina la situazione economica di una famiglia, normalmente si basa sui dati reddituali relativi al secondo anno precedente rispetto alla data di presentazione del documento.

In alcuni casi, però, l’utilizzo di tali dati non rispecchia la reale situazione del nucleo familiare: questo può accadere, ad esempio, laddove uno dei componenti perda l’occupazione. Si è resa necessaria, per rimediare a tale iniquità, l’istituzione di una particolare tipologia di modello Isee, detto Isee corrente, che effettua il calcolo della situazione economica basandosi su dati più recenti.

Vediamo, in questo breve vademecum, quando può essere utilizzato l’Isee corrente, quali documenti devono essere presentati, a chi richiederlo, e per quanto tempo è valido.

 

Isee corrente 2016: chi può richiederlo

Il modello Isee corrente può essere utilizzato nelle seguenti situazioni, solo qualora esista già, per lo stesso nucleo familiare, un Isee in corso di validità:

risoluzione del rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

sospensione dell’attività lavorativa dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

riduzione dell’orario dell’attività lavorativa dipendente a tempo indeterminato, per uno dei componenti del nucleo, avvenuta anche negli ultimi 2 mesi;

perdita di un’occupazione a tempo determinato o di un’occupazione comportante una tipologia contrattuale flessibile, per uno dei componenti del nucleo, purché possa dimostrare di essere stato occupato per almeno 120 giorni nei 12 mesi precedenti la conclusione dell’ultimo rapporto di lavoro;

cessazione, per uno dei componenti del nucleo, dell’attività di lavoro autonomo, qualora sia stata svolta in via continuativa per un minimo di 12 mesi.

In queste situazioni, l’indicatore della situazione economica corrente deve aver subito uno scostamento pari almeno al 25% rispetto all’indicatore  calcolato in via ordinaria.

Isee corrente 2016: calcolo

L’Isee corrente è determinato dall’aggiornamento dei redditi di ciascun componente che rientra nelle casistiche di perdita dell’occupazione o di cessazione dell’attività sopra descritte. A tal fine, deve essere compilato il modulo sostitutivo, ossia il modello MS, con i seguenti redditi:

-redditi da lavoro dipendente, pensione ed assimilati, percepiti nei 12 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione;

-redditi da lavoro dipendente percepiti nei 2 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione, solo qualora il componente sia stato lavoratore dipendente a tempo indeterminato (normalizzati moltiplicando tale valore per 6);

– redditi d’impresa o di lavoro autonomo, compresi i redditi di partecipazione, percepiti nei 12 mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione ed individuati secondo il principio di cassa;

trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari percepiti da enti pubblici, incluse le carte di debito, conseguiti nei dodici mesi precedenti a quello di richiesta della prestazione.

Isee corrente 2016: documenti necessari

Per ottenere l’ISEE corrente, il richiedente deve dunque presentare:

– il modulo sostitutivo della dichiarazione ( modulo MS);

– i documenti che attestano la variazione della situazione lavorativa;

– le componenti di reddito aggiornate (ad esempio le ultime buste paga).

Isee corrente 2016: benefici

L’Isee corrente sostituisce l’Isee ordinario, con l’indicatore ottenuto aggiornando i redditi ed i trattamenti relativi ai componenti la cui occupazione o attività sia terminata. Questo consente di misurare la ricchezza reale della famiglia, ovviamente diminuita in ragione della perdita di reddito, e conseguentemente agevola l’accesso a prestazioni alle quali, con tutta probabilità, gli interessati non avrebbero avuto diritto utilizzando l’Isee ordinario.

Isee corrente 2016: validità

La validità dell’Isee corrente è pari a due mesi, e decorre dal momento della presentazione del modulo sostitutivo della dichiarazione.

 

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