I nuovi affari delle banche: la vendita di beni di largo consumo

I business della banca: la ricerca di nuovi profitti per risanare la situazione di crisi.  

Continuiamo il viaggio nei nuovi business delle banche affrontando questa settimana, dopo l’articolo sull’attività del bancario-agente immobiliare, il nuovo incarico del consulente di un istituto di credito: il commesso in un negozio di beni di consumo.   Dal momento che i conti economici risentono di circa 210 miliardi di crediti di dubbio recupero, a cui si aggiungono i bassi margini di manovra sui tassi di interesse e gli eccessivi costi del personale, le banche sono ora alla ricerca disperata di nuovi profitti per risanare la propria situazione finanziaria. L’attività su cui si concentrano e grazie alla quale riescono ad ottenere ingenti somme, è quella della vendita di nuovi prodotti (televisori, tablet, cellulari, tapis roulant, ecc) attraverso pressioni, soprattutto nei confronti dei piccoli imprenditori.   La scelta di focalizzarsi sulla vendita di questo tipo di prodotti e non su quelli riguardanti il mondo finanziario (polizze assicurative, obbligazioni strutturate, fondi immobiliari chiusi, azioni rinvenimenti da aumenti di capitale) dipende, in buona parte, dalla differenza di redditività generata dalla natura diversa di questi prodotti. Infatti, per quanto riguarda un finanziamento, nel nostro Paese la banca ha mediamente un margine finanziario netto di circa l’8% a fronte di un «fattore di rischio» altissimo. Quei soldi, pertanto, potrebbero anche andare perduti nel caso in cui il cliente fosse insolvente. Se la vendita, invece, è incentrata su prodotti quali televisori o prodotti simili, essa ha «rischio zero» e, inoltre, ha un rendimento di almeno il 20% sul prezzo a cui viene venduto al correntista. Un prezzo vantaggiosissimo, poiché l’istituto di credito acquista uno stock enorme per sfruttare la sua imponente e capillare rete di vendita. In questo modo, i piccoli rivenditori di elettrodomestici (magari clienti di quella banca!) finiscono per essere «fuori mercato» a causa della concorrenza spietata e sleale praticata dall’istituto stesso. Sta di fatto che, da circa un anno, una delle principali banche del Paese ha ampliato la gamma di prodotti offerti diversificando il suo core business. Si tratta, nello specifico, di televisori, computer, cellulari, tablet, scooter, tapis roulant, impianti home theatre che vengono venduti da questa banca a prezzi scontati, in un’unica soluzione o con finanziamenti ad hoc. Sulla scrivania di un consulente di  banca oggi ci sono più depliant e brochure pubblicitarie che moduli bancari.   Per capire però le dimensioni del fenomeno non possiamo esimerci dal mostrare alcune statistiche forniteci da una “voce interna”. “Quella banca” nel primo semestre 2015 ha dato un obiettivo alla rete di vendita di circa 35 milioni di euro in prodotti di “Banca Store“, cioè in televisori, ecc. Il che significa, secondo la logica che gli obiettivi del primo semestre devono essere quantomeno replicati, circa 70 milioni in un anno! Cifre che anche Trony e Mediaworld hanno difficoltà a raggiungere. Per il top management della banca i ricavi da “servizi”, ottenuti grazie allo store dei prodotti di largo consumo, sono una voce talmente importante per la sopravvivenza della stessa banca che il report viene stilato addirittura giornalmente. Una sfida quotidiana all’ultimo televisore o frigorifero piazzato al correntista.

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Tutti i conti correnti sono pignorabili

Vorrei sapere se esistono conti correnti pignorabili e altri, invece, che non possono essere bloccati dai creditori.

 

Non esistono conti correnti che non siano (almeno astrattamente) pignorabili: la legge, infatti, stabilisce che il debitore risponde, dei propri debiti, con tutto il suo patrimonio presente e futuro. Dunque, ogni rapporto di credito che il debitore vanta nei confronti di terzi – come appunto la banca, le Poste Italiane, o qualsiasi altro intermediario finanziario – è pignorabile attraverso la procedura esecutiva detta “pignoramento presso terzi”.

Tanto è vero che, quando il creditore notifica l’atto di pignoramento al debitore e alla sua banca, non cita il tipo di rapporto da pignorare, né lo individua concretamente, ma fa riferimento a qualsiasi tipo di somma, deposito, titoli, ecc. ivi presenti, prescindendo peraltro dalla natura del credito stesso (se, cioè, la fonte della disponibilità delle somme siano pensioni, stipendi, sussisti di invalidità, ecc.). Salvo – per quanto si dirà tra breve – alcuni limiti “quantitativi” al pignoramento delle somme depositate in banca, dunque, ogni tipo di rapporto di credito è pignorabile.

Come fa il creditore a sapere in quale banca il debitore ha il conto?

I problemi per il creditore, però, potrebbero essere di carattere pratico. Fino a qualche tempo fa, la difficoltà principale era individuare presso quale banca il debitore avesse depositato le somme. Il che costringeva spesso a una sorta di caccia al tesoro, ove il creditore notificava lo stesso atto di pignoramento a più istituti di credito fino a quando non avesse trovato quello giusto. Oggi, questo problema è superabile richiedendo l’autorizzazione, al Presidente del Tribunale, di effettuare una ricerca telematica – con l’ufficiale giudiziario – dell’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta “Anagrafe dei conti correnti”). Si tratta di un maxi database, in uso al fisco, che può essere accessibile a chi ha necessità di effettuare pignoramenti e, quindi, conoscere dove il debitore deposita i propri soldi e, soprattutto, la reale consistenza (saldo attivo o passivo).

Le carte prepagate con iban

Fino a pochi giorni fa, esistevano, comunque, dei rapporti di credito con le banche che uscivano fuori dall’Anagrafe tributaria e garantivano al debitore una sorta di invisibilità completa. Si trattava delle carte prepagate con Iban. Lo scorso mese, tuttavia, l’Agenzia delle Entrate ha definitivamente disposto che anche per tali rapporti le banche facciano la comunicazione annuale all’Anagrafe dei conti correnti, rendendo quindi visibili, e peraltro pignorabili, anche le carte con Iban (di tanto abbiamo parlato in “Carte prepagate con iban: ora pignorabili”).

Il pignoramento del conto Paypal

Sicuramente uno dei rapporti di conto corrente più difficilmente individuabili dai creditori è quello con Paypal, banca straniera con sede, per l’Europa, a Lussemburgo. In tal caso, oltre alle difficoltà pratiche di conoscenza dell’esistenza del conto, il problema diventa anche di carattere processuale, per via delle notifiche a un soggetto estero. Ciò comunque non toglie l’astratta pignorabilità anche di tali rapporti (di tanto abbiamo parlato in “Possibile il pignoramento del conto Paypal?”).

 

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Bonus disoccupati anche ai pensionati

Il Ministero del Lavoro riconosce il Bonus assunzione anche ai pensionati e chiarisce tutti i casi particolari in cui spetta.

Si allarga la platea del Bonus disoccupati: il Ministero del lavoro ha confermato la sua spettanza anche nel caso di assunzione di lavoratori pensionati, nonché in altre ipotesi particolari, come la trasformazione di collaboratori in lavoratori subordinati.

Il Ministero, ampliando la platea dei beneficiari, si è attenuto alla finalità della normativa, ossia quella di incentivare il ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato: non ha, comunque, effettuato alcuna forzatura interpretativa, in quanto si è limitato a confermare il Bonus solo per quei soggetti per i quali non fosse già esplicitamente escluso dalla legge.

Vediamo insieme, oltre agli ultimi chiarimenti, come funziona il Bonus disoccupati e come ottenerlo.

Bonus disoccupati: come funziona

Il Bonus disoccupati, conosciuto anche come Bonus assunzione, è stato originariamente previsto dalla Legge di Stabilità 2015 [1], poi confermato, ma con importanti modifiche, dalla Legge di Stabilità 2016 [2].

Il Bonus, difatti, consiste, per gli assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, di fruire di uno sgravio totale dei contributi Inps a carico del datore di lavoro, sino a un tetto massimo di 8060 euro, e per un periodo massimo di 36 mesi.

Per gli assunti nel corso del 2016, invece, il Bonus è ridotto a un tetto massimo di 3250 euro, e consente uno sgravio del 40% dei contributi a carico del datore.

In entrambi i casi, il bonus è riconosciuto per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori privi di occupazione stabile, sia da parte di aziende che di altri enti, o liberi professionisti: condizione necessaria per fruire dell’incentivo è il possesso del Durc (cioè della regolarità contributiva) e l’assenza di violazioni commesse relativamente alle norme essenziali di lavoro, nonché il rispetto dei contratti collettivi.

Requisiti del lavoratore

Per aver diritto al bonus, il lavoratore assunto non deve avere contratti a tempo indeterminato nei 6 mesi precedenti all’assunzione: ciò significa che si può fruire del bonus non solo per i soggetti completamente privi di un’occupazione nei 6 mesi precedenti, ma anche per gli occupati a tempo determinato, per le partite Iva, i co.co.co., nonché per i lavoratori autonomi ed i collaboratori occasionali e per gli stagionali.

Insomma, l’agevolazione vale per tutti quei contratti che non configurino un’occupazione stabile, intesa come rapporto a tempo indeterminato.

L’incentivo non spetta, invece, laddove il lavoratore abbia avuto, nei 6 mesi precedenti, un rapporto di apprendistato, in quanto configura comunque un contratto a tempo indeterminato, nonostante la possibilità di disdetta finale; per lo stesso motivo, non spetta nemmeno ai lavoratori che, nei 6 mesi precedenti, abbiano avuto un rapporto a tempo indeterminato, ma non abbiano superato il periodo di prova.

Infine, l’incentivo non spetta se il lavoratore, pur essendo non occupato nei 6 mesi precedenti, abbia già fruito del bonus, anche in un’altra azienda: a differenza dei benefici della Legge 407, spettanti al raggiungimento di 24 mesi di disoccupazione, i benefici del nuovo bonus spettano, per il lavoratore, una sola volta nella carriera.

Bonus disoccupati ai pensionati

La pensione, nonostante garantisca al lavoratore una certa stabilità di reddito, non è assimilabile al rapporto di lavoro a tempo indeterminato; inoltre, la normativa che ha istituito il Bonus assunzioni non esclude i pensionati dalla platea dei beneficiari.

Per questi motivi, nella risposta ad un recente interpello [3], Il Ministero del lavoro ha confermato la piena spettanza del Bonus ai lavoratori già in pensione, purché questi, ovviamente, non ne abbiano già fruito precedentemente, anche in un’altra azienda.

Il bonus è riconoscibile anche quando il pensionato risulti aver lavorato nei 6 mesi precedenti, sempre che non si sia trattato di un rapporto a tempo indeterminato.

Bonus per trasformazione del contratto

In ultimo, il Ministero ha chiarito anche la spettanza dell’incentivo in tutti i casi di trasformazione del precedente rapporto in un contratto a tempo indeterminato, laddove non siano state già riscontrate violazioni in materia di lavoro.

Via libera, allora, alla conversione di co.co.co., partite Iva e lavoratori autonomi occasionali, co.co.pro e collaborazioni occasionali in genere: come abbiamo visto, difatti, nessuno di questi rapporti configura un’occupazione stabile, pertanto non ci sono limiti alla fruizione del Bonus.

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Abolito il ticket per 203 prestazioni mediche

Entra in vigore la stretta sulle prescrizioni di visite, prestazioni mediche ed esami, che, se non assolutamente necessari, dovranno essere interamente pagati dal cittadino.

 

È appena entrato in vigore il cosiddetto Decreto Appropriatezza, ossia la normativa che prevede il taglio del ticket per 203 prestazioni sanitarie.

Per le prestazioni comprese tra le 203 “incriminate”, in pratica, si può fruire del ticket soltanto dietro apposita prescrizione medica, in caso contrario il cittadino è obbligato a pagare di tasca l’intero costo: ottenere la prescrizione, peraltro, non è semplice, poiché sono previste delle sanzioni piuttosto salate per i medici, qualora prescrivano prestazioni non strettamente necessarie.

Com’è logico, il Decreto ha scatenato accese polemiche in tutt’Italia, poiché metterebbe, a detta di molti, a repentaglio la salute dei cittadini, negando l’accesso ad esami fondamentali e terapie.

Il Governo, invece, sostiene di non aver leso il diritto alla salute, poiché le prestazioni possono essere coperte dal ticket qualora siano rispettate le condizioni di erogabilità previste dal Decreto.

Per comprendere meglio la portata della normativa, analizziamo le principali prestazioni “fuori tutela” e le condizioni di erogabilità correlate.

 

Prestazioni escluse: quali settori

Innanzitutto, le aree a cui appartengono le 203 prestazioni “fuori ticket” sono:

odontoiatria;

– genetica;

– radiologia diagnostica;

– esami di laboratorio;

dermatologia allergologica;

– medicina nucleare.

Per ciascuna delle prestazioni riportate nel Decreto, appartenenti agli elencati settori, le condizioni di erogabilità devono essere valutate in base allo stato personale e clinico del beneficiario ed alla finalità terapeutica, diagnostica, prognostica o di monitoraggio.

Ma quali sono, nel concreto, le prestazioni sanitarie e le condizioni per ottenerle senza pagarne l’intero costo?

 

Prestazioni odontoiatriche

Iniziamo dalle prestazioni odontoiatriche; tra queste compaiono:

estrazione di denti permanenti, decidui o di altri denti;

interventi chirurgici ed asportazione di lesioni dentarie.

Tali prestazioni possono essere prescritte soltanto in condizioni di vulnerabilità sanitaria o sociale.

Per alcune prestazioni odontoiatriche, quali i trattamenti con apparecchi fissi e mobili, è richiesto un indice IOTN pari a 4/5: si tratta dell’indice di necessità del trattamento, che è espresso in una scala da 1 a 5, dove 5 esprime la maggiore gravità delle condizioni del paziente. Ciò significa che tali prestazioni potranno essere erogate solamente in “casi-limite”.

Condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale

Le condizioni di vulnerabilità sanitaria sono differenti a seconda delle specifiche patologie: in generale, si parla di vulnerabilità sanitaria laddove la cura sia assolutamente necessaria.

Le condizioni di vulnerabilità sociale sono invece intese quali situazioni di svantaggio economico correlate di norma al basso reddito e alla marginalità o all’esclusione sociale, che impediscono l’accesso alle cure a pagamento.

Le condizioni di svantaggio economico sono individuate dalle singole Regioni, nella maggioranza delle ipotesi in base all’indice Isee (il quale rileva la situazione economica del nucleo familiare anche in base al patrimonio mobiliare ed immobiliare).

Considerata l’esiguità degli stanziamenti regionali in materia sanitaria, nonché l’endemica mala gestione in tale ambito, è scontato che il cittadino possa rientrare nelle condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale soltanto in ipotesi “estreme”.

Prestazioni di radiologia diagnostica

Tra le prestazioni fuori tutela nell’ambito della radiologia, il Decreto enumera:

– diverse tipologie di tomografia computerizzata;

-diverse tipologie di risonanza magnetica nucleare;

– la densitometria ossea.

Tali esami (esclusa la densitometria ossea), nella maggioranza delle ipotesi, possono essere prescritti solo in presenza di patologia oncologica o sospetto oncologico.

Chiaramente, in caso di sospetto, sarà il medico a doversi prendere la responsabilità di prescrivere l’esame, ed a rischiare le sanzioni economiche previste per “prestazione inappropriata”.

Prestazioni di laboratorio e di genetica

È lungo ed articolato, poi, l’elenco delle prestazioni di laboratorio (in pratica, le analisi del sangue, delle urine e simili) tagliate fuori dalla tutela: ad esempio, le analisi relative al colesterolo ed ai trigliceridi possono essere prescritte solo ai soggetti con più di 40 anni, con malattie cardiovascolari, fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche, dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci.

Relativamente alle prestazioni di laboratorio e di genetica, le analisi “superflue”, secondo il Governo, sono 140: in alcuni casi, la prescrizione può essere effettuata solo qualora vi sia un carcinoma da monitorare, in altri casi qualora vi sia una malattia epatica in corso o a scopo di trapianto.

La costante, ad ogni modo, è quella di limitare al minimo le prestazioni preventive, e di tutelare il soggetto solo laddove sia già ammalato: una linea d’azione che certamente non rispetta il detto “è meglio prevenire che curare”, e che preferisce risparmiare nella prevenzione, senza pensare al rischio di moltiplicare le spese relative alle successive cure. Sempre che non s’intenda lasciare, in futuro, il cittadino totalmente sprovvisto di tutela anche laddove sia già malato: in un’ottica di tagli, pardon “razionalizzazioni”, è facile che si arrivi anche a questo, in un giorno non lontano.

 

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Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’ Inps.

Giornate di malattia indennizzate dall’Inps e dal datore di lavoro:

 calcolo dell’indennità, trattamento operai e impiegati, casi particolari.

 

La malattia, pur essendo una causa di sospensione del lavoro, è tutelata dal nostro ordinamento, e come tale retribuita con un’indennità corrisposta dall’Inps ed integrata, secondo quanto disposto dai contratti collettivi, dal datore di lavoro. Sono esclusi dalla copertura retributiva dell’Inps determinati periodi, come quello di carenza e di comporto.

Indennità di malattia: quando spetta e a quanto ammonta

L’indennità di malattia corrisposta dall’Inps è pari ad una percentuale della retribuzione media giornaliera (Rmg), variabile a seconda della durata dell’evento e della situazione del lavoratore.

Per la generalità dei lavoratori, l’indennità di malattia:

– non spetta nei primi 3 giorni di assenza, detti periodo di carenza (ma, secondo i contratti collettivi, tali giornate sono retribuite dal datore di lavoro);

– spetta in misura pari alla metà della retribuzione media giornaliera dal al 20° giorno di assenza;

– spetta in misura pari al 66,66% della retribuzione media giornaliera dal 21° al 180° giorno  (entro il periodo di comporto).

Per i lavoratori dei pubblici esercizi e dei laboratori di pasticceria, l’indennità è pari all’80% per tutte le giornate di malattia, salvo il limite annuo massimo di 180 giorni.

Se la patologia, invece, insorge durante un periodo di sospensione dei lavoratori, entro 60 giorni dall’inizio, l’indennità spetta in misura pari ai due terzi rispetto alle normali previsioni.

Se, infine, il lavoratore è ricoverato in un luogo di cura, e non ha familiari a carico, l’indennità di malattia spettante è pari ai due quinti del normale.

Giornate indennizzabili

All’interno del periodo di malattia, esclusi i primi tre giorni di carenza, sono indennizzati dall’Inps:

– per gli operai, i giorni feriali;

– per gli impiegati e gli apprendisti, tutti i giorni compresi nel periodo di malattia.

Sono invece esclusi:

– per gli operai, la domenica festività nazionali ed infrasettimanali;

– per gli impiegati, le festività nazionali ed infrasettimanali cadenti di domenica.

Tali giornate, secondo le previsioni dei contratti collettivi, sono comunque coperte dal datore di lavoro.

Ci sono, poi delle giornate particolari, indennizzabili in quanto assimilate alle assenze per malattia.

Day hospital

Le giornate nelle quali il lavoratore si sottopone a prestazioni in regime di day hospital sono equiparate alle giornate di ricovero, ovviamente limitatamente al giorno in cui è effettuata la prestazione: pertanto, si applica la riduzione nella misura di 2/5 dell’indennità per i dipendenti che non hanno familiari a carico. Possono essere indennizzate anche le giornate successive, se il dipendente presenta un certificato medico di continuazione.

Dimissioni protette

Laddove il lavoratore sia sottoposto a una lunga degenza non continuativa, cioè con ricovero soltanto in giornate programmate, parliamo di dimissioni protette: se nei periodi intermedi il lavoratore possiede la piena capacità al lavoro, i periodi di dimissioni protette non sono indennizzati; qualora invece risulti da idonea certificazione che l’incapacità lavorativa permane anche nei periodi in cui il dipendente non è ricoverato , sono indennizzabili anche tali periodi intermedi.

Donazione d’organo e di midollo osseo

Il lavoratore che si sottopone a  una donazione d’organo ha diritto all’indennità di malattia per tutte le giornate di effettiva degenza e di convalescenza; è assimilata alla donazione d’organo la donazione del midollo osseo .

Trattamento di emodialisi

Le giornate in cui il lavoratore deve sottoporsi ad un trattamento di emodialisi sono considerate a tutti gli effetti come malattia. In particolare:

– le giornate di assenza per effettuare il trattamento di dialisi vanno considerate come un’unica patologia continuativa;

– il periodo di carenza e la riduzione percentuale dell’indennità devono essere applicati per anno solare;

– per calcolare l’indennità relativa a ciascun mese vanno considerate le retribuzioni corrisposte nel mese precedente.

Se durante una giornata di trattamento, però, il lavoratore ha prestato servizio, anche per poche ore, non ha diritto all’indennità.

Cicli di cura ricorrenti

Per quanto concerne i cicli di cura ricorrenti, cioè i trattamenti effettuati entro 30 giorni dai precedenti trattamenti, è possibile applicare quanto previsto per la ricaduta: è dunque consentito l’invio di un certificato unico prima dell’inizio della terapia , nel quale siano indicati i giorni previsti per il trattamento. Per ottenere l’indennità di malattia, oltre al certificato, sono necessaria le dichiarazioni della struttura sanitaria, contenenti il calendario delle prestazioni effettivamente eseguite.

Ex festività

Le ex festività, cioè le giornate infrasettimanali non più considerate festive, sono coperte dall’indennità, in quanto normalmente lavorate e retribuite: non sono invece indennizzabili laddove il datore preveda un emolumento aggiuntivo, alla pari delle festività, poiché già coperte, appunto, dal datore di lavoro.

Se l’ex festività coincide con la domenica,  non è indennizzabile per gli operai, mentre lo è per gli impiegati.

Part time verticale

Per i lavoratori part time che svolgono la prestazione soltanto in determinati periodi (giorni, settimane o mesi),l’indennità di malattia è dovuta soltanto nelle giornate in cui si sarebbe dovuta svolgere la prestazione.

Periodo massimo indennizzabile

La malattia è indennizzabile sino ad un certo numero massimo di giornate, a seconda della categoria, dell’inquadramento del lavoratore e del contratto collettivo applicato.

Per i lavoratori a tempo indeterminato l’indennità a carico dell’Inps è dovuta per un periodo massimo di 180 giorni nell’anno solare:

– devono essere contate tutte le giornate di malattia dell’anno solare, anche non indennizzate (come i giorni di carenza);

– non devono essere contati, invece, i periodi di astensione obbligatoria per maternità, quelli di malattia connessi con lo stato di gravidanza, di congedo parentale, d’infortunio sul lavoro e malattia professionale, nonché i periodi di malattia causata da terzi (contro i quali l’Inps abbia positivamente esperito l’azione di surroga).

Se la patologia è a cavallo di due anni solari, le giornate di malattia sono attribuite ai rispettivi anni e considerate come unico episodio morboso.

Per i lavoratori a termine, fermo restando il limite dei 180 giorni, il trattamento per malattia spetta per un periodo massimo pari all’attività lavorativa svolta nei 12 mesi immediatamente precedenti; nel caso in cui il periodo lavorato precedentemente sia inferiore a 30 giorni, sono comunque indennizzate 30 giornate.

Malattia dopo il rapporto di lavoro

Se un lavoratore subordinato a tempo indeterminato è licenziato o sospeso durante il periodo di malattia, il diritto all’indennità dell’Inps continua per i successivi 60 giorni.

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Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.

                                                 Permessi e congedi per l’assistenza di un familiare disabile:                                                   quando il lavoratore ha diritto ad anticipare la pensione?

 

La legge italiana, nonostante preveda diverse disposizioni a favore dei disabili, ha tralasciato un aspetto molto importante a tutela delle esigenze dei portatori di handicap: non è infatti prevista alcuna possibilità di pensionamento anticipato per i lavoratori che assistono familiari con disabilità. Un vuoto normativo rilevante, che ignora le gravissime difficoltà esistenti, in tali situazioni, nella conciliazione tra le esigenze familiari e lavorative.

Sono numerosi i comitati che richiedono, da lungo tempo, una maggiore tutela per questi soggetti, ma, nonostante gli annunci e le promesse al riguardo, da parte di diversi esponenti politici, con la “scusante” della crisi e della mancanza di risorse nulla è stato realizzato, e la pensione anticipata è ancora un miraggio.

Congedo per assistenza di figli disabili e Settima Salvaguardia

Una piccola tutela previdenziale, invero, ci sarebbe, ma non riguarda tutti i lavoratori che fruiscono dei permessi Legge 104 [1] per l’assistenza di portatori di handicap, ma soltanto quei dipendenti che nel 2011 hanno fruito di congedi familiari per la stessa finalità[2]: si tratta della possibilità di pensionarsi con i requisiti previsti antecedentemente alla Legge Fornero [3] tramite la Settima Salvaguardia.

L’ultimo provvedimento di Salvaguardia, disposto con la Legge di Stabilità 2016, difatti, apre alla pensione con i requisiti pre-Fornero per i lavoratori che hanno fruito, nel 2011, del congedo straordinario per l’assistenza di disabili: peraltro, non tutti coloro che hanno utilizzato i congedi nel 2011 sono tutelati, ma la salvaguardia è limitata a sole 3.000 unità.

Permessi Legge 104 e penalizzazione pensione anticipata

Sino a luglio 2014, per di più, coloro che avessero fruito dei permessi Legge 104 avrebbero dovuto recuperare tali periodi: in mancanza, sarebbe stata loro applicata la penalizzazione percentuale sulla pensione anticipata (il trattamento che ha sostituito la pensione di anzianità, i cui requisiti si basano sugli anni di contributi versati e non sull’età pensionabile). La decurtazione, difatti, sino a tale anno, era esclusa solo per chi possedeva unicamente periodi di effettivo lavoro, maternità, malattia, cassintegrazione ordinaria, ferie e leva.

Ad ogni modo, grazie alle modifiche intervenute con la Legge di Stabilità 2015, per chi matura i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2017 non vi sarà alcuna decurtazione, a prescindere dalla tipologia di contribuzione versata.

Per chi, invece, matura i requisiti successivamente, la decurtazione per il pensionamento anticipato è prevista in ogni caso, senza eccezioni, anche se si possiedono soltanto periodi di lavoro effettivo.

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Autotutela: come farsi annullare gratis un atto illegittimo.

Ricorso in autotutela all’Agenzia delle Entrate, Inps, Comune, Equitalia: 

il contenuto, il facsimile, gli effetti, il ricorso al giudice, il modello di istanza.

 

Grazie all’istanza in autotutela (anche detto ricorso in autotutela) il contribuente può segnalare agli uffici finanziari eventuali errori o illegittimità presenti negli atti a questi notificati, consentendo loro di revocarli e di correggere eventuali inesattezze.

Qualsiasi amministrazione può essere destinataria di un ricorso in autotutela: si pensi all’Agenzia delle Entrate, l’Inps, il Comune, anche la stessa Equitalia che, sebbene formalmente non sia un ente pubblico, opera come tale ed è soggetto alla stessa normativa per quanto almeno riguarda i rapporti con il cittadino (obblighi di trasparenza e collaborazione).

Il ricorso in autotutela si presenta in carta libera, esente da bolli, contributo unificato (che vale solo per gli atti giudiziari) e da formule particolari. Può firmare l’istanza anche lo stesso interessato senza dover ricorrere a un avvocato o un commercialista.

L’eventuale annullamento in autotutela dell’atto illegittimo o infondato non toglie però che l’ufficio possa rinnovare l’atto se non è già scaduto il termine di decadenza previsto dalla legge.

Nel frattempo che intervenga la decisione sull’autotutela, comunque, è possibile chiedere la sospensione degli effetti dell’atto che appaia illegittimo o infondato. La richiesta di sospensiva deve essere indicata in modo espresso nella stessa istanza.

Effetti dell’autotutela

L’annullamento o la revoca dell’atto travolge automaticamente tutti gli altri atti ad esso conseguenti e comportano l’obbligo di restituzione al contribuente delle somme indebitamente riscosse: ad esempio, il ritiro di un avviso di accertamento determina automaticamente la nullità delle cartelle di pagamento emesse in base all’avviso stesso. Se, invece, è in corso una causa di impugnazione dell’atto innanzi alle Commissioni tributarie o alla Cassazione, si ha la sua estinzione per cessata materia del contendere.

L’autotutela può essere realizzata su iniziativa dell’ufficio o su istanza del contribuente interessato.

Autotutela su iniziativa degli uffici

Poiché il principio ispiratore dell’autotutela è che “chi ha il potere di fare ha anche il potere e dovere di disfare e correggere il proprio errore”, il potere di annullare, revocare o rinunciare spetta all’ufficio che ha emanato l’atto illegittimo o che è competente per gli accertamenti d’ufficio.

In caso di grave inerzia, può intervenire anche la Direzione regionale o compartimentale dalla quale l’ufficio stesso dipende. Tale situazione si verifica quando l’ufficio non provvede neppure a seguito di sollecito.

Se l’importo della pretesa fiscale fatta valere con l’atto che si intende annullare risulta superiore a € 516.456,90, l’ufficio titolare del potere di annullamento deve acquisire il preventivo parere della Direzione delle entrate.

L’Amministrazione finanziaria, senza necessità che vi sia un’istanza da parte del contribuente, può procedere all’annullamento o alla rinuncia all’imposizione quando sussista una delle seguenti ipotesi; va sottolineato che l’elenco è puramente indicativo perché qualsiasi atto sbagliato va comunque annullato in ogni caso.

 

Ipotesi di autotutela

L’ufficio può procedere all’autotutela nei seguenti casi:

– errore di persona;

– evidente errore logico o di calcolo;

– errore sul presupposto dell’imposta;

– doppia imposizione;

– mancata considerazione di pagamenti di imposta, regolarmente eseguiti;

– mancanza di documentazione successivamente sanata, non oltre i termini di decadenza;

– sussistenza dei requisiti per fruire di deduzioni, detrazioni, regimi agevolativi precedentemente negati;

– errore materiale del contribuente, facilmente riconoscibile dall’Amministrazione;

– modifica normativa che prevede disposizioni più favorevoli per il contribuente e concede la loro applicazione anche in relazione a fatti posti in essere precedentemente l’entrata in vigore delle nuove norme.

 

Autotutela d’ufficio se pende il ricorso al giudice

L’Amministrazione può ricorrere al potere di autotutela anche se pende un ricorso in tribunale contro l’atto, promosso dal contribuente. In tal caso l’amministrazione finanziaria rinuncia alla pretesa fiscale originaria e la causa si chiude per “cessazione della materia del contendere”.

Non si può procedere, invece, all’annullamento d’ufficio o alla rinuncia all’imposizione, per i soli casi sui quali sia intervenuta una sentenza passata in giudicato che sia favorevole all’Amministrazione finanziaria e che si sia pronunciata sul merito del rapporto tributario cui inerisce l’atto che si vorrebbe annullare.Pertanto, si può procedere all’annullamento in autotutela quando:

-la sentenza passata in giudicato che abbia accertato solo l’esistenza di ragioni pregiudiziali (irricevibilità, difetto di giurisdizione, incompetenza, inammissibilità, improcedibilità), le quali hanno precluso al giudice ogni esame sul merito del rapporto tributario e, quindi, ogni pronuncia sul punto;

– l’intervenuta definitività dell’atto per effetto dell’inutile decorso dei termini previsti per la relativa impugnazione;

– il tempo, più o meno lungo, trascorso dall’emanazione dell’atto.

Autotutela su istanza del contribuente

L’autotutela può essere richiesta anche dai contribuenti senza particolari vincoli formali, attraverso apposita istanza. Inoltre, in alcuni casi, al fine di agevolare i contribuenti stessi, è possibile avvalersi degli appositi centri di assistenza telefonica (c.d. call center) che possono provvedere direttamente, ove possibile, ad annullare o rettificare determinati atti.

Essa può essere chiesta anche in via preventiva, cioè prima dell’emanazione di un atto formale, per contestare le rilevazioni dei verificatori contenute nei processi verbali.

 

Articolo Completo :Autotutela: come farsi annullare gratis un atto illegittimo.

Detassazione premi produttività, come funziona?

Salari di produttività, del welfare aziendale e della partecipazione agli utili, sostituzione degli incentivi con beni e servizi: come funziona la detassazione.

 

Grazie alla Legge di Stabilità 2016, è tornata ladetassazione dei premi per la produttività, delle partecipazioni e del welfare aziendale: i benefici fiscali saranno, d’ora in poi, previsti stabilmente, per i dipendenti che possiedono redditi non superiori a 50.000 Euro.

Vediamo come funzionano le nuove misure agevolative nel dettaglio.

 Detassazione: quando è riconosciuta

La detassazione in favore di dipendenti è riconosciuta, sino a un massimo di 2.000 euroannui, sui seguenti emolumenti:

salari di produttività;

– quote di partecipazione agli utili aziendali;

welfare derivante dalla contrattazione aziendale.

Il tetto di 2.000 euro detassabili, sui quali si applica un imposta sostitutiva pari al 10%, è ampliato a 2.500 euro, ma soltanto per le quote di partecipazione agli utili aziendali. Inoltre, perché sia riconosciuto il beneficio fiscale, le somme erogate devono essere previste all’interno di accordi aziendali o territoriali, firmati da organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Questo, poiché sono state escluse dalla detassazione tutte le voci già previste obbligatoriamente come emolumenti spettanti nei contratti collettivi nazionali; inoltre non sono agevolabili i cosiddettisuperminimi (si tratta di aumenti dello stipendio rispetto ai minimi contrattuali previsti per ogni livello) e gli assegni ad personam (ossia importi aggiuntivi contrattati o assegnati individualmente).

Detassazione salari di produttività

Come poc’anzi esposto, una prima voce inclusa nella detassazione è il salario, o premio di produttività: si tratta, in pratica, di compensi aggiuntivi erogati ai dipendenti per incrementi di produttività, qualità, redditività, innovazione o efficienza organizzativa.

Gli straordinari, secondo una nota risoluzione dell’Agenzia delle Entrate[1], rientrano nella detassazione solo qualora siano riconducibili a incrementi di produttività, innovazione, efficienza organizzativa e ad altri elementi di redditività e competitività legati all’andamento economico aziendale. Dunque risultano detassabili solo se possono essere collegati a parametri di produttività: è il caso, ad esempio, dello straordinario forfettizzato, per i dipendenti non vincolati all’orario di lavoro. L’azienda ha la facoltà di documentare il legame straordinario- produttività, anche con degli scritti indirizzati al dipendente che motivino l’erogazione della somma.

Lo stesso criterio può essere applicato, ai fini del beneficio fiscale, allavoro supplementare (oltre l’orario part time contrattuale, ma entro il normale orario di 40 ore settimanali), al lavoro notturno ed alle turnazioni.

Detassazione welfare aziendale

Sotto la voce welfare aziendale rientrano diverse misure, comebenefits e servizi aggiuntivi ai dipendenti, che le aziende riconoscono per migliorare la vita lavorativa e privata del personale, e conseguentemente migliorare i risultati dell’impresa.

Le misure possono consistere in:

assistenza sanitaria integrativa;

previdenza complementare;

– sostegno allo sviluppo familiare (asili nido aziendali, colonie, convenzioni con istituti ed associazioni sportive…);

– incentivi alla mobilità sostenibile;

– misure inerenti il benessere dell’individuo nel suo complesso;

conciliazione famiglia-lavoro (work life balance).

Se le misure di welfare riconosciute sotto forma di erogazioni in denaro sono convertite direttamente in beni e servizi, la detassazione è totale, e non si limita all’imposta sostitutiva del 10%.

Ad ogni modo, le misure di welfare che rientrano tra quelle già considerate esenti secondo il Testo Unico Imposte sui Redditi (Tuir) [2], mantengono l’ esenzione completa, anche se riconosciute in alternativa ai premi aziendali.

Detassazione partecipazione agli utili

Le quote di partecipazione agli utili aziendali sono degli emolumenti concessi ai dipendenti in aggiunta alla normale retribuzione, collegati all’andamento dell’azienda, come le azioni.

La partecipazione agli utili è finalizzata a motivare i lavoratori al miglioramento della produttività dell’impresa, favorendone un maggiore coinvolgimento attivo.

Le partecipazioni sono detassate sino a un tetto massimo di 2.500 euro a dipendente.

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Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici

Pensione di anzianità, trattamenti di inabilità e invalidità, pensione superstiti: regole, calcolo e requisiti.

 

Fino all’emanazione della riforma Dini (L. 335/1995), per la generalità dei lavoratori, il calcolo del trattamento pensionistico avveniva in base al sistema retributivo, che tiene conto essenzialmente della media delle ultime retribuzioni percepite dall’assicurato in costanza del rapporto di lavoro (cd. pensione retributiva).

In particolare, il calcolo della pensione avviene moltiplicando la retribuzione annua pensionabile (ottenuta come media delle retribuzioni percepite in un certo numero di anni antecedente la data di decorrenza della pensione) per l’aliquota di rendimento e per l’anzianità contributiva (quest’ultima è pari al numero di settimane coperte da contributi, fino ad un massimo di 40 anni).

Nel sistema di calcolo retributivo, la retribuzione pensionabile e le aliquote di rendimento per il settore del pubblico impiego differiscono rispetto agli stessi parametri nel settore privato.

La riforma Dini ha modificato il sistema di calcolo dei trattamenti pensionistici ed ha introdotto il sistema contributivo, in cui l’importo della pensione è determinato in base alla media dei contributi versati in tutta la vita lavorativa (cd. pensione contributiva).

In particolare, nel sistema di calcolo contributivo, l’importo della pensione si determina moltiplicando il montante individuale (dato dalla somma rivalutata di tutti i contributi accantonati per ogni anno di lavoro fino alla data della pensione) per il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato al momento del pensionamento.

I parametri di tale sistema di calcolo sono omogenei nel settore pubblico e privato.

L’entrata in vigore della riforma Dini non ha comportato, però, l’automatico passaggio di tutti gli assicurati al nuovo sistema di calcolo contributivo, più penalizzante rispetto al precedente sistema retributivo, poiché si è inteso salvaguardare coloro che avessero già versato un certo numero di contributi in tale sistema.

Pertanto è stato adottato il seguente criterio:

1) applicazione integrale del sistema contributivo a tutti i lavoratori assunti per la prima volta dal 1°-1-1996 in poi, privi pertanto di contributi versati anteriormente a tale data. La pensione per tali lavoratori è calcolata esclusivamente con il metodo di calcolo contributivo (art. 1, comma 6, L. 335/1995);

2) applicazione del sistema di calcolo misto, anche detto in pro rata, ai lavoratori che, al 31-12-1995, avevano già contributi versati, ma in misura inferiore a 18 anni. Per tali lavoratori la pensione è determinata sommando due quote di anzianità contributiva, quella maturata fino al 31-12-1995, calcolata secondo il sistema retributivo, e quella maturata successivamente e fino alla data della pensione, calcolata secondo il sistema contributivo;

3) applicazione del sistema di calcolo retributivo ai lavoratori in possesso al 31-12-1995 di almeno 18 anni di contributi.

Pertanto, anche all’indomani della riforma Dini, hanno continuato a coesistere entrambi i sistemi di calcolo, quello retributivo e quello contributivo.

Sennonché dal 1°-1-2012 la situazione è radicalmente mutata. Il cd. Decreto Salva Italia ha, infatti, disposto, con effetto da tale data, il passaggio di tutti gli assicurati al sistema di calcolo contributivo (art. 24, comma 3, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011).

L’innovazione riguarda, quindi, i lavoratori di cui al n. 3, cioè coloro che, all’epoca della riforma Dini, avevano potuto conservare il sistema di calcolo esclusivamente retributivo.

A tali lavoratori il sistema di calcolo contributivo si applica con il metodo pro rata, in quanto riguarda soltanto i contributi versati dal 1°-1-2012 e fino alla fine della vita lavorativa.

La pensione è determinata in base a due quote (art. 1, comma 12, L. 335/1995):

— una quota corrispondente ai contributi maturati fino al 31-12-2011, calcolata secondo il sistema retributivo;

— una quota corrispondente ai contributi maturati successivamente al 31-12-2011 e fino alla data del pensionamento, calcolata secondo il sistema contributivo.

Qualora dall’applicazione del metodo pro rata dovesse risultare un importo superiore a quello che sarebbe derivato dal solo metodo retributivo, la pensione viene calcolata con il metodo che determina l’importo più basso (art. 1, commi 707-709, L. 190/2014 e circ. INPS 154/2015).

È possibile, comunque, esercitare un’opzione a che il calcolo della pensione avvenga interamente con il sistema contributivo (che viene così applicato anche ai contributi maturati fino al 31-12-2011).

Articolo Completo : Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici

 

Il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori pubblici

Pubblico impiego: la riforma del sistema previdenziale e la soppressione dell’INPDAP.

 

I regimi pensionistici dei pubblici dipendenti sono stati assoggettati per molto tempo a discipline — completamente diverse da quelle in vigore nell’assicurazione generale obbligatoria (AGO) facente capo all’INPS, valide per la generalità dei lavoratori dipendenti del settore privato — si ricorda, in questo contesto, il D.P.R. 29-12-1973, n. 1092, recante il T.U. delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato.

La dottrina aveva interpretato tale difformità imputandola sia al particolare status giuridico dei pubblici dipendenti, che si differenziava notevolmente dal rapporto di lavoro privatistico, sia alle caratteristiche tecniche degli stessi regimi pensionistici, difficilmente assimilabili alle ordinarie forme di assicurazione sociale.

La previdenza dei dipendenti pubblici si connotava, così, per i seguenti aspetti:

— assenza di una normativa previdenziale unificata;

— mancanza di autonomia finanziaria;

— marcata differenziazione dei regimi pensionistici dei dipendenti dello Stato e degli enti locali.

Solo i dipendenti dei cd. enti pubblici economici (e degli stessi enti di previdenza) erano soggetti al regime generale e venivano perciò iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD) dell’INPS o, eventualmente, ai fondi speciali di previdenza per il settore di attività esercitata (es. credito).

Una decisiva svolta fu, però, segnata dalla L. 23-10-1992, n. 421 che prevedeva l’emanazione di uno o più decreti legislativi per il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici allo scopo di garantire, tra l’altro, trattamenti pensionistici obbligatori omogenei, nonché di favorire lo sviluppo della previdenza complementare.

Tale legge prevedeva, tra i criteri direttivi che avrebbero segnato l’evoluzione del nostro sistema previdenziale, anche alcuni punti determinanti per l’armonizzazione della previdenza del settore pubblico a quella del settore privato ed in particolare l’elevazione graduale dell’età pensionabile (art. 3 L. 421/1992), poi attuata con il D.Lgs. 503/1992 (art. 5).

La legge delega n. 421, tuttavia, faceva salva tutta una serie di preesistenti prerogative per alcune categorie di pubblici dipendenti, quali, ad esempio, i limiti di età per il pensionamento previsti per professori universitari, magistrati etc. Inoltre, veniva salvaguardata la facoltà del dipendente di permanere in servizio oltre i limiti di età (per un ulteriore biennio per i dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici) (v. infra).

Il riordino operato dal D.Lgs. 503/1992 (art. 6) ha riguardato anche i requisiti assicurativi e contributivi, che venivano equiparati a quelli previsti per i lavoratori privati.

Il processo di riordino è proseguito poi con la L. 335/1995 (art. 2) che ha esteso anche ai trattamenti dei dipendenti pubblici una serie di misure, tra cui:

— l’integrazione al minimo;

— la disciplina dell’inabilità prevista per il settore privato;

— i criteri per la determinazione della retribuzione da prendere come base contributiva e pensionabile (identici a quelli fissati per il settore privato).

La L. 335/1995, nell’introdurre la pensione di vecchiaia contributiva, prevedeva che i relativi requisiti pensionistici fossero applicati a tutti i pubblici dipendenti neoassunti al 1°-1-1996, senza alcun tipo di differenziazione rispetto ai lavoratori privati (art. 1, commi 25, 26).

Inoltre, la L. 335/1995 (art. 2, comma 1) affidava ad un unico ente previdenziale, l’Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica (INPDAP), la gestione dei trattamenti pensionistici per i dipendenti dello Stato e di altre categorie di personale i cui trattamenti di pensione sono a carico del bilancio dello Stato.

Si fa sin da ora presente, tuttavia, che tale ente previdenziale è stato poi soppresso.

L’armonizzazione è proseguita con ulteriori provvedimenti legislativi che hanno recepito ed attuato, nell’ambito del lavoro pubblico, i principi della

L. 335/1995, sia razionalizzando l’assetto assicurativo di diverse categorie di lavoratori pubblici (statali e non statali), sia continuando ad estendere ai pubblici dipendenti disposizioni già in atto per gli assicurati al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD).

Sotto il primo aspetto, è possibile ricordare:

— il D.Lgs. 30-4-1997, n. 165 relativo al personale militare delle Forze armate (compresa l’Arma dei Carabinieri), del Corpo della Guardia di Finanza nonché personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile e del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, nonché al personale non contrattualizzato del pubblico impiego (magistrati ordinari, amministrativi e contabili, avvocati e procuratori dello Stato, personale della carriera diplomatica e prefettizia, dirigenti generali, professori e ricercatori universitari);

— il D.Lgs. 16-9-1996, n. 563, riguardante il personale degli enti che svolgono la loro attività nel settore bancario e creditizio;

— il D.Lgs. 30-4-1997, n. 149, concernente il personale dipendente dall’Ente nazionale assistenza al volo (i cd. uomini radar).

Per quanto concerne, invece, il secondo aspetto, si ricorda l’estensione:

— con il D.Lgs. 16-9-1996, n. 564, delle norme in materia di contribuzione figurativa e di riscatto per periodi non coperti da contribuzione;

— con il D.Lgs. 30-4-1997, n. 184, delle norme in materia di ricongiunzione di periodi assicurativi e prosecuzione volontaria ai fini pensionistici.

Sul piano dei requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici, dopo l’intervento di uniformazione della L. 335/1995, la L. 449/1997 aveva nuovamente introdotto, per i pubblici dipendenti, una differenziazione dei requisiti, rispetto ai lavoratori del settore privato, relativamente alla pensione di anzianità.

La L. 449/1997 (art. 59, comma 6, e tabelle C e D) prevedeva che, a decorrere dal 1°-1-1998, i dipendenti pubblici potevano accedere alla pensione di anzianità, a qualsiasi età, purché in possesso di un’anzianità contributiva che partiva da più di 35 anni ed andava aumentando nel periodo 1998-2008 (per arrivare a 40 anni nel 2008). Con almeno 35 anni di contribuzione, si poteva accedere alla pensione ad un’età che partiva dai 53 anni nel 1998 per raggiungere nel 2004 l’età di 57 anni.

La successiva evoluzione della normativa in materia di previdenza per i pubblici dipendenti si è intrecciata, poi, con la molteplicità di interventi di riforma del sistema pensionistico.

Con la L. 28-3-2004, n. 243 e la L. 24-12-2007, n. 247, emanata in attuazione del cd. Protocollo Welfare, si è ritornati nuovamente su un piano di equiparazione in quanto i relativi requisiti per l’accesso al trattamento pensionistico, entrati in vigore il 1°-1-2008, hanno trovato applicazione anche per i lavoratori pubblici, pur «tenendo conto delle specificità dei singoli settori e dell’interesse pubblico connesso all’organizzazione del lavoro e all’esigenza di efficienza dell’apparato amministrativo pubblico» (art. 1, comma 2, lett. p), L. 243/2004) (1).

L’equiparazione operata dalla L. 243/2004 e L. 247/2007 ha subito, però, una nuova incrinatura per effetto del D.L. 78/2009, conv. in L. 3-8-2009, n. 102 (art. 22ter, comma 1) e del D.L. 78/2010, conv. in L. 30-7-2010, n. 122 (art. 12, comma 12sexies, lett. a), con i quali si è stabilito, per le lavoratrici del settore pubblico, un incremento dell’età anagrafica per l’accesso alla pensione di vecchiaia. Tale modifica è avvenuta sotto l’impulso delle istituzioni dell’UE, che hanno giudicato discriminatoria la normativa dello Stato italiano ed in particolare la menzionata L. 335/1995 (art. 2, comma 21) che aveva introdotto una differenza di età anagrafica tra uomini (65 anni) e donne (60 anni) per la pensione di vecchiaia.

Pertanto si è provveduto ad equiparare, gradualmente, l’età pensionabile delle donne del settore pubblico a quella degli uomini (65 anni), determinando però una nuova differenziazione del settore pubblico rispetto a quello privato ove, per le lavoratrici, era rimasto il requisito anagrafico (60 anni) diverso da quello degli uomini.

Con quale motivazione la Corte di giustizia europea ha ritenuto discriminatoria la normativa italiana sui trattamenti previdenziali dei pubblici dipendenti?

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